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Ricordo qui, per esempio, di come si accede alla dimensione del simbolico e, in essa, alla attivazione della coscienza simbolica, la vicenda terapeutica di Enrico, un bimbetto di 6 anni, che da un lato, con ripetuti gesti di forte e distruttiva aggressività autolesionistica, si riempiva il viso e il corpo di dolorosi e profondi graffi, dall’altro presentava altresì difficoltà relazionali a scuola con i compagni e a casa con la sorella più piccola, il che lo rendeva solo e lo chiudeva in un mondo abitato da fantasie di “scheletri” e “mostri con due teste” (“una buona e l’altra cattiva”) terribili e minacciosi che gli rendevano molto difficile il sonno e che all’inizio, a tratti, egli descriveva come presenze reali.

Enrico era figlio di una coppia altamente problematica: il padre Matteo soffriva di un grave disturbo narcisistico della personalità, che lo rendeva incapace di ogni reale relazione e di ogni vera empatia; la madre Lucia presentava una rilevante fragilità dell’Io e dell’autostima, che – nei confronti del marito – non le permetteva di accorgersi né delle carenze relazionali di Matteo né della sua mancanza di vero affetto ed empatia per lei, e – nei confronti di Enrico – la rendeva madre poco contenente, molto discontinua nella presenza, incapace di adeguata conferma della evoluzione del figlio e delle sue acquisizioni e conquiste.

Come faccio in questi casi, procedetti a un intervento in parallelo sulla madre e sul figlio (il padre, come quasi sempre capita alle personalità gravemente disturbate nel narcisismo, rifiutò l’accesso al confronto terapeutico con la moglie, teso solamente a svalutarla con relazioni extraconiugali tanto ambigue e promiscue quanto esibite; lasciò la moglie e tornò ad abitare con i vecchi genitori gratificato dal loro compatimento).

Con la madre Lucia procedetti a sedute individuali, tese da una parte al rafforzamento dell’Io e alla fondazione di un’autostima adeguata, dall’altra parte al miglioramento della relazione con Enrico, sulla scorta di quanto in parallelo si stava facendo con il bambino, così da abilitare la madre a non ostacolare e, se possibile, continuare a casa l’intervento in atto sul bambino.

 

Con Enrico difatti si procedette a una nutrita serie di sedute di psicomotricità terapeutica, che contemporaneamente lavorarono sul contenimento del bambino e sulla possibilità di esprimere ed, esprimendo, strutturare e integrare la sua aggressività e la sua distruttività.

Poco alla volta la distruttività di Enrico si trasformò in azione costruttiva: da sedute quasi totalmente caratterizzate dall’abbattimento dei mostri a due teste (i cubotti di gommapiuma sovrapposti erano per lui i mostri a due teste da abbattere e distruggere)1 e da esercizi di difficili equilibrismi e salti tra i cubotti2 passò a sedute in cui si faceva sempre più presente il bisogno di costruire con i cubotti grandi edifici e anche, più tardi, una sua casa (che rappresentava ai nostri occhi il primo accesso di Enrico alla identificazione positiva e abitabile del proprio Sé).

Contemporaneamente Enrico, che aveva del tutto smesso di parlare dei mostri a due teste come di presenze reali e che ben presto non si graffiò più e cominciò a stare più felicemente con i compagni a scuola e con la sorella a casa, si lasciò sempre più avvicinare dalla psicomotricista, che all’inizio teneva a distanza e colpiva con le stesse palline e con gli stessi cubi con cui colpiva i mostri a due teste. Più avanti si affidò alla psicomotricista, la quale mai aveva smesso di confermarlo nella sua forza e abilità, lasciandosi contenere e massaggiare da lei, cosa questa che gli permise di cominciare a strutturare e a definire le parti del suo corpo come parti di un intero. È interessante, al proposito, notare come Enrico giunse a chiedere il contatto fisico del massaggio: come la necessaria ricarica di cui aveva bisogno per continuare l’abbattimento dei mostri a due teste.

Quando il Sé corporeo di Enrico fu sufficientemente contenuto, confermato e strutturato, il bambino poté finalmente accedere alla dimensione del simbolico: durante la quattordicesima seduta, dopo la solita ma sempre più limitata azione iniziale di abbattimento dei cubotti, Enrico chiede di essere massaggiato per recuperare l’energia spesa nell’abbattimento e, quando attraverso il massaggio il suo bisogno di contenimento del Sé corporeo è appagato, Enrico per la prima volta usa l’espressione “facciamo finta di …” e propone di fare il gioco del bowling utilizzando i legnetti e le palline presenti; poco dopo, a ulteriore conferma dell’acquisizione della dimensione del simbolico, nella fase finale della seduta, Enrico accetta addirittura, per la prima volta, un piano di gioco simbolico suggerito dalla psicomotricista (la quale sfrutta abilmente il casuale ricadere sulla testa del bambino di un telo lanciato in aria da Enrico e dice: “ma qui c’è un fantasma!”) e, dopo un’esitazione (“non dire stupidate, io non sono un fantasma”), sorprendentemente si affida al progetto di gioco della psicomotricista e, con risate felici, accetta di giocare impersonando il fantasma.

 

Che cosa era avvenuto? Attraverso il progressivo consolidarsi di un Sé corporeo finalmente contenuto e confermato come insieme armonico di parti, Enrico aveva potuto accedere alla acquisizione del simbolico: ora, grazie a un Sé corporeo più solido, il bambino «sapeva»3 che non si perdeva se nel gioco si poneva in un ruolo o in un personaggio diversi da quelli che egli si sentiva di essere; «sapeva» che egli rimaneva comunque sé stesso: il ruolo poteva cambiare proprio perché l’identità del Sé non veniva perduta, anzi più il gioco del cambio del ruolo procedeva più l’identità, restando pienamente fedele a sé stessa, veniva confermata dalla e nella sua capacità di agire scegliendo e di scegliere agendo.

 

L’evoluzione terapeutica di Enrico ci insegna come solo la presenza di un Sé adeguatamente contenuto, confermato e strutturato permette sia l’affidarsi all’altra persona, sia la messa in gioco di sé stessi, in una ricerca sempre nuova e più ricca della propria identità. Lasciarsi non significa perdersi, ma significa potersi sempre più ritrovare e identificare. Rinviare ad altro rispetto a sé è, ora, potersi ritrovare in modo nuovo in sé stessi. Se un bambino di sei anni costituisce e attiva queste strutture, potrà da grande, nell’incontro con la relazione d’amore e nell’esperienza della grande notte, assaporare il gusto pieno dei gesti e del letto d’amore.

 

 

1 L’abbattimento e la distruzione dei mostri a due teste avveniva attraverso il lancio di palline o di cubi più piccoli; solo più tardi Enrico poté sentirsi in grado di abbatterli lui stesso, attraverso quel contatto corporeo diretto che all’inizio la mancanza di un Sé corporeo adeguato gli rendeva impossibile.

2 Agli occhi miei e della psicomotricista queste sue evoluzioni rappresentavano il suo difficile e acrobatico muoversi tra la instabilità a tratti quasi schizoide dei genitori e il suo bisogno di vita e di affermazione di sé, tanto che tra noi lo definimmo “l’acrobata della disperazione e della sopravvivenza”.

3 Per bene comprendere il senso di questo «sapere», vedi l’Appendice precedente e tutta la Sezione Seconda.

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