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Monthly Archives: ottobre 2008

Che rottura! Uccidiamo Obama, massacriamo gli studenti!

Leggo che qualcuno vuole uccidere Barack Obama. Leggo che un ex Presidente della Repubblica Italiana (povera Repubblica e povera Italia! Chissà cosa è successo in passato!) dice che basterebbe infiltrare nei cortei studenteschi qualche agitatore professionista, per legittimare l’intervento repressivo della Polizia. Ho più volte letto e sentito che si dovrebbe abortire i non “normali”, si dovrebbe sparare ai clandestini, prendere impronte ai bambini Rom. Ho letto che si stanno massacrando popoli interi, per esempio in Amazzonia e in Africa. C’ è chi vorrebbe tornare a meno di 70 ai fa, quando uno Stato, con tanto di burocrazia e di efficienza, bruciava nei forni crematori ebrei, handicappati, omosessuali, zingari. Mi è venuto allora il seguente corsivo.

Quando il diverso è portatore del nuovo, allora fa paura, ancora più paura. Sempre il diverso fa paura, ma – se come spesso accade – è apertamente portatore di novità, allora fa ancora più paura: perché ti obbliga a guardati dentro, a vedere che la prima diversità ce l’hai tu, sei tu, proprio dentro di te, proprio più di te stesso.

Alla propria identità ci si abitua, ci si affeziona, anche quando è una identità di cacca, soprattutto quando è una identità di cacca. È alla propria diversità che non ci si abitua mai, perché la diversità che tu dentro di te sei, quella è una grande, prodigiosa, indefessa rompiballe. Più te ne stai lì tranquillo, più credi di potere stare lì i pace, più lei, proprio allora lei, la tua diversità, ti chiama, ti obbliga ad alzarti, a cercare, a guardare gli altri, a parlare con loro, a crescere, a uscire, a sognare, ad amare. Che rottura!

Quanto bella, ansiolitica, rassicurante è invece la propria immutabile, calda, confortante identità di cacca! Che bello restarci dentro, esserla fino in fondo, imbalsamarti per sempre in lei! Che bella una eterna, divina, immortale identità di cacca!

E invece eccoli lì i diversi. Eccoli lì a obbligarti a fare i conti anche con la tua stessa diversità. Che rottura! Che sovversivi, antipatici, antidemocratici sono i diversi! Non potrebbero starsene anche loro tranquilli e soddisfatti in una bella identità di cacca, bella e democratica come la nostra? Chi glielo fa fare di essere diversi? Chi glielo fa essere di essere diversi? Che brutto vizio hanno! Bisognerebbe farli fuori tutti. Altro che fargli fare il presidente degli Stati Uniti! Altro che farli studiare all’università! Altro che accoglierli, sfamarli, vestirli a Lampedusa! Altro che dare loro il diritto di voto, la cittadinanza! Altro che mandare i loro figli nelle nostre scuole! Altro che concepirli, farli nascere, crescere, lasciar loro fare i cortei, le manifestazioni! Una vera, sana, robusta democrazia, una bella democrazia come la nostra i diversi non li vuole nemmeno all’opposizione. Non è democratico che un diverso stia nella maggioranza, figuriamoci all’opposizione. Difendiamo la nostra democrazia!

Meglio ucciderlo quel negro. Meglio infiltrare qualche bellissimo identico in quei cortei, così da fare scoppiare il casino, così da poterli poi picchiare, massacrare, dando poi a loro la colpa. Geniale! Vecchio come la storia, ma geniale! In fondo a che servono i diversi, se non a dare loro la colpa? La colpa ce l’hanno davvero. Non hanno forse la colpa di farci rischiare di essere anche noi diversi e nuovi, di farci magari perdere la nostra così nostra identità, la nostra così nostra cacca?

 

Annunci

Annunciare la gioia

Ricevuto il più bello e prezioso degli anelli, sfavillante del diamante più puro e prodigioso dell’universo, riuscirebbe mai una fanciulla a tenersi la mano in tasca, nascondendo un tale dono? Non penso proprio. Almeno alle persone più care, alle amiche più vicine al suo cuore mostrerebbe la gioia di tanto gioiello e, soprattutto, il gioiello di tanta gioia, se il dono magari le venisse dalla persona più unica e straordinaria che mai si possa incontrare sotto il sole di questo nostro esistere. L’urgenza di condividere gioia e bellezza sarebbe irresistibile. Come tacere, come non dire al mondo intero? Come non tradurre in annuncio la pienezza di una emozione così incontenibile?

Incontrare l’amore della propria vita, vivere con questa persona il formidabile accadere dell’innamorarsi, decidere di essere casa e Noi per sempre, con un amore “forte come la morte”, volendo generare popoli interi “numerosi come le stelle del cielo e i granelli di sabbia del mare: questo è il gioiello più meraviglioso che la vita possa mai dare – io credo – a una creatura. E allora, se ti capita un tale gioiello, perché tacere, perché, come una fanciulla felice, non andare al mondo e dirgli, urlargli, cantargli che quel gioiello c’è, è lì, sei tu e lei nel vostro amore? Voglio fare così anche io, oggi.

Questo – io credo – è il matrimonio: è il parto della gioia, é dare al mondo e alla luce la gioia più favolosa e sfavillante, così che il mondo sia più bello, più vero, più favoloso, più sfavillante. È dire al mondo: “guarda, mondo, che non puoi più essere lo stesso, perché ora sai che c’è questa gioia, la più grande di tutte. Devi cominciare a pensarti diverso anche tu, caro vecchio mondo!”.

Il matrimonio è l’evento formidabile (non mi viene aggettivo più esplosivo) della comunicazione umana, il più rivoluzionario. Il mondo tutto, la società, la politica, la storia, la cultura, la creazione stessa non possono non essere impattate, trasformate, rigenerate dall’annuncio di un amore deciso, vivente, essente. Per questo l’annuncio del matrimonio è il matrimonio. Per questo il matrimonio è la rivoluzione più destabilizzante e creativa.

Rosi e io, trentacinque anni fa, la mattina del 27 ottobre 1973, siamo stati i rivoluzionari annuncianti il nostro matrimonio. L’abbiamo annunciato alla comunità che per noi era la più bella, viva, dinamica che ci potesse essere: la comunità di chi ha incontrato uno stranissimo uomo, che è riuscito a vincere la morte, a ridare gioia ai colori e a riaprire la Creazione. È un nostro amico. Da trentacinque anni è con noi. vive – addirittura – di noi, ci vuole segno vivente della sua stranissima capacità di essere via e vita insieme. È il primo che stamattina ci ha fatto gli auguri, perché, ogni volta che facciamo l’amore, lui ci fa gli auguri. Abbiamo la casa piena di tutti i suoi infiniti biglietti d’auguri, perché, fosse per lui, ci sposeremmo ogni mattina e ogni attimo.

Noi siamo il simbolo.


Quando ti bacio sulle labbra, io non bacio una bocca,
sia pure la tua bocca.
Io bacio i tuoi sorrisi, le tue parole,
i tuoi silenzi, i tuoi balbettii,
le tue frasi smozzicate, le tue trionfali affermazioni.


Quando bacio i tuoi occhi, io non bacio una palpebra chiusa,
sia pure la chiusa palpebra del tuo occhio.
Io bacio i tuoi sguardi, le tue luci e le tue nebbie,
le tue miopie e le tue lungimiranze,
i tuoi colori e le tue grigie indecisioni,
le tue linee così bene messe a fuoco e le tue sfumature dolci e sfuocate.


Quando bacio i tuoi seni, io non bacio un seno,
sia pure il tuo seno.
Io bacio in te il tuo primo timido e già vanitoso incedere
d’adolescenza,
e la potente e vigorosa e dolce e tenera maternità,
bacio i latti donati, l’orgoglio della vita-cibo
e al di qua di te (ma dentro te fino ad essere te)
le antiche memorie di una orgogliosa-potente forza di terra.   


Quando bacio il tuo ventre, io non bacio un ombelico,
sia pure il tuo ombelico.
Io bacio ogni antico tuo radicarti,
ogni inconscio e primordiale tuo aderire,
ogni più lontano ed originario tuo rinviare,
ogni più remota memoria di altre età e altri antichi cibi,
quando nutrirsi e respirare sono una sola cosa.  


Quando bacio il tuo pube, io non bacio le rosee labbra del sesso,
sia pure il tuo sesso.
Io bacio il mistero di ogni mio abbandono in te,
i racconti della mia accolta-radicale umanità,
le storie dei figli concepiti e da noi al mondo dati,
e le ritrosie più tue e il potere adulto della femmina,
e il tenero accogliere,
e l’appassionato coinvolgerti,
e la seduzione più tua,
e l’abbraccio totale.


