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Category Archives: donna

Oggi G. ed E. festeggiano i loro 35 anni di matrimonio. A vederli, si direbbero due ventenni innamorati prossimi a salire all’altare, Sono la prova vivente che l’innamoramento non è soltanto una passione iniziale destinata a spegnersi dopo pochi anni o addirittura dopo pochi mesi, ma è un processo di sempre più viva identificazione e conoscenza di Sé nel Noi della relazione d’amore. G. ed E. sono bellissimi, danno gioia e speranza a chi abbia la fortuna di incontrarli e conoscerli, parlano di un mondo pulito, buono e autentico. Perla incantevole e dono prezioso di questo loro amore è D., figlia di queste due splendide creature. Non è la loro unica figlia: oggi anche la vita e la gioia corrono a riconoscersi figlie di G. ed E.. Se poi sentiste la risata inimitabile di G. e lo sguardo di E., che, compiaciuto e felice, bacia attimo per attimo tutta la risata della sua donna, anche voi, cari lettori, vorreste essere figli di questa maternità d’allegria e di questa paternità di saggezza innamorata. Da parte mia li abbraccio con affetto e riconoscenza. Dai, G., mandaci una bella risata delle tue! Dai, E., insegnaci a tenere in pugno – come tu solo sai – l’energia e il respiro dell’universo! Auguri di cuore.

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a lei piacciono i tuffi

 

dentro Gesù

domani si tuffa felice

Matilde

nell’acqua bella

e viva e vera

dove nascono i mondi

sgorgano i cieli

tracima nell’esserci l’Essere

 

 

a lei piace l’immergersi

 

domani

subacquea d’infinito

Matilde

vedrà le prodigiose profonde caverne

di Dio

con Gesù parlerà l’intimità

bella del Padre

e l’amerà con Gesù del loro Amore

 

 

a lei piace l’acquea fluidità dei suoni

 

infante Matilde

prima dell’Umano

parlerà domani il Trinitario

lingua di Dio

e le sue parole mai più

saranno scontate

sempre fradice di stupore

diranno la dolcissima anima sua

 

sai, Matilde,

Gesù è la spiaggia

dove la terra e il mare

l’umano e il divino

fanno l’amore

si carezzano dell’onda

di ogni loro incontrarsi

 

su quella spiaggia

e di quella spiaggia

si ingravidò Maria

 

nella mattina felice

sia fatto”

disse e respirò di Dio

 

con Maria

su quