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Un commento di Tea al un mio recente post (quando i figli se ne vanno, vanno celebrate due feste) pone il problema della identità e del senso dell’essere nonno:

E quando se ne vanno? La nostra prima ragazza si è sposata nel ‘97, poi è rimasta subito in cinta e da allora ha 6 bambini, tutti voluti certamente, ma noi genitori siamo passati subito a essere nonni a tempo pieno, insomma è uscita dalla porta ed è rientrata non dalla finestra, ma sempre dalla porta con prole e marito. Anche se volessimo dirle: e vai… vai figliola … vai, macché!!! Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro…”.

A quanto intuisco da questo commento e secondo quel che mi suggerisce l’esperienza clinica, mi pare che per molti essere nonni significa continuare a “fare” i genitori. Non più i genitori dei propri figli (che in larga misura continuano a restare figli), ma i genitori dei figli dei propri figli.

Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro”, dice il commento. Ma, cara Tea, chi te l’ha detto che “devi” andare? Quale legge, norma, regola te lo impone? Con che diritto tua figlia ti chiama e telo chiede? Perché ti chiama? Perché te lo chiede? Perché le permetti di chiamarti, di usarti, di sovvertire i tuoi programmi, di invadere la tua vita individuale e di coppia? Perché le dai un diritto che non ha e che non è giusto abbia?

Strano paese il nostro! Manca del tutto o quasi il senso del dovere in tanti decisivi momenti e per tantissimi aspetti vitali, e là, dove non ci dovrebbe essere per niente, emerge improvviso e urgente l’imperativo categorico di un indebito “devo!”.

Cara Tea, se i figli si permettono di chiamare i nonni, usandoli “24/24” come baby sitter o come una succursale di “Emergency” e di “Medici senza frontiere” o come autisti e/o fornitori di “macchina di cortesia” o come insegnanti di doposcuola eccetera eccetera, significa che i figli non se ne sono veramente andati. Significa che sono rimasti (e che voi, consciamente o inconsciamente, li avete lasciati rimanere) figli: figli procreanti, ma sempre e inesorabilmente figli. E che voi non siete diventati nonni, ma siete rimasti (e, consciamente o inconsciamente, vi ha fatto gioco rimanere) genitori: genitori non procreanti, ma sempre e soltanto genitori.

Cominciamo dai figli. Se voi li supportate, li sostenete, li supplite, li sostituite, intervenite a ogni loro richiamo, li aiutate, quando mai diventeranno davvero autonomi? Quando mai moriranno come “figli” per nascere come uomini e donne adulti? E quando mai potranno poi diventare davvero i genitori dei loro figli? Quando mai scopriranno che quello che chiedono o esigono da voi (e che voi lasciate che vi chiedano e che lo esigano) o compete loro, e allora devono chiederlo a loro stessi ed esigerlo da loro stessi; o compete alla società e alle istituzioni, e allora devono chiederlo alla società e alle istituzioni, esigendolo da queste. Se voi intervenite, impedite loro di diventare sia adulti sia genitori sia cittadini. Credendo in buonissima fede di aiutarli, li scippate della loro umanità adulta, della loro genitorialità, della loro dimensione sociale, civile e politica. Impedite loro per esempio di solidalizzare con giovani coppie che abbiano i loro stessi problemi, di confrontarsi con loro, di crescere insieme al loro mondo, di trovare ed esigere insieme al loro mondo le risposte adeguate, creando e vivendo socialità, domanda e risposta civile e politica.

Lo so, Tea, tu mi dirai che la società li lascia soli, che le istituzioni non funzionano e non li aiutano, che le difficoltà lavorative, logistiche ed economiche della vita d’oggi sono enormi e che da soli non ce la possono fare. È vero. Ma è altrettanto vero che, se voi continuate ad aiutarli e a sostituirvi a loro senza mai svezzarli dalla dipendenza da voi e dalla generazione che li precede, il loro mondo non crescerà mai, la società imploderà sempre più, le istituzioni sociali, civili e politiche funzioneranno sempre di meno, perché nessuno vivrà la responsabilità né di esigerne il funzionamento né di garantirlo. Si creerà quel terribile circolo vizioso di neandertalizzazione della famiglia e, quindi, della società, all’interno del quale purtroppo siamo già in grande misura (confronta il mio post Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.). Questa situazione, prima di esserne la causa, è il frutto di tutti gli interventi indebiti che la nostra generazione ha compiuto e continua a compiere, prevaricando – magari sempre in buonissima fede, magari con l’intenzione di aiutare – la generazione dei figli. Se non ci si decide a invertire la rotta, l’esito sarà la sempre più grave rottura del tessuto sociale e civile, della possibilità stessa della azione politica, con gravissimo danno per la generazione dei nipoti.