Quando bacio il tuo corpo, io non bacio un corpo,
sia pure il tuo corpo.
Io bacio in te i cammini e i passi,
le soste e gli slanci,
le esitazioni e le decisioni,
lo strano raggomitolarsi delle notti e l’aprirsi dichiarato dei giorni,
bacio le accoglienze ed ogni tuo distacco,
bacio le radici ed i frutti,
le gemme sboccianti e le cadenti foglie,
il distendersi del gesto e il suo ritrarsi.


Quando bacio te, io non bacio una donna,
sia pure la mia donna.
Io bacio la novità del mondo.
Io bacio il tuo essere per me e il mio essere per te,
il mio essere in te e il tuo essere in me.
Io bacio l’essere nuovo del mondo:
politiche nuove, umanità nuove,
utopie e progetti,
speranze contro ogni speranza.


E tu diventi il cibo nuovo e la vita nuova.
E tu sei l’esistere sempre nuovo
che in te rinasce nel simbolo
e nel simbolo dice la forte radice dell’esserci.


Noi siamo il simbolo.

 

Bastava restare in silenzio.
Non ho taciuto.

Ho continuato il mio sentiero
amando come sempre ogni sasso.
E’ un sentiero solo in parte tracciato,
che pochi imboccano,
e subito vi ricrescono lo sterpo e l’ortica,
ma alle valli porta del sorriso e dell’aria.
Qui dove sono giunto,
l’erba e la via sono segnate solo dal vento
e dal soffio di quelle canzoni che antiche sanno
precedere i passi.
Solo non sono sul sentiero.
Tra le sottili canzoni con me cammina
Rosi la bella.
Di tanto in tanto,
sui confini dei giorni e delle epoche,
là dove i tramonti non sospettano ancora le albe,
Rosi ed io ci fermiamo
e mettiamo, per la notte, la nostra tenda
e lì sullo stupito limitare
insieme danziamo

come due saggi-vecchi trampolieri.

 

 

 

 

 

 

 

Dove saremo, Rosi, fra due o tre eternità
o fra quattro
o fra mille e infinite eternità?
Io so che dopo tutte le eternità,
e nell’eternità di ogni infinita eternità
io sarò lì ancora, stupito,
ad abitare la terza stanza
del castello dalle mille e mille stanze.

Tu sei il magico castello di ogni mia fiaba.

Abito la prima sfaccettatura del diamante.

 

 

 

 

 

 

Nella gioia e nell’attimo
abbiamo respirato e goduto e intuito e voluto

la castità dell’eterno.

E ora canteremo i nostri vecchi canti
fatti di simboli
e ai simboli tesi come alle stelle.

Mai sarà la sera.

 

 

 

 

 

Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc

Vista la frequentissima, enorme e crescente richiesta sul problema dell’incesto fisico o psicologico, che sta – attraverso i motori di ricerca – caratterizzando l’accesso dei lettori a questo blog, da oggi raccolgo in una rubrica(“Incesto e dinamiche incestuose ”) gli articoli di questo sito che a vario titolo riguardano il fenomeno. Penso con ciò di facilitare il lettore e la discussione; al tempo stesso voglio evidenziare la rilevanza del fenomeno e dei problemi sottesi.

Ricordo che, come già da anni i sociologi e gli psicologi prevedevano e come con doverosa insistenza oggi sottolineano, si sta attuando sempre più il mutamento da una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità edipiche a una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità narcisistiche. Si è passati da problematiche proprie dell’Io e del Super-Io a problematiche riguardanti il Sé, la sua difficile attivazione, costituzione, strutturazione.

Non a caso, dunque, si stanno più che mai diffondendo i disturbi di personalità, in particolare quelli di tipo narcisistico e di tipo borderline (secondo una delle due prevalenti scuole di pensiero tutti di disturbi di personalità sono da considerarsi come aspetti di un unico disturbo, quello bordeline). I disturbi di personalità sono disturbi mentali notevoli, che hanno alla loro radice una problematica e prevaricata costituzione e strutturazione del Sé, che in maniera pervasiva condiziona in modo molto pesante la vita emotiva, affettiva, sessuale della persona, la sua possibilità e capacità relazionale in tutti gli eventi dell’esistenza, dal lavoro alla vita di coppia e di famiglia, alla modalità di affermazione professionale, sociale e politica, spesso con gravissimi danni loro e di chi abbia a che fare con loro o – cosa ancora più grave – debba dipendere da loro e dalla loro tanto abile (è tipico della loro patologia) quanto devastante capacità di manipolazione degli altri (per esempio a livello affettivo, sessuale, professionale, politico). Sono disturbi mentali che pochi clinici sanno davvero affrontare e trattare (per molti è difficile perfino la loro stessa identificazione diagnostica). A mio parere, soltanto una metodologia terapeutica che parta da un’ottica sistemica può garantire interventi efficaci e il più possibile risolutivi.

Non a caso, dunque e ancora più in profondità, il Sé sta più che mai rischiando la dissociazione psicotica e schizofrenica (quando lo scompenso psicotico esprime i cosiddetti “sintomi positivi” del delirio e della allucinazione per una durata di almeno sei mesi scatta la diagnosi di schizofrenia) o perfino la frantumazione del Sé. Ricordo un giovane ventenne: in una seduta di poco più di un’ora espresse ben 27 “voci”, segno di una drammatica frantumazione del Sé in un arcipelago di 28 frammenti (le 27 voci e il “soggetto” parlante). Anche nel caso delle psicosi (non dimentichiamo che pure l’anoressia restrittiva e quella bulimica sono processi psicotici gravi) e delle schizofrenie ritengo che soltanto una terapia su base sistemica possa essere efficace e risolutiva. Rammento al proposito che il metodo sistemico trova una delle sue ragioni d’essere e forse la prima radice della sua elaborazione nel fatto che difficilmente lo psicotico accede di propria iniziativa alla terapia, per cui solamente lavorando sul sistema familiare si può davvero accedere a lui, alla sua terapia e alla sua guarigione.

La presenza dell’incesto e delle dinamiche incestuose – che peraltro riguarda tutti i tipi di società e di cultura passate e attuali – assume in un quadro sociale come l’attuale particolare gravità e complessità, riaffermandosi in possibilità di attuazione sempre più drammatiche  pervasive e, oserei dire, epidemiche, con pericolosissime ricadute sulla vita familiare, sociale e politica. Il potere patologico di una personalità disturbata narcisisticamente o invischiata in più o meno gravi processi psicotici può essere micidiale per la sua famiglia, la sua e nostra società, il suo e nostro stato. Spesso evidenziare dinamiche di tipo incestuoso può essere doloroso riscontro, ma può anche rappresentare un prezioso segnale, di cui si farebbe bene a tenere conto.

Come in un panico incesto globale

È davvero impressionante il numero di persone che accedono a questo sito cliccando richieste sull’incesto. Nonostante siano molti i temi trattati o trattabili nei post di questo blog, più della metà delle richieste d’accesso riguardano l’incesto. Credo sia il segno, l’emergenza di una richiesta molto profonda, di una curiosità che non è solo accademica. Fatti di incesto sono sempre più frequenti. Immagini e video più o meno dichiaratamente incestuosi sono sempre più cliccati in internet.

Come ho già detto, mi stupisco che i grandi media non si accorgano di come siano centrali la presenza e il tema dell’incesto, le domande sull’incesto. Eppure, il tema è decisivo, la richiesta ultimativa e ben più ampia del pure tragico fenomeno inteso in stretto senso fisico. Che altro sono il dissesto eco-ambientale, l’implosione mondiale della finanza, se non il tentativo di negare alle nuove generazioni la vita? Come in un panico incesto globale, le generazione dei figli, dei nipoti, dei pronipoti sono possedute e negate da quelle dei padri e dei nonni. E che altro è l’incesto se non la possessione e la negazione delle nuove generazioni da parte delle vecchie? La possessione incestuosa non consiste soltanto nel mettere fisicamente il vecchio pene del padre nella vagina della figlia, o nel prendere il sempre meno eretto pisello del figlio nelle grandi labbra materne.

Non credo sia un caso che, dopo l’incesto, le richieste più cliccate riguardino il deficit d’erezione maschile e “come conquistare un cinquantenne”. A quanto pare, dunque, ai maschi giovani “non tira più”; alle giovani femmine appare appetibile soltanto il vecchio e ben funzionante cinquantenne.

