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Monthly Archives: Mag 2009

tu Rosi conosci le piante

sussurri con loro i venti potenti

gli aliti sottili-inavvertiti

tu conosci i gatti e tutti i piccoli esseri

in cui da sempre vivono ritrosia e amore

 

tu delle ore assolate smarrite

devastate dall’ansia

conosci i silenzi e la gioia

 

tu conosci ogni piccolo linguaggio

ogni fiducia abbarbicata in fondo alla vita

tra le tue dita scivola eterno il discorso

 

sillaberemo un giorno

i sussurri delle piante

la protesta muta del gatto

 

 

invece sono un uguale

soltanto un uguale

inesorabilmente un uguale

senza più alcun oggi

privo di ciascun adesso

mutilato dei miei fra poco

ignorante di tutti i passati

impotente di qualsiasi futuro

 

qui nel tempo ho perso

ogni non ancora

e ogni già

 

qui in questo attimo disumano

io un uguale

smarrisco Dio

non sono

né sono mai stato un me

 

vorrei essere stato cieco

oggi mi gusterei la luce dell’alba

il rosso dei tramonti

 

vorrei essere stato storpio

ora mi godrei la schiuma dell’onda

camminando là dove la spiaggia

fa l’amore con il mare

 

vorrei essere stato sordo

fra poco mi vibrerebbe l’anima

al sussurro delle fronde

 

vorrei essere stato

tutte le diversità dell’uomo

e tutte le unicità della creatura

Dio mi bacerebbe di ogni sua eternità

 

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Mi scrive Donatella: «Mi sono imbattuta nel suo sito per caso, in un momento di sconforto, in quanto mi sono trovata davanti a una situazione per me disarmante. Io e il mio fidanzato abbiamo 25 anni, e lui, in occasione di un intervento al quale la madre si è dovuta sottoporre, ha esasperato al massimo il suo lato “mammone”, se così possiamo dire. La mia figura di fidanzata è stata in un attimo annullata, mi sono sentita umiliata e mortificata, e soprattutto, minacciata ed esclusa da questo rapporto esclusivo tra madre e figlio. Mi sembrava che lui non avesse occhi che per lei, quasi fosse stata la madre la sua ragazza. Voglio sottolineare il fatto che sono una persona molto comprensiva, aperta mentalmente, e che non ho avuto questa reazione per gelosia, tuttavia, sono stata molto male. Soprattutto quando ho saputo che lui aveva dormito qualche notte con la madre, sfrattando il padre in un’altra stanza: per me ciò è impensabile, a 25 anni, è normale fare ancora queste cose?? Mica siamo più bambini?? Questo era il mio quesito, e cioè se questo gesto possa essere considerato (come mi ha replicato il mio fidanzato) “normale”».

Dormire a 25 anni con la mamma, sfrattando il padre, non mi pare proprio un comportamento corretto. Anche la condizione post-operatoria della madre non mi pare una motivazione sufficiente a giustificare il fatto, neppure se il fidanzato fosse un medico o un infermiere (quando mai un medico o un infermiere stanno nel letto del paziente?). Del resto la reazione e i vissuti di Donatella dicono che nel comportamento del fidanzato ci sono in gioco motivazioni che eccedono preoccupazioni puramente assistenziali, che, se pure ci fossero, ribadisco, non comporterebbero automaticamente né il dormire con la madre, né lo “sfrattare” il padre. È più probabile che la situazione di difficoltà della madre abbia fatto emergere nel figlio comportamenti che egli avrebbe già voluto attuare, ma che fino ad allora erano stati o rimossi o negati, comportamenti che indicano la presenza di strutture psichiche carenti o non adeguate. Il rischio di perdere la madre, che un intervento anche di per sé banale può fare affiorare nel figlio, fa by-passare difese psichiche anche molto consolidate, permettendo in tale modo l’espressione da un lato di comportamenti altrimenti censurati (rimossi o negati) dalla coscienza, dall’altro di strutturazioni problematiche del Sé o dell’Io.

