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Monthly Archives: luglio 2009

e che dire dell’aforisma?

 

un quadro senza cornice

una frase senza contesto

un assioma che da solo è scienza

un bacio  che – unico – è tutto l’amore

 

e io che sono io

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solo se c’è un limite

e se il limite non è del tuttto insuperabile

è possibile la speranza 

L’omicidio-suicidio di Rho: marito spara alla moglie e poi si uccide. I due figli assistono alla scena

Un amico mi chiede di “spiegare” le ragioni di questa notizia:

“Marito e moglie sono stati trovati morti per strada questa mattina a Rho, nel Milanese. I coniugi, padre e madre di due figli piccoli, vivevano separati e erano frequenti i litigi. Sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti pensano ad un omicidio-suicidio per motivi passionali.
Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, Piero Amariti, 34 anni, avrebbe impugnato la pistola e avrebbe sparato almeno un paio di colpi contro la moglie, Cristina Messina, poi avrebbe rivolto l’arma contro di sé. Il dramma a pochi passi dall’abitazione in cui viveva, dopo la separazione, la donna e i loro due figli piccoli un maschio di sei anni e una femmina di 3-4 anni, che hanno assistito alla scena.
Per la donna 33enne, che lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre, e il marito che lavorava in un’agenzia di pratiche assicurative, sono stati inutili i soccorsi del 118: sono morti sul colpo. La coppia, in cui erano frequenti i litigi, avrebbe iniziato a discutere animatamente all’interno dell’abitazione dove viveva solo la moglie con i figli piccoli. Poi, il marito avrebbe impugnato la pistola e lei avrebbe tentato la fuga, durata solo pochi passi. I proiettili l’hanno colpita e uccisa davanti alla loro casa. Poi l’uomo avrebbe rivolto l’arma contro di sé morendo accanto a lei”.

Di suo il mio amico aggiunge: “Io non so spiegarmi questa cosa. Ma un fatto del genere mi fa venire in mente che certe cose possono accadere all’improvviso. Tutto all’improvviso precipita. Insomma, nelle relazioni familiari può accadere ciò che accade a un aereoplano: non funzionano i motori e cade. E’ questo che è scioccante: le relazioni familiari non hanno al loro interno l’antidoto che sappia prevenire questo. Non c’è un meccanismo sicuro che metta al riparo da questo. Le relazioni familiari non sono un baluardo sufficientemente blindato per difendersi da sé stesse. Mi spaventa”.

I cronisti e, in generale, la stampa forniscono dati del tutto parziali, insufficienti per una analisi seria: di fronte a simili notizie posso solo esprimere ipotesi o suggerire dove occorrerebbe avere dati ulteriori.

La mia prima impressione: la coppia in gioco non si è mai davvero costituita. Lei, attaccata al proprio padre, non si è mai davvero “sposata” con lui. Magari, a livello conscio, ha pensato, creduto o, come si usa dire, sentito di amarlo, ma a livello profondo l’attaccamento al padre ha sempre prevalso. Non a caso, “lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre”. Probabilmente questa donna fungeva da «coniuge compensatorio» del proprio padre «Coniuge compensatorio» è espressione tipica della psicologia sistemica. Sta a indicare il ruolo che la figlia svolge, supplendo-sostituendo la propria madre e ponendosi lei come la vera più importante interlocutrice del padre, spesso lasciato solo a sé stesso da una moglie tutta presa dalla funzione materna (di solito concentrata sul primo figlio maschio). Si tratta di un vero e proprio incesto relazionale padre-figlia (spesso, come ho appena suggerito, simmetrico a un incesto relazionale madre-figlio), coperto (cioè nascosto) dal fatto che non c’è l’incesto fisico. In tale situazione la figlia, per lo più inconsciamente, usa il marito come banca dal seme, così da potere dare un figlio al proprio padre. Il nonno sarà perciò il vero padre relazionale del nipote (di solito, come in questo caso, un maschio).

Per dinamiche di questo tipo, la figlia facilmente (e per lo più inconsciamente) seleziona (in coppie siffatte quasi sempre la prima mossa dell’approccio e del corteggiamento non è mai di lui, ma di lei) un maschio debole, spesso con grosse carenze affettive, tali da portarlo prima o poi a comportamenti aggressivi o, comunque, irresponsabili e inadeguati. Questi giustificheranno la separazione di lei da lui. Come per l’approccio e per il corteggiamento, anche la prima mossa della separazione tocca quasi sempre a lei, anche se poi è lui a viverla con più coinvolgimento, spesso con acrimonia molto accentuata e ossessiva.

