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Solitamente, nel corso della nostra vita, ci capita, in sostanza, di essere nudi di fronte a tre persone1: da piccoli sul fasciatoio di fronte a nostra madre; sul letto dei nostri amori di fronte alla persona che amiamo; sul letto della nostra morte di fronte a chi ci spoglia dell’ultimo vestito per porci nell’estremo sudario. Del fasciatoio e del letto d’amore parleremo più avanti, con tutta l’ampiezza dovuta, come rilevantissimi luoghi e tempi dell’accudimento, dell’imprinting e del gesto d’amore.

Della nudità nella morte, la nostra cultura parla poco, quasi che anche lì la nudità sia presenza difficile da affrontare. La spoliazione del morto è sempre più ridotta a pratica sbrigativa, delegata ormai quasi del tutto alla velocità funzionale e al mestiere dell’addetto (molto spesso maschio) delle pompe funebri, che silenzioso e professionale procede all’operazione, senza più neppure pensare di potere o dovere chiederne a moglie, madre, figlia o sorella il permesso, l’autorizzazione, la delega (né moglie, madre, figlia o sorella pensano ormai più a quello che a loro spetterebbe e che a loro andrebbe chiesto). A parlarci, poi, della possibilità di un abbraccio alla nudità del morto, sembrano esserci soltanto le ormai bellissime ma culturalmente datate Pietà, che abitano le nostre chiese, quasi a riporre la possibilità di un tale abbraccio nel ghetto di una iconografia solo artistica o mitico-mistico-religiosa o comunque riservata a un Cristo visto, dichiarato e vissuto ormai senza quasi più riscontri con la nostra esperienza di nudità nella morte2. Eppure l’ultimo abbraccio al morto, la sua spoliazione, la pulizia della sua nudità sono sempre stati momenti molto rilevanti per quasi tutte le culture. Eccetto che nella nostra: una cultura senza più abbracci alla nudità del corpo-anima, tanto meno a quella del morto3. Le culture ci hanno detto, per esempio, di come fossero ancora una volta le donne in gruppo o singolarmente (in particolare la sposa o la madre o la sorella o la figlia4) le figure protagoniste di questo evento. L’uomo ne stava fuori. Era come se il letto di morte fosse da un lato l’estremo fasciatoio su cui la donna, in tutta la sua identità di genere, agiva l’estremo accudimento e fosse d’altro lato l’estremo letto d’amore su cui consumare l’ultimo abbraccio d’amore. Anche lì, proprio lì la cultura diceva dunque del convergere tra atto d’accudimento e atto d’amore.

Di fronte all’angoscia della morte l’abbraccio del seno sinistro5, pare essere la risposta più efficace. Il seno sinistro, come questo libro afferma anche altrove6, è il luogo e il tempo della rassicurazione e dell’affermata continuità. In questo senso è davvero significativa e bellissima l’intuizione di Ingmar Bergman in Sussurri e grida.7. Ad Agnese, che, già morta, chiede inutilmente alle due sorelle di essere abbracciata nella sua angoscia di morta ancora chiedente, risponde solo Anna, la serva, con parole che, uniche, parlano tenerissime e ricordano quelle di una madre che abbraccia le paure della sua bambina: “Ci sono io, bambina. Ci sono io accanto a te. E non ti lascerò sola, non ti lascerò sola”. La scena termina con la straordinaria immagine di una maternità-deposizione: Anna accoglie sulla nudità del suo seno sinistro la nudità del corpo-anima di Agnese morta-morente e così la rassicura di fronte all’angoscia della morte, proprio come una mamma rassicura sul seno del suo cuore il bambino che sta per addormentarsi e che, come tutti i bambini prima dell’abbandono al sonno, vive l’angoscia del misterioso confine tra l’addormentarsi e il morire. Bergman coglie e afferma in modo mirabile come il morto sia comunque un morente (la morte non è dunque uno stato, ma una dinamica), che chiede e vuole la rassicurazione dall’angoscia del morire, proprio come il bambino più piccolo chiede la rassicurazione dall’angoscia dell’addormentarsi. Come il bambino prima del sonno, anche il morente vive l’angoscia della perdita del Sé e, perciò, chiede relazione e continuità, chiede un seno su cui abbandonarsi e su cui sentire il battito, che dice che non si è mai soli; il battito, che in-segna che tutto continua, dato che tutto ritorna; il battito, che è apertura che nulla teme perché nulla perde; il battito, che dice che tutto ci attende dato che tutto continua; il battito che dice che il nuovo ci attende, dato che la relazione, che dà al mondo e che è mondo e apertura di infiniti mondi, mai ci abbandona.