Manca nel maschio giovane la tensione erotica, la capacità – sia fisica che simbolica – di eiaculare il proprio seme nel grembo della femmina nuova, del futuro, della vita. Altro che decreto Carfagna! Per molti giovani di venti, venticinque, trent’anni sarebbe già un successo riuscire ad andare con una prostituta. Alcuni riescono solo a masturbarsi, con ossessiva fatica, in un’impotenza sempre più avvolgente e solitaria. Altri, molti di più, riescono a rivolgere la parola alla coetanea solo se hanno bevuto o hanno preso la pasticca, la coca. Vagano con la birra in mano come bambini spauriti; hanno soltanto sostituito il succhiotto con la bottiglia, in una oralità infantile insuperabile, preedipica, afasica. Come possono desiderare, amare, penetrare una giovane donna, costruendo con lei il Noi di una coppia che voglia, possa, sappia essere il mondo nuovo, il desiderio di cieli e terre nuove, la voglia di generare popoli più numerosi delle stelle del cielo e dei granelli di sabbia del mare? L’unica cosa che sanno fare è farsi inseguire da qualche madre più o meno castrante e direttiva, con la quale – per un verso – psicoticamente confliggere all’interno delle mura domestiche, con la quale – per altro verso – incestuosamente fondersi abitando con lei, facendosi accudire a tempo indeterminato da lei, essendo mantenuti a oltranza da lei. Se non ci vanno anche a letto insieme, è perché la loro sessualità è spesso talmente preedipica che neppure è attivata o attivabile.

Manca nella giovane femmina il potere di accogliere e trasformare in sé il nuovo, il bello, il giovane; manca il sogno fresco, che la ingravidi di utopia, che la faccia concepire di avventura, di progetto, di sfida, di vita, di gioia, di generazione. Sono bambine smarrite; cercano solo stampelle di sicurezza; vivono soltanto il bisogno di conferme ed esibizioni infantili, all’interno di autostime sempre più basse. Non hanno pelle e corpo. Come possono accogliere, amare, concepire? Possono solo sposare il vecchio. Incapaci di trasformare l’amato, cercano di farsi loro trasformare da lui, dal suo nome, dal suo potere, dal suo denaro. Con questa logica, che sessualità possono mai avere? Senza corpo, come possono davvero essere penetrate? Senza pelle, come possono davvero essere accarezzate? Senza anima, come possono davvero essere amate? Senza futuro, come possono davvero diventare madri, essere madri? Senza sogni e senza interiorità, come possono davvero essere spose complici, capaci di continuità, di casa, di ripresa, di accoglienza che dà alla luce, al mondo, alla vita?

 

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.

L’adolescente, la sua sfida con l’assoluto e con la morte. Il ruolo della società e quello della scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

Per un adolescente la sfida con l’assoluto e con il problema della morte dovrebbe essere un diritto garantito e rispettato, così come dovrebbe esserlo quello dell’esperienza viva e confermata della propria unicità, tutta giocata tra la sistole della solitudine e la diastole dell’appartenenza. In molte culture, che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, l’adolescente nel rito di iniziazione vive il riconoscimento e l’attuarsi di questi diritti così sacrosanti. Noi siamo la società e la cultura della rimozione della morte, della negazione di ogni confronto con essa; noi abbiamo abolito i riti di iniziazione, li abbiamo considerati una barbarie inutile e pericolosa. Invece sono parte sostanziale e irrinunciabile della evoluzione del ragazzo e della sua integrazione al gruppo sociale, al punto che, se non li dà la società, se li prende lui, se li gestisce in proprio, con logiche auto-referenziali necessariamente reattive e marginali, che – queste sì – comportano rischi gravissimi ed esiti antisociali o delinquenziali, spesso riversati nella scuola e contro la scuola, nella istituzione e contro l’istituzione. Sia che piombino nella implosione solitaria del suicidio o della rinuncia a vivere e ad affrontare la realtà, sia si esprimano nell’azione violenta e anche omicida del gruppo, spesso azioni, che parrebbero sfogo assurdo o raptus inspiegabile, sono figlie di una mancata risposta sociale e culturale al bisogno-diritto del giovane di sfidare la morte, di verificarsi e identificarsi anche di fronte alla estrema sfida, quella con l’assoluto (e dell’assoluto può essere figura proprio la morte). Solo dopo la sfida è possibile l’identificazione-rinascita del Sé e l’acquisita appartenenza culturale, sociale, istituzionale. È dovere sacro e compito inviolabile non della scuola, ma della società e della cultura trovare i modi, i tempi, i luoghi, i riti, attraverso i quali possa, debba, voglia essere rispettato il diritto alla sfida e alla identità profonda, che – sola – dice chi è l’adulto e se sei adulto. Il problema non è pedagogico, tanto meno didattico, né compete alla scuola. Il problema è antropologico, e compete alla società complessiva e alla cultura.

Dunque, i riti di iniziazione non spettano alla scuola, anche se, in passato, alcuni momenti scolastici particolarmente difficili e altamente selettivi hanno avuto un’indubbia valenza iniziatica: per esempio l’esame di quinta elementare fino al secondo dopoguerra o quello di “maturità” fino a pochi anni fa finivano con il sancire l’accesso alla dimensione adulta e al riconoscimento sociale, che a questa compete. Oggi neppure con il dottorato di ricerca si giunge a tanto. Ripeto, alla scuola non compete questo compito; comporterebbe la riduzione della scuola a mero momento di formazione professionale e di avviamento al lavoro. Solo società e culture ideologicamente finalizzate ad assolutizzare il lavoro e la produzione possono giungere a tanto. Ma non si può neppure usare la scuola come alibi e strategia, per non fare mai divenire adulti, per imprigionare in una adolescenza stupida e senza fine; porterebbe la scuola – e già ne abbiamo i segni quotidiani – a essere complice e culla della ideologia della noia e della disperazione, quella che vorrebbe far vivere senza identità, senza interiorità, senza emozioni.

Il rito (o la prova) di iniziazione c’è e ci deve essere, perché il gruppo sociale ha bisogno di verificare (rassicurando sé stesso) e di confermare (rassicurando il giovane e l’azione formativa della sua famiglia) l’adeguatezza del giovane e della generazione nuova (il giovane in greco era chiamato néos, ‘nuovo’) a rispondere ai problemi radicali dell’uomo; come sopravvivere; come affrontare l’angoscia e la morte; come con-fluire nei valori sociali e culturali; quale mondo volere; quale destino scegliere per sé e per gli altri. Solo attraverso l’eseguirsi di questa verifica può continuare il cammino di una società e di una cultura. Ripeto, questa verifica non compete alla scuola o soltanto – perfino con attribuzione di colpe – alla scuola. Né la scuola deve prestarsi al gioco di essere il capro espiatorio, facendo male (né potrebbe essere altrimenti) ciò che la società e la cultura non fanno: selezionare e decidere chi è adulto e chi non lo è, chi cammina e chi si fa trascinare. Farlo significherebbe per la scuola divenire strumento ideologico e alibi di una società e di una cultura immobili.

Acculturare un ragazzo non significa dire e stabilire che è adulto. Solo un micidiale corto circuito tra senso accademico e senso antropologico di cultura, può portare alla confusione attuale. Sotto molte forme di bullismo, così come sotto altri terribili fenomeni tanto crescenti, quanto taciuti (l’aumento negli adolescenti dei suicidi, delle dipendenze, dei disturbi psichici, degli incidenti e delle performance mortali, della delinquenza, della non autonomia) c’è una mancata risposta al bisogno di iniziazione all’età adulta. Si va a sfidare la morte e a cercare l’unicità del Sé fuori dalla società e contro la società.

Sbaglia la scuola a farsene carico. È compito non suo. Soprattutto non è compito suo la assunzione e la gestione della autorità sociale e culturale. Se si fa carico di questo compito, finisce con l’essere l’alibi e la discarica delle impotenze sociali e culturali. Finisce con l’essere contro i ragazzi e contro il nuovo, provocando nei ragazzi una risposta reattiva e simmetrica, spingendoli, di fatto, a vedere nella scuola il nemico e l’ostacolo.

Società e culture ferme, che non hanno più orizzonti da scoprire, sogni da inseguire, desideri da soddisfare, progetti da realizzare, perdono autorevolezza né sanno più in-segnare di autorità i giovani e, meno che meno, la scuola; finiscono con il negare ogni autorità e con il convincersi di non avere bisogno di alcuna autorità. Le anarchie nascono dalla immobilità delle società e delle culture. Si finisce così, di fatto, con il legittimare il permissivismo (nella scuola e non solo), per coprire la mancanza di autorità e di persone autorevoli a livello sociale e culturale (non è certo un patetico grembiale o un impotente e isterico cinque in condotta a fondare l’autorità; né – più radicalmente – lo è la repressione).