La crisi di coppia, che porta alla separazione avviene di solito durante la fase edipica del figlio (3-6 anni), che è proprio l’età nella quale il figlio viene psicologicamente e relazionalmente dato al padre psicologico e relazionale.

Di fronte alla crisi di coppia una delle mosse più frequenti è quella di un secondo concepimento, solitamente (come in questo caso) di una bambina. Da parte di lui, il concepimento è il tentativo inconscio di tenere legata lei; da parte di lei è il tentativo inconscio di risarcire lui, quasi di ripagarlo, rimettendo in scena con la bambina quel modello di relazione consolatoria padre-figlia che lei stessa ha vissuto con il proprio padre.

Non sempre, però, quello che ha funzionato o sembrato funzionare nella generazione precedente funziona in quella seguente. Se il gioco delle relazioni familiari non funziona, il passaggio da una generazione all’altra aggrava la situazione, rendendola sempre più patogena ed esplosiva.

Lui, se – come nel caso in questione – è del tutto sprovvisto di adeguate strutture psicologiche di distacco-separazione e di elaborazione del distacco-separazione, può trasformarsi nel persecutore ossessivo di lei. Per lui la dinamica davvero erotica sta nella persecuzione di lei, fino a possederla completamente nell’orgasmo del delirio psicotico: se ti uccido sarai sempre mia; se mi uccido sarò sempre con te e tu non potrai più abbandonarmi. Emerge così la vera natura di lui: un bambino mai accolto, forse rifiutato o abbandonato, che sposta e proietta su di lei quelle dinamiche di dipendenza e di rabbia che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre.

A pagare sono i bambini, figli di due figli mai diventati adulti, spettatori impotenti di eventi troppo grandi per loro, lì su una strada che non esce da nessuna vera casa e non porta a nessuna vera casa.  

 

 

Donna e dono: difficile splendido connubio

Per una donna solo se è atto d’amore, il dono è gradito. Non può essere un banale pro forma, un doveroso e burocratico rispetto di un anniversario, un esteriore “presente” di una storia vuota.

Quando coglie nel segno, il dono è sorpresa e interpretazione dell’anima. Sorprende perché esce dalle premesse, travolge le promesse, annulla le routines, rompe gli schemi, scuote il tempo, squarcia l’eternità, afferma il Paradiso dell’inaspettato, dice la decisione del prendere e l’ardire del chiedere. Interpreta perché testimonia quanto l’hai pensata e conosciuta nel profondo, quanto l’hai guardata e capita nel cuore, quanto l’hai ascoltata e letta nello spirito, quanto l’hai anticipata e legittimata nei desideri, quanto l’hai realizzata nelle proprie attese.

Quando coglie nel segno, il dono è pienezza di gesto d’amore: sa entrare nella sua anima e nella sua interiorità, là dove nessuno pisello da solo può mai saper giungere; conosce i suoi tempi e le sue attese, più di qualsiasi slancio di passione; ingravida di complicità vissuta e di attenzione ricevuta le sue giornate e le sue notti, molto più di un’abile carezza; inspira il suo essere e ogni suo esistere, meglio di un tenero bacio rubato.

Perché colga nel segno, il dono deve sapere essere evento di relazione. Non è qualcosa che io da a te e che tu ricevi da me. È noi; è il nostro essere in relazione; è il sempre che noi siamo; è il “tra” che ci dà vita e nome; è il figlio che già parla tra noi e di noi.

 

 

QUESTO BLOG ADERISCE ALLO SCIOPERO DI PROTESTA CONTRO IL DDL ALFANO CHE IN MODO GRAVISSIMO IMBAVAGLIA I BLOG E UCCIDE LA LIBERTA’ DI PENSIERO E DI ESPRESSIONE

solo chi ci ama

ci può ferire

nelle più sconosciute profondità

della nostra anima

La depressione della mamma e i diritti della figlia

In un suo commento a un mio post Lara mi scrive:

Ho 19 anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un consiglio … grazie”.

