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la mancata elaborazione di un danno

ripete il danno e lo amplifica

 

Mi capitano di frequente pazienti (soprattutto donne, ma non mancano di certo gli uomini) che da bambini o da ragazzi hanno subito molestia o abuso sessuale.

Se, come quasi sempre accade, l’abuso non è stato affrontato ed elaborato, la personalità della persona abusata avrà una vita affettiva, sessuale, coniugale, genitoriale e sociale fortemente problematica, segnata da molta sofferenza sia subita che causata. Difatti chi ha subito un danno senza affrontarlo né elaborarlo, non solo soffre lui in misura crescente, ma – sempre in misura crescente – produce lui stesso danno. Non a caso nella storia di molti abusanti ci sono abusi subiti; non a caso molte madri e molti padri di bambini o bambine abusati hanno alle spalle episodi di abusi non affrontati né elaborati, che li rendono madri e padri incapaci di adeguata attenzione e di corretto contenimento, per cui il loro figlio o la loro figlia diverranno la facile preda di un abusante.

Il senso di sé e del proprio corpo viene fortemente danneggiato dall’abuso, diventa una ferita aperta, che, se non viene curata, si allarga sempre più, incrinando in modo crescente l’autostima, l’identità individuale e di genere, la percezione del proprio corpo. Si può giungere alla frattura radicale, che all’estremo può anche portare la psiche a dissociarsi e a cercare di ritrovarsi soltanto attraverso dinamiche proiettive (la pedofilia e la pederastia nascono spesso da una dinamica di questo tipo, segnata da abusi sessuali e psicologici prolungati nel tempo).

Per questo è necessario affrontare il più in fretta possibile l’abuso. Per questo va denunciato l’abuso: deve risultare subito chiaro al bambino o alla bambina che loro non hanno alcuna colpa o responsabilità e che sono soltanto vittime di un danno. Difatti, il loro enorme bisogno di attenzione e di affetto, se da un lato li rende vulnerabili alle accattivanti strategie di approccio dell’abusante, dall’altro li fa poi sentire complici e colpevoli.

Purtroppo i primi veri complici dell’abusante sono troppo spesso i genitori. Se il bambino o la bambina non si confidano con la mamma e con il papà significa che il rapporto di genitorialità è gravemente carente; significa che il genitore non è vissuto come interlocutore affidabile, comprensivo, interessato; significa che il rapporto genitore-figlio è già pregiudicato. E questo rende il genitore il primo vero complice dell’abusante.

Ricordo la tragica reazione di un padre e di una madre di fronte alla scoperta che la loro figlioletta era stata abusata dal nonno paterno. Al mio invito a denunciare al più presto l’accaduto, il padre disse: “un figlio non può denunciare il proprio padre”; la madre soggiunge: “in fondo, poi, che cosa è successo di così grave? Allora chissà quante denunce si dovrebbero fare!”

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