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Prova di risposta a  Maria, una bambina spaventata da un’inattesa e terrificante macchia di sangue (a proposito di menarca)

 

Nel commento al post che parla dell’uso di festeggiare il menarca, uso proprio di moltissime culture, non più – purtroppo – della nostra, Maria scrive: “In realtà, non so quanto una bambina spaventata da un’inattesa e terrificante macchia di sangue sulla sua biancheria possa aver voglia di festeggiare. A volte è qualcosa di spaventoso che forse qualcuno dovrebbe spiegare con delicatezza”.  Mi ci provo, rivolgendomi alla “bambina spaventata”, che è ancora lì oggi con tutto quel panico spaesamento che le esperienze grandi e inattese provocano nella carne e nell’animo, fermando e mortificando il tempo.

Cara, tenera bambina, quello che stai vivendo è il dolcissimo affiorare del grande potere della femmina. Che messaggero sia il sangue, sta a dire quanto vera, radicale, umanissima sia la tua signoria sulla vita. L’uomo può solo viverlo o spargerlo il sangue. Tu puoi esserlo e donarlo, dando vita, essendo vita.

Questo messaggero giunge inatteso e spaventoso, perché chi ti circonda non ama più la vita e non sa più, né vive più lo stupore della vita, la prodigiosa forza della natura e del tempo, il quieto immenso tornare della luna e delle maree. Hanno smarrito la sapienza del tempo che ritorna e promette, che riprende e trasforma, che accoglie e dà al mondo e alla luce.  

Se amassero, sapessero, vivessero la grande meraviglia della vita, tua madre – con il complice dignitoso sussurro che di generazione in generazione identifica e consacra la femmina – ti avrebbe preparato all’evento, ti avrebbe dato il fremente gioire dell’attesa e ora ti abbraccerebbe orgogliosa e sorella; tuo padre ti velerebbe con uno sguardo nuovo, mettendosi a distanza, abitato dalla stupita protezione di quel sacro e di quel vero che tu ora sei; le tue compagne ti circonderebbero di ammirata simpatia o del fremente desiderio di essere anche loro come te; la tua comunità ritroverebbe in te la gioia della festa e della continuità, la promessa di nuovi generanti incanti; il mondo intero canterebbe in te e con te la vita. E tu non avresti paura di te stessa. Con gioia tu ameresti, sapresti e vivresti il tuo divenire donna, la bellezza del tuo corpo adulto, il tuo potere di femmina nuova che esce dal mare bambino e si fa oceano potente e immenso. Non avresti la paura di non essere più bambina, perché il tuo nuovo nome di donna vestirebbe la tua identità di inebrianti attese e di inattese profondità. Certo, per un attimo, resteresti lì sola, come per un attimo si resta soli e sbigottiti davanti all’incontro con il nuovo e con il meraviglioso. Ma poi saresti felice e con te avresti per sempre la sacra appartenenza al potere della vita.

Tu, da adesso, avrai il primo grande potere di ogni storia. Da adesso, tu potrai essere donna e madre. Un misterioso straniero, balbettante di stupore, un giorno ti chiederà di essere la sua donna, cercherà di rinascere nella pupilla del tuo sguardo potente, saprà per te vincere da uomo forte e adulto tutte le sue paure, sognerà di perdersi e di morire in te, per rinascere da te e dal tuo potere di trasformazione vivificante. E tu – non più bambina – conoscerai il bambino che abiterà in te; sentirai il suo primo impercettibile esserci, il suo muoversi in te, il suo crescere al ritmo del tuo respiro e al suono del battito del tuo cuore, così che – dopo la magia delle nove lune – vorrà venire al mondo, per vederti, conoscerti, imparare a te il gusto del latte, le tenerezze degli abbracci, la gioia della parola e del primo camminare. E tu gli darai nel parto l’abbraccio orientante della tua vagina; con le spinte del tuo partorire gli dirai: “vai al mondo, conoscilo, amalo anche tu, così come io l’ho amato, conoscendovi lo stupore dell’uomo straordinario che si è fatto in me e solo in me bambino. Va’, conosci il mondo, abitalo, arricchiscilo della tua bellezza. Tu sei bellissimo, perché sei figlio di un amore bellissimo”.

 

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