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Monthly Archives: giugno 2010

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

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Meglio una bella risata.

I sorrisi sono la stitichezza dell’allegria.

solo i vecchi sanno

ingravidare il futuro

 

Ingravidare il futuro significa aprirlo alla speranza e alla saggia utopia. Solo il vecchio può ingravidare il futuro, ma sono molto pochi i vecchi che lo sanno fare.

Il cuore puro e la saggezza abitano pochissime vecchiaie. Saggio è il vecchio che conosce sia il gusto e lo stupore della attesa sia il limite e l’insoddisfazione della presenza.

Per mail mi scrive una signora:

Egr. Dott. Cortesi,

mi scusi se la disturbo ancora, le avevo scritto qualche tempo fa perché mio genero se ne era andato di casa perché aveva scoperto di essere omosessuale (dopo 5 anni di matrimonio e dopo aver messo al mondo un figlio). Ora lui vive con un compagno e mia figlia a volte lascia tranquillamente il bambino a dormire con loro (ora ha 2 anni).

Mia figlia dice che da grande sarà più libero di trovare la sua identità… sarà così o ci potranno essere problemi per la sua crescita?

La ringrazio anticipatamente se potrà rispondermi.

Distinti saluti.”.

La mia risposta:

Carissima signora XY,

perchè si ostina a chiamarla “mia figlia”? Essere genitori è una funzione a termine. Se un figlio o una figlia restano tali, significa che i genitori non hanno svolto bene la loro funzione. Se lei, cara XY, e suo marito avete svolto bene il vostro compito di genitori, quella che era vostra figlia oggi è una donna in grado (e con pieno diritto-dovere) di giudicare autonomamente se i problemi esistono o meno e, qualora esistano, se e come affrontarli e con chi affrontarli. La lasci in pace e la rispetti come donna. Se non riesce a farlo, significa che i problemi sono suoi, non di “sua figlia”, e come tali dovrebbe affrontarli con l’aiuto di un buon psicoterapeuta. In bocca al lupo”.

Una piccola precisazione:

Di fronte a mails come questa (e ne giungono parecchie), per prima cosa si spera sempre che siano scritte in buona fede. In nome di questa speranza, cerco di rispondere sempre.

C’era una volta una scuola senza nome. Era triste perché i suoi ragazzi non potevano chiamarla, né potevano parlare di lei con i loro amici. Era così triste che perdeva colore ogni giorno di più.

I ragazzi decisero di aiutare la scuola e si misero subito alla ricerca di un nome bello, ma così bello, che soltanto a sentirlo venisse alla scuola il sapore degli arcobaleni e ai bambini la voglia di diventare donne e uomini grandi e veri.

Trovarono un nome: “Carluccio”. Sembrava il nome di un bambino sveglio e intelligente, di quelli che nelle fiabe riescono sempre a sconfiggere i lupi cattivi e gli orchi egoisti; li vincono prima e meglio di quanto riescano a fare gli adulti.

Avevano trovato quel nome ascoltando la storia di un uomo grande buono e bello, che si chiamava proprio così: Carluccio. Era un papà, di lavoro faceva il poliziotto, bravo, capace di salvare i bambini dai sogni cattivi. Disinnescava le bombe dei deboli e dei vigliacchi, che con i loro sogni cattivi uccidono il mondo e la speranza.

Un giorno una bomba più bugiarda e cattiva delle altre lo uccise.

Anche gli uomini buoni e belli muoiono. Ma i loro nomi restano nel cielo, nell’aria, negli arcobaleni delle scuole e nelle anime dei ragazzi che vogliono dare vita e colore al mondo.

Carluccio è un nome simpatico e sa di magia, di quella magia che solo gli eroi del quotidiano conoscono e vivono. Quando lo sentirono nella brezza della sera, i ragazzi della scuola se ne innamorarono così tanto, che subito corsero alla loro scuola senza nome e la battezzarono con quel nome di sogno e di speranza, colorato da tutti i petali degli arcobaleni.

Oggi la scuola è felice di quel suo nome da papà forte e da bambino delle fiabe. Tutte le mattine, quando suona la campanella e iniziano le lezioni, la scuola sussurra orgogliosa il proprio bellissimo nome e manda un dolcissimo bacio di arcobaleno a tutti i suoi allievi.