Primo caso: strutturazioni problematiche a livello dell’Io

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello dell’Io la personalità del figlio risulta disturbata a livello nevrotico o prevalentemente nevrotico. Il figlio è irretito in un ruolo relazionale di “coniuge compensatorio”, cioè di effettivo e primario interlocutore emotivo e affettivo della madre, in una dinamica di incesto psicologico (ma in certi casi pure fisico) tra madre e figlio.

Il fatto che il padre si lasci così facilmente “sfrattare”, senza riuscire efficacemente né a protestare né a contrastare o a bloccare nella sua iniziativa il figlio, è di solito indice di una situazione di questo tipo: sotto sotto al padre fa gioco liberarsi della moglie apparentemente facendosi “sfrattare”, nei fatti cedendo o scaricando la moglie al figlio, così da potere “andarsene” per i fatti suoi1. Simmetricamente la madre subisce o accetta questo gioco, preferendo ripiegarsi sul figlio piuttosto che porre e affrontare con il marito il loro problema di coppia2. Di solito ciò avviene quando, al di la dell’esercizio della funzione genitoriale, padre e madre non sono una vera coppia, non costituiscono in modo adeguato un “noi” vero di marito e moglie, di uomo e donna, di maschio e femmina; spesso hanno vite e interessi lontani e poco coniugabili tra loro o – all’estremo opposto – hanno interessi troppo comuni (per esempio lavorano insieme, costituendo più una coppia di soci d’affari che non una coppia coniugale); di solito hanno una sessualità di coppia molto limitata o superficiale.

In questo caso il comportamento del figlio nasce dunque dalla solitudine coniugale della madre e dal suo conseguente bisogno di ripiegarsi sul figlio (in particolare il primogenito maschio), compensando e consolandosi nella relazione con lui. È come se, fin da quando lui era piccolo nella pancia o sul fasciatoio, si rivolgesse più o meno inconsciamente a lui con atteggiamenti o parole che più o meno esplicitamente e consciamente esprimevano questo concetto: “meno male che ci sei tu, altrimenti la mia vita sarebbe vuota”. Si tratta dunque di una donna che in modo massiccio tende a identificare la propria femminilità da un lato nell’esercizio – più eseguito che vissuto – della funzione materna, dall’altro nella supplica infantile e inconscia al figlio perché sia il suo consolatore, colui che “deve” dimostrare quanto lei è brava come madre.

1Il padre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere; vive il lavoro come droga e come sua identificazione primaria; ha relazioni fortemente compensatorie con altre donne o – più adolescenzialmente – con amici; ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da alcool o sostanze; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi o irresponsabili tali da relegarlo al ruolo non più di marito, ma di malato da assistere e controllare.

2 La madre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere (più spesso che nel maschio ha alle spalle storie di abusi o di violenze subite); è presa ossessivamente dal fare; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi, per cui tende a farsi compatire e a lamentarsi, colpevolizzando chi non la compatisca; cura poco la casa; ha relazioni fortemente compensatorie con ambienti estranei alla famiglia (parrocchia, associazioni varie, sette, palestre ecc.); ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da sostanze, soprattutto dall’alcool; è altamente controllante riguardo ai figli e alle nuore, spesso con affermazioni svalutanti e tali da fomentare conflitti, di cui poi è la prima a lamentarsi.

Rapporto terapeuta-paziente

Questo sito più volte ha accennato al rapporto terapeuta-paziente, sempre però dal punto di vista del terapeuta e sempre parlando di uno psicoterapeuta. Stavolta invece si parla di un episodio che, pure riguardando ancora questo rapporto, lo vede dal punto di vista del paziente e con in gioco un terapeuta medico, specialista in problemi vascolari. L’episodio mi è stato raccontato da un mio vecchio amico spastico dalla nascita, cui non di rado capitano episodi di questo tipo, tutti puntualmente all’interno di ambienti sanitari.

