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Di solito il branco

è tragico luogo di regressione

 

Molto più spesso il branco, lungi dall’essere solo il luogo e la causa di azioni violente (vedi qui sotto il post precedente), è luogo e causa di regressione, solitudine, ulteriore destrutturazione della personalità. Penso per esempio al gruppo di ragazzi, che si ritrova per fumare spinelli o per bere: si mettono lì uno accanto all’altro, spesso senza dire una parola e in una vicinanza solo fisica lasciano scorrere il tempo. Non è la situazione peggiore: quando le stesse azioni sono fatte in solitudine, il dramma è ancora più micidiale. Almeno, qui nel gruppo, l’adolescente comunque cerca un contenimento; anche se in modo larvale, vive alcune presenze; sia pure vagamente, dice di una appartenenza e, quindi, di una identità; nel buio inespressivo del silenzio, tenta in ogni caso la dimensione affettiva del gruppo.

Mi stringe il cuore pensare a questi branchi sperduti e solitari. So quanta sofferenza abita in quei cuori già così avvolti dalla disperazione del non senso, tanto attanagliati dalla paura della inadeguatezza e della incapacità di vivere. So che sono momenti di eutanasia della gioia, di anestesia del respiro e dell’anima, di stordimento cercato come una possibile fuga dall’angoscia totale. Però, mi dico, non sono ancora il nero assoluto; se si potesse rispondere a quel bisogno di vicinanza, di identità, di appartenenza, di affetto, forse ritornerebbe l’alba. La prima città umana non è forse stata un cerchio di persone che nella notte totale (ancora non si conosceva l’uso del fuoco) si mettevano l’una accanto all’altra. e insieme aspettavano l’alba, sperando di sfuggire agli animali predatori. Anche questi nostri adolescenti attendono confusamente l’alba e, sia pure nella illusione di uno spinello, tentano di sfuggire alla predazione di quella angoscia che li abita.

 

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3 Comments

  1. Vorrei sottoporle una contraddizione, che potrebbe essere apparente dato i due contesti differenti o potrebbe non esserlo affatto. Parlando degli adepti di Comunione e liberazione, lei asseriva che l’appartenenza non deve essere una condizione dell’identità. Quando è così l’identità risulta fragile e surrettizia. Ora in questo contesto di discorso lei afferma che il branco “sia pure vagamente, dice di una appartenenza e, quindi, di una identità”. Mi soffermo su quel “quindi”: come dire che l’appartenenza fa conseguire una identità. Dunque l’appartenenza è una condizione di identità.Ho forzato il discorso, forse, d’altro canto l’analisi linguistica è uno strumento di comprensione. Sono interessata a sciogliere questo nodo, non teoricamente, ma per situazioni di vita che lo pongono. La ringrazio se vorrà aiutarmi

    • Cara Antonella, con lei ho già una risposta in arretrato. Abbia pazienza. Sto facendo un tour di force incredibile. Appena posso le rispondo con piacere.

  2. Non so i giovani di oggi ma noi si parlava tutta la serata, e se ben ricordo la conversazione era “annaffiata” con una certa dovizia…


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