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Monthly Archives: marzo 2014

Ciao, Maria, piena di grazia,

il Signore è con Te!

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Mi scoccia sempre dire: “io l’avevo detto già da tempo, ma alcune volte mip are doveroso farlo. Su “il fatto quotidiano” ho letto l’articolo http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/08/romania-80mila-orfani-bianchi-le-loro-madri-assistono-noi-e-lasciano-soli-loro/906957/ , che denuncia il doloroso dramma delle badanti,  che lasciano figli,  mariti, casa, patria, per venire a curare i nostri vecchi.
Anche per ricordare la giornata di ieri dedicata alla donna ripropongo qui il mio post del 10 settembre 2008 sul tema del dramma delle badanti.

Badanti e anziani: quanta violenza!

Nessuno, che io sappia, dice di una grave violenza in atto: moltissime tra le badanti che accudiscono i nostri anziani sono per lo più donne che lasciano in Bolivia o in Ucraina mariti e figli anche molto piccoli. Chiedo quanto sia giusto che i diritti dei matrimoni e delle maternità di queste donne vengano ignorati e che l’intero tessuto sociale dei loro paesi di provenienza subisca la devastazione di coppie che per anni non si potranno vedere, di madri espropriate della loro maternità, di figli che di fatto non conosceranno le loro madri o non le avranno vicine in età tanto fondamentali. È corretto che il diritto all’assistenza dei nostri vecchi prevalga a tale punto?
Come cristiano, mi fa male anche pensare che molte di queste badanti, soprattutto quelle sudamericane, arrivino qui più o meno direttamente aiutate dalla chiesa, che in tale modo si fa complice del disastro in atto.
Non sarebbe più giusto e corretto da un lato favorire lo sviluppo di quei paesi, in modo tale che mogli e madri restino e vivano nelle loro famiglie?
Molta della emigrazione italiana a cavallo tra ottocento e metà novecento riguardò prevalentemente i maschi: ancora oggi, a distanza di due, tre o più generazioni – lo vedo nel mio lavoro terapeutico –  ci sono ferite aperte, squilibri non recuperati, sofferenze ancora attive, tutte dovute alla assenza per mesi e mesi dei padri di una o più generazioni. Ebbene, mi chiedo, che cosa può portare allora l’assenza per anni della madri, che per molti aspetti, soprattutto quando i figli sono piccoli, hanno ancora più importanza dei padri?
Tra l’altro, dal punto di vista nostro e dei nostri vecchi, mi domando quanto sia corretta una assistenza di questo tipo. Il vecchio resta sì nella sua casa, ma di fatto vive isolato, spesso ha l’unica sua relazione sociale significativa proprio con la badante, che è di una cultura e di un mondo lontano da quello del vecchio, che ha il cuore e la mente lontani, che, ben di rado, ha interessi che possono coniugarsi con quelli dell’anziano, così da potere intrattenere con lui un dialogo davvero significativo. D’accordo alcune situazioni non sono tanto negative, ma la logica stessa delle cose ha in sé le conseguenze che ho indicato.
A sostegno della scelta della badante, viene indicato il fatto che le nostre case di riposo sono uno squallido terminal, soltanto un luogo dove si va a morire, quindi qualcosa da evitare in tutti i modi, pena terribili sensi di colpa che prenderebbero figli e parenti all’idea che il loro vecchio stia in queste “orribili” strutture. So di strutture bene pensate e bene attuate, dove la vita dell’anziano è stimolata, interessante, ricca di occasioni, sorretta da personale competente, preparato e ben motivato; ma, pure ammettendo che siano tutte strutture insufficienti, mi chiedo fino a che punto tale insufficienza non sia a sua volta la conseguenza di un mancato impegno sociale e istituzionale a che esse funzionino al meglio: se ciascuno pensa unicamente alla badante del proprio anziano, come si potrà strutturare una risposta sociale davvero significativa e adeguata alle esigenze del problema? Siamo poi così sicuri che le badanti siano davvero così brave e premurose come si vuole a tutti i costi volere credere? Noi, al loro posto, potremmo dare a un anziano sconosciuto quella attenzionne, quella premura e quell’affetto che non possiamo dare a nostro marito e ai nostri figli? Potremmo, curandolo, dimenticare quanto è dilaniato il nostro animo, proprio a causa di questo lavoro che ci separa dal nostro mondo e dai nostri amori