Ora veniamo a noi nonni. Vedi, Tea, essere nonno significa, a mio parere, soprattutto questo: l’acquisizione di una dimensione più lungimirante; la capacità di cogliere nell’emergenza il tutto e di indicarlo. Significa non aiutare il contingente del giorno dopo giorno, ma guardare e garantire la possibilità del futuro: non tanto quello di “tuo” nipote, ma quello di tutti i nipoti e pronipoti del mondo. Significa non sgommare con le marce corte del quotidiano in una folle rincorsa del tempo in sostituzione della genitorialità dei nostri figli, ma azionare le marce lunghe della storia, della conferma trans-generazionale, della speranza culturale e storica, della sapienza profetica, della indicazione trascendente, della preghiera aperta all’irruzione del divino nell’umano.

I nostri nipoti e pronipoti incontreranno altri nipoti e i pronipoti, si innamoreranno di loro, faranno – si spera – figli con loro, mondi con loro, città con loro. Se noi siamo nonni in modo miope, facendo i nonni in modo sbagliato e sostituendo-scippando la genitorialità dei nostri figli, noi ci illuderemo di essere stati bravi nonni, ma – bene che vada – saremo stati nonni di nipoti senza futuro, senza innamoramenti, senza città, senza mondi, senza speranze, senza utopie fecondi di terre nuove e cieli nuovi.

Arrangiati”, questa – detta con l’amore più fermo, deciso, profondo e vero dell’universo – è la risposta più autentica e bella che possiamo dare a un figlio che ci chiede di supplirlo o sostituirlo nella genitorialità. Certo, meglio ancora sarebbe che a nostro figlio o a nostra figlia non venisse neppure in mente di chiamarci come sostituti o supplenti: vorrebbe dire che davvero i nostri figli sono diventati persone adulte, genitori autonomi, padri e madri veri dei loro figli.

Se proprio vuoi, cara Tea, una cosa possiamo fare. Essere felici come coppia, vivere con gioia e fino in fondo la nostra recuperata dimensione di coppia. Ora che i figli se ne sono andati, noi possiamo ritornare a tempo pieno la coppia di innamorati che eravamo all’inizio, prima che arrivassero i figli. Non a caso, molto spesso, troppo spesso, consciamente o inconsciamente, molti di noi continuano a fare i genitori dei figli dei propri figli, proprio perché non sanno più né innamorarsi né vivere l’innamoramento; allora aiutare i figli e sostituirsi a loro è il pretesto e l’alibi per continuare a non essere coppia, e non essere mai veramente la coppia e il viversi dell’amore. Invece, mi pare, se c’è qualcosa che veramente possiamo testimoniare davanti ai nostri ex-figli e alle nuove generazioni è la possibilità dell’amore, la concreta e vissuta possibilità dell’amore. Se lo facciamo, apriamo la speranza al mondo e il mondo alla speranza; diamo ai nostri ex-figli il messaggio della possibilità della intimità nella gioia e della gioia nella intimità; testimoniamo e confermiamo quanto è bello e vero l’essere coppia.

Allora per i nostri nipoti non saremo i noiosi e pedanti supplenti del quotidiano, ma potremo incarnare ed essere la gioiosa scoperta della gratuità non rituale od obbligata e della grande festa della vita, quella che apre alla gioia della Creazione.