 

Cara Lara,

e se quello che tu chiami “egoismo” fosse il tuo sano e legittimo desiderio di sopravvivere o, meglio ancora, di vivere? Perché non diventi tu la mamma di te stessa? E il primo modo per essere mamma a te stessa sta nel dare te al mondo e alla vita. Pensa ai tuoi studi, al tuo diritto di innamorarti, di avere tutti i 19 anni che hai e che sei. Non è ora che tu pensi un po’ a te stessa, a volerti bene, a imparare l’arte della gioia? La depressione non curata di tua madre ti ha già privato, fin dai tuoi sette anni, della tua fanciullezza e di tutta la tua adolescenza. Non è ora che tu prenda in mano la tua vita? Non è ora che tu ti ribelli a questa cappa di tristezza e di non voglia di vivere che soffoca la tua casa e le vostre vite?

Mi pare che il vero “egoismo” semmai sia quello di tua madre e di quanti stanno al suo gioco, non accedendo – loro e tua madre – a una cura adeguata, che, lo ripeto per l’ennesima volta, consiste in una efficace terapia sistemica. Questo impedisce a te di aprirti al mondo, di scoprire tutto ciò che di bello e vero può esserci nella vita. Impedire al figlio di aprirsi al mondo mi pare proprio l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare una madre o, più in generale, un genitore.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare quelli dei figli. Questo vale per tua madre, ma vale anche per tuo padre che – a quanto si può pensare da quanto non dici – non c’è oppure non sa o non può o non vuole affrontare davvero il problema e soprattutto non libera te da questa situazione, sostenendo il tuo diritto di essere libera, di crescere, studiare, vivere, essere giovane. Non è che, per caso, ti devi sopportare anche lui, come se tu fossi la mamma di due bambini o come se fossi diventata tu la donna di casa? Sarebbe un tragico capovolgimento di ruoli.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare non solo quelli dei figli, ma ancora di più quelli dei nipoti e dei pronipoti. E questo vale soprattutto per te: se ti lasci condizionare dalla depressione non curata di tua madre, non potrai diventare madre con tutta la gioia e con quella pienezza d’amore che hai diritto di potere vivere.

Non rispettando i tuoi diritti di figlia, alla fine senza volerlo non rispettare i diritti dei tuoi figli e dei nipoti e pronipoti che potresti avere; finisci con il ripetere di fatto la logica di tua madre, che impedisce al futuro di sbocciare e vivere. Te lo dico da padre di tre figli e da prossimo (fra meno di due mesi) nonno.

Se io fossi in te, farei due cose: 1) a cominciare da mio padre consiglierei ai miei familiari una buona terapia sistemica (lo ripeto: la depressione, prima di essere problema e malattia di un individuo, è problema e malattia del sistema familiare); 2) me ne andrei, pensando alla mia vita e al futuro mio e dei miei figli, nipoti e pronipoti e lasciando – come dice il Vangelo – che “i morti seppelliscano i loro morti”.

Se ti lasci schiacciare dalla depressione di tua madre e dalla non volontà di superarla (non volontà sua, ma ancora di più di chi le sta intorno e la compatisce stando al suo gioco e subendone il ricatto psicologico), ne diventi complice. Se accetti la logica che un genitore abbia più diritti di un figlio, finirai in un modo o nell’altro con il ripetere tua madre, in una tragica catena che si trascina di generazione in generazione.

Forza, la vita ti aspetta. In bocca al lupo e tanti auguri per i tuoi studi.

 

 

quando arriverò là in cima

 

quando arriverò là in cima

come sempre

guarderò nei suoi occhi

fisso e fermo

e vedrò che senso

hanno avuto la sfida e la lotta

 

quando arriverò là in cima

come sempre

scaverò il suo abisso

e io anima di carne

aprirò la carne divina della sua anima

 

gli chiederò il perché

 

poi sul labbro della sua risposta

stupito tremante

starò ad attendere

Rosi la bella

 

 

 

La cacca e la pelle

Pubblico qui dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore una parte del capitoletto 1.5.2.2. – La cacca e la pelle.

 

I gesti che la mamma compie (o non compie) nei confronti del bambino lì sul fasciatoio da un lato contengono (o non contengono) e dall’altro superano (o non superano) l’arcaica immensa paura del bambino di perdersi perdendo le proprie feci. Tutto il rito dell’accudimento del bambino lì sul fasciatoio, in questa ottica, è un gesto di magico esorcismo dall’inferno angosciante dello svuotamento e della perdita del Sé. È rassicurazione dall’angoscia e al tempo stesso conferma del Sé del bambino come di un Sé che non si perde, ma che rimane e che, anzi, è e diventa più bello ancora.

