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Monthly Archives: gennaio 2009

Lode a Maria


Madre dei tempi e delle generazioni,
Tu hai accolto in Te ogni attimo e vicenda;
ogni attesa e assurdità d’esistere hai abbracciato;
a Te hai stretto ogni presente fuggente,
ogni pesante passato, ogni nostalgia,
anche la più disperata utopia.
E Tu, pienezza del senso e della gioia,
tutto hai trasformato in Te,
tutto alla salvezza hai aperto.
E la carne – essa, l’anonima
e l’indecisa! – si è fatta in Te parola e coraggio.

 


Madre dei luoghi e degli spazi,
Tu lasci abitare in Te i nostri deserti
e le più fertili delle nostre pianure.
Ogni terra e ogni distanza,
purché l’uomo vi respiri,
riconoscono in Te il loro tempio.

 


Madre delle sintesi e dei legami,
gli spazi e i tempi dell’uomo divengono Te,
si fanno Tuo corpo,
si traducono in speranza di parola ritrovata,
di nuovo aperta alla Parola del Padre.

 

 

La Tua verginità è pienezza di madre
che nulla tralascia o dimentica.
Tu, madre totale e verginale dell’uomo;
Tu, figlia totale dell’uomo e di Dio;
Tu hai saputo essere madre totale e verginale di Dio.

 

 

Più ancora, la Tua verginità è pienezza di sposa

pienezza di compagna, pienezza di complice
che nulla tralascia e nulla dimentica del suo Sposo divino.

 


E la Parola si è fatta carne e storia,

cammino e vicenda.
Tu, maternità verginale, da’ alle nostre verginità
la pregnanza di chi genera e forma ed educa.
Da’ alle nostre paternità e maternità
l’ampiezza sociale e politica e storica più pura e coinvolta.

 


Nei nostri figli facci padri e madri
del nostro tempo e del nostro mondo,
senza che mai dimentichiamo l’ultimo tempo

e l’orizzonte ultimo e primo dei cieli e delle terre.

 

 

Dacci l’impegno nella storia e il sospiro della Creazione.
Tu sei dramma ricucito, mondo ricomposto:
la Parola di Dio e la parola dell’uomo
tornano per Te e in Te a incontrarsi,

l’una nell’altra e dell’altra a personare.
Tu, in Te, di questo dialogo i primi balbettii sentisti
indecisi e già innamorati e innamoranti;
ora, ne sei, per sempre, la presenza e la casa.

 


Dicesti un giorno (e lo ripeti a chi T’ascolta):
“Io sono l’immacolata concezione”.
Madre della Parola,

chi per il proprio concepimento può dire “Io sono”?

Chi, se non Tu, che sei l’implosione significante
di ogni tempo e distanza,
può parlare al presente

del proprio primo e più inconsapevole attimo?
Del primissimo esserci del proprio esistere?
Chi può volere prima della volontà,
amare prima d’innamorarsi,
essere prima dell’esserci,
se non Tu, madre del Significato
e figlia profondissima della Creazione?

 


Il Tuo occhio e il Tuo braccio,
la Tua tenerezza e il Tuo passo
sono sempre con noi, perché non possono
conoscere la morte.
Tu, madre di ogni adesso e di ogni assunzione,
ci sei sempre accanto.

Tu, gravidanza d’eternità, lascia che nel Tuo abbraccio

sentiamo il battito del Tuo cuore,

così che ogni nostro sonno

sappia la continuità e il risveglio.

 

Problemi di erezione: il perché di molte richieste dei lettori

Molte delle richieste, che da Google e dagli altri motori di ricerca portano a questo sito, riguardano il come, il quando e il perché della erezione del pisello. Mi pare che molti lettori maschi del blog siano preoccupati soltanto o soprattutto da questo tipo di problemi, a differenza delle lettrici che accedono al sito a partire da un ventaglio di richieste decisamente più ampio sia nella quantità sia nella qualità degli interessi e delle domande. L’ansia o la paura di una prestazione sessuale non adeguata sembra riferirsi esclusivamente all’aspetto funzionale, quasi fosse solo questo il problema, solo questa la condizione della soluzione delle difficoltà sessuali o – più radicalmente (e tragicamente) – quasi fosse questo l’unica cosa che conta nella relazione d’amore. Per questi lettori l’aspetto relazionale, la componente affettiva, l’attenzione emotiva e psicologica alla persona amata (quindi anche alla sua storia, ai suoi vissuti, alla sua percezione di sé, del mondo, della vita, del piacere, del maschile, del femminile) paiono del tutto secondari o assenti; la dimensione stessa dell’eros è percepita riduttivamente, come mera capacità funzionale, senza la minima intuizione di quanto raffinati, sapienti e profondi possano essere in sé l’arte di amare e l’eros. Contano soltanto da un lato la possibilità funzionale della performance, dall’altro il bisogno di poterne essere e di potersi sentire all’altezza.