Si aboliscono le prove di iniziazione, le si considerano ostacoli e crudeltà inutili. E si finisce da un lato con il lasciare i giovani nell’indeterminato, nel vago della non identificazione di sé, nel vuoto emotivo ed etico, nell’assenza della curiosità e dello stupore, anche e soprattutto dello stupore d’amore; d’altro lato si lascia il gruppo sociale nella paranoia di fronte a tutto ciò che è nuovo e, in particolare, di fronte al giovane, soprattutto al più vivo, al più creativo, al più intelligente, a quello che può dare di più. Poi, di tutto questo, magari si dà colpa alla scuola. Dopo averle tolto autorità, la si accusa di non averla o di non saperla gestire.

Non è la scuola a dovere dare risposte di questo tipo. Deve essa stessa riceverle. Non da sé stessa, ma da tutti noi come società e come cultura in cammino. Occorre ribadirlo: il problema, prima che scolastico, è antropologico.

 

tu Rosi hai sempre vent’anni

 

ogni anno compi vent’anni

ogni anno sempre fanciulla

schiuma di mare dolcissima

di invidia ferisci la vecchia Afrodite

 

come tu faccia nessuno lo sa

o forse il tempo stupito d’amore

ti guarda impotente

fermo fisso si perde

e nulla può più

 

io arrabbiato maledico

i tuoi eterni vent’anni

 

cattivi ingiusti nemici

mi tolgono la gioia di baciare

gli autunni dorati di ogni tua grazia

 

non posso gustare la calda castagna

accarezzare le nebbie discrete

succhiare l’acino buono

 

brutti ostinati vent’anni

fuggite

 

svegliati tempo

voglio la Rosi bella di adesso

 

ai primi freddi

carezze ci attendono

che primavera poveretta non sa

 

 

 

Incesto e stragi familiari: un’unica abissale radice

Come ho già detto, attraverso i motori di ricerca moltissime risultano le richieste perché questo sito parli d’incesto. Mi stupisco che nessuno degli operatori dei grandi media individui e segnali la presenza di questo interesse.

Da parte mia, noto invece che, se c’è un legame capace – dando ragione e causa – di unire tra loro eventi tragici quali i sempre più frequenti episodi di stragi familiari, questo va colto in un implosivo, violentissimo vortice d’incesto e di dinamiche incestuose, che sta investendo le nostre famiglie.

Che altro è l’omicidio-suicidio tipico di queste stragi di genitori e figli, se non il folle, assurdo, magico tentativo di bloccare la genitorialità e la filialità di sé stessi nel tempo, e il tempo in sé stessi, rendendo assoluto, irreversibile, invincibile il possesso? E che altro è l’incesto se non il tentativo di continuare a possedere e a possedersi nel figlio o nella figlia, al di là e al di qua di ogni tempo e di ogni storia? Che altro è se non il tentativo di non lasciare mai la madre e il padre, grazie al magico assoluto possesso del matricidio e del patricidio? Strage familiare e dinamica incestuosa non hanno allora la stessa identica, magica, folle, abissale, unica radice?

La strage familiare è per certi versi l’estrema, radicale, magica, folle coerenza dell’incesto; è l’incesto spinto alla propria estrema folle conseguenza, all’ultima assoluta sperante disperazione, quella che non vuole e non può più vedere nulla oltre di sé.

Che l’incesto sia cecità disperata, lo ha detto fin dall’alba stessa dell’Occidente la saggezza greca, quando, nel mito, dice di Edipo che si acceca di fronte alla coscienza del proprio incesto con la madre Giocasta.

Incesto è black out della luce, di ogni luce e di ogni dare alla luce. Anche per questo è evento tanto nascosto e taciuto. Incesto è in-vidia (letteralmente “non vedere”) della vita. Dunque è difesa paranoide nei confronti di ogni incontro tra le diversità. Difatti, dove altro è e sta la vita, se non nel luogo in cui le diversità si incontrano, si amano, concepiscono e si concepiscono l’una nell’altra, chiedono di essere futuro, progetto, utopia, l’una diversità per-sonando nell’altra e dell’altra? Ecco perché incesto è anche – radicalmente e prima di ogi altro fatto o fenomeno – evento e culla, oltre che di buio cieco, anche di paura della diversità propria e altrui, di intolleranza, di razzismo, di apartheid, di eliminazione e soluzione finale di ogni novità e alterità, di aborto, di occidente. Non è un caso – io credo – che aborto e occidente abbiano la stessa matrice semantica e entrambi significhino “lontananza dal sorgere del sole”, cioè lontananza dalla e della luce. Prima di difendere l’occidente, non è forse il caso di vederne, metterne in luce, coglierne il dramma, di affrontarlo e guarirlo? Anche oggi Edipo è ancora lì a Colono dove – nel giardino delle Erinni, le divine furie vendicatrici – attende la definitiva discesa agli inferi. Con lui sta la figlia Antigone (significa “contrapposta alla generazione”), che, come dice Euripide nelle Fenicie, rinuncia per il padre alle nozze e alla generazione. Quanti Edipo, quante Antigone, quante Giocasta (madre e sposa di Edipo), quanti Laio (il padre ucciso da Edipo; il padre che, trafittigli i piedi aveva abbandonato appena nato Edipo, così che morisse) ho incontrato e incontro sempre di più nelle mie terapie!

Che l’incesto sia infradiciato di cecità, lo dice ogni giorno l’esperienza clinica. Senza vedere quanto incestuosi sono nelle loro logiche, pur di continuare a possedere i figli, i genitori ne impediscono lo svincolo in mille modi: tengono ancora in casa figli e figlie ventenni, trentenni (e oltre); temono di lasciare soli in casa “bambini” di 11-12 anni anche in pieno giorno e solo per un’ora o due; continuano a portare a scuola figli e figlie di 13, 14, 15, 16, 17, 18 anni; se la scuola non è proprio lì alla porta accanto e dista anche solo due o tre fermate d’autobus, portano loro a scuola i figli di 6, 7, 8, 9 10, 11, 12 anni. Addirittura, pur di continuare a mantenere figli i figli e pur di continuare – mantenendoli figli – a possederli, li condannano – ciechi – alla problematicità, alla mai raggiunta autonomia, al disturbo psichico. Legittimano la loro cecità puntellandola di indiscutibili paranoie, che vedono pericoli dovunque e comunque, che hanno “bisogno” che ci siano i pericoli, così che, nei pericoli, trovi alibi il vero grande pericolo: la possessione incestuosa del figlio, condannato a restare per sempre bambino, incapace di allontanarsi, di essere autonomo, di affrontare e vivere la luce della propria vita.

Allora, perché si resti eternamente padri e madri di figli eternamente figli, quale strada c’è più assoluta, più sicura, più occidentale dell’incesto? E quale incesto c’è che sia più assoluto, più incancellabile, più occidentale di una strage familiare? Chi più di Pietro Maso o di Ferdinando Carretta possiede per sempre la propria madre, possiede per sempre il proprio padre? E chi più del padre e della madre di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta possiede per sempre la vita del figlio?

 

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

«Scuola» deriva dal greco scholé

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

«Scuola» deriva dal greco scholé, che, a sua volta, si rifà al verbo echein, ‘avere’. La scholé era dunque quel tempo prezioso che porta ad avere sé stessi, così che l’avere coincida con l’essere. Non a caso l’equivalente latino di scholé è otium, cioè il tempo della libertà e della identità più vere e radicali. Provate ad andare a dire a un ragazzo d’oggi, che la scuola è il tempo della libertà e della identità; verificherete subito quanto lontana sia oggi dalle proprie origini la scuola. Invece, se si vuole, essa è il tempo della libertà e della identità.

Resta un dubbio. Se l’amore, la gioia e – con essi e in essi – la libertà e l’identità non possono essere dati, ma vanno conquistati, desiderati, amati, quasi rubati, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, come possono essere affidati alla scuola, se questa è un obbligo, stabilito per ideologia e per legge? Se è obbligo, poi per forza di cose tutto finisce per essere “contrattato”: quando, come, chi interrogare; se fare o non fare un compito; quali materie portare all’esame; quante ore di aggiornamento degli insegnanti ci siano; che ruolo abbiano i genitori nella scuola; quando e come si diventi di ruolo; che cosa vada o non vada riformato; e così via.

La scholé presuppone il senso del cammino. Se una coppia, una società, una storia, una cultura non sanno dove vanno e perché esistono, che senso avrà mai l’auctoritas?