Ieri il mio amico, deambulante e autonomo, si presenta presso una clinica, per un esame “Ecocolor doppler tronchi sovraortici”. Appena entrato nello studio medico, saluta il medico presente. Questi, non rispondendo al saluto, guarda la deambulazione non “normalmente” coordinata del mio amico e gli chiede: “ma lei che cos’ha?”; alla precisa risposta del mio amico (“tetraparesi spastica da parto. Perché me lo chiede?”) aggiunge: “allora fin dalla nascita! Oh, poveretto!”. Al che il mio amico, come gli è solito fare di fronte a esternazioni simili, risponde: “poveretto sarà lei ”.

Tre domande:

  1. quando certi medici capiranno che la loro funzione è quella non di compatire, peraltro non necessitati e non richiesti, ma di curare?;

  2. che capacità e che preparazione hanno i medici in ordine alla relazione medico-paziente?;

  3. le istituzioni accademiche prima e le direzioni sanitarie poi come preparano e verificano la corretta attuazione della relazione medico-paziente?

Se il mio amico non fosse la persona attrezzata che è, se – metti caso – fosse stato un ragazzo timido e insicuro di sé o un adulto con bassa autostima, come si sarebbe sentito a vedersi così gratuitamente compatito? È giusto e corretto che questo accada?

 

 

Giovedì Santo – In cena Domini 

e mentre cenava con loro

prese il pane e rese grazie

 

  

le dita, stasera, frantumavano

le essenze

e in-dicavano l’Altro

 

stasera, quando il paradosso

guarisce e redime l’assurdo

 

 

 

Eros ha mandato allo sballo

il mio diaframma

come vento si avventa

giù dal monte

sulle querce

(trad. mia)

 

 

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

(trad. mia)

 

 

Articolo di Francesca Suardi

Family Secret. Quando il segreto trasuda, ovvero il destino dei segreti di famiglia (suicidio, paternità, aborto, incesto ecc.)

L’espressione: «segreti di famiglia»,si riferisce ad un’informazione (che può essere relativa a contenuti molto diversi, o a eventi passati) conosciuta da alcune persone della famiglia e tenuta nascosta ad altre. Segreti di famiglia riguardano ad esempio eventi come il suicidio di un membro della famiglia (nelle generazioni presenti e passate); la paternità biologica di un figlio; la genitorialità (adozione, ad esempio); abusi sessuali subiti (all’interno della famiglia – incesto -, o all’esterno). Alcuni specialisti nel campo della psicologia si sono interessati alla definizione del «segreto di famiglia». Fra questi Serge Tisseron, psicanalista francese, propone tre criteri, che differenziano un segreto di famiglia da un segreto qualunque. Il contenuto deve riguardare: ciò di cui non si parla; ciò che è vietato conoscere; ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto.

Per poter comprendere il tema dei segreti di famiglia è indispensabile riflettere sulle norme e sui valori della società in cui i segreti si formano. Un individuo esiste solo in un contesto di vita, in un’epoca con valori e norme che la caratterizzano. In effetti le norme culturali influiscono notevolmente sulla decisione da parte degli individui di raccontare o tacere un’informazione o una storia.La percezione da parte degli individui di sentirsi “libere” di raccontare il loro vissuto senza essere giudicate o al contrario, la parcezione di essere stigmatizzate, costituisce un elemento fondamentale nella costituzione del «segreto di famiglia». Diversi studi hanno confirmato che la disapprovazione sociale è una della ragioni più comuni per tenere «segreto» un evento di vita (Lane & Wegner, 1995; Pennebaker, 1993; Wegner & Erber, 1993; Major & Gramzow, 1999). La percezione da parte dell’individuo di aver infranto norme e valori condivisi (a cui aderisce o meno), è strettamente legata al vissuto soggettivo della persona che, trovandosi in una situazione “diversa” rispetto alla norma, pensa di poterla raccontare e condividere o ritiene sia meglio “nasconderla”.

Ad esempio, Major & Gramzow (1999), che si sono interessati al segreto legato all’aborto, intervistando 442 donne, hanno verificato che più la donna percepiva il tema dell’aborto come stigmatizzato socialmente, meno aveva parlato della propria esperienza, a due anni di distanza dall’evento vissuto.