NOTA ESPLICATIVA.

Questa fiaba non è inventata. È un racconto vero. È la storia di una scuola di Grandate (Como), alla quale, grazie alla proposta dei ragazzi della Prima B, è stato scelto di dare il nome di Luigi Carluccio, artificiere della Polizia di Stato in forza alla Questura di Milano.

Così cita la motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria: “La notte tra il 14 e il 15 luglio 1981 a Como furono collocati numerosi ordigni esplosivi per protestare contro la costituzione del carcere «Bassone». Il Brigadiere Luigi Carluccio, dopo avere disinnescato alcuni ordigni, veniva investito dall’esplosione di un congegno, perdendo la vita. Nobile esempio di coraggio, altruismo ed elette virtù civiche, spinte fino al sacrificio della vita, per il bene della collettività”.

La Classe Prima B ha espresso la propria proposta del nome di Luigi Carluccio con uno stupendo, poeticissimo CD accompagnato da citazioni e immagini e dai bellissimi disegni dei ragazzi.

Ecco il testo del CD:

Passano i treni. È estate piena, il 15 luglio 1981. C’è un uomo che porta il nome di un bambino, perciò lo sa meglio di tutti che i figli certe volte fanno brutti sogno, e che i papà ci sono apposta: per scacciarli.

Così questa notte, quell’uomo che porta il nome di un bambino, e che è papà di un figlio piccolo, otto mesi appena, sente che ci sono cinque, sei sogni cattivi che vogliono far spaventare i bambini.

Disegno di Martina

Guarda suo figlio che dorme, e pensa che tanti altri bambini dormono e sorridono nel sonno. In questi anni i sogni cattivi sono tanti, ce ne sono quasi tutti i giorni e lasciano troppi bambini a piangere.

Disegno di Leila

Quell’uomo allora si prepara e esce. Va a scacciare i sogni cattivi per suo figlio di appena otto mesi e per tutti gli altri bambini. L’ha già fatto altre volte, anche se è un papà giovane di ventotto anni. Sa come si fa.

 
 
 
 

Disegno di Lucrezia

Pensa a suo figlio e scaccia tre … quattro sogni cattivi, li manda via per sempre, non torneranno più.

 
 
 
 

Disegno di Jacopo

Poi va lì, dove passano i treni: c’è l’ultimo sogno cattivo.

 
 
 
 

Disegno di Virginia

È il peggiore di tutti, ha una forza che nemmeno cento papà insieme possono scacciare. Dovrebbe andar via prima che inghiotta anche lui.

 
 
 

Disegno di Lia

Però sente suo figlio che si gira nel letto, e sente tutti gli altri bambini. Allora decide: rimango qui per sempre, a tenere la porta chiusa contro questo sogno cattivo.

 
 
 

Disegno di Chiara Sheila

Non vedrà più il suo bambino, è ancora lì adesso che impedisce al cattivo sogno di entrare, quell’uomo che conosce meglio di tutti i bambini, perché ne porta il nome.

 
 
 

Disegno di Chiara Sheila

Luigi Carluccio, che porta il nome di un bambino, come si porta una medaglia”.

 
 
 

Luigi Carluccio

I ragazzi della Prima B, dopo avere proposto il nome da dare alla scuola, hanno scritto una lettera ad Alessandro, il figlio di Luigi Carluccio, che anche lui fa il poliziotto, come il suo papà. Alessandro ha risposto con una stupenda lettera, che sarebbe bello pubblicare, perché ci farebbe crescere tutti in umanità e civiltà.

In questi giorni il nome proposto dai ragazzi della Prima B è stato accolto e prescelto: “Luigi Carluccio” diverrà il nome della scuola media di Grandate (Como).

L’autore di questo blog ringrazia i ragazzi della Prima B e la loro coordinatrice prof. Paola Gaffuri: grazie a loro è stato possibile vedere vivere una bellissima fiaba, un sogno vero, un simbolo grande e bello, che rende ancora più entusiasmante essere uomini.