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A scuola, attenti agli allievi troppo bravi!

 

“Attenti a quelli troppo bravi”, dico spesso agli insegnanti, soprattutto delle superiori. Di solito mi guardano tra lo stupito e il perplesso; sono già così preoccupati a tenere a bada gli indisciplinati, ad arginare i bulli, a motivare i fannulloni. “Ci manca pure che dobbiamo preoccuparci di quelli bravi”, paiono dirmi con quelle loro pupille pedagogicamente destabilizzate. Se non fosse che si fidano di me, penserebbero a un mio lapsus. Del resto anche le famiglie e la mentalità corrente pensano che essere bravo a scuola equivalga a essere sano di mente.

Ma, appena li fai ragionare e fai loro guardare i fatti, ti danno ragione.

Per esempio, le allieve anoressiche sono regolarmente le prime della classe, difficilmente prendono voti bassi alla maturità, non di rado ottengono il risultato massimo. Eppure l’anoressia (sia quella restrittiva che quella bulimica) è patologia gravissima di area psicotica.

Così pure – altro esempio – gli allievi con disturbo ossessivo-compulsivo sono di frequente molto bravi e ottengono risultati più che apprezzabili: fanno tutti i compiti in ogni loro particolare; studiano tutte le lezioni, senza tralasciare neppure la più piccola delle note in fondo al testo; guai se perdono un appunto, una frase, una lezione. Eppure i disturbi di personalità sono patologie massicciamente pervasive, che riguardano in modo grave la strutturazione dell’intera personalità dell’individuo.

Alcune patologie psichiche trovano proprio nell’impegno e nella riuscita scolastici il terreno, lo strumento e l’alibi ideali: permettono a quell’allievo di evitare l’impatto con la vita e con il mondo, il confronto con gli altri, con il proprio corpo, con la sessualità. In questi casi la riuscita scolastica diviene una terribile strategia di evitamento della vita e dell’accesso alla dimensione adulta.

Allora la scuola, senza volerlo, si fa complice di queste patologie, ne diviene a propria volta fattore patogeno o quantomeno fattore di amplificazione e di legittimazione della patologia. Aiuta – ripeto, senza volerlo – le famiglie a non vedere e a non affrontare il problema; delegittima – sottolineo, senza volerlo – l’eventuale intervento psicoterapeutico in corso; è come se i genitori, vedendo il figlio andare bene a scuola, fossero legittimati a pensare: “ma che vuole questo terapeuta? Come fa a dire che nostro figlio sta così male, ha così bisogno di aiuto?”.

Dietro la patologia psichica di un adolescente c’è puntualmente una famiglia che, a propria volta, ha bisogno di nascondere dietro la facciata della riuscita scolastica del figlio i propri vuoti profondi e le proprie dinamiche disfunzionali. Spesso la coppia genitoriale ha bisogno di restare tale, perché non sa tornare coppia coniugale, coppia di un uomo e di una donna che si amano e che perciò desiderano davvero e in profondità (non solo a parole) la fine della loro funzione genitoriale. Troppo sovente dietro un bravissimo allievo ci sono un padre o una madre che hanno, loro, bisogno del bel voto del figlio e che sotto sotto lo esigono: si proiettano nel figlio bravo per colmare le loro frustrazioni, i loro bisogni. Usano il figlio, lo espropriano di sé. E la scuola – ribadisco, senza volerlo – si fa terreno e strumento di queste dinamiche così dolorose e – non poche volte – tragiche.

Quando sento di suicidi di allievi e vedo che quasi sempre la causa viene attribuita a eventi scolastici (per esempio una bocciatura, una nota, la prevaricazione del bullo della classe), penso con tristezza a come una attribuzione di questo tipo prima di tutto non colga l’obiettivo vero, in secondo luogo colpevolizzi ingiustamente la scuola, in terzo luogo contribuisca a fornire ulteriori alibi alla famiglia, impedendole di mettersi in discussione, di crescere, di lasciare che il figlio viva la sua vita.

Cari insegnanti e care famiglie, se il vostro allievo e figlio ogni tanto non studia perché vuole ascoltare con gli amici un bellissimo pezzo musicale; oppure se in un bellissimo giorno di settembre impicca scuola perché è innamorato e preferisce andare a parlare con lei o di lei, non preoccupatevi più di tanto; anzi ringraziate il cielo, perché il vostro insegnamento e la vostra genitorialità sono stati in grado di lasciare germogliare nel suo animo l’entusiasmo e l’amore. Se scoprite la cosa, prima abbracciatelo, poi dategli sorriso e fiducia, poi … sarà lui da solo a rimediare e a sapere rimediare.

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One Comment

  1. mmmm…..buono spunto di riflessione….


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