Oltre al contesto normativo in cui i segreti emergono, è importante ricordare che la natura delle tematiche oggetto di «segreti» si modifica, con il passare del tempo e con i cambiamenti della società. Un esempio prototipico di un tema diventato «segreto di famiglia» di recente è la scelta da parte dei genitori di tacere a un figlio la natura del suo concepimento, nel caso di coppie che siano ricorse a tecniche di fecondazione assistita con dono di sperma. Tale segreto di famiglia non poteva esistere in anni in cui tali tecniche non erano state inventate; tuttavia, pur nella modernità, l’oggetto del segreto riguarda un tema che esiste da molto tempo, ossia quello della paternità biologica. Questo esempio illustra come il cambiamento della società rinnova l’attualità di un tema antico sotto una nuova forma. L’apetto positivo di un tale «rinnovamento di un tema antico» risiede nella maggiore comprensione delle dinamiche legate ai segreti di famiglia, grazie al fatto che molti «segreti moderni» sono legittimati dal riconoscimento legale. Il riconoscimento della legalità rende più agevole per le persone accettare di parlare della loro esperienza; in questo modo, grazie a studi empirici, abbiamo la possibilità di conoscere meglio l’influenza dei segreti di famiglia sul funzionemanto famigliare.

L’influenza del “segreto di famiglia” su ciascuno degli individui e sull’intera dinamica famigliare è conosciuta dai professionisti.

Per quanto riguarda il funzionamento individuale delle persone che detengono un segreto, si dispone di risultati di diverse ricerche nel campo della ricerca in psicologia, studi empirici hanno esaminato il funzionamento cognitivo dell’individuo, qualora questi si sforzi di tener segreta un’informazione. Il risultato più significativo è la confermata delle relazioni esistenti fra il voler nascondere un’informazione e l’emergenza di pensieri intrusivi legati al contenuto da nascondere. Ad esempio, persone a cui si è chiesto di non pensare ad un «orso bianco» prima di un’esperienza in laboratorio, hanno riferito aver avuto l’immagine di un orso bianco in mente durante tutta la durata dell’esperimento. Si è dunque scoperto che i pensieri intrusivi sono direttamente legati al tentativo di tenere segreta un’informazione. È stato quindi dimostrato che voler tener segreta un’informazione aumenta l’accessibilità dell’informazione stessa in memoria e che lo sforzo di «nascondere» l’informazione aumenta i pensieri intrusivi, in concomitanza al tentativo di sopprimerli. Il rischio di tale meccanismo di intrusione, soppressione del pensiero e successivo aumento dell’intrusione è quello del costituirsi di una spirale ossessiva (Lane & Wegner, 1995). Gli autori che si sono interessati ai meccanismi cognitivi legati al segreto scrivono «Why is keeping secrets such a dangerous business? One simple answer is that secrecy is a hard work» (Lane & Wegner, 1995, p.237). Pur non volendo pensare a qualcosa, dunque, ci si pensa; tale meccanismo si rinforza soprattutto quando si vuole tenere nascosto ciò che paradossalmente, viene in mente ancor più spesso .

È facile immaginare come lo sforzo di sopprimere un pensiero osessivo sia accompagnato da segni comportamentali non verbali. Fra le strategie utilizzate per tenere un segreto, una delle più usate è quella dell’evitamento di un tema. Tuttavia, l’evitamento di un tema ha delle conseguenze. Ad esempio, si immagini una persona che non vuole parlare della propria esperienza di un aborto , si sentirà coinvolta (p.ex. in imbarazzo) se durante una discussione si parlerà di questo tema; tuttavia, non volendo raccontare la propria esperienza, cercherà di dissimulare e non rendere esplicito il proprio malessere, cercando forse di controllare il proprio comportamento, cambiando argomento di discussione, etc.

Se si pensa ad un tale meccanismo per segreti di famiglia tenuti nascosti per anni, bisogna amplificarlo in modo esponenziale, per la durata degli anni in cui tale comportamento di «dissimulazione, controllo, messaggi contradditori» si è verificato, in un numero di innumerevoli situazioni vissute, legate al «segreto di famiglia».

Per questo motivo, nel campo della psicologia clinica, si è detto che «il segreto trasuda».