«Adolescente» e «adulto» derivano dal latino, dal verbo ad-alescĕre (da cui adolescĕre) ‘essere nutrito, crescere’, a sua volta risalente ad alĕre, ‘nutrire’, della cui azione indica l’avvio, e alla preposizione ad, che indica l’intenzionalità orientata: «adolescente» e «adulto», rispettivamente il participio presente e quello passato di ad-alescĕre, indicano quindi ‘colui che sta cominciando a crescere’ e ‘colui che ha già cominciato a crescere’. Quanti di noi – genitori, insegnanti, cittadini – sono veri adulti, hanno cominciato a crescere nell’amore, nella cultura, nella vita, negli stupori? Quanti di noi possono essere riferimento credibile per un adolescente, che solo ora sta cominciando a crescere e, come una timida lumachina, mette fuori dal guscio le sue piccole antenne? È l’immagine, cui ricorrono Horkheimer e Adorno in appendice a Dialettica dell’illuminismo, là dove parlano della stupidità come del callo prodotto quando le antenne sono puntualmente negate, ributtate indietro. O forse conviene a tutti che i ragazzi la smettano una buona volta di pro-vocarci, di essere i messaggeri di un mistero, di guidarci nel futuro? Perché non fanno i bravi?  Perché non vogliono essere stupidi? Perché creano problemi a tutti noi, ministri compresi?

Padre nostro,

che vivi i sorrisi,

sia nei sorrisi il Tuo volere

e tutto si apra alla gioia

come nei sorrisi che sanno

così nelle attese.

 

A ogni tramonto concedi a noi

il gusto delle cose di pane

e libera il cuore dalla paura dell’altro

così come noi apriamo all’altro il cuore.

 

Non darci il confine dell’occhio e dell’anima,

ma aprici gli sguardi al sorriso.

 

Il ragazzo e la scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

«Ragazzo» deriva dall’arabo ragfāş, che significa corriere, guida, messaggero. Se l’autorità sa accogliere il messaggero e ascoltare il messaggio, il ragazzo diventa discepolo, cioè colui che impara, ma soprattutto guida, cioè soggetto e fulcro della sua stessa educazione. Misteriosi messaggeri, prodigiosi messaggi, insospettate guide: questo sono i ragazzi. Più sono, meglio dovrebbe essere. Non chiedono che di venire accolti e ascoltati. Invece, quasi sempre si trovano di fronte anime di adulti, che non sanno stupirsi di fronte al mistero, né sanno abbracciare il prodigio, né lasciarsi guidare dalla novità.

Come potranno questi adulti essere autorità? «Autorità» deriva dal verbo augēre, che significa far crescere, e dal suffisso -tor, che indica il ruolo, la professionalità. Come potrà far crescere questi prodigiosi messaggeri chi, senza essere lui per primo cresciuto, non è inquieto nei cammini, curioso nella ricerca, rapito dal nuovo, interrogato dall’assoluto? Chi indica più gli orizzonti? Chi si affaccia oltre le colonne d’Ercole dello scontato, del sicuro, del programmato? Forse nella scuola c’è non troppo precariato, ma troppo poco (specie quello di ministri improvvisati e artigianali); non troppa insicurezza, ma troppo poca. Solo il precario chiede l’assoluto. Solo l’inquieto sa intuire i sentieri della quies, direbbe Agostino. Come può mostrare orizzonti e indicare strade la cultura del tramonto (questo significa «Occidente»)? Come può, allora, la scuola farsi luogo di stupore, ricerca, accoglienza, risposta? Come può essere riflessione e rifrazione, se nessuna luce illumina più le coscienze e le interiorità? Come può avvincere un libro, se nessuno lascia più intuire la dolce intimità del cuore, il sorriso del pensiero?

Se la scuola non è tutti questi interrogativi, si perde, conferma Illich, diviene sempre più auto-referenziale. E alla fine conta solo conservare il posto di insegnanti, bidelli, dirigenti, ministri; importa soltanto tutelare le garanzie sindacali, l’adeguamento ai programmi, la “produttività dell’azienda”. È il ragazzo dove è? Chi lo accoglie, chi lo ascolta, chi lo segue?

quando ti trucchi per me

non soltanto esulta

– come tu vuoi –

la femmina potente

che tu sola sei

 

pure s’affaccia la tenera bambina

che il giudizio ama e teme

 

questa bambina abbraccio e coccolo

poi nella femmina implodo

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

incesto madre figlia e padre

Molto più numerose del prevedibile sono le richieste riguardanti l’incesto, che tramite i motori di ricerca (Google in particolare) portano i lettori al mio sito. Né, in base alle espressioni e ai termini usati, mi pare che a ricercare siano colleghi o addetti ai lavori. Purtroppo e probabilmente il problema dell’incesto interroga e concerne il quotidiano e i vissuti della gente comune, molto più di quanto si pensi o si voglia pensare.

Per questo è fondamentale, a mio avviso, una premessa. L’incesto – che io sappia – è l’unico tabù presente in tutte le culture umane, passate e attuali. Il che significa che esso riguarda un rischio che l’umanità ha – sempre e dovunque – dovuto prevedere e arginare nel modo più forte possibile, come il primo decisivo anello di ogni costruzione umana e di ogni cultura. Come stupirsi dunque che pure oggi, soprattutto oggi, in un’epoca di enormi epocali cambiamenti, l’incesto riaffiori in tanta urgenza? Quando a interrogare è un tabù, significa che il fatto in gioco è di tale rilevanza che non basta ricorrere a una semplice legge o a una norma sia pure morale ed etica. Il tabù è legge prima e più di qualsiasi altra legge o norma; incide a livelli ancora più profondi e radicali di quanto possa fare una legge (che come tale riguarda la convenzione e la convivenza sociali, il patto e l’organizzazione politici, le autorità socio-istituzionali) o di quanto possa fare la norma morale o quella etica (che, come tali, riguardano il senso e la pratica del dovere fare o del dovere essere, comunque l’interiorità pur sempre cosciente dell’individuo e del suo Super Ego, il riferimento pur sempre consapevole ai suoi valori soggettivi, ai suoi ideali, al suo credo ideologico, filosofico o religioso). Il tabù riguarda le profondità più arcaiche, quelle precoscienziali, dove – a livello di pensiero magico e mitico – si fondono in modo abissale l’inconscio individuale, quello familiare e, prima ancora, quello culturale-antropologico. Se interviene il tabù e se questo tabù è l’unico condiviso da tutte le culture umane, significa allora che l’evento che, attraverso il tabù, si vuole prevenire e arginare tocca e interroga il margine stesso dell’umano, al di qua del quale ogni possibile sopravvivenza è negata, al di qua del quale sono impossibili la civiltà, la storia, la stessa esistenza dell’uomo.

Passiamo ora al problema.

La letteratura scientifica e l’esperienza clinica concordano: di solito l’ultima a sapere dell’incesto tra padre e figlia è la madre. Non solo: anche quando ne viene informata, la madre tende o a negare radicalmente i fatti, spesso contro la più palese delle evidenze. Da ultimo, quando proprio non può più impedirsi di vedere i fatti, cerca quasi sempre di difendere il più possibile il marito o il compagno, quantomeno di sminuirne la responsabilità.

È come se, sotto sotto, alla madre facesse gioco l’incesto; come se, sotto sotto, fosse così scontato da non essere neppure sospettato o visto.

A quanto mi è dato notare nella mia esperienza clinica, in gioco ci sono madri con nodi dissociativi forti (anche se non necessariamente così profondi da superare l’identità individuale e intaccare l’identità di genere). È come se proiettassero sulla figlia una parte del proprio Sé femminile (il Sé di genere), delegandole inconsciamente la gestione sessuale del marito o del compagno. Di solito questa dinamica è sostenuta per un verso da una visione molto negativa del maschio e del maschile, colti come deboli, malati, irrecuperabili; per altro verso da una visione del tutto strumentale della sessualità, quasi si trattasse di una pratica che purtroppo bisogna sbrigare, di una incombenza a cui non ci si può sottrarre e alla quale, in quanto donne, si deve provvedere, come se si trattasse di lavare dalla cacca un bambino piccolo o di pulire il naso a un moccioso poco più grande. Per questo, inconsciamente, scatta in modo meccanico una specie di identificazione nel genere (cioè nell’essere entrambe femmine all’interno di una comune casa) tra la madre e la figlia, come se questa fosse la naturale sostituta e continuatrice delle mansioni dell’altra. Che faccia lei, quello che mi scoccia fare e che magari io ho già dovuto fare con mio padre o con mio fratello o mio zio!

