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Category Archives: spaesamento

Tre passi – il primo di Saffo di più di 2.500 anni fa, gli altri due di Fernando Pessoa del secolo scorso – tornano in questi giorni a interrogarmi sul rapporto tra scissione del Sé e grande poesia, fra spaesamento del Sé e arte. 

Voi che ne dite?

Eccoli qui:

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

SAFFO, framm. 51 (traduz. mia)

Io sono due, e entrambi distanti – fratelli siamesi non congiunti.”

FERNANDO PESSOA, Il libro dell’inquietitudine, 9, Newton, Roma, 7a ediz., p. 18(traduz. di Piero Ceccucci e Orietta Abbati)

Noi non ci realizziamo mai.

Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.”

FERNANDO PESSOA, Ibidem, 10

 

 

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in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Chi ha subito un danno senza poterlo adeguatamente elaborare, alla fine sarà lui a danneggiare gli altri, più di quanto egli abbia subito e sofferto. Vale per gli individui, per i gruppi sociali, per intere culture, in una tragica inversione di ruoli che fa della storia e delle vicende umane un rifluire ostinato di dolori senza fine, a parti invertite. Le antiche vittime sono ora i nuovi persecutori, ancora più crudeli degli antichi: scaricano sulle nuove vittime il rimbombo devastante delle proprie ferite mai guarite e mai riscattate, soltanto in apparenza dimenticate, in realtà solo rimosse o negate (cioè lasciate vivere negli anfratti patologici dell’anima).

Pensavo a questo riflettendo sulle crudeltà che per esempio gli ebrei d’Israele di frequente infliggono al popolo palestinese, sfrattato dalla propria terra, da ormai tre generazioni sul”orlo della estinzione.

Pensavo a questo guardando l’assurdità di molta gente delle della mia terra bergamasca, per secoli e secoli crocefissa da miserie, da emigrazioni, che hanno lacerato il tessuto sociale con frequenza e intensità inaudite, segnando l’anima di dolore spaesante. Nel mio lavoro di psicoterapeuta vedo i segni ancora sanguinanti di queste crocifissioni tanto presenti, quanto taciute o misconosciute, come di solito succede alle ferite più antiche e profonde dell’anima. Ora in questa mia gente ci sono molti tra i più intolleranti e cattivi razzisti e xenofobi, forse i più rigidi e sordi nelle discriminazioni e nella emarginazioni, loro che hanno ancora nella carne delle loro piaghe sofferenze simili a quelle che oggi producono.

Senza elaborazione delle proprie ferite, si ferisce. Senza abbraccio del proprio dolore, si toglie dall’abbraccio affogando gli altri nel dolore.

Tragicamente ci si proietta a ruoli invertiti nell’altro. Nell’altro si continua a colpire sé stessi. Nella morte dell’altro si ripete la propria morte. Forse vittima e persecutore sono a tale punto l’una dentro l’altro, che solamente l’odio può dare l’illusione della distanza e di una diversificazione che non c’è, dimenticando quanto si è fratelli.

Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

L’essere umano è complesso, non complicato

Nel mio lavoro di terapeuta ogni giorno tocco con mano abissi di profondissima complessità. L’essere umano – mi trovo spesso a dire – non può non essere creatura divina. Se non lo fosse, sarebbe soltanto un banale, complicatissimo meccanismo di 60-70 chili d’acqua. Non saprebbe, come sa, di disperazione e di gioia, di noie sorde e di inquiete attese. Né le sue angosce sarebbero tanto assurde. Né saprebbe di paniche sorprendenti taciute speranze. Prima dell’uomo sono preghiera la sua disperazione illimitata, le sue paure urlanti, la sua infinita angoscia, la sua stessa stupefacente stupita stupidità, il suo tenerissimo timidissimo bisogno di affidarsi, la sua voglia così negata e ostinata di tenera dolce in-amorante spaesante carezza.

