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Dopo il rientro a casa quante crisi di coppia

 

Molte crisi di coppia trovano la loro infausta culla nel quarto d’ora successivo al rientro a casa di uno dei due o di entrambi. Si apre la porta ed ecco, nel giro di pochi secondi, si passa dalla guerra fredda alla terza guerra mondiale: gelida accoglienza, scatto aggressivo della voce e boom … scoppia la violenza, E così, di giorno in giorno, il rientro si fa sempre più pesante. Si trovano mille scuse per ritardare: quasi si benedice l’impegno imprevisto che trattiene ancora un po’ in ufficio o in negozio; la coda in autostrada diventa più sopportabile, perfino provvidenziale; la ragazza della tangenziale diventa una venere irresistibile; gli amici al bar richiamano ancor più delle sirene di Odisseo. Lei da parte sua, dopo l’ufficio scopre di avere ancora mille cose da fare: gli affettati da acquistare, l’aperitivo con l’amica, la telefonata alla sorella che “poveretta non sta bene”.

Eppure i primi tempi non era così. Ci si aspettava con trepidazione, abitati da mille attese, emozionati quasi come al primo appuntamento. Lui si precipitava subito a casa; non aspettava che di aprire la porta di casa, per vedere lei, godere del suo abbraccio, gustare la sua comprensione, sentirsi dire “bravo” dopo tutta la fatica e le frustrazioni della giornata.

Lei temeva di non essere bella a sufficienza, dava l’ultimo sguardo allo specchio, guardava e riguardava se tutto era pronto, in ordine, se la tavola con la tovaglia nuova era intonata al servizio di piatti, se i cibi erano pronti. Moriva dalla voglia di fargli sentire quanto l’avesse accolto, come apparissero belle per lui sia la casa che lei, quanto appetitosi fossero i piatti preparati con tanto cura. Chissà come lui l’avrebbe ascoltata, tutto interessato alle sue parole e al racconto della giornata.

La porta si apre. Lui guarda lei. Lei guarda lui. Lui esita, si aspetta che lei gli salti al collo felice e gli dica “chissà come sei stanco, chissà quanta fatica hai fatto per me”. Lei esita, si aspetta che lui le dica “quanto sei bella, raccontami cosa hai fatto oggi”. Nessuno dei due prende l’iniziativa. Entrambi aspettano lo sguardo, la prima mossa. Nessuno si muove.

Allora lui pensa: “non mi aspettava neppure. Chissà per chi si è truccata e vestita così. Non voleva la pena di correre tanto. Non mi vuole bene. Perché mai mi ha sposato?”.

Allora lei pensa: “non vede nulla, non si accorge di nulla. Se parlo, di sicuro non mi ascolta neppure. Chi me l’ha fatto fare di preparare tutto così per bene? E io che gli ho preparato la tovaglia nuova, gli ho cucinato un piatto favoloso. Non valeva la pena. Non mi vuole bene. Perché mi ha sposato?”.

Poi, sera dopo sera, subentra la quotidianità della delusione, della frustrazione, della rabbia, del rimpianto, della disperazione. Poco per volta il rientro a casa diventa la prova della solitudine più sorda e micidiale: quella che si vive con la persona che si ama o, forse, ci si illude di amare.

Succede un po’ come a certi incroci stradali, dove non è chiaro il diritto e il dovere della precedenza: entrambi gli automobilisti esitano e.. boom l’incidente!

Quanto è difficile comunicare e ascoltare l’amore! Quanto sono difficili le precedenze dell’ascolto e dell’accoglienza. Quanto è difficile dire la gioia! Quanto è difficile abbracciare!

Il ritorno a casa è arduo soprattutto per due motivi:

·       non sempre si è capaci di staccare emotivamente dal lavoro. Si tende allora a portare a casa aggressività, frustrazione, attese inappagate. Senza che neppure ci si accorga, si butta il tutto addosso al coniuge: se questi (o questa) non risponde subito alle nostre consce e inconsce aspettative, subito ci appare come se fosse lui (o lei) la causa di tutto. Ad avere più difficoltà a staccare dal lavoro è specialmente chi, per carenze emotive più o meno profonde e per bisogno eccessivo (anche soltanto nevrotico) di conferma, investe molto nel lavoro;

·       che ce ne accorgiamo o meno, il ritorno a casa rimette in gioco dinamiche molto profonde, le più profonde. È come se si rivivesse il parto, il primo sguardo del genitore, il primo sentirsi accolti o rifiutati nella vita o dalla vita. È quindi un momento altamente delicato, che interroga i livelli più profondi del nostro Sé. Per questo anche la più piccola difficoltà e la più sfumata esitazione possono produrre risultati abnormi, in certo casi devastanti, se – come purtroppo accade sempre più di frequente – questo riattiva antichissime ferite e nodi di rifiuto subito (e più la ferita e il nodo sono profondi, meno se ne è coscienti).

Se poi lì vicino, sul pianerottolo o al piano di sotto, abitano la mamma, il papà o la sorella, allora non è neppure necessario litigare, cercare di spiegare. Basta girarsi e tornare fuori. Il che, lungi dal risolvere le cose, le rende spesso irrimediabili. Se non ci fosse nessuno lì vicino, magari dopo un po’ di muso lungo o dopo qualche parolaccia, si potrebbe anche cominciare a parlare, a spiegarsi, ad amarsi davvero.

Spesso, poi, bastano un paio di sedute ben fatte, che individuino le dinamiche comunicazionali e relazionali in atto, e il problema è risolto, né ci si rovina l’esistenza per anni.

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