Da un punto di vista clinico, molto più di frequente dell’incesto fisico vero e proprio (per altro molto meno raro di quanto si ritenga abitualmente) capitano dinamiche di incesto relazionale, dove, pure non essendoci rapporto sessuale tra padre e figlia (tanto in queste famiglie di rado il sesso è evento e luogo di intimità comunicata e condivisa), la vera coppia relazionale è quella non tra moglie e marito (o compagno), ma quella tra figlia e padre (o compagno della madre). Alle fiere, al mercato, al lavoro, in ufficio, nella carriera professionale, finanziaria, politica è la figlia che sempre più frequentemente e intensamente segue e prosegue il padre; è lei che lo accudisce, che gli programma le cose e la giornata, perfino gli sceglie i vestiti o gli decide gli incontri. Spesso si tratta di uomini che di fatto passano dalla loro vecchia mamma alla figlia, transitando quasi casualmente dalla moglie o dalle mogli. Del resto che importanza c’è che le mogli siano una o tante? Comunque non sono mai la vera interlocutrice del loro mondo. Per quello prima c’è la mamma o poi c’è la figlia. Da un incesto psicologico all’altro. Da parte loro queste figlie o non si sposano affatto (tanto sono già “sposate” con il padre) o sposano uomini deboli, inconsistenti, di facciata, spesso a loro volta “sposati” con la loro mamma. Le mogli poi, ripeto, lasciano fare, prese come sono dalla maternità e del tutto disinteressate a una vera intimità affettiva, emotiva e sessuale con il loro uomo.

Un’ultima notazione: per quanto paradossale possa sembrare, per un clinico, sotto molti aspetti, è più facile lavorare su un incesto fisicamente consumato che non su una dinamica relazionalmente incestuosa. Nel primo caso la forza di fatti evidenti e rilevanti anche legalmente aiuta ad affrontare il problema incesto; nel secondo caso il tabù rafforza le difese e impedisce ai pazienti di vedere e di leggere i fatti per quello che sono. Purtroppo solo la presenza di patologie gravi, quali per esempio le anoressie o altre psicosi, permette al clinico di fare emergere in piena evidenze la dinamiche incestuose che di solito caratterizzano le famiglie nelle quali insorgono anoressie e psicosi.

cedi a me tutti i tuoi colori

non mi fare morire

tu che hai nome dall’aria e dal mare

tu che sei figlia del giorno e di Dio

d’amore dammi le trame e gli inganni

tu che sei il potere

non portare alla nausea la mia vita

non mi fare guaire come un cane

ma vieni vieni qui vicino a me

 

anche l’altra volta hai sentito

il mio grido d’abisso

anche l’altra volta hai lasciato

la casa tutta d’oro di tuo padre

e pronta sul tuo cocchio

sei venuta da me

 

belli e veloci ti portavano i passeri

fitte battendo le ali sulla nera terra

giù dal cielo attraverso l’aria

e subito furono qui

 

tu così grande e felice

tu dolce con il riso negli occhi

senza ombra di morte me hai guardato

a me hai chiesto perché soffrivo ancora

 

 

perché ancora te chiamavo

che cosa più di tutto volevo

per questa mia matta ansia di vita

 

“chi devo ora sedurre per te?

chi devo portare ancora al tuo cuore?

chi è così ingiusto, Saffo, con te?

accadrà così:

se se ne va, veloce verrà

se doni non prende, dono darà

se amore non dà, amore sarà

se ora non vuole, ora vorrà”

 

anche adesso vieni da me

le angosce sciogli

quello che la mia ansia di vita

brama si compia

compilo tu

 

e tu proprio tu vieni qui e lotta con me

 

 

(trad. mia)

 

 

 

 

 

 

 

A proposito di scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

A psicoterapeuti e psichiatri capita sempre più spesso di avere come pazienti allievi, genitori, insegnanti, dirigenti e amministratori scolastici, forse anche ministri. A sentirli, pare proprio che non siano poche le personalità scompensate, fragili o gravemente disturbate che stanno, a vario titolo, nelle aule scolastiche. Non si riesce a capire come la scuola regga.

Moltissimi genitori sono ancora – prima di tutto – figli, con tanto di cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine, impedendo loro di essere davvero coppia, di “sposarsi” davvero, di potere davvero essere genitori. La genitorialità è evento relazionale e gioco di squadra, non fatto individuale.

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolatorio nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico.

Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la patologia, con il bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i loro allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?

Quanto agli allievi, quasi sempre, più che essere loro il problema, sono vittime di genitori, di insegnanti, di strutture gravemente patogeni. Sono le vittime, e vengono portati in terapia come se fossero loro il problema. Ci sono genitori e istituzioni che chiedono aiuto a parole (quindi in perfetta, ma non certo sufficiente buona fede), ma che nei fatti hanno bisogno che il figlio o l’allievo sia un problema, sia “il” problema, così da non vedere che il vero problema sono loro.

Il disturbo psichico, la coppia e il sistema familiare

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

faccia da Dio visione delirio

 

lui

 

se ne sta lì nei tuoi occhi rannicchiato

di sotto in su guarda te

ascolta te

il respiro avvolgente di ogni tua frase

il tuo ridere di eccitazione

 

***

 

questo manda il mio cuore allo sballo

a mille ogni mio sentire

 

guardo te

e in me già più non c’è fiato

ma va giù spaccata

la lingua

 

scivola subito sottile sotto pelle il fuoco

 

gli occhi non sono più occhi

soltanto un frastuono le orecchie

 

 

esce scende mi infradicia ogni mio sudore

 

tremito tutta mi prende

sono più verde dell’erba più verde

 

delirio di me a me stessa

faccia quasi da morta

 

io

 

***

 

ma tutto tenta

perché

 

 

(trad. mia)

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anoressia cause organiche

 

Secondo le affermazioni teoriche e cliniche della psicologia sistemica e secondo quanto mi viene confermato ogni giorno dal mio stesso lavoro clinico e dai suoi risultati, l’anoressia (per anoressia intendo qui sia l’anoressia restrittiva che l’anoressia bulimica) è dovuta non a cause organiche, bensì alla disfunzione delle relazioni del sistema familiare. Cambiando radicalmente il gioco relazionale della famiglia, in particolare quello della coppia genitoriale, l’anoressia può essere guarita non solamente a livello sintomatico (non si dimentichi che di per sé la remissione dei sintomi non equivale alla guarigione), ma anche e soprattutto a livello strutturale, cioè nelle sue radici profonde. Secondo quanto verifico nel mio quotidiano lavoro clinico, l’anoressia non ha cause organiche; semmai ha conseguenze organiche. Non è dunque l’amenorrea causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa dell’amenorrea. Non sono dunque la perdita o l’aumento di peso causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa della perdita o dell’aumento di peso. Non sono dunque il vomito o il controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa del vomito o del controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione.

Solo una psicoterapia, che intervenga sul gioco relazionale della famiglia, può dunque guarire davvero l’anoressia. Certo, perché ciò avvenga, il sistema familiare e in particolare – ripeto – la coppia genitoriale devono essere disposti a cambiare e a mettersi in gioco radicalmente, affidandosi al terapeuta. Non è facile. I vecchi equilibri relazionali tendono a invischiare nelle loro logiche immutabili (il termine tecnico è omeostatiche) e a ostacolare e svalutare ogni vero cambiamento. Piuttosto che mettersi in discussione e cambiare come famiglia, come coppia e come persone, molti genitori preferiscono convincersi che le cause dell’anoressia siano organiche. In ciò sono incoraggiati da una diffusa mentalità medicalistica e organicistica, che tende a fare vedere l’anoressia come problema prevalentemente o esclusivamente medico, risolvibile soltanto attraverso il ricorso a strutture e a figure prevalentemente o esclusivamente mediche. È più facile e più deresponsabilizzante. Ma non è certo più risolutivo.

Né certo più risolutivo è il ricorso a strutture e a figure che, per intervenire sulle cause dell’anoressia, mescolino tra loro psicoterapia e terapia psicofarmacologica; interventi di questo tipo mi paiono quanto meno un pastiche epistemologico e clinico, figlio dell’incertezza e della confusione teoriche e cliniche: se si pensa davvero che la causa dell’anoressia sia organica, la psicoterapia è solo appoggio consolatorio e, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile; al contrario, se si pensa davvero che la causa della anoressia sia psicologica o ambientale o relazionale, allora la terapia psicofarmacologica è, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile.

Con ciò non voglio certamente sostenere che non ci debba essere collaborazione tra psicoterapeuta e medico. Se, come ho detto e penso, l’anoressia ha conseguenze organiche, allora l’apporto del medico può risultare utile: può appoggiare e sostenere il lavoro dello psicoterapeuta sistemico, attraverso il monitoraggio e il sostegno del recupero anche organico che la psicoterapia sistemica attiva, rimette in moto e struttura.

 

 

 

 

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uno psicotico si può innamorare?

 

Se per “psicotico” si intende lo psicotico grave, quello che ha già subito pesanti scompensi, quello che vive un ritiro massiccio dalla realtà, quello che già presenta i cosiddetti “sintomi positivi” della psicosi, cioè il delirio e l’allucinazione (la loro permanenza per un periodo di sei mesi fa scattare la diagnosi di schizofrenia), allora occorre dire che non ci sono le condizioni dell’innamoramento.