 

 

Preghiera al Padre

 

Restituirò a te, Padre,

ogni mia umanità,

riporrò me stesso

nel tuo gesto d’inizio,

nel tuo stupore di Parola e di Soffio.

Imploderò in te.

Finalmente godrò gli attimi

contemplati nell’eterna continuità,

finalmente vivrò le eternità

nella gioia brillante

degli attimi di un unico attimo.

 

Una solitudine nuova

oggi sbrana l’uomo:

più non si identifica l’individuo,

l’impotenza vive della identità,

l’angoscia inspira dello smarrito spaesarsi

dei mondi.

 

Nel tuo stupore riprenderò

il gioco saggio del simbolo

Rosi aspettando,

abbandonato in te

come bambino

in un sonno gustato.

 

Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.

 

poesia del clandestino

 

vorrei salire su un gommone

rischiare la morte in mezzo al mare

e potere vedere l’Italia

 

come la vedono loro

 

con i loro occhi spalancati

di chi fugge le paure

 

con i loro sguardi di attesa e futuro

di spregiudicata speranza

di fede disperata

 

con la ricchezza

di chi sa rischiare tutto

 

con la povertà

di chi non vuole nulla

perché attende tutto

 

vorrei tenermi in bocca l’Italia

come sanno fare i bambini

quando tengono in bocca il bello e il nuovo

 

vorrei gustarla con l’arguzia

della bocca curiosa

affamata di speranza e futuro

la bocca di un bambino

la bocca balbettante del clandestino

 

vorrei amarla con la loro disperazione

sognarla con il loro coraggio

 

vorrei desiderarla

come loro nelle loro utopie incarnate

sanno desiderare la vita

 

vorrei sposarla

con l’arte del distacco totale

lasciando i padri e le madri

come sanno fare le loro fami e le loro seti

 

con questa terra

vorrei concepire i miei figli

entrando nella vagina delle esclusioni

fecondandola del seme

di chi cerca sé stesso

facendola partorire di popoli nuovi

numerosi come le stelle del cielo

e i granelli di sabbia dei mari

 

sarà bello il giorno dello sbarco

il primo bacio

là sul confine delle onde

dove il tempo dell’attesa

si schiude e sa guardare le epoche

e pregare l’assoluto

 

 

 

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

(trad. mia)

 

 

 L’ autobus si fermò.

Era in orario.

Salì un vecchio

ch’era in ritardo

con la vita.

Il tempo non capì più

che cosa dovesse fare.

 

Gracchia la rana, razzola il maiale,

anche l’asino si mette a scalpitare.

 

 

“Quando sarà il tempo

dove noi donne non avremo paure?”

 

Isabel in un suo commento a questa pagina mi chiede: “Quando sarà il tempo dove noi donne non avremo paure?”. Prima che una domanda, questa di Isabel è una diagnosi: dice di uno stato di malessere profondo, condiviso da tutte le donne (e sono tantissime) che, come lei, sono abitate dalle “paure”.