Senza saperlo, la mamma dà (o non dà) proprio questo messaggio al bambino lì sul fasciatoio: “sei sempre tu il mio bellissimo bambino. Facendo la cacca ed essendone pulito via non ti sei perduto, sei ancora più bello”. A dare (o non dare) questo messaggio è (o non è) tutta quella danza di carezze, piccoli pizzicotti, solletichi, piccoli baci che la mamma dà al corpo-anima del bambino, attraverso quella pelle che proprio qui sul fasciatoio viene attivata, costituita e strutturata come evento relazionale dell’incontro e del rapporto con l’alterità delle presenze altre da sé, come luogo del sentire e dell’essere sentito, come confine di sé e del proprio corpo, come orizzonte della pre-senza1.

Già durante il parto, a contatto con la vagina, che, contenendolo, lo orientava alla vita, il bambino si era avvertito come pelle, aveva cominciato a comprendere che cosa significa il contatto, la stretta, una stretta dinamica, che ti tiene muovendosi su di te. Era stato attivato il tatto, in tutta la sua iniziale natura di passivo essere toccato (non a caso la parola tatto è originariamente un participio passato e significa originariamente e propriamente essere toccato): la vagina muovendosi sul corpo del bambino lo fa percepire appunto come un essere toccato, un dinamico essere toccato, e in questo modo gli dà il senso del tatto, gli attiva il tatto, lo fa percepire a sé stesso come tatto. Ogni futuro essere toccato e, di converso, ogni futuro toccare sarà abitato2 dall’imprinting di quel primo essere tatto, che è l’abbraccio della vagina nel parto e al tempo stesso rinvierà come suo simbolo a quel primo essere tatto. L’originario con-tatto della e con la vagine viene ora ripreso dall’essere tatto sul fasciatoio, dal rituale di carezze e tocchi che caratterizza il fasciatoio e che in modo nuovo e decisivo attiva, costituisce e struttura la pelle.

Il corpo, l’essere corporeità, il corpo-anima dopo l’era amniotica, si costituisce come essere tatto; di qui l’arcaico fascino e potere delle carezze, la loro arcaica e rassicurante seduzione. Come siamo carezzati, così siamo corpo e anima3.

Anche nel liquido amniotico il bambino era pelle, perché anche lì era toccato dal liquido amniotico o addirittura, pur restando nel liquido amniotico, toccava egli stesso le pareti dell’utero. Ma era una pelle liquida, quasi inconsistente, che solo dopo si può ricordare di avere avuto, solo dopo, integrando l’esperienza di quella pelle amniotica con quella della pelle attivata dalla stretta dinamica della vagina nel parto e ora con quella della pelle attivata lì sul fasciatoio4.

 

 

1 Pagine molto belle sulla pelle ha scritto Didier Anzieu in L’Io pelle, Borla, Roma, 1987 (Le Moi-peau, Bordas, Paris, 1985).

2 Purtroppo si tratta di un vissuto per lo più molto profondo e del tutto inconscio.

3 Forse proprio di qui viene l’espressione “mi hai toccato l’anima”.

4 Sono dunque tre le attivazioni della pelle nell’accudimento: quella amniotica, durante la gravidanza; quella vaginale durante il parto; quella tattile sul fasciatoio.

Gravidanza e madre: due possibili situazioni

Sono due capitoletti presi dal mio ultimo ibro La tenerezza dell’Eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore.

 

1.2.1.3. – Respiro e gestazione. La prima mamma

 

La mamma dorme supina, è soddisfatta, quieta, felice di attendere il bambino dall’uomo che ama e dal quale si sente amata e protetta e con il quale ha messo su quella casa dove ora dorme. Il letto del loro amore e del loro riposo ha forti radici, e su queste è stato costruito, attingendo dalle profondità più remote e così magicamente convergenti delle loro autonomie e delle loro storie, dei loro ricordi e delle loro identificazioni, delle loro fantasie e dei loro sogni o progetti, delle loro attese e del loro impegno d’amore e vita. Il respiro della mamma è pieno e armonicamente ritmato, e-mosso dal diaframma con movimento denso, fluido, regolare, che pare metterlo in risonanza con i respiri stessi della natura e delle epoche, con i battiti delle generazioni e delle tradizioni e, al tempo stesso, con quella sapienza dei sogni e dei desideri che soltanto un futuro affrontato con fiducia e dolcezza può promettere e garantire. Come se spazio e tempo, lontananze e presenze magicamente convergessero nella straordinaria pregnanza di quell’e-muoversi.