Serge Tisseron et Guy Ausloos sono fra professionisti di fama internazionale che si sono interessati alla tematica dei segreti di famiglia e che hanno parlato della loro conoscenza acquisita atttraverso l’esperienza clinica. Proprio Guy Ausloos, pedopsichiatra belga che lavora in Canada, ha tenuto di recente una conferenza in cui parlava dei «segreti di famiglia» (marzo 2009). Nel suo discorso ha ripreso il termine già utilizzato per i segreti di famiglia, dicendo, nell’espressione francese:“le secret suinte” (“il segreto trasuda”); con questa espressione si intende che i membri della famiglia che ignorano il segreto lo intuiscono anche senza conoscerne l’esistenza e senza poter identificare ciò di cui si tratta. Per spiegare meglio come il segreto trasuda, M. Ausloos ha utilizzato in modo figurato il paragone con il caratteristico colore dei soffitti delle case della regione di fabbricazione del cognac. Infatti in questo processo di invecchiamento del cognac, chiamato “la part des anges” (l’evaporazione) è caratterizzata dalla produzione di una “muffa-champignon”, di colore nero, che si trova sui muri e i soffitti dei luoghi di produzione del cognac. I turisti e tutte le persone che non conoscono il processo di invecchiamento del cognac, non abitando la regione, si chiedono, visitando i luoghi, cosa sia la muffa sui muri mentre tutti gli abitanti della regione sanno benissimo a cosa sia dovuta. Nello stesso modo dunque, i segreti di famiglia trasudano dai muri delle case.

La sofferenza è definita caratteristica delle persone che detengono il segreto come criterio di definizione di un «segreto di famiglia». A mio avviso, la sofferenza caratterizza per definizione anche le persone che ignorano il segreto; forse in modo più velato e meno conosciuto. Vivere per anni in un’atmosfera familiare in cui esistono meccanismi comunicativi disfunzionali (p.ex. l’evitamento di temi specifici sono elementi che costituiscono una fonte di sofferenza da parte delle persone che ignorano il segreto. L’influenza nefasta dei segreti di famiglia sugli individui che la compongono risiede probabilmente nell’intrecciarsi della sofferenza fra i detentori del segreto e le persone che lo ignorano (pur percependone l’esistenza).

Tuttavia , pur trasudando dai muri come lo champignon del cognac, i segreti di famiglia possono restare impliciti e non rivelati per anni o decenni. Spesso restano sepolti senza essere raccontati.

Alla luce dell’esperienza clinica, corroborata dagli studi empirici, i professionisti incoraggiano le persone che detengono il segreto a chiedere aiuto per valutare attentamente se e come comunicare un segreto all’interno di una famiglia. Una ricerca ha messo in evidenza che le famiglie in cui il segreto era stato rivelato erano quelle che avevano un miglior funzionamento (Berger & Paul, 2008). La valutazione dello stile comunicativo di queste famiglie è stata effettuata dai figli, giovani adulti, delle coppie che avevano svelato il segreto (riguardo alla fecondazione assistita).

La maggior parte delle volte, le persone coinvolte direttamente in “segreti” sono dei genitori che chiedono aiuto e consiglio riguardo a un segreto che si chiedono se sia opportuno rivelare ai loro figli. In generale, i professionisti consigliano di svelare i segreti il più presto possibile ai bambini, con parole che essi possano comprendere. Raccontare a un figlio in termini che siano per lui comprensibili permetterà al bambino di crescere sentendosi libero di chiedere ulteriori informazioni se ne sentirà il bisogno. In tal modo, il bambino potrà comprendere secondo il proprio ritmo evolutivo eventi che, non raccontati, diventerebbero «segreti nocivi» la cui rivelazione sarebbe molto più dolorosa anni più tardi.

Riguardo a segreti svelati in età adulta, i professionisti (fra cui Guy Ausloos), insistono sul bisogno di cautela: i segreti svelati “troppo tardi”, possono «fare disastri». Infatti, le persone a cui viene svelato un segreto che esiste da anni e che le riguarda, possono avere l’impressione che i famigliari e tutte le persone a conoscenza del segreto “abbiano mentito loro per anni”. In effetti, nei casi dei «segreti di famiglia», molte persone sono a conoscenza del segreto ma paradossalmente, nessuno ne parla. Il pensare di essere stati traditi e imbrogliati per anni può essere fortemente distruttivo per l’individuo.

