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Sotto cocaina una madre si butta dalla finestra con il figlio

 

“Pensavo di essere una buona madre. Dalla vita, ho avuto tutto. Tutto”. Riportate dal “Corriere della sera”, sono le parole di Giorgia, la madre che all’inizio di questa settimana si è buttata dalla finestra con il suo piccolino di quattro mesi, dopo un coca-party con il compagno.

Che non abbia davvero avuto tutto, è lei stessa – senza accorgersi – a confermarlo: “È la notte che ti frega. Ci ricaschi. La trovi sempre, te la offrono. Tu, la compri. La prendi e subito ti senti libera. Libera di parlare, di decidere, di scegliere tutto quello che vuoi”.

Dunque, Giorgia non ha, come lei crede, “avuto tutto”: niente e nessuno le ha dato o le ha permesso di avere la libertà, la libertà di parlare, di decidere, di scegliere. E – ancora di più – niente e nessuno le ha dato o le ha permesso di avere la forza e la voglia di essere libera, libera di parlare, di decidere, di scegliere. Se una persona va a cercare questa forza e va a vivere questa voglia nella cocaina, significa che non ha né una né l’altra, perché niente e nessuno gliele ha date, niente e nessuno le ha testimoniato che essere liberi si può; che parlare è bello ed è un diritto; che la libertà di decidere e scegliere non è solo sensazione, illusione, effetto prodotti da una sostanza, ma è cammino, conquista, ricerca che, giorno dopo giorno, fanno crescere te, gli altri, la storia, il mondo. Sì, qualcuno magari glielo ha detto, ma nessuno glielo ha testimoniato o ha lasciato che le venisse testimoniato.

Molte volte chi dice della libertà, nega e annulla chi la vive e la testimonia. Basta poco: basta mettere lo sceneggiato su Martin Luther King o su Giovanni Falcone accanto a un qualsiasi programma di fiction e il gioco è fatto: tutto è omogeneizzato a fiction, tutto è irreale e distante, irraggiungibile, non vero. Non occorre che ci sia la volontà esplicita di un regime, perché questo avvenga. Non occorre che il responsabile del palinsesto sia fascista, comunista, conservatore, progressista o bipartisan. Chiunque metta carbone in caldaia, produce vapore, sia che usi la mano destra, sia che usi quella sinistra, sia che le usi entrambe.

E le famiglie? È lì che si ricevono gli imprinting e i modelli; è lì che germogliano i desideri e le voglie, il sogno e l’ostinazione del sogno, le utopie e i loro respiri. Nessuna scuola e nessuna istituzione possono darti l’imprinting della libertà, della parola, della scelta, della decisione, se nella tua famiglia almeno un poco non l’hai respirato o intuito o intravisto o disperatamente desiderato. Nelle nostre famiglie quanta libertà di parola, di scelta, di decisione ci viene in-segnata, cioè segnata dentro l’anima? Quanta voglia di viverla, di cercarla, di conquistarla ci viene testimoniata da nostro padre, da nostra madre e – soprattutto e prima di tutto – dall’amore che lega tra loro nostro padre e nostra madre? Quanto è davvero libero il loro amarsi, quanto le loro scelte, quanto le loro decisioni, quanto la loro vita? Nelle nostre case che cosa prevale: il sapore della libertà o i ricatti affettivi e psicologici? Il potere aperto della gioia o quello sordo e subdolo della depressione e della lamentela? Il rispetto incondizionato della decisione o le imposizioni esproprianti? Il diritto all’esperienza e alla possibilità dell’errore o il dovere fine a sé stesso? Il piacere di essere sé stessi o la paranoia del “cosa dirà la gente?”?

Non so da che famiglia esce Giorgia. Se glielo potessi chiedere, lei forse mi direbbe che la sua famiglia era bellissima e che i suoi genitori si volevano un mondo di bene. Idealizzare serve a sopravvivere o a illudersi di sopravvivere, ma non aiuta a vivere.

Ogni azione suicidaria trattiene in sé un significato simbolico. Di solito,  chi si butta nel vuoto cerca inconsciamente un abbraccio, l’abbraccio di una madre che non ha mai avuto, dalla quale non è mai stato davvero contenuto, una madre che possa essere anche – come direbbero francesi, tedeschi e inglesi – la “grande madre” del nipotino.

10/9/2008

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