Anche alla luce di queste ultime pagine, che ci hanno ricordato quanto nella nudità del corpo-anima convergano tra loro atto d’accudimento e atto d’amore, è ancora più necessario sottolineare la presenza di un forte potenziale connotativo nella significazione del gesto della spoliazione e dell’abbraccio del morto: anche e proprio qui di fronte alla morte, la spoliazione e l’abbraccio della nudità, quando in questa viva il rinvio alla pienezza della nudità del corpo-anima, suggeriscono l’idea di una relazione tra morte e concepimento, tra morte e riaprirsi risorgente del mondo. Quasi a dire che lì su quel letto di morte e nella nudità della e nella morte possano vivere rinvii ad altre presenze e relazioni: quelle che caratterizzano il fasciatoio e il letto d’amore. Allora morire è anche essere partoriti e accolti e accuditi e allattati e puliti dalla angoscia dell’esistere; è anche “venire”8 all’alterità misteriosa e femminile della morte, tanto altra rispetto al Sé, così che il Sé possa abbandonarsi alla morte per essere accudito da lei, generato in lei e da lei a una vita nuova9; è anche eiaculare nell’alterità misteriosa della morte la propria identità più profonda10; è anche ingravidare di Sé l’alterità di quel mistero e il mistero di quell’alterità che è la morte11; è anche concepire un figlio e un mondo nuovi (il proprio Sé rinato e la sua nuova vita). Certo oggi è difficile pensare e ammettere tutto ciò. La nudità del morto, per certi versi più ancora di ogni altra nudità, non viene vissuta come nudità del corpo-anima, è colta sempre meno come gesto (e, meno che meno, come gesto d’amore) e sempre più come cosa irrelata, solamente legata al passato e alla paralisi, di sicuro non come luogo e tempo di una relazione in atto, non come luogo e tempo di apertura al mondo e del mondo.

1 Altre figure, quali il medico o la prostituta, possono avere a che fare con la nostra nudità, ma si tratta di figure non così sostanziali e non così necessariamente presenti all’assoluto della nudità. Soprattutto il medico, ma, a modo suo, anche la prostituta svolgono una funzione, sono in un ruolo, per cui, di fronte a essi, la nudità viene a sua volta, almeno tendenzialmente, data non in sé stessa, non nella radicalità del corpo-anima, ma soltanto in quanto oggetto di quella funzione.

2 Neppure l’abbraccio al morente è ormai possibile. Le sale di rianimazione sono sotto il potere di fatto assoluto delle logiche e delle burocrazie mediche, hanno orari e regole che – con assurdo e indiscusso (anche indiscutibile?) arbitrio – rendono, troppo spesso, quasi del tutto impossibile ogni vero ed efficace abbraccio del morente e al morente. Se si pensa al profondissimo vissuto d’angoscia che il morente sta vivendo, emerge l’estrema micidiale assurda violenza di questo stato di cose, che solo l’occidente permette. Vige troppo spesso e troppo assolutisticamente la logica che solo il dato medico (legato peraltro quasi unicamente ai parametri e ai display delle macchine e degli strumenti) è importante e decisivo. Se si “concede” l’abbraccio, solitamente la concessione è data quando è troppo tardi e per “soddisfare” il bisogno di chi abbraccia, non per rispondere al reale bisogno di chi è abbracciato. Se, come penso e so, ogni morente, qualsiasi sia il suo “stato di coscienza” (e gli ultimi a poterne decidere il livello e l’esistenza sono e dovrebbero essere il medico e la competenza medica), vive e sa l’angoscia del morire, lì, più che mai e come al più tenero e indifeso dei neonati, è necessario il contenimento dell’abbraccio materno e strutturante di una donna. Non permetterlo significa condannare alla regressione psicotica più tremenda e spaventosa. Se si pensa che tale stato di cose è legato al fine medico di “curare” il morente, la cosa appare ancora più allucinante, priva di ogni senso, micidiale. Mi chiedo quanto di quelle ore o giorni in più “garantiti” al morente dall’intervento e dalla strumentazione medici siano davvero addebitabili a questo intervento e a questa strumentazione, e non siano invece il prodotto spaventoso della resistenza psicotica a cui il morente è condannato. Difatti, come mi insegna l’esperienza psicoterapeutica, lo psicotico muore con lentissima, terribile, tremenda fatica, impossibilitato come è all’abbandono e tanto più arroccato al proprio Sé quanto più questo Sé è dissociato da ogni altro contenuto che non sia la propria incontenibile angoscia. Se poi si pensa che lo stato psicotico, di cui io qui sto parlando, è prodotto dalla logica medica, le cose si mostrano ancora più violente e assurde. È ora di smetterla. Non si può condannare alla psicosi chi sta morendo! Basta!