Finalmente una bella notizia: siamo anche gente felice, che sa danzare e gioire con partecipazione. E Como non è soltanto la cittá che difende i preti pedofili e uccide le ragazze nei sottopassi. A riprova ecco il resoconto di una bella serata comasca, che parla di incontro con culture diverse e di difesa dalla stupida intolleranza e dallo stupido perbenismo di qualcuno più uguale degli altri.

Come va’? Io ieri  sera sono andata a sentire i Tinariwen al Sociale, non ero convintissima, avevo ascoltato qualcosa su youtube e non avevo gran voglia.

Poi ho letto che abitavano a Tammanrasset, nel sud dell’Algeria, proprio la città da cui ero partita per il viaggio nel deserto, così ho deciso che, se avessi trovato i biglietti, sarei andata a sentirli.
Sono restata in attesa dell’apertura della biglietteria (un quarto d’ora di ritardo!) e ho trovato un biglietto in platea, laterale (il Sociale era quasi pieno).
Sono usciti vestiti in modo tradizionale, uno solo non aveva il copricapo tuareg, ma aveva bellissimi capelli ricci.
Hanno iniziato con una canzone e, dopo i tenui applausi hanno detto un un “ca va?” un po’ preoccupato,
Così è continuato per quattro o cinque canzoni che iniziavano dopo un “ca va?”( a cui un po’ di gente rispondeva “bene” e altri ridacchiavano), e terminavano con un “grazie tutti” stentato.
Poi è successo che una ragazza si è alzata e ha iniziato a ballare sotto il palco copiando i movimenti di uno di loro, in breve molti altri l’hanno imitata, erano circa una quarantina, forse più, sotto il palco. La musica era coinvolgente, purtroppo non si capiva nulla dei testi (avrei voluto i sopratitoli!), la gente seguiva le indicazioni per il battito ritmico delle mani e poi…
proprio davanti a me, circa quattro file prima, un signore piccolo e grassottello, si è alzato e con passo marziale si è diretto verso il fondo della sala. E’ ritornato quasi subito seguito da due maschere (uomini) un po’ allarmate. Ha iniziato ad indicare i ballerini con aria molto infastidita. Le maschere hanno iniziato a parlare alle persone che danzavano ma non sono venute a capo di nulla. Poi hanno proposto al signore di cambiare posto (gli indicavano un posto centrale in platea), dopo un po’ di scompiglio il signore e la sua dama si sono alzati e lì è accaduto il peggio: dai palchetti sopra di me alcuni hanno iniziato a fischiare e una voce d’uomo ha urlato ripetutamente (al signore in marcia) “Vai a casa, va’!”.
Poi tutto si è calmato di nuovo, la gente che ballava è diventata sempre più numerosa e l’atmosfera era davvero rilassante.
Alcuni tuareg finalmente sorridevano.E soprattutto non si sentiva più “ca va?”
Alla fine una ballerina più intraprendente degli altri è passata dalla platea al palco e si è improvvisata in una danza che sembrava più quella dei sette veli che un ballo tuareg… ma va beh… è durato poco!
Comunque sono contenta di esserci andata.
I tuareg sono un bel popolo, che si sta estinguendo purtroppo.

Signore, mi riempie l’animo di profondo e totale dolore che ci siano coppie e, in esse, uomini e donne che in epoca di crisi ritengano “necessario” e “giustificato”, uccidersi o abortire un figlio. Dove siamo mai arrivati? Signore, non fare mai che tali pensieri e idee stiano nel cuore dell’uomo. Tu, che sei nato nel più improbabile e difficile dei modi, aiuta l’animo di chi abbia o abbia avuto questi pensieri, li renda o li abbia resi possibili. Signore, stacci vicino, dacci l’amica, sorridente, forte speranza in Te e nella vita.