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4 Comments

  1. Sono vedova, ho tre figli. Nel 2004 è nata Ludovica e nel 2005 Lorenzo( figli del figlio più grande P.);in casa del secondo figlio G., nel 2005, è nata Emma e lo scorso anno è nato Marco,di mia figlia V. Io vivo sola e sono del 1933. Ho subito chiarito che non mi sentivo di dare la mia disponibilità a tempo pieno perchè non mi sentivo di assumermi una tale resposabilità, ma che, previo avviso per programmarmi dato che vivo sola, ero disponibile ad aiutarli e così ho fatto dando la precedenza a chi non aveva due nonne. Sono sorte , penso, gelosie visto che mi si colpevolizza di essere stata poco presente, di aver aiutato di più la figlia dei maschi, di aver dato da intendere che ero più impegnata con alcuni nipoti per giustificare l’assenza dall’altra “che quasi non mi conosceva”, di essere stata molto egoista pensando più a me che ai loro reali bisogni e cvhe, visto che sono stati costretti a rivolgersi ad altri io sarò il …118 della situazione! Ora vivo assai male perchè mi sento colpevolizzare di tutto ciò, mi portano a confronto esempi di altre nonne assai altruiste che tengono i nipoti a tempo pieno,senza considerare che sono più giovani e hanno nipoti di un solo figlio!Ho sbagliato tutto? E’ giusto che, se voglio vedere i miei nipoti devo recarmi io a casa loro e mai il contrario? Spero aver descritto abbastanza chiaramente la situazione e mi scuso se ciò non fosse.

    • Cara Liliana, non si lasci colpevolizzare, nè corra dietro ai nipoti. Li accolga solo quando questo le fa piacere. Essere nonni non è nè una scelta, nè un dovere. Fare i nonni ha senso solo se si prova piacere. Quanto al fatto che lei possa privilegiare sua figlia, è del tutto normale per una donna, dato che la maternità della madre trova sostegno nella maternità della “grande madre” (così chiamano la nonna i francesi, gli inglesi e i tedeschi).
      In bocca al lupo e ai lupacchiotti.

  2. Brrr, che brivido, ho letto appena adesso il rimando che mi suggerivi di confrontare rispetto alla “Famiglia di oggi…” forse al nord è così, qui a Roma sono tutti separati, ognuno vive per conto suo, per questo mi sentivo diversa, però non è certo questo il nostro obbiettivo… mi viene da ridere perchè ho esposto con tanta naturalezza proprio il caso di famiglia che tu enunciavi… ancora brrr: dove andremo a finire???

  3. Sei stato carinissimo a dedicarci questo post, è gradevole, interessante, piacevolissimo a leggere, ma la nostra è una coppia anomala per i nostri giorni, direi anacronista, oltre alla nonnità, noi siamo impegnati ancora con una ragazza di 16 anni, la seconda figlia, dono di Dio nella nostra maturità, con tutti i problemi annessi all’adolescenza, scuola, amici, campi scuola, teatro, ripetizioni ecc. ecc. e in più abita con noi mio suocero di 92 anni, vedovo, semi-autosufficiente, seguito da mio marito, in quanto figlio unico e fino a giugno di questo anno, abitava con noi anche mia madre, vedova anche lei, ha abitato con noi per 17 anni, e ora invece è andata a casa di mio suocero, sempre vicinissima a noi però eh!!! Mio marito è toscano e ricorda ancora con molto piacere il casale delle colline senesi dove si viveva tutti insieme, ma proprio tutti, mi dice: bisnonni, nonni, zie e zii e cugini, si litigava e a sera si faceva pace intorno al fuoco d’inverno o sotto le stelle nell’aia d’estate. Il nostro essere coppia, è vissuto sempre in funzione degli altri della famiglia, abbiamo momenti nostri, intimi, ma la nostra dimensione è nella famiglia, le nostre bisticciate sono poi all’orecchio di tutta la famiglia, così le discussioni e bisticciate e riappacificazioni della ragazza sposata. Una cosa positiva sta nel fatto che non c’è intromissione o giudizio fra noi (ci mancherebbe!) ci si sfoga sapendo con certezza che chi ci ascolta non commenta, ma consola. E ci aiutiamo anche a vicenda, lo scorso anno con mio marito e la secondogenita siamo andati 10 giorni a Parigi e l’altra ha tenuto il nonno. Questa estate, abbiamo trascorso le vacanze separati e la ragazza maritata le ha trascorse con coppie di amici che hanno anche loro molti figli: uno 9, due coppie 7, una 4 e loro 6, (hai capito perchè noi siamo andati da tutt’altra parte….) siamo certi che tutti questi figli hanno davanti ai loro occhi la gratuità dell’amore di Dio che si apre alla gioia della Creazione.
    Grazie per averci ricordato quali sono le nostre direzioni: trasmettere l’Amore, testimoniandolo soprattutto con la nostra presenza come coppia.


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