La cautela necessaria nello svelare segreti all’età adulta non dovrebbe a mio avviso incoraggiare a mantenere segreti non svelati ma piuttosto a cercare di rivelarli il più presto possibile in modo autentico e sincero, alle persone direttamente coinvolte che non lo conoscono.

È mia opinione che ciascuno abbia diritto alla conoscenza della verità riguardo alla propria storia, per quanto dolorosa essa possa essere. Credo che se ogni individuo potesse avere accesso al proprio passato individuale e famigliare, ciò sarebbe una preziosa occasione per formulare opinioni e attitudini molto più complesse e meno sempliciste riguardo alla realtà. Ciascuno potrebbe posizionarsi in modo meno rigido nei confronti delle norme dominanti della società: rispetto a ciò che è “giusto” o “sbagliato”; rispetto a chi ha “ragione” e a chi ha “torto”.

La scelta del silenzio da parte di chi detiene un «segreto di famiglia» mi appare come anacronistica nella società occidentale moderna. «Nascondere un segreto» significa a mio avviso restare legati a una visione del mondo irrealistica, infantilizzante e anacronistica. Inoltre, non parlare significa non fidarsi dell’altrui capacità di ascolto e comprensione.

In questa mia espressione a favore della comunicazione intrafamiliare vorrei esplicitare il mio rispetto per le persone che scelgono il silenzio tanto quanto per quelle che decidono di parlare. Solo, incoraggerei le persone ingaggiate in un segreto a chiedere consiglio a dei professionisti per valutare la loro sofferenza e forse scoprire che comunicare in modo costruttivo è la migliore soluzione per il succedersi delle generazioni. Ricorderei che nascondere qualcosa non lo annienta né lo cancella, ma lo fa trasudare, spesso con esiti patogeni nella comunicazione familiare da un lato e nel processo di identificazione degli individui dall’altro.

Inutile sarebbe che il funzionamento familiare subisse influenze nefaste a causa di un “segreto” che potrebbe essere dissolto nel suo potenziale patogeno, comunicandolo in modo appropriato e autentico.

Purtroppo, svelare un segreto è solo parzialmente una vittoria se gli individui non sono decisi e pronti a cambiare la dinamica relazionale in cui hanno vissuto per anni. I professionisti hanno l’arduo ruolo di valutare le diverse situazioni, lavorare con queste famiglie e non lasciarsi invischiare in dinamiche omeostatiche o ancor più disfunzionali, nel caso di sistemi manipolatori.

     

    Bibliografia:

  • Berger, R., & Paul, M.(2008). Family Secrets and Family Functioning: The Case of Donor Assistance. Family Process, Vol. 47, No. 4, 2008

  • Lane, D.J., & Wegner, D.M. (1995). The cognitive consequences of secrecy. Journal of Personality and Social Psychology, 69,2, 237-253.

  • Major, B., & Gramzow, H.R. (1999). Abortion and Stigma: Cognitive and emotional implications of concealement. Journal of Personality and Social Psychology, 77,4,735-745.

  • Tisseron, S. (2008). Toujours le secret suinte…Enfance & Psy, 39, 88-96.

 

 

Ma io voglio vivere in un mondo multietnico. La mia patria è l’incontro delle diversità, è il loro scoprirsi l’una il senso, la bellezza, la ricchezza, l’innamoramento dell’altra.

Voglio che i miei nipoti, pronipoti, propropropronipoti siano meticci, mulatti, neri, bianchi, gialli, rossi, tutti belli, bellissimi, ciascuno unico e stupendo come i figli degli incontri sanno esserlo. Voglio che la loro cultura esca dalla foresta generosa e feconda degli incontri tra le culture più diverse, dallo scrigno delle loro meravigliose e infinite ricchezze.