Dentro la pancia della sua mamma il bambino è cullato dall’onda ampia e regolare di una marea amniotica avvolgente e totale, calma e potente, perfetta, rotonda come la rotonda sfera dell’essere1.

Questa marea è forse il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato del proprio Sé, un Sé bello come quella marea che gli dà questo suo arcaico e radicale imprinting. Di questa marea il Sé del bambino tratterrà la profondità, la regolarità, l’armonia, la forza. Di certo nella sua vita non soffrirà di ansie radicali o di respiri troppo superficiali o frammentati, né il suo diaframma potrà facilmente rompersi o cedere a prolungate paralisi o a inerzie di insignificanza.

 

 

1.2.1.4. – Il clandestino dell’esistere e della speranza. L’altra mamma

 

Un’altra mamma sta dormendo. Non è felice. Nel suo cuore e nella sua anima, confusione, forse rabbia o delusione o tristezza o, perfino, indifferenza sono mischiate tra loro, poco o nulla lasciando all’amore per quell’uomo di cui attende il bambino. O forse è un amore difficile, combattuto, non voluto da qualcuno, ostacolato, preteso, imposto, solo tollerato, subito o persino negato. Forse più che da convergenze è un amore caratterizzato da interferenze, da dubbi, da affermazioni più gridate che vissute, da sordità più che da silenzi, perfino da violenze.

Il sonno è sopravvenuto alla stanchezza, è solo una sosta, una pausa dentro una fuga, un rintanarsi, una anestesia, una estraniazione, un crollo. Il letto è lì, è solo uno spazio in uno spazio, poggiato in una stanza senza casa, in una casa troppo poco propria, troppo abbozzata, troppo altra rispetto alla storia di quella mamma, di quel concepimento, di quell’amore, troppo estranea e straniera. Per una mamma gestante, che è casa al proprio bambino, essere in una casa così non fa bene di certo. Le fantasie, i ricordi, i sogni, i progetti, le identificazioni sono impedite o anche soltanto compromesse da urgenze senza rinvii, da bisogni immediati e prepotenti, da scadenze che tolgono al sonno il gusto dell’abbandono e del riposo.

Il respiro della mamma solo in qualche sbadiglio di stanchezza riesce ad attingere – e soltanto per un attimo – al diaframma, altrimenti si fa frequente e rapido come un’ansia, o pesante e inerte come una sconfitta, una necessità afasica, una abdicazione catatonica.

Dentro la pancia della mamma il bambino è trascinato, sbattuto dalla tempesta o lasciato lì in una risacca frammentata, in una bonaccia immobile senza direzione e senza nome.

È questo mare così incerto, forse, il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato di quel primo Sé così intimidito e incerto, clandestino dell’esistere e della speranza, separato, escluso da rive così lontane da parere irraggiungibili e disperanti. Di questo mare il Sé del bambino tratterrà la precarietà, l’indefinitezza tumultuosa, l’anonimato, l’inerzia.

Di certo questo bambino nella sua vita soffrirà di respiri difficili, di vuoti che temeranno di non essere mai colmati, di vicende dalle continuità difficili o forse impossibili, di profondità solo temute e mai davvero esplorate. A tratti parrà venirgli meno il fiato della vita e forse vorrà morire o, più radicalmente ancora, vorrà non essere mai esistito.

 

Per esemplificare, ho voluto ipotizzare due situazioni estreme. Non so quanto esse possano realizzarsi davvero nella loro estrema positività o negatività. Una cosa però mi pare certa: uno dei primissimi eventi che identificano e strutturano il Sé del bambino è come quel bambino è stato nel liquido amniotico della sua mamma, se in essa egli ha goduto il gusto di una marea e il respiro di un oceano o in essa ha subito la fragilità di un piccolo mare senza storie né destini né respiri. Giù, in fondo a noi stessi, tutti noi siamo la nostra gravidanza2.

 

 

1 L’immagine, inutile dirlo, è di Parmenide, che la usa per dire che cosa è e come è l’essere (frammento 8, verso 43). Uso qui quest’immagine per sottolineare il peso dell’evento in gioco, forte come l’essere.

2 Lo siamo così tanto che ogni notte nel sonno e sotto le coperte dobbiamo in certo senso rientrare in essa. Non a caso spesso si dorme in posizione fetale.