La prima paura è proprio quello spaesamento del tempo, che la sintassi della frase così bene esprime e lascia emergere, con-fondendo tra loro il quando temporale con il dove spaziale. Chi scrive è sicuramente di madre lingua non italiana, ma proprio questo fa emergere in tutta la sua forza il dramma sotteso alla domanda. Chi chiede è lontano dalla terra madre o, più radicalmente ancora, è lontano dalla madre, è lontano dai suoi luoghi e dai suoi spazi, dai suoi tempi e dalle sue epoche, dal suo abbraccio che forse non c’è mai stato. Per una donna la prima grande profondissima paura è la lontananza dalla madre: se per un uomo la lontananza dalla madre è – come dicevano gli antichi greci – nostalgia, cioè dolore di un ritorno difficile o improbabile o impossibile (se non erro, l’anima portoghese – dai primi navigatori oceanici fino alla poesia di Pessoa e a tutto la poetica del Fado – la chiama saudade), per la donna la lontananza dalla madre è perdita del legame profondo con la femminilità, quindi sradicamento dalla propria identità di femmina, di donna, di madre, di bambina, di amante totale, di compagna assoluta del suo uomo. La nostalgia del maschio può sperare o disperare il ritorno, proprio perché il ritorno è comunque pensato e pensabile. Lo spaesamento femminile è abisso e basta: è sfratto dell’anima e della identità.  Allora la donna non sa più i tempi del proprio vivere, respirare, amare, sperare, morire; non sa né può più abbandonarsi al fluire rigoglioso della propria femminilità: il suo ciclo mestruale sfiora sempre più l’irregolarità dei ritardi e degli anticipi, degli sbocchi torrentizi e delle siccità più impoverite, talora tocca i silenzi anoressici delle amenorree, quasi sempre è abitato dalla difficoltà spastica del dolore e dalla solitudine smarrita di un femminile soffocato e depresso. Il tempo fugge, cessa di essere la culla tranquilla del femminile e il regno della donna signora del tempo, si fa ansia, agorafobia, insonnia, paura di ogni spazio e di ogni attimo, panico mortale più angosciante della morte stessa. E corri, e fai, e sempre il tempo scappa, non raggiungi nulla, non accogli né offri sguardi, non conosci né sei i pensieri e le anime. E improvvisa un giorno sopraggiunge la menopausa: e ti ritrovi bambina senza mai essere stata donna, piccola senza mai essere stata grande, abbandonata senza mai essere stata accolta, figlia di nessuno senza mai essere stata madre di qualcuno.

Questo oggi penso sia il primo vero, grande, terribile dramma del femminile; questa la sua prima paura enorme e senza nome, una paura che non sa di chi è figlia e che può essere madre soltanto di altre paure. La altre paure, quelle sì, hanno un nome e sono un calvario ripetuto e noto nelle sue tappe: si chiamano disistima, depressione, senso di inadeguatezza, incapacità di relazione con il maschio, masochismo ossessivo, vittimismo cercato fino alla dipendenza, stupro subito, urlo soffocato. Si teme tutto e talora si vuole temere tutto. Si sposa un uomo violento e talora si vuole sposare un uomo violento. Si odia il proprio corpo e talora si vuole odiare il proprio corpo.

Non so quando ci sarà un tempo dove tu, donna, non avrai paure. So però che prima di ogni quando e di ogni dove, ci deve essere la dignità dello stupore dato e ricevuto. Proviamo a fare come all’inizio di ogni tempo e di ogni spazio, quando l’uomo e la donna non sapevano l’uno dell’altra, quando nessuno ancora aveva avuto una madre. Allora tutto sarà nuovo, niente sarà scontato e prevedibile. Proviamo soprattutto a pensare che, per amare, vale il “tutto o niente” (vedi in questa pagina il post “Potere di seduzione”). Allora l’uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà una carne sola con la sua donna. Senza il “tutto o niente” nessun uomo lascerà la madre e dimenticherà le nostalgie; nessuna donna lascerà le paure e cercherà davvero il sorriso.

Il maschio eschimese, quando chiede alla sua donna di sposarlo, usa dire una frase bellissima: “vuoi ridere con me tutta la vita?”. Non so come siano le donne eschimesi, ma di certo so che solo chi cerca il riso può facilmente trovarlo, magari abitato da quella continuità che lo trasforma in gioia.

Perché non si festeggia il menarca?

 

In tutte le società e culture che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive” si festeggia l’arrivo delle prime mestruazioni. Tutta la comunità si dichiara felice che una nuova donna sia presente e che, con il potere della sua femminilità, renda più ricchi tutti quanti; vede in ciò motivo di gioia e di speranza sociali. La ragazza poi si trova al centro della attenzione sociale e, soprattutto, si sente vista e considerata come adulta. Questo le dà un nuovo e gratificante senso di sé, del proprio corpo, della propria centralità sociale. Riceve con ciò una notevole conferma, che le permette di compensare alla grande la difficoltà da un lato dell’abbandono della fanciullezza e dall’altro dell’accesso alla dimensione adulta. Il difficile passaggio dal vecchio corpo e dalla vecchia vita di bambina a quelli nuovi di donna è così sorretto ed equilibrato dalla festa, dall’attenzione ricevuta, dalla riconosciuta nuova dimensione di femmina adulta.

