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Diverso rapporto della madre con la femmina e con il maschio

Mi pare che la mamma, di fronte alla sua bambina, sia portata a lasciare come scontate molte affermazioni, come se, sotto sotto, dicesse alla figlia: “figlia mia, tanto tu queste cose le sai, è inutile che te le dica”. In questo modo, senza volerlo, non la lascia bambina, la vede e la vuole già donna. Al contrario, mi pare, la mamma si rivolge al bambino in modo tendenzialmente più didascalico, come se fosse necessario spiegargli tutto. In questo modo, senza volerlo, lo vede bambino e, sempre senza volerlo, lo lascia bambino. Capita qualcosa di simile, quando incontriamo uno straniero (per certi versi succede lo stesso anche con altre forme di diversità, per esempio con l’handicappato. Anche quando il suo handicap non ha nulla a che fare con problemi di comprensione, si tende, in modo tanto inconsapevole quanto gratuito, a essere didascalici con lui, come se lui non capisse): senza che neppure ce ne accorgiamo, ci mettiamo a parlare più lentamente, scandendo meglio le parole, usando i vocaboli più correnti e facili, le sintassi più semplici, accompagnando il più possibile il gesto alla parola, aumentando la tensione, la in-tenzione e la espressività dello sguardo. Appena pensiamo che sia di un’altra lingua, cominciamo noi per primi a usare una lingua così didascalica da essere diversa da quella che usiamo abitualmente. Nel momento stesso in cui vogliamo essergli vicini, paradossalmente gli dichiariamo quanto è distante da noi, quanto è straniero e diverso.

Non a caso mi è capitato di notare che a essere più didascaliche con il figlio maschio sono in particolare le mamme ferite nel loro rapporto con il maschile: spesso hanno avuto padri percepiti come molto autoritari e distanti o, per altri versi, come deboli e insignificanti; spesso hanno subito abusi o sono vissute in ambienti sociali e culturali caratterizzati da nette separazioni tra maschile e femminile.

Forse le più didascaliche con il figlio maschio sono proprio le mamme che vengono da esperienze di abuso subito. Sono quelle che, nel momento stesso in cui si sforzano di educare il figlio al meglio, così che non diventi “come tutti gli altri”, proprio in questo modo finiscono con l’infantilizzarlo di più, con il renderlo straniero anche a sé stesso. Senza volerlo, anzi volendo esattamente il contrario, gli danno dell’incapace a vita e lo caricano di rabbia nei confronti del femminile. Per cui, quando alla fine si troveranno di fronte un figlio tanto lontano da quello che esse si erano proposte e immaginate, finiranno sconsolatamente con il concludere: “vedi, è inutile, i maschi sono tutti così, sono così di natura, non c’è proprio niente da fare, sono irrecuperabili, dobbiamo solo sopportarceli e sopravvivere con loro alla meno peggio”. E, quasi sempre, l’interlocutore di queste loro lamentazioni sarà una donna con le loro stesse condizioni e con le loro stesse lamentazioni, che non potrà non lasciarle in una intrascendibile incapacità di vera interlocuzione eterosessuale.

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3 Comments

  1. mi ha messo molto a disagio leggere queste affermazioni, in quanto, essendo mamma di due maschi, spesso mi viene spontaneo sminuire il figlio maggiore perchè ho sempre pensato di tirargli fuori quella grinta che deve avere per affrontare il mondo; a volte lo provoco sperando che reagisca perchè il mondo è pieno di lupi. E’ chiaro che non riesco ad ottenere quello che voglio, anzi si chiude a riccio e subisce. Mi sento sempre in colpa quando succede e cerco di medicare lodandolo per qualcosa; questi episodi stanno diminuendo, cerco di controllarmi il più possibile, ma a volte nei momenti di rabbia ci ricasco. Mi auguro con tutto il cuore che mio figlio un giorno possa emergere, intendo che riesca a tirar fuori tutto ciò che ha dentro e coltivare al meglio le sue capacità, e mi domando spesso se io come mamma sarò in grado di aiutarlo.

  2. Voglio aggiungere che secondo me, siamo tutti stranieri e diversi, per e da qualcuno, se appena allarghiamo gli orizzonti…
    E che l’uguaglianza non è una coperta per tutte le stagioni, vanno fatti dei distinguo.
    Simili nelle nostre innumerevoli diversità,che esistono e da cui non si può prescindere, ed uguali nel rispetto della dignità umana propria ed altrui.

  3. Attraverso la mia seppur limitata esperienza, noto che in generale la comunicazione verbale delle donne sappia meglio e più articolatamente declinarsi in tutti gli ambiti umani che quella maschile.
    Per sua natura la donna è più disposta ad “accogliere l’altro” in ogni sua oggettiva o presunta diversità e quindi ad adattare anche il suo “linguaggio” per avvicinarglisi.
    Io comunque amo dare un’altra chiave di lettura al cambio di registro che adottiamo di fronte a chi, nella indiscussa assimilata-similitudine (nihil umanum mihi alienum est, ne faccio parte,ne sono impregnato) percepiamo diverso da
    noi.E'”normale” che sia così,l’umanità e fatta di tanti “diversi”che si assomigliano.Non ho handicap apparenti, ma potevo o potrei diventarlo, anch’io sono straniero di
    altri.
    E allora io sento in quel modo inconsapevole forse, ma non
    gratuito di comunicare in maniera “diversa” non una dichiarazione di DISTANZA, ma la VICINANZA di un vero e sincero contatto umano al contrario di tanti falsi atteggiamenti “politicamente corretti”.


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