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Come è l’uomo del narcisismo postindustriale

Già da almeno un paio di decenni gli studiosi dei grandi cambiamenti umani (psicologi, sociologi, esperti della comunicazione, antropologi, filosofi) avevano previsto quanto purtroppo sta puntualmente avvenendo: che la tipologia media dell’indivduo sarebbe stata caratterizzata da tratti narcisistici sempre più pervasivi e patologici. Il ’68, tutti gli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono stati abitati da personalità edipiche, caratterizzate dai grandi conflitti tipici delle personalità di area nevrotica: tra dovere e piacere, tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra autorità e libertà, tra pubblico e privato, tra sociale e istituzionale, tra ideologia e potere, tra emozione e scienza, tra appartenenza e militanza, tra ideale e materiale, tra fantasia e progettualità. Era come se continuamente due immensi oceani entrassero tra loro in contratto e in conflitto, per usare, allargandola, l’efficace immagine che Giovanni Moro (Anni Settanta, Einaudi, 2008) usa come emblematica in particolare degli anni settanta.

Oggi è tutto diverso. Con il crescente sviluppo e rafforzamento della società del terziario postindustriale, si viene affermando e diffondendo un tipo di personalità dal Sé debole o ipertrofico, comunque squilibrato, incapace di incontri, coinvolgimenti e affetti profondi. Con impressionante velocità, la comunicazione interpersonale aumenta quantitativamente e diminuisce qualitativamente. I vissuti e l’espressione sia delle idee che dei sentimenti e delle emozioni divengono sempre più paratattici: si perde la percezione della diversità tra un’idea e l’altra, tra un sentimento e l’altro, tra una emozione e l’altra; si perde soprattutto il rapporto di continuità e di valore che lega o dovrebbe legare tra loro idee, sentimenti, emozioni. Conta solo l’adesso, l’ hic et nunc: quello che penso adesso, quello che sento adesso, quello che provo adesso. Non importa se, dopo un nulla, la penso esattamente al contrario, odio quello prima amavo, voglio quello che un attimo fa rifiutavo. Poco alla volta la capacità affettiva si svuota, appare inutile, inefficiente, stupida. Conta l’istante e l’affermazione (o la negazione) di sé nell’istante. Non ci sono più sintassi, fuochi prospettici, sogni, ideali. Meno che meno nel segno del conflitto.

I conflitti, a modo loro, presuppongono continuità, durata, ostinazione. Ora i conflitti sono sostituiti da esplosioni improvvise, apparentemente insospettabili, da acting out incontrollabili. Tra un’esplosione e l’altra, tra un acting out e l’altro la sordità immensa e ovattata della bonaccia, l’avvicendarsi di istanti senza storia, di sentimenti senza passione, di emozioni senza profondità.

Il giorno e la notte tendono a rovesciarsi, senza tuttavia mai perdere il crescente senso dello spaesamento. L’angoscia, la paura, il “magone” si fanno sempre più grandi e indeterminati, senza contenuti precisi, come uno sfondo ogni istante tanto più minaccioso e opprimente, quanto più inafferrabile e devastante.

In quanto mi toglie dalla signoria dell’istante, l’altro è il nemico: ogni sua diversità mi produce solo fastidio e insofferenza. Ma è un nemico di cui l’istante dopo non mi interessa nulla. L’altro conta solo perché mi serve adesso, in quanto mi serve adesso; per il resto non me ne frega nulla, neppure continuare a odiarlo o a combatterlo. Dopo l’esplosione che vorrebbe distruggerlo (o santificarlo), l’altro non esiste.

Dire oggi parole come “razzista”, “irresponsabile”, “delinquente” non ha lo stesso senso che poteva esserci venti o trenta anni fa. Chi ora è razzista, fra un istante può inneggiare a Obama; chi la sera prima guidava ubriaco, il giorno dopo può da volontario guidare l’ambulanza che salva un moribondo; chi oggi mi aiuta a salire le scale, domani mi può ammazzare per un parcheggio contestato.

Questa è la società paratattica del narcista postindustriale. Questo è e può ogni giorno di più essere l’uomo d’oggi, un uomo senza più alcuna dimensione.

Quanto viene affermato ora, è negato l’istante dopo. E quanto nego in me, lo proietto sull’altro, identificandolo in lui. La “negazione” e la “identificazione proiettiva” sono le due dinamiche tipiche della psiche caratterizzata da un Sé fragile e/o malato, proprio a partire dal disturbo mentale che va sotto il nome di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Il DNP è e sarà la patologia psichica sempre più diffusa.

 

 

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One Comment

  1. It’s hard to come by knowledgeable people for this subject, but you sound like you know what you’re talking about!
    Thanks


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