La festa della comunità struttura ed equilibra anche il delicato rapporto tra famiglia d’origine e ragazza mestruata. In primo luogo dice alla famiglia d’origine che il suo compito è stato assolto e che quindi essa ha svolto quanto le competeva: questo dà conferma all’azione formativa ed educativa della famiglia d’origine, le dice che la missione è stata compiuta e che ci devono essere non sensi e dubbi di colpevole inadeguatezza, ma solo festa e gioia per il risultato raggiunto. In secondo luogo, affermando la dignità adulta della nuova donna, la comunità in certo senso comincia proprio con questa festa a compensare la fatica e il dolore che lo svincolo di una figlia comunque comporta, preannunciando con ciò la festa che a suo tempo accompagnerà il matrimonio della ragazza e la definitiva rinuncia a lei da parte della famiglia d’origine.

Da noi l’arrivo delle prime mestruazioni è evento quasi clandestino. A esserne informata è di solito la mamma, che spesso si limita a dare qualche rapido consiglio su come intervenire con i pannolini. Troppo di frequente da parte della mamma non c’è neppure un sorriso o un festoso abbraccio di complicità femminile. L’unico squallido risicato commento che purtroppo molte mamme si limitano a fare è “adesso devi stare attenta ai ragazzi e a non restare incinta”. Spesso questo commento o altri di segno analogo sono accompagnati da un tono di voce e da sguardi non certo festosi e gratificanti, tali da comunicare un messaggio più o meno di questo tipo: “poveretta te, anche tu adesso sei donna e devi fare i conti con il sesso e con il maschio!”.

Il padre di solito è informato solo di nascosto e non manifesta alcunché alla ragazza, come se il suo essere ora una donna non contasse nulla e non cambiasse nulla.

Nulla è cambiato, c’è solo un’incombenza igienica in più e una nuova paura del sesso e del maschio: questo di fatto è il messaggio che con l’arrivo del menarca viene dato a molte delle nostre ragazze. Il rapporto con il nuovo corpo di donna e con la sessualità è vissuto in una sorda clandestinità, spesso abitata da paure e sensi di colpa, che aumentano a dismisura, fino al parossismo, la difficoltà a lasciare la fanciullezza e l’impegno a vivere la dimensione adulta. Anche a scuola (per molte ragazze, ormai, la scuola è l’unico spazio sociale extrafamiliare praticabile) nessuno ti dice né ti riconosce nulla, né ti conferma di nulla; se quella mattina hai un’interrogazione, conta solo questa, non il fatto straordinario che tu sei diventata donna.

Quando le mie due figlie hanno avuto le prime mestruazioni, qui nella nostra casa si è fatto festa, abbiamo mangiato la torta e bevuto lo champagne, sono state donate loro bellissime rose rosse, Rosi ed io eravamo felici. Mi spiace che, a fronte di ciò, non ci sia stato un adeguato e simmetrico riscontro sociale: sarebbe stato decisivo, bello, importantissimo.

“Quando sarà il tempo

dove noi donne non avremo paure?”

 

Isabel in un suo commento mi chiede: “Quando sarà il tempo dove noi donne non avremo paure?”. Prima che una domanda, questa di Isabel è una diagnosi: dice di uno stato di malessere profondo, condiviso da tutte le donne (e sono tantissime) che, come lei, sono abitate dalle “paure”.

