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Perché ci sono i kamikaze? Analisi psicologica del kamikaze

Rispondo qui alla lettera di Daniela dell’8 settembre, che mi chiede perché ci sono i kamikaze.

 

Il pensiero magico è il modo di vedere e di essere il mondo tipico della prima infanzia. Tutto è possibile: mamma  papà sono onnipotenti;e se il rapporto con l’onnipotenza del genitore è adeguato, allora per il bambino volere e potere sono una cosa sola; così pure essere e pensare. Allora l’orizzonte dell’essere si spalanca totale di fronte al bambino; è presenza immediata, nitida, a portata di mano; fa tutt’uno con il suo sguardo e con il suo stupore; è stupore vivente.

Al fondo di ogni atto, che in qualche modo vuole essere assoluto, c’è sempre – più o meno inconscio – il riaffiorare del pensiero magico. Che ciò avvenga nella dimensione sapiente dell’arte o in quella tragica della follia oppure in quella più consueta del sogno o del gioco fantastico, dipende dal tipo di regressione in atto. L’artista gioca con la regressione, ne conosce i sentieri, li percorre senza smarrirsi. Allora il sentiero può essere sì faticoso, ma non è mai spaesante d’angoscia; è invece vivo di libertà e verità, gravido di stupore e di simbolo. Il folle non gestisce la regressione, ma ne è travolto; non gioca, ma è giocato. Chi sogna o chi gioca con la fantasia, lascia la regressione nel confine di un dormiveglia o in quello di una regola ludica.

In quanto toccano i confini dell’assoluto, ogni atto di omicidio e di suicidio e – a maggiore ragione – ogni atto di omicidio-suicidio sono figli del pensiero magico. Anche se qualcuno si illude che possano esserlo, l’omicidio e il suicidio non sono mai atti solo strumentali. Sono sempre atti abitati più o meno inconsciamente dall’assoluto. Chi uccide, sotto sotto possiede la sua vittima. Così pure, chi si uccide, intende possedere per sempre sé stesso, non perdersi mai. Il tempo del pensiero magico, del resto, è presente totale, assoluto, che ferma in sé la storia, la paralizza, la imbalsama.

Di fronte alla innamorata che lo respinge, l’omicida – uccidendola – nega in un colpo solo sia la propria impotenza sia il rifiuto subito; rende assoluto il possesso, lo preserva da ogni futura impotenza e da ogni possibile rifiuto. Uccidendo poi sé stesso, compie la magia totale: possiede sé stesso in modo irreversibile, in un modo che nessuno potrà più rimettere in gioco; ma soprattutto possiede l’assoluta onnipotenza del proprio amare, così che l’omicidio-suicidio sia un coito assoluto, a propria volta irreversibile e innegabile, eterno. A modo suo, l’azione di omicidio-suicidio passionale è un capolavoro di follia; per questo può avere in sé un fascino perverso, può costituire un vortice d’attrazione al limite dell’ammirazione. Non a caso, in alcuni episodi nei quali anche la vittima è folle quanto il suo carnefice, stupiscono la scarsa reazione o, perfino, la tacita acquiescenza di chi viene ucciso (come se sotto sotto si cercasse l’uccisione).

Nel caso dell’omicidio-suicidio politico o religioso o ideologico (o tutte e tre le cose insieme), la dinamica è, di fatto, la stessa di quello passionale. Con queste differenze:

1.    in gioco c’è non il possesso di una persona amata, ma dell’intero gruppo o popolo nemico;

2.    in gioco c’è non il possesso di un Sé individuale, ma di un Sé più ampio o – meglio – più sfumato, nel quale e con il quale ci si identifica (il gruppo politico o religioso o ideologico di appartenenza reale o presunta);

3.    in gioco c’è non un amore che si desidera eternare, ma un odio che, a propria volta, deve essere eterno.

Al di qua delle differenze non può certo sfuggire la componente erotica di questo omicidio-suicidio. Ben si sa quanto l’odio sia il rovescio della medaglia dell’amore: entrambi vivono del coinvolgimento assoluto delle emozioni, degli affetti, del respiro, dei pensieri; facilmente l’uno sfocia nell’altro, l’uno è l’altro (come ben ricorda Catullo).

Che poi l’odio-amore abbia come proprio oggetto non una persona, ma un gruppo o un popolo di nemici, può essere frutto di una sublimazione della propria incapacità individuale e/o sociale e/o culturale di amare; un Romeo mancato può ergersi a eroe e martire di una causa politica, religiosa, ideologica. Chi si uccide per uccidere il nemico, non a caso appartiene di solito a gruppi, società, popoli, culture, che in modo assoluto o, come si suole dire, integralistico affermano la totale prevalenza della “causa” sull’amore. Per l’integralista islamico il rapporto Allah-uomo prevale nettamente – in assoluta “sottomissione” (è questo il significato della parola Islam, anche se in verità si rifà a una parola che indica pace, alle tre consonanti che indicano il saluto di chi è in pace e porta la pace) – sul rapporto uomo-donna (donna viene sempre dopo il trattino, che come un burka la isola); per il terrorista degli anni di piombo, che, per uccidere, rischiava di morire, l’amore romantico era una “degenerazione borghese”; parimenti per il bombarolo fascista, che a propria volta, rischiava la morte, il rapporto uomo-donna era letto nei margini di una tragica svalutazione maschilista, che dissocia la donna nel bivio madonna-prostituta. Che lo voglia o meno, che se ne accorga o meno, chi mette in secondo piano l’amore tra l’uomo e la donna, finisce sempre per erotizzare ciò che mette in primo piano; non può fare a meno di erotizzarlo, in una tragica nemesi che segna di sé tutte le impotenze.

Il kamikaze è, prima di tutto, impotente nei confronti del proprio Sé. per questo ha bisogno di proiettarlo e di identificarlo in un Sé più ampio. È un modo di sfuggire a sé stessi e, al tempo stesso, è l’alibi di questa fuga impotente dalla identità del proprio Sé. Del resto come può identificarsi chi non sa amare, chi ha bisogno di amare una “causa”?

Oggi il mondo islamico sta vivendo una tremenda fase di trasformazione culturale, linguistica, sociale (lo vedremo bene nel post di domani, che analizzerà il rapporto tra terrorismo e integralismo). Soprattutto il rapporto tra l’uomo e la donna e tra la donna e l’uomo, tra il maschio e la femmina e tra la femmina e il maschio, è al centro di questa trasformazione. In gioco ci sono la morte di un mondo e le angosce anche dissocianti e regressive di molti individui. Che la difficoltà sia enorme è fuori discussione. Che ci siano casi di omicidio-suicidio lo è un po’ meno.

Kamikaze è parola giapponese, significa “vento divino”: come nel 1281 una provvidenziale tempesta, proprio quale vento divino, protesse il Giappone dalla invasione della flotta del Kublai Khan, difendendone l’insularità, così durante la II guerra mondiale i piloti che con il loro aereo si buttavano contro le navi nemiche, intendevano difendere di nuovo il loro paese.

Come si vede, fin dal termine usato, l’azione dell’omicidio-suicidio è sempre una dinamica difensiva, insulare, che nasce dall’angoscia della invasione e della perdita, dallo spaesamento di una trasformazione che viene vissuta come possibilità di una morte assoluta, totale. Di qui l’evento regressivo al pensiero magico, al bisogno infantile di essere e restare bambini onnipotenti che vogliono sconfiggere lupi e draghi, senza essere mai cresciuti e senza avere mai conosciuto l’amore.

 

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