Come può un Sé in difesa, tutto arroccato nell’evitamento di ogni incontro e confronto con l’alterità, diffidente di fronte a qualsiasi parola, paranoide davanti a ogni sguardo, come può in-amorarsi, cioè “entrare nell’amore”, “sprofondarsi nell’amore”, “lasciarsi andare all’amore”? La psicosi impedisce ogni lasciarsi andare, lo teme come il peggior nemico, impedisce che possa mai accadere, controlla ossessivamente ogni sua imprevista evenienza, rifugge da tutto ciò che comporti l’affidarsi, il mettersi nelle mani e nella iniziativa dell’altro. Un partner può essere accettato solo se è funzionale al sistema difensivo e paranoide dello psicotico, rafforzandolo ulteriormente. Ma, allora, questo non è amore. Questo – nel suo tragico estremo – sono Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi di Erba che hanno fatto strage dei loro vicini di casa: l’un partner consolida e conferma la paranoia dell’altro; uniti sentono ancora di più gli altri come nemici, li avvertono e vivono come aggressione confusa, minacciosa, incontrollabile; alla fine li uccidono, così da impossessarsi magicamente di loro controllandoli per sempre. Quello di Olindo e Rosa non è amore. È folie à deux, “follia a due”, pazzia condivisa, alleanza necessaria di fronte alla minaccia panica, a ogni minaccia, a tutte le minacce. Non è amore; è rifugio nella fusione. È sistole fusionale che nega ogni diastole alla vita. Nulla più della fusione dà l’illusione dell’amore. Nulla più della fusione nega l’amore. La fusione nega la relazione. L’amore è relazione, è il suo danzare continuo, il suo inesauribile lasciarsi e riprendersi, fidarsi e affidarsi, vivere e lasciarsi vivere, identificare e lasciarsi identificare. Fusione invece è labbra troppo vicine perché possano parlare, occhi troppo appiccicati perché riescano a vedere, respiri troppo esproprianti perché permettano di emozionarsi e di vivere, identità troppo sovrapposte perché possano esistere. Relazione è lasciarsi dire nel gusto della parola giocata e rigiocata, è lasciarsi guardare guardando e riguardando; è anima d’emozione, sintonia con i respiri del mondo; è identità sempre nuova, riproposta, sempre d nuovo interrogata e provocata.

Certo, non sappiamo che cosa esattamente il lettore intendesse per “psicotico”, quando ha cliccato la domanda su Google. A modo suo, “psicotico” è anche ciascuno di noi, quando il suo Sé comincia a chiudersi un po’ troppo, a temere l’altro più che a desiderarne l’incontro, a evitare il confronto con gli altri più che a cercarlo e a viverlo come risorsa. Se tutto questo non riguarda le strutture profonde e arcaiche del Sé, ma è solo un processo di chiusura momentaneo, allora non solo lo “psicotico” può innamorarsi, ma è un bene, una fortuna che gli accada. Se tutto questo riguarda il Sé di un individuo che esca da un sistema familiare plastico e vivo, disposto ad accogliere, confermare e festeggiare l’innamorarsi, allora anche il più timido degli innamoramenti è evento non solo possibile, ma positivamente probabile.

Come si è già detto in questo sito, la psicosi è non uno stato, ma un processo di progressivo e difensivo ritiro dalla realtà e dal confronto con la alterità, processo che, prima di essere problema o patologia dell’individuo, è problema o patologia dell’intero sistema familiare o, per dirla con Mara Selvini Palazzoli, dei suoi “paradossi” e dei suoi “giochi psicotici”. La domanda del lettore, allora, ne presuppone altre ben più impegnative a monte: che sistema familiare c’è alle spalle dell’individuo che si innamora?, i sistemi familiari patogeni permettono l’amore?

Nel post di ieri ho parlato di neandertalizzazione della famiglia. Indicavo con ciò il tentativo ormai epidemico di bloccare la famiglia su se stessa, quasi fosse un uovo che, invece di aprirsi e lasciare uscire le nuove generazioni, si trincera nel proprio durissimo infrangibile guscio, come una matrioska familiare invalicabile, che non partorisce mai i figli. L’amore in queste famiglie e per queste famiglie diventa sempre più raro, difficile, spesso ha tragico o combattuto destino. Aumentano invece a dismisura le dinamiche incestuose, le violenze e gli abusi intrafamiliari. La sessualità si viene fissando o sulla polarita del progressivo disinnesco da ogni significativo vissuto emozionale e affettivo o sulla polarità dell’espressione “sporca”, “bestiale”, incapace di bastare a sé stessa: da un lato una sessualità asettica, di routine, “santa”, “pura”, apollinea, svuotata di passione; dall’altro una sessualità febbrile, ossessiva, da sballo, bacchica, orgiastica, caricata di frenesie mai capaci di vera intimità e continuità. La procreazione e la genitorialità tendenzialmente si riducono, diminuiscono; se ci sono, vengono comunque agite all’interno di dinamiche troppo spesso reattive o strumentali: come bisogno e autoaffermazione del genitore, come pretesto per esistere o per negare di esistere (identificandosi nel bimbo abortito, sotto sotto si abortisce sé stessi), come alternativa alla noia, come alibi della irresponsabilità, come lasciapassare “per scappare di casa” (o per illudersi di farlo), come omologazione (“perché lei sì e io no?”), come paura di non poterlo poi più fare (“se non lo faccio adesso, dopo i quaranta non lo posso più fare”). Meno ancora che all’amore, ben raramente ci si lascia andare alla genitorialità. La si teme, controlla, programma, decide, abortisce, procura, esige, adotta. Tutto pur di non viverla davvero.

Olindo e Rosa hanno come loro unici tragici figli da un lato la loro paura della realtà e della vita, dall’altro il bambino da loro ucciso che, nell’omicidio, hanno fatto proprio per sempre insieme alla maternità della sua mamma (per questo penso che il coinvolgimento di Rosa sia stato ancora più follemente condizionante e determinante di quello di Olindo). Chi uccide, tragicamente possiede per sempre, non importa se nella rozza rituale magia di un delirio.

 
 
 
 
 

 

 

 Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.

 

Leggo sull’ultimo numero di “National Geographic”: una delle ragioni che portò alla scomparsa dell’uomo di Neandertal e alla affermazione dell’Homo Sapiens fu la maggiore articolazione della vita sociale di quest’ultimo. “L’unità sociale tipica dei Neandertal aveva le dimensioni di una famiglia allargata. Invece, anche nei siti più antichi di H. Sapiens in Europa «si notano elementi che fanno pensare a popolazioni più ampie» (…). Già il solo fatto di vivere in gruppi più grandi ha delle ripercussioni sia a livello sociale che biologico. I gruppi più ampi richiedono una maggiore interazione sociale, il che rende il cervello più attivo durante l’infanzia e l’adolescenza, obbliga alla elaborazione di un linguaggio più sofisticato e, indirettamente, aumenta la durata media della vita dei componenti del gruppo”. Non solo, aggiungerei io. Aumenta anche la qualità relazionale del gruppo, la sua plasticità, cioè la sua capacità, disponibilità e voluttà a cambiare, a vivere equilibri relazionali sempre più sofisticati e piacevoli.

Come più volte ho detto in questo sito, secondo la psicologia sistemica, che per me e il mio lavoro clinico è riferimento fondamentale, il disagio e il disturbo mentali hanno la loro origine nella disfunzione delle relazioni del sistema familiare, cioè nella sua rigidità e incapacità a cambiare, a mettersi in discussione, a configurarsi in modelli e forme nuove, plastiche, capaci di incontrare, affrontare e integrare la novità.

Ebbene, se penso a molte delle nostre famiglie e al sistema relazionale che le caratterizza, mi viene da assimilarle a quanto “National Geographic” dice dell’uomo di Neandertal.

Genitori, figli, zii abitano sempre più insieme; l’hinterland di Bergamo, per esempio, è pieno di palazzine di 3-4-5 appartamenti tutti abitati da parenti di primo o secondo grado. Oltre ad abitare insieme, lavorano sempre più spesso insieme, magari proprio lì sotto casa o vicino a casa; l’unico ufficio di collocamento davvero funzionante pare proprio essere la famiglia allargata; l’assunzione è ormai sempre più di frequente un evento intra-familiare, quasi un fatto ereditario. Il week end poi lo si passa, anche quello, insieme alle famiglie d’origine, il sabato da una e la domenica dall’altra, in rituali tanto abituali e scontati, che, se per una volta, non si può o non si vuole andare dai suoi di lui o dai suoi di lei, ci si deve scusare, dichiarando il proprio rammarico. In pratica, si tende sempre più a chiudere tutta la vita all’interno dello spazio relazionale della famiglia allargata. Proprio come l’uomo di Neandertal.