La prima paura è proprio quello spaesamento del tempo, che la sintassi della frase così bene esprime e lascia emergere, con-fondendo tra loro il quando temporale con il dove spaziale. Chi scrive è sicuramente di madre lingua non italiana, ma proprio questo fa emergere in tutta la sua forza il dramma sotteso alla domanda. Chi chiede è lontano dalla terra madre o, più radicalmente ancora, è lontano dalla madre, è lontano dai suoi luoghi e dai suoi spazi, dai suoi tempi e dalle sue epoche, dal suo abbraccio che forse non c’è mai stato. Per una donna la prima grande profondissima paura è la lontananza dalla madre: se per un uomo la lontananza dalla madre è – come dicevano gli antichi greci – nostalgia, cioè dolore di un ritorno difficile o improbabile o impossibile (se non erro, l’anima portoghese – dai primi navigatori oceanici fino alla poesia di Pessoa e a tutto la poetica del Fado – la chiama saudade), per la donna la lontananza dalla madre è perdita del legame profondo con la femminilità, quindi sradicamento dalla propria identità di femmina, di donna, di madre, di bambina, di amante totale, di compagna assoluta del suo uomo. La nostalgia del maschio può sperare o disperare il ritorno, proprio perché il ritorno è comunque pensato e pensabile. Lo spaesamento femminile è abisso e basta: è sfratto dell’anima e della identità.  Allora la donna non sa più i tempi del proprio vivere, respirare, amare, sperare, morire; non sa né può più abbandonarsi al fluire rigoglioso della propria femminilità: il suo ciclo mestruale sfiora sempre più l’irregolarità dei ritardi e degli anticipi, degli sbocchi torrentizi e delle siccità più impoverite, talora tocca i silenzi anoressici delle amenorree, quasi sempre è abitato dalla difficoltà spastica del dolore e dalla solitudine smarrita di un femminile soffocato e depresso. Il tempo fugge, cessa di essere la culla tranquilla del femminile e il regno della donna signora del tempo, si fa ansia, agorafobia, insonnia, paura di ogni spazio e di ogni attimo, panico mortale più angosciante della morte stessa. E corri, e fai, e sempre il tempo scappa, non raggiungi nulla, non accogli né offri sguardi, non conosci né sei i pensieri e le anime. E improvvisa un giorno sopraggiunge la menopausa: e ti ritrovi bambina senza mai essere stata donna, piccola senza mai essere stata grande, abbandonata senza mai essere stata accolta, figlia di nessuno senza mai essere stata madre di qualcuno.

Questo oggi penso sia il primo vero, grande, terribile dramma del femminile; questa la sua prima paura enorme e senza nome, una paura che non sa di chi è figlia e che può essere madre soltanto di altre paure. La altre paure, quelle sì, hanno un nome e sono un calvario ripetuto e noto nelle sue tappe: si chiamano disistima, depressione, senso di inadeguatezza, incapacità di relazione con il maschio, masochismo ossessivo, vittimismo cercato fino alla dipendenza, stupro subito, urlo soffocato. Si teme tutto e talora si vuole temere tutto. Si sposa un uomo violento e talora si vuole sposare un uomo violento. Si odia il proprio corpo e talora si vuole odiare il proprio corpo.

Non so quando ci sarà un tempo dove tu, donna, non avrai paure. So però che prima di ogni quando e di ogni dove, ci deve essere la dignità dello stupore dato e ricevuto. Proviamo a fare come all’inizio di ogni tempo e di ogni spazio, quando l’uomo e la donna non sapevano l’uno dell’altra, quando nessuno ancora aveva avuto una madre. Allora tutto sarà nuovo, niente sarà scontato e prevedibile. Proviamo soprattutto a pensare che, per amare, vale il “tutto o niente” (vedi in questa pagina il post “Potere di seduzione”). Allora l’uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà una carne sola con la sua donna. Senza il “tutto o niente” nessun uomo lascerà la madre e dimenticherà le nostalgie; nessuna donna lascerà le paure e cercherà davvero il sorriso.

Il maschio eschimese, quando chiede alla sua donna di sposarlo, usa dire una frase bellissima: “vuoi ridere con me tutta la vita?”. Non so come siano le donne eschimesi, ma di certo so che solo chi cerca il riso può facilmente trovarlo, magari abitato da quella continuità che lo trasforma in gioia.