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ogni potere è mantenuto e legittimato da chi lo subisce

Sovente si rivolgono a me mogli e a volte anche mariti gravemente condizionati dal comportamento violento e/o umiliante del coniuge (percosse, tradimenti, furie improvvise, controlli asfissianti, soldi misurati con il bilancino, dipendenze da sostanze, perversioni di vario tipo, tracolli economici, abuso dei figli ecc.). Da povere vittime continuano a lamentarsi, magari dietro apparenti e iniziali ritrosie raccontano per filo e per segno ogni angheria subita. Puntualmente tralasciano di accennare alle possibili ragioni del coniuge cattivo (o “violento” o “traditore” o “pazzo” o “sadico” o “drogato” o “spendaccione” o “maiale” ecc.), di fatto comunicando che è così e basta, senza addurre né cercare una vera ragione del perché è così. Altrettanto puntualmente alla domanda del perché restano con lui (o con lei), rispondono che gli (o le) vogliono bene e che credono nel matrimonio o nella loro “storia” (spesso presentano anche motivazioni religiose e/o morali), ma dicono queste cose quasi impassibili, senza affettività vera, di fatto smentendo ogni affermazione di autentico legame e di vero coinvolgimento amoroso, religioso o morale. Al che, sempre puntualmente, chiedo con chi, oltre a me, si sono lamentate/i o sfogate/i di quanto subiscono; sempre puntualmente, rispondono in queste modo: “per fortuna c’è chi mi capisce, c’è chi mi ascolta quando mi sfogo, sempre, ogni volta”. La persona cui si riferiscono è la seguente:

• le mogli indicano di solito o la madre o la figlia o la sorella o la cognata o l’amica (è rarissimo che escano dalla rosa, tutta femminile, di queste 5 possibili interlocutrici dei loro guai);

• i mariti indicano di solito la segretaria, la cognata, la sorella o l’amante; oppure l’amico del cuore;

Sono indicazioni interessanti, che meritano riflessione:

1. le persone indicate delle mogli sono sempre donne che, anch’esse, hanno – guarda caso – una visione negativa del maschio, per cui l’audience è garantita e la lamentazione può sfociare e fluire in tutta l’ampiezza desiderata; talora viene selezionato come interlocutore anche un confessore, che, però (condizione fondamentale!), aderisca anch’egli alla punteggiatura che la moglie dà del comportamento negativo del marito e del proprio essere vittima (mai – nonostante ce ne siano parecchi – selezionano sacerdoti che le richiamino a un comportamento più attivo, assertivo, responsabile e, soprattutto più disposto a confrontarsi – senza subirle – con la logica e con le ragioni del mondo maschile, uscendo dall’auto-compatimento e dal vittimismo). Di fatto queste mogli non escono mai dal femminile (peraltro un femminile solo remissivo, da vittima predestinata): facendo le vittime e restando vittime, evitano ogni confronto positivo sia con il maschile sia con il proprio femminile. Ottengono poi il loro vero inconscio obiettivo: ricevere attenzione e compassione da una donna. E così restano bambine o donnette per sempre. Perciò, più o meno inconsciamente, da un lato selezionano come compagno un uomo che, prima o poi, le renderà vittime; dall’altro favoriscono (o, sempre in modo più o meno inconscio, istigano) l’accesso del marito a comportamenti criticabili e spesso violenti. Per esempio, non danno una corretta attenzione al marito; non chiedono il suo parere su eventi rilevanti della famiglia; lo mettono regolarmente in secondo piano; qualunque cosa faccia, vedono soltanto aspetti negativi; qualunque cosa dia o porti a casa, non sono mai soddisfatte; regolarmente lo accolgono a casa con atteggiamenti per nulla affettuosi e in tenute del tutto disarmanti (salvo poi lamentarsi che il marito non le guarda mai e arriva a casa tardi, magari dopo lunghe soste al bar o “chissà dove”).

2. le persone indicate dai mariti sono donne in più o meno potenziale conflitto e/o in più o meno consapevole rivalità con la figura femminile della moglie. È come se quest’uomo cercasse attraverso la confidenza dei propri guai di mettere in conflitto tra loro due donne, in tale modo di fatto controllandole e “usandole” entrambe e non comunicando profondamente con nessuna delle due. Della seconda poi (quella con la quale di confida lamentandosi) ottiene un’attenzione sostanzialmente di tipo materno o erotico-terapeutico (“ti aiuto io”, “ti salvo io”, “solo io so capirti, aiutarti, amarti”). Lascia di fatto ogni iniziativa alla donna; di fatto si sottrae da un lato a un vero coinvolgimento sia con la moglie che con l’altra donna, dall’altro a un vero confronto sia con il femminile delle due donne che con il proprio maschile. Anche la figura dell’amico del cuore di fatto risulta ambigua: è una figura tipica del processo evolutivo non tanto del maschio quanto della femmina adolescente (di solito il maschio adolescente ha come suo interlocutore il gruppo, cioè un soggetto plurale); non a caso questo tipo di mariti – a quanto mi dice l’esperienza clinica – sono maschi che non hanno elaborato e superato l’Edipo.

Che dire? L’essere vittima spesso è situazione di stallo evolutivo, che permette di evitare ogni vero impegno di crescita e di confronto profondo sia con l’altro sesso che con il proprio (in particolare con alcuni nodi omosessuali non affrontati e non elaborati). A chi è vittima fa gioco esserlo e rimanerlo, di fatto legittimando e mantenendo il potere di colui del quale ci si lamenta tanto. Fa gioco soprattutto potersi fare compatire e consolare. Fa gioco non vivere l’amore.

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