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La cacca e la pelle

Pubblico qui dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore una parte del capitoletto 1.5.2.2. – La cacca e la pelle.

 

I gesti che la mamma compie (o non compie) nei confronti del bambino lì sul fasciatoio da un lato contengono (o non contengono) e dall’altro superano (o non superano) l’arcaica immensa paura del bambino di perdersi perdendo le proprie feci. Tutto il rito dell’accudimento del bambino lì sul fasciatoio, in questa ottica, è un gesto di magico esorcismo dall’inferno angosciante dello svuotamento e della perdita del Sé. È rassicurazione dall’angoscia e al tempo stesso conferma del Sé del bambino come di un Sé che non si perde, ma che rimane e che, anzi, è e diventa più bello ancora.

Senza saperlo, la mamma dà (o non dà) proprio questo messaggio al bambino lì sul fasciatoio: “sei sempre tu il mio bellissimo bambino. Facendo la cacca ed essendone pulito via non ti sei perduto, sei ancora più bello”. A dare (o non dare) questo messaggio è (o non è) tutta quella danza di carezze, piccoli pizzicotti, solletichi, piccoli baci che la mamma dà al corpo-anima del bambino, attraverso quella pelle che proprio qui sul fasciatoio viene attivata, costituita e strutturata come evento relazionale dell’incontro e del rapporto con l’alterità delle presenze altre da sé, come luogo del sentire e dell’essere sentito, come confine di sé e del proprio corpo, come orizzonte della pre-senza1.

Già durante il parto, a contatto con la vagina, che, contenendolo, lo orientava alla vita, il bambino si era avvertito come pelle, aveva cominciato a comprendere che cosa significa il contatto, la stretta, una stretta dinamica, che ti tiene muovendosi su di te. Era stato attivato il tatto, in tutta la sua iniziale natura di passivo essere toccato (non a caso la parola tatto è originariamente un participio passato e significa originariamente e propriamente essere toccato): la vagina muovendosi sul corpo del bambino lo fa percepire appunto come un essere toccato, un dinamico essere toccato, e in questo modo gli dà il senso del tatto, gli attiva il tatto, lo fa percepire a sé stesso come tatto. Ogni futuro essere toccato e, di converso, ogni futuro toccare sarà abitato2 dall’imprinting di quel primo essere tatto, che è l’abbraccio della vagina nel parto e al tempo stesso rinvierà come suo simbolo a quel primo essere tatto. L’originario con-tatto della e con la vagine viene ora ripreso dall’essere tatto sul fasciatoio, dal rituale di carezze e tocchi che caratterizza il fasciatoio e che in modo nuovo e decisivo attiva, costituisce e struttura la pelle.

Il corpo, l’essere corporeità, il corpo-anima dopo l’era amniotica, si costituisce come essere tatto; di qui l’arcaico fascino e potere delle carezze, la loro arcaica e rassicurante seduzione. Come siamo carezzati, così siamo corpo e anima3.

Anche nel liquido amniotico il bambino era pelle, perché anche lì era toccato dal liquido amniotico o addirittura, pur restando nel liquido amniotico, toccava egli stesso le pareti dell’utero. Ma era una pelle liquida, quasi inconsistente, che solo dopo si può ricordare di avere avuto, solo dopo, integrando l’esperienza di quella pelle amniotica con quella della pelle attivata dalla stretta dinamica della vagina nel parto e ora con quella della pelle attivata lì sul fasciatoio4.

 

 

1 Pagine molto belle sulla pelle ha scritto Didier Anzieu in L’Io pelle, Borla, Roma, 1987 (Le Moi-peau, Bordas, Paris, 1985).

2 Purtroppo si tratta di un vissuto per lo più molto profondo e del tutto inconscio.

3 Forse proprio di qui viene l’espressione “mi hai toccato l’anima”.

4 Sono dunque tre le attivazioni della pelle nell’accudimento: quella amniotica, durante la gravidanza; quella vaginale durante il parto; quella tattile sul fasciatoio.

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