Voglio che il mondo sia una unica grande patria, dove nessuno è rifiutato o respinto o schedato o rinchiuso o bruciato o buttato a mare. Voglio che il mondo sia l’incontro, l’innamoramento, lo stupore, la curiosità attenta. Voglio che la vera grande risorsa sia la diversità. La diversità è come la verità, è come l’onestà morale e intellettuale: rende liberi. Senza diversità non c’è speranza, verità, amore, vita.

Voglio che tutto quanto ho detto sia il Grande Diritto di tutti e di ciascuno, voglio che sia un diritto come sono diritto l’aria, la vita, la bellezza, l’amore, il pane, la felicità, la gioia.

 

A Rosi incinta (di Monica, come poi si seppe) – Poesia per la festa della mamma

Mi piaci con questo tuo pancione

che ti cammina davanti

sicuro e pettegolo,

mi piacciono i suoi piccoli movimenti

di terremoto

e di mare.

È questo tuo ventre di attesa il tempo,

questa tua cupola di vita,

questa tua caverna di mistero,

questo tuo riempirti di gioia

e di pane caldo.

Vedrai i suoi occhi di stupore e scoperta,

i suoi piedini piccoli-gonfi,

i suoi sonni totali

e le poppate avide-torrenziali.

Ti troverai femmina nuova

nel vigore insospettato della madre-foresta

quando il latte doni

fresca di vita

e dolce nelle linee di grembo e di accoglienza.

Sei donna grande e tenera bambina,

sei dolce di una dolcezza nuova

dorata, quasi santa di sfumature,

dove la parola tace stupita e ascolta,

dove il gesto torna a decidere lo spazio

e l’amore il tempo.

Le mie mani ti carezzano il viso

nel tempio raccolto

delle dita.

agosto ’74

 

 

 

là dove ci si attende

incontrerò ancora mia mamma

 

torneremo insieme bambini

 

giocheremo a raccogliere

sulla riva del mare

sassi colorati lucidi di onde

 

saremo quel che siamo sempre stati

due piccoli bambini

che amano giocare

sui confini dei mondi

 

 

Preghiera per la festa della mamma

In morte di Colomba, mamma del mio amico Carlino

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non va in ansia per i suoi figli,

perché ha piena fiducia in loro e li stima.

E così ottiene due importanti risultati:

ha figli in gamba,

e lei vive serena fino all’età dei tramonti

lontani e profetici.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non teme di lasciare soli i suoi figli,

perché ha dato loro non legami soffocanti e dipendenze,

ma autonomia e autenticità.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli conoscono la verità che rende liberi,

e lei con gusto può raggiungere le nuove terre

e i cieli nuovi della Città celeste.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non dubita dei suoi figli né li controlla,

perché crede in loro e li incoraggia

nelle loro ricerche e nei loro cammini.

E così ottiene due importanti risultati:

i suoi figli sanno sperare al di là di ogni speranza,

anche quando gli altri disperano,

e, là dove finisce il sentiero,

lei può incontrare il volto sperato di Dio .

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Una mamma dolce, saggia e simpatica

non pretende che i suoi figli

si volgano indietro a consolarla,

perché sa quanto è bello darli al mondo e alla vita.

E così ottiene due importanti risultati:

gli occhi dei suoi figli portano consolazione

e amore al mondo intero,

e lei alla sera della vita vede il grande Consolatore.

Proprio come ha fatto

la nostra tenerissima Colomba.

 

Anche Dio, che è dolce, saggio e simpatico,

non va in ansia, non teme, non dubita, non pretende,

quando alla fine di questa vita

una creatura torna a Lui e gli chiede

di essere abbracciata e accolta nella gioia,

perché anche Dio ama essere abbracciato e accolto.

Per questo ha creato le mamme.

E così ha ottenuto due importanti risultati:

ha dato una mamma a ogni uomo,

e, attraverso lo Spirito Santo, in Gesù,

ha potuto avere una mamma anche Lui,

una mamma dolce, saggia e simpatica.

Proprio come la nostra

tenerissima Colomba.

 

gli anni compiva a maggio mia madre

 

attendevano le rose quel giorno

per potere poi

pure loro

fiorire