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Monthly Archives: febbraio 2009


Oggi è un giorno di quelli in cui si invecchia
e si sente il peso stanco delle cose.
Ma poi, come ogni notte,
finito il lavoro
salgo di sopra
e poi, come ogni alba,
ti sposo di nuovo.

Noi sorprenderemo complici il sole.

 

 

 

Diverso rapporto della madre con la femmina e con il maschio

Mi pare che la mamma, di fronte alla sua bambina, sia portata a lasciare come scontate molte affermazioni, come se, sotto sotto, dicesse alla figlia: “figlia mia, tanto tu queste cose le sai, è inutile che te le dica”. In questo modo, senza volerlo, non la lascia bambina, la vede e la vuole già donna. Al contrario, mi pare, la mamma si rivolge al bambino in modo tendenzialmente più didascalico, come se fosse necessario spiegargli tutto. In questo modo, senza volerlo, lo vede bambino e, sempre senza volerlo, lo lascia bambino. Capita qualcosa di simile, quando incontriamo uno straniero (per certi versi succede lo stesso anche con altre forme di diversità, per esempio con l’handicappato. Anche quando il suo handicap non ha nulla a che fare con problemi di comprensione, si tende, in modo tanto inconsapevole quanto gratuito, a essere didascalici con lui, come se lui non capisse): senza che neppure ce ne accorgiamo, ci mettiamo a parlare più lentamente, scandendo meglio le parole, usando i vocaboli più correnti e facili, le sintassi più semplici, accompagnando il più possibile il gesto alla parola, aumentando la tensione, la in-tenzione e la espressività dello sguardo. Appena pensiamo che sia di un’altra lingua, cominciamo noi per primi a usare una lingua così didascalica da essere diversa da quella che usiamo abitualmente. Nel momento stesso in cui vogliamo essergli vicini, paradossalmente gli dichiariamo quanto è distante da noi, quanto è straniero e diverso.

Non a caso mi è capitato di notare che a essere più didascaliche con il figlio maschio sono in particolare le mamme ferite nel loro rapporto con il maschile: spesso hanno avuto padri percepiti come molto autoritari e distanti o, per altri versi, come deboli e insignificanti; spesso hanno subito abusi o sono vissute in ambienti sociali e culturali caratterizzati da nette separazioni tra maschile e femminile.

Forse le più didascaliche con il figlio maschio sono proprio le mamme che vengono da esperienze di abuso subito. Sono quelle che, nel momento stesso in cui si sforzano di educare il figlio al meglio, così che non diventi “come tutti gli altri”, proprio in questo modo finiscono con l’infantilizzarlo di più, con il renderlo straniero anche a sé stesso. Senza volerlo, anzi volendo esattamente il contrario, gli danno dell’incapace a vita e lo caricano di rabbia nei confronti del femminile. Per cui, quando alla fine si troveranno di fronte un figlio tanto lontano da quello che esse si erano proposte e immaginate, finiranno sconsolatamente con il concludere: “vedi, è inutile, i maschi sono tutti così, sono così di natura, non c’è proprio niente da fare, sono irrecuperabili, dobbiamo solo sopportarceli e sopravvivere con loro alla meno peggio”. E, quasi sempre, l’interlocutore di queste loro lamentazioni sarà una donna con le loro stesse condizioni e con le loro stesse lamentazioni, che non potrà non lasciarle in una intrascendibile incapacità di vera interlocuzione eterosessuale.

Fare l’amore con una bambola o con un bambolo di silicone

P. mi scrive scioccata che un suo amico dapprima le ha tranquillamente detto di essersi procurato una donna in silicone, cioè una bambola gonfiabile; poi sempre tranquillamente  le ha consigliato di fare altrettanto, dato che esistono anche i bamboli per donna; da ultimo le ha dettato il sito web dove era possibile passare all’acquisto, con tanto di esplicito campionario tra cui scegliere.

Ho risposto a P. che, purtroppo, non c’è molto da stupirsi se qualcuno tratta le bambole come esseri umani, dato che – da sempre – c’è stato chi ha trattato gli esseri umani come bambole. Paradossalmente – le facevo notare – tra le due follie la seconda, se non altro, non procura danni da stupro o da abuso alla “vittima”, né le procura danni psicologici.

Al di là dell’ultima paradossale e magra consolazione, purtroppo il fenomeno è meno strano di quanto possa sembrare. In un mondo in cui la sessualità è sempre più un fare intransitivo, una performance narcisistica, di che stupirsi se si “fa sesso” con una bambola o con un bambolo?  

