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1 agosto 2008

Le condizioni di una psicoterapia

Perché una psicoterapia abbia inizio o prosegua, è necessaria la presenza di determinate condizioni terapeutiche, Il codice deontologico che vincola l’esercizio della professione sia di psicologo che di psicoterapeuta dice per esempio che soltanto uno psicoterapeuta può fare psicoterapia, per cui un semplice psicologo non ha le condizioni per poterla fare. Sempre il codice deontologico – altro esempio – stabilisce che lo psicoterapeuta non possa fare terapia con persone a lui vicine, che gli siano parenti o amici o che siano legate a lui da rapporti affettivi o sessuali. In questo il nostro codice deontologico mi pare più corretto ancora di quello dei medici – e quindi degli psichiatri o degli psicoterapeuti medici – che non pone divieti in tale senso, con evidente apertura di possibili gravi situazioni di conflitto emotivo, affettivo, sessuale.

Le stesse metodologie applicate pongono di fatto dei precisi vincoli e delle ben determinate condizioni. Per esempio un metodo che si rivolga a patologie di area nevrotica non permette la presa in carico di patologie di area psicotica (anoressie, bulimie, psicosi, schizofrenie, disturbi deliranti o dissociativi in genere) o di area borderline (i cosiddetti disturbi di personalità). Non a caso la metodologia sistemica, che è il mio metodo di riferimento principale, pone come condizione della terapia che il sistema delle relazioni familiari in gioco offra una sia pur minima capacità di cambiamento: se si verifica che lo “stallo” di coppia (vedi il post del 25 luglio in questa stessa pagina) o la rigidità del sistema o la debolezza delle relazioni in gioco sono troppo forti, non ci sono le condizioni per proseguire la terapia.

Mi parrebbe poi utilissimo porre come condizione di una presa in carico la presenza di un’unica azione terapeutica. Se, mentre uno guida, un altro mette le mani sul volante, l’auto finisce fuori strada. Certo, ci può essere la convergenza di più azioni terapeutiche, ma a condizioni che 1) lo si sappia, 2) le diverse azioni siano tra loro compatibili e, quindi, coordinabili e coordinate, 3) il coordinamento e la decisione ultima competano alla responsabilità di un unico e ben definito soggetto (o individuale o collegiale). Per esempio, ritengo, che la psicoterapia psicofarmacologica e quella sistemica – siano tra loro incompatibili nel loro più profondo fondamento epistemologico (la prima parte da ipotesi scientifiche organicistiche, la seconda da ipotesi scientifiche relazionali), antropologico (alla loro base hanno due concezioni di uomo profondamente diverse tra loro) e clinico (l’una interviene sui sintomi e li combatte, l’altra intervenendo sulle cause ascolta i sintomi, li legge e li interpreta).

Ci sono poi condizioni terapeutiche legate alle caratteristiche e alla situazione dello psicoterapeuta e del suo studio. La prima è quella della disponibilità di tempo e di energie: un’agenda già colma non permette ulteriori prese in carico; una patologia troppo grave o troppo lontana dalla competenza abituale del terapeuta può costituire una sovrapposizione di impegno non praticabile in quel momento. La presenza poi di altre terapie in corso non permette la presa in carico di terapie che potrebbero interferire con le prime o sovrapporsi a esse.

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