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21 agosto 2008

Strage familiare a Salsomaggiore

 

“Strage a Salsomaggiore: uccide moglie e figlia e poi si spara”. Quando leggo o sento di questi tragici fatti familiari mi stupisco di due cose:

1.   che ne succedano tutto sommato così pochi;

2.   che la stampa scritta o televisiva li presenti quasi sempre come frutto di “raptus improvvisi” o “imprevedibili”.

 

Quanto al punto 1., l’esperienza clinica mi dice che sono tantissimi i casi di questo tipo. Senza una psicoterapia adeguata o con una terapia solo farmacologia non possono che peggiorare e, prima o poi, esplodere. La psicoterapia sistemica o come si usa dire, “familiare” è – a mio avviso – l’unica che possa non soltanto guarire situazioni di questo tipo, ma individuarne con anticipo di anni le dinamiche e il potenziale esplosivo. Quindi non solo i fatti non sono imprevedibili; ma sono possibili con larghissimo margine, ripeto, di anni sia la prognosi relazionale, sia la prevenzione, sia la cura.

 

Un evento depressivo, come quello che è alla base di quanto è successo a Salsomaggiore, non può né deve – a mio avviso – essere curato come problema solo dell’individuo; se prima non si affronta il gioco familiare da cui la depressione esce e sulla quale si afferma e costruisce poi il proprio decorso, non si ottengono risultati veri. Al limite si attenuano temporaneamente i sintomi, senza sfiorarne le cause. Senza intervenire sul sistema familiare con una adeguata terapia, la cura psico-farmacologica oggi di solito praticata (basata cioè su antidepressivi cosiddetti “serotoninici”, in particolare quelli aventi come principio attivo la fluoxetina)  risulta non solo inutile, ma rischia di essere fattore scatenante: rendendo molto più alte le vette maniacali del flusso dell’umore e molto più basse quelle depressive, rischia di produrre gravissimi scompensi, che possono portare da un lato a esplosioni omicide e dall’altro a implosioni suicide. Difatti, senza un intervento terapeutico sul sistema familiare, ogni altro intervento e in particolare quello psico-farmacologico non può non essere percepito come minaccioso dal sistema e dalle sua dinamiche patogene, il che non può non esasperarle, trasformando il lamento in urlo omicida o in sordità suicida.

 

Quanto al punto 2., ritengo grave l’ignoranza con la quale i giornalisti affrontano fatti di questo genere. Rarissimo che la stampa parli di psicoterapia, in particolare di quella sistemica o familiare, Mi chiedo che idea paleolitica abbiano i giornalisti del disturbo mentale e delle figure a esso preposte dalla legge italiana. Da parte loro, i direttori e i caporedattori chi inviano per la cronaca e con quale criterio affidano il commento di questi fatti? Che poi – di regola – ci si limiti a ricorrere all’intervista di qualche dotto specialista di nome, troppo spesso nasconde, in chi intervista, il buio assoluto della conoscenza di ciò di cui si dà notizia. L’intervista non è quasi mai una vera interrogazione del problema e dei responsabili, ma di solito è un passivo pendere dalla labbra più o meno sapienti e famose dell’intervistato; pare proprio che  l’unica volontà sia quella di chiudere lì la cosa, senza darle quel seguito di indagine e di ricerca della verità, che dovrebbe invece essere l’anima e il motore del buon giornalismo. Né i lettori paiono chiedere di più, visto che i giornali continuano a vendere (o a non vendere) come prima.

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