3 Che io conosca, l’unico artista contemporaneo e vivente, che sappia dire dell’uomo d’oggi come di una nudità morta e senza abbraccio, è Gianni Bolis di Calolziocorte (Lecco), pittore tanto ricco quanto umilmente discreto e quasi del tutto inconsapevole del proprio genio. Dipinge spesso Pietà, ma altrettanto spesso il Cristo delle sue Pietà è lì, metallico e non sorretto dalla madre, senza alcun appoggio, senza neppure il vincolo della gravità che almeno lo adagi alla pietà della terra. La madre, senza braccia e quasi macchia di sfondo, pare solo la presenza di una lontananza, un accenno vago e disperante, incapace di abbraccio e di contenimento.

4 In Maria, che dopo la deposizione nella pietà sa abbracciare Gesù, convivono da un lato la sposa e la madre di Dio, dall’altro la madre (nuova Eva), la figlia, la sorella e la sposa dell’umanità (accoglie in sé, con implosiva pienezza e pregnanza, ogni umanità).

5 Si può dire che la donna e il suo abbraccio al moribondo con il seno sinistro sono la vagina (cfr. 1.4. Dal coito al parto) della eternità, il primo contatto e abbraccio dell’eternità, il primo luogo dell’eternità, il primo in-tenderla e il primo essere in-tesi da essa, il primo «sapere» di essa.

6 Vedi 1.1.4.4. È presente la possibilità della perdita e 1.2.1.2. La “marea amniotica”.

7 Sussurri e grida, film di Ingmar Bergman del 1972, Svezia, titolo originale Viskningar och rop, con Ingrid Thulin, Liv Ullmann (le due prime sorelle), Harriet Andersson (la sorella che muore), Kari Sylwan (la serva).

8 Sotto questo aspetto, dunque, morire non è più un andare o un andarsene. Venire, al contrario di andare e andarsene, presuppone che ci sia la meta e che ci sia già la relazione con essa, è già parlare dal punto di vista della meta in-tesa e della relazione con essa. Venire è poi il termine che, nel linguaggio comune, indica l’accedere all’orgasmo da parte del maschio, il suo perdersi nella donna abbandonandosi a lei.

9 O, al femminile: è anche accogliere in Sé quel misterioso straniero che è la morte, così da poterlo accudire nel suo essere bambino mai accolto, così da poterlo dare al modo e alla parola. In ciò si può intuire il prodigioso potere della donna, che sa e può perfino accudire la morte fino a ingravidarsene, vincendone il terribile aspetto e dicendone come di un bambino che vuole accoglienza e amore. Sotto questo aspetto, per la donna morire non è uscire dal mondo, ma è fare venire la morte al mondo, dare al mondo e alla parola la sua estraneità strana e straordinariamente straniera.

10 O, al femminile: è anche accogliere il seme della morte nella più profonda identità del Sé, nella ri-conoscenza del Sé che chiede e dà restituzione.

11 O, al femminile: è anche lasciarsi ingravidare dalla morte, darle corpo e vita, farla persona con cui interloquire in una lallazione nuova, in una apertura di linguaggio davvero “novissima” (uso qui il termine in tutta la pregnanza teologica che la dottrina cattolica attribuisce al termine “novissimo”).

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2 Comments

  1. Buonasera.Perchè, secondo lei, tante coppie invece di adottare bambini abbandonati (almeno provarci) mettono al mondo loro figli? Lei non pensa che amare i propri figli sia amare innanzitutto “i figli” e quindi se -stessi, come figli, magari feriti e di conseguenza ogni bambino di questo mondo? Perchè non aprire il proprio cuore all’adozione invece di stigmattizzarsi in un’idea di maternità-paternità possesso dell’altro?

    • Spero nei prossimi giorni di trovare il tempo per rispondere. Il commento di Veronica tocca molti aspetti importanti.


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