Non so se e quanto l’estinzione dell’uomo di Neandertal fosse caratterizzata o accompagnata anche dal diffondersi di sempre più frequenti dinamiche psicotiche. Che questo fosse possibile o probabile, pare suggerirlo ancora l’articolo citato, quando ricorda il loro progressivo “ritirarsi in pochi rifugi prima di estinguersi”. Del resto la psicosi che altro è se non quel progressivo ritirarsi, escludendosi da ogni incontro e confronto con l’alterità, la diversità, la realtà. Prima che essere patologia dell’individuo, questo progressivo ritirarsi ed escludersi è patologia della famiglia.

Sono convinto che forse la ragione più vera, profonda, radicale della crisi sociale e, quindi, politica attuale stia in questa neandertalizzazione della famiglia. Di qui vengono la paura a incontrare la novità e la diversità; di quel viene l’appoggio ai decisionismi reali o presunti; di qui vengono il razzismo, l’intolleranza nei confronti del diverso e di ogni sua diversità. Di qui viene la caduta della capacità lavorativa, economica, imprenditoriale. Di qui vengono le esplosioni di violenza oltre che verso il diverso esterno anche verso chi sta in casa.

Quando diventa un rifugio in cui ritirarsi e difendersi, la casa coincide sempre più con l’angoscia dello spaesamento. Non a caso il termine tedesco tradotto con spaesamento, termine usato sia da Freud che da Heidegger, in quest’ultimo sta a indicare ciò che è “non domestico”, ma anche – paradossalmente – ciò che è domestico al massimo. La vera angoscia è quella che si vive nelle case, dentro le case, quella che è di casa.

In seduta mi capita spesso di fare una domanda: “che succederebbe se per qualche mese lasciassimo una stanza come questa al buio, con tutte le finestre, le tapparelle e la porta sempre chiuse?”. “Verrebbero la puzza e la muffa. L’umidità trionferebbe”, mi rispondono puntualmente. Al che non mi resta che concludere: “E perchè mai con le vostre famiglie voi fate proprio così?”.

Albero di pere e segreto di coppia

 

C’era una volta un contadino che aveva un bellissimo albero di pere. Ogni anno dava frutti stupendi, ineguagliabili. Tutto orgoglioso il contadino li portava al mercato. Non faceva neppure in tempo ad arrivare che già li aveva venduti, con grande invidia di tutti gli altri contadini. Andavano a ruba. Addirittura, per non perdere quella grazia di Dio, gli acquirenti si prenotavano con mesi e mesi d’anticipo. Purtroppo giunse un anno tremendo di gravissima carestia, con un inverno freddissimo come non s’era mai visto. Il nostro contadino, ridotto alla miseria più nera e angustiato da un gelo insopportabile, fu costretto a tagliare il suo bellissimo albero di pere, così da potersi scaldare un poco. Ma, poi, non poté più portare le sue stupende pere al mercato.

Mi capita spesso di raccontare questa storiella. Serve a fare comprendere l’importanza decisiva e insostituibile del segreto di coppia, ossia di quella intimità esclusiva, che – come l’albero di pere appartiene al contadino – appartiene solo alla coppia e non va “portata al mercato”. Al mondo, agli altri, al “mercato” vanno portati i frutti di questo albero, non l’albero; vanno portati la gioia, la felicità, l’ottimismo, il grande respiro che l’intimità e la complicità di coppia danno e fanno vivere, non il segreto di coppia.

Purtroppo, più il sistema familiare è disfunzionale, più tutti sanno tutto di tutti. Anche del fratello o della cognata o degli zii con cui si è litigato e con cui da anni non si parla, prima o poi si sa tutto, fin nei minimi particolari, i più intimi. Più la famiglia è bloccata, invischiata, patogena e più tutti sanno tutto di tutti (abusi, violenze e quant’altro compresi), anche se nessuno lo ammette. Abitare tutti insieme, lavorare tutti insieme poi fa da micidiale cassa di risonanza, facilita l’implacabile reciproco controllo di tutti su tutto. In particolare la vita della coppia, di ogni coppia, è preda di quello strisciante e inesorabile gossip familiare, fatto di mille controlli, che non lascia scampo ad alcuna privacy. Tanto si è abituati e tanto lo si dà per scontato e “naturale”, che non ci si accorge neppure di dire cose che dovrebbero essere segreto e patrimonio esclusivo di chi le vive. Spesso si pensa o si vuole credere che sia un bene “interessarsi degli altri”.

La intimità della coppia è terreno inviolabile. Mai nessuno dovrebbe entrarvi,  Mai nessuno dovrebbe tradirla. È li che il Noi nasce, cresce, vive, concepisce, genera, esiste.

Quanti tradimenti, separazioni, divorzi hanno la loro causa nella violazione del Noi o – peggio ancora – della sua non costituzioe! Eppure molti, troppi, sembrano orgogliosi proprio del contrario. “Noi non abbiamo segreti, i nostri figli sanno tutto di noi”, è frase frequente nei genitori di figli problematici.

Uno degli obiettivi più essenziali della terapia familiare è la costituzione del Noi, cioè della intimità e della complicità della coppia. Solo così la coppia si sposa davvero. Un bosco di meravigliosi alberi di pere, questa dovrebbe essere la nostra società.

Madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto
Me lo conferma sia direttamente il mio lavoro clinico sia indirettamente quello dei colleghi che ho in supervisione: sono sempre più frequenti i casi di madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto. Più o meno inconsciamente. Più o meno in buona fede. 

La ragazza di solito è una creatura smarrita, dalla scarsa autostima, con bisogni affettivi enormi e un vuoto depressivo profondo; nessuno si è mai davvero curato di lei, né l’ha mai fatto davvero oggetto d’attenzione. Per certi versi la sua psicologia ricorda quella delle bambine abusate: affamate come sono di attenzione e di affetto, leggono l’approccio dell’abusante come dettato da sincero affetto e da vero interesse. Proprio con modalità seduttive e strumentali analoghe a quelle di un abusante, la madre del ragazzo, più o meno inconsciamente, avvicina la poveretta, ne diventa amica e confidente, in certo modo la conquista e – con abilità tutta femminile, ma con determinazione tipica di un maschio – la fa sua, perfettamente e in tutto controllabile e manovrabile da lei. A questo punto, cucinata a dovere, la tapina è pronta per essere infornata nel letto del figlio. Tutto quello che succederà tra i due giovani verrà puntualmente monitorato, controllato e diretto dalla madre, così che il rapporto non sia né troppo coinvolgente da formare una vera coppia, né così insignificante da spingere il figlio alla ricerca di altri più gratificanti legami.

In quale conto queste madri tengano la persona del figlio, la sua affettività, la sua sessualità è fin troppo facile intuirlo. Il figlio è loro e solo loro. È, per loro, poco più di un bambolotto, in tutto o quasi manovrabile da loro. Né in alcun modo si fidano di quel poco di suo che egli possa essere o fare, soprattutto in ordine agli affetti e al sesso. Come possono fidarsi dei maschi, del loro cuore? Il pisello poi, te lo raccomando: è per loro la cosa più idiota che esista. E, quante storie!, che cosa è poi il sesso? Serve solo ai maschi per sfogarsi nella loro infantile idiozia, e alle donne non sprovvedute per dominarli e tenerli in pugno.

Per queste donne, poi, la persona del padre è come se manco ci fosse. Ne scippano il seme e, dopo, se è ricco o ha una posizione, lo usano per vivere, allevare il figlio, così che, possibilmente, subentri al posto del padre. Così – per interposto figlio – ne prendono dopo il seme l’azienda e i capitali. Del resto, queste madri che altro maschio potrebbero mai selezionare per restare incinte di quel figlio che poi sarà loro e solo loro? E chi mai può accettare questo gioco di paternità scippata, se non un maschio relazionalmente debole, manipolabile, incapace di conquistare lui la donna, di costruire con lei una vera intimità di coppia?

Per queste donne la sessualità del figlio è come una mammella, che, quando è troppo gonfia di seme e troppo tesa, va munta. Per evitare rischi, procurano loro la mungitrice. Qualcuna – più sbrigativa ancora – a letto a mungere ci va lei in prima persona. Meglio non fidarsi delle altre, neppure delle derelitte. Di fronte al dubbio, tolleranza zero. Per la sicurezza, che cosa è un piccolo sacrificio? E poi quel pisello è mio, l’ho fatto io, chi lo sa mungere meglio di me?