Da questi maschi il tutto viene giocato in un intransitivo ed esclusivo riferirsi a sé stessi. La persona con cui si vive il rapporto d’amore per un verso è, più o meno consapevolmente, ridotta ad accessorio, mezzo, strumento di un narcisismo sostanzialmente onanistico, incapace di un autentico rapporto con la alterità; per altro verso viene vissuta come la temibile giudice della capacità funzionale del maschio.

Mi chiedo che rapporto abbiano avuto questi maschi con la figura materna, quanto anaffettivo e intransitivo fosse il legame che legava tra loro mamma e bambino, quanto castranti ed esproprianti fossero le proiezioni materne subite. E – a monte – mi domando che genitori abbiano avuto; all’interno di quale modello di coppia siano stati concepiti, accuditi, formati; che imprinting del piacere, della sessualità, del rapporto tra maschile e femminile. della coppia, dell’amore abbiano mai ricevuto.

Il tono delle richieste con cui arrivano a questo sito è più o meno assimilabile a quello di un automobilista che chiede al meccanico: “come metto in moto la macchina?, perché il motorino d’avviamento non funziona?, perché il motore si ingolfa subito e non posso partire?, sono bravo come pilota?, come posso migliorare le mie prestazioni con l’auto?”. La sessualità è colta come un fare e un saperci fare, come se l’amore fosse un meccanismo unicamente garantito dal possesso dello strumento e dalla capacità di farlo funzionare. Non a caso – io credo – il verbo amare è stato ormai soppiantato dall’espressione fare l’amore o, più radicalmente, dall’espressione fare sesso.

 

A proposito di ansiolitici

Ci sono tante, troppe persone che campano prendendo psicofarmaci da anni. In particolare ansiolitici (Tavor, En, Xanax, Lexotan, Ansiolin ecc.). Non sanno neppure che si tratta di psicofarmaci; pensano ingenuamente e con grave equivoco che si tratti di più o meno innocui “tranquillanti” o “calmanti”. Spesso i pazienti stessi si autoprescrivono le dosi e la frequenza, con estrema facilità di accesso allo psicofarmaco autogestito. Non sanno (e ben pochi si premurano di informarli, a partire dal giornalismo scritto e parlato) che si tratta di psicofarmaci che danno dipendenza organica grave a tale punto da poter produrre una patologia, cioè un disturbo mentale, previsto e definito come tale dal DSM IV R (testo riconosciuto in tutto il mondo nella definizione e catalogazione dei “disturbi mentali”, espressione che nel mondo scientifico ha sostituito quella di “malattia mentale”; testo che ogni medico, psichiatra, psicologo e psicoterapeuta ha il dovere di conoscere). Dopo due o tre cicli di un paio di mesi ciascuno questi psicofarmaci, per continuare a essere efficaci, richiederebbero un pesante aumento del dosaggio; altrimenti la loro azione si limita a mantenere lo zoccolo di dipendenza che a mano a mano si produce. Di fatto, dopo due o tre cicli di assunzione (ripeto, ogni ciclo non dovrebbe superare i due mesi, tre al massimo) ha come unico risultato quello di rispondere alla dipendenza prodotta: la dipendenza mantiene sé stessa. Mi chiedo come il sistema medico-farmaceutico possa permettere e, di fatto, favorire ciò. Chi prescrive questi farmaci? Chi ne permette un uso siffatto? Con quale competenza vengono prescritti e poi confermati nella prescrizione per anni? Un medico di base solitamente ha sostenuto un solo esame di psicologia, che gli dà al massimo qualche nozione generale; spesso non sa neppure in che cosa consista la psicoterapia e che cosa siano e come si caratterizzino le diverse metodologie psicoterapeutiche. Come può valutare i sintomi dei disturbi mentali, il loro manifestarsi o il loro tacere? Con quale competenza considera il sintomo come il nemico da annullare? Sa il rapporto tra emergenza del sintomo e struttura psichica? Tra diagnosi nosografia e diagnosi strutturale? Sa che esiste anche una diagnosi relazionale del disturbo mentale? Eppure un qualsiasi medico di base può prescrivere ogni tipo di psicofarmaco, con discrezione di dosi e di frequenza, con possibilità di accoppiare tra loro psicofarmaci diversi tra loro. Con il tipo di preparazione tradizionalmente organicistica ricevuta nei suoi studi universitari, il medico può al massimo valutare l’azione bio-chimica dello psicofarmaco.