Troppo spesso oggi “fare l’amore” è soltanto una masturbazione a due, in cui ciascuno dei due “sente” o “sfoga” solo sé stesso, senza mai davvero in-tendere la misteriosa alterità dell’altro, senza mai davvero lasciarsi andare alla transitiva avventura dell’incontro con l’alterità.

L’alterità dell’altro oggi fa paura, non è più l’annuncio prodigioso dell’incontro con chi – altro da me – può per-sonare attraverso di me, identificandomi sempre di più, aprendomi a identità sempre più ricche, complesse, preziose, feconde.

L’alterità dell’altro in molto culture, che noi magari diciamo primitive e rozze, è figura del divino e del sacro: in quanto tale porta novità e vita; dice dell’amore come di un dono assoluto capace di identificarmi più di qualsiasi altra relazione.

Per uno psicotico, che viva difendendosi da ogni vero incontro con l’altro, non è poi così strano passare da un video-game a una bambola di silicone. Idem per un narcisista privo di ogni empatia: che differenza fa per lui manipolare un cliente, un elettore, un amante o una bambola di gomma? Per lo psicotico importa solo non uscire dalla nicchia protettiva del proprio guscio, per il narcisista importa solo sentirsi bravo lui.

 

Pillola e femminilità

Come commento al mio post In ogni donna ci sono almeno quattro donne Eleonora, donna e medico, mi invia quanto segue:

 

Commovente! Straordinaria descrizione del complesso e splendido mondo femminile! E solo la sua sensibilità attenzione e cura potevano permetterle di descrivere in modo dolce, realistico e rispettoso il nostro universo (quante meraviglie ci insegna dott.). Io ho la fortuna di vivere, riconoscere ed ora godere di ognuna di queste 4 fasi, 4 modi di manifestare la propria femminilità; 4 Eleonore.

Nelle mie storie di coppia ho sempre cercato di compiacere l’altra persona e così, invece di esprimere le mie 4 femminilità, le ho soffocate fino ad arrivare all’utilizzo della pillola anticoncezionale.

Terribile farmaco che appiattisce e depersonalizza le 4 splendide fasi del ciclo femminile (parlo da donna e medico).

Pensavo di poter trarre solo dei vantaggi dall’assunzione di estro-progestinici  ed invece il mio corpo ha perso le curve e le rotondità tenere che caratterizzano il nostro corpo e che tanto piacciono (o così dovrebbe essere) agli uomini. Il mio corpo non accettava questo farmaco, anche perché non ero malata quindi perché assumere la pillola anticoncezionale? Se la persona che dice di amarci ci amasse veramente gioirebbe all’annuncio di una gravidanza attesa perché sempre frutto dell’amore.

Il ciclo femminile dovrebbe essere vissuto dalla donna in comune sintonia con il proprio uomo e goduto assieme nelle sue diverse tenere stuzzicanti ed intime fasi senza pillole che rendono la donna un essere AMORFO”.

 

So quanto le affermazioni di Eleonora vadano contro la mentalità corrente, quella che ormai da decenni identifica nella pillola la liberazione sessuale ed esistenziale della donna, lo strumento della sua emancipazione. Eppure a scrivere è una donna ed è un medico, e, per quanto la conosco, vi assicuro che non è per nulla legata a visioni ideologiche o politiche di parte: cerca solamente di analizzare la propria esperienza di donna, che sta, a più di trent’anni, riscoprendo il pieno e gratificante rapporto con il proprio corpo e con la propria femminilità. Si è resa conto lei direttamente, sulla propria pelle, quanto l’uso della pillola la “depersonalizzasse”, soffocando il suo femminile, il piacere stesso di amare, il piacere di essere donna in un corpo di donna, nella poliedrica ricchezza della ciclicità.

Sarebbe bello che i medici e, più specificamente, i ginecologi tenessero conto di testimonianze come questa prima di prescrivere la somministrazione della pillola per anni, magari a ragazzine o a giovani donne, che hanno tutto il diritto di cominciare a conoscere e a vivere la complessità straordinaria della ciclicità del proprio femminile.

In particolare – come l’esperienza clinica mi spinge a notare – medici e ginecologi ignorano quanto danno possa fare la prescrizione di estro-progestinici in donne che non abbiano elaborato adeguatamente il rapporto con il femminile e soprattutto con la figura materna. Si soffocano e si impedisono l’emergenza e la elaborazione strutturante di sintomi che, se ascoltati quali preziosi segnali, porterebbero quella donna a cercare di sbloccare e strutturare a pieno la propria personalità. Si mantiene inchiodata l’evoluzione psicologica della persona, impedendo alla donna l’accesso pieno alla corporeità, alla femminilità, all’amore. In nome di una più libera sessualità genitale si blocca l’evoluzione della piena sessualità femminile, che non si può certo ridurre alla genitalità né si può pensare come appiattita e privata della prodigiosa ricchezza delle mille sfumature racchiuse nella piena fruizione della ciclicità. Se si nega alla donna questa sua ricchezza, ogni “fruizione della sessualità” finisce con l’essere ridotta a routine, a un “fare” incapace di attingere l’anima e la relazione interpersonale, sempre più superficiale e vuoto di senso, che prima o dopo diventa noioso, insoddisfacente, inutile soprattutto per la complessa interiorità femminile.

Appiattendo e, come dice Eleonora, “depersonalizzando” la donna, si diventa inoltre complici di un maschile immobile, infantile o adolescenziale, incapace di crescere e di rapportarsi in modo più adulto, creativo e ricco con la donna e con la sua caleidoscopica complessità. E, ancora più radicalmente, si uccide l’amore.

 

Il Piccolo Corvo, ovvero come lasciare morire il padre e la madre

Il presente racconto è di un lettore amico di questo blog. Vi si narra un evento clou dell’esistenza dell’autore: quando, liberandosi dei fantasmi dei genitori, è nato totalmente a sé stesso e alla propria vita.

Ci ritrovammo tutti e quattro, attoniti, davanti a quel vecchio armadio, nella vecchia casa di famiglia alla quale eravamo ormai estranei, eppure ancora intimamente connessi.

Vito e Teresa, i nostri genitori, morti da pochi mesi. Noi da sempre  lontani.

Il vecchio armadio in stile barocco, comprato dai genitori di Teresa alle sue nozze, ermeticamente chiuso. Piuttosto malconcio, ma che Vito aveva strenuamente difeso dalle ansie di rinnovamento di Teresa. Dentro, i vestiti che non avevano seguito i padroni ma che pure testimoniavano, con la loro presenza,  che gli avevano coperto le nudità e che, oramai, nulla avevano più da coprire.

Nicla decise di aprire la porta e un’ondata di odori, umori, ricordi ci investì tutti.

Non ce lo aspettavamo.

E’ bizzarro come un odore o un sapore ci possa accompagnare tutta una vita. Quelli dell’infanzia non ci lasciano più, come l’odore del banco di legno della prima classe o la minestra dell’asilo.

Io, continuo, a ordinare il chinotto. Lo stesso chinotto che bevevo, da piccolo, al bar dei sottufficiali quando andavo la mattina al mare. Ne sento ogni volta il gusto che tende all’amaro ed inevitabilmente rivivo la solitudine di quelle giornate assolate .

L’odore di mia madre, il suo profumo, lo percepii immediatamente, quasi confuso a quello di mio padre e si mescolarono insieme. I due non si erano amati o non seppero mai amarsi ma i loro odori, in quel vecchio armadio, si erano finalmente sposati  e la combinazione era un magnifico, travolgente, odore di casa.

Fu in quell’occasione che mi venne in mente un episodio lontano.

Abitavo in un condominio della periferia che si affacciava sulla campagna, una distesa di ulivi e case contadine.

Era una domenica mattina di autunno e dal mio balcone vidi vagare nella campagna un ometto piccolo, vestito di nero, curvo,  con una cartella scura che ciondolava da un braccio.

Sembrava un personaggio dei miei fumetti, un piccolo corvo inquieto che cercava un posto tranquillo.

A un tratto si fermò, piegò la testa sulla cartella, la rovesciò per terra e mille coriandoli scapparono via. Con le mani li mise tutti insieme, ne fece un mucchietto e gli dette fuoco.

Il piccolo corvo piangeva, lo sentivo singhiozzare. Muoveva la testa sui suoi coriandoli che bruciavano.

Andò via, la cartella leggera, il passo lento, scomparve…..

Scesi di casa e corsi a vedere cosa rimaneva di quel mucchietto che fumava ancora: lettere, foto bruciacchiate di donne, bambini, piccoli brandelli di indumenti.

Il piccolo corvo aveva bruciato i suoi ricordi, i suoi morti erano diventati cenere e  fumo che finalmente andavano felici in cielo.

Addio Teresa e Vito.

 

 quando in una coppia si parla troppo

di solito si comunica troppo poco

bacio te

bacio il tuo bacio

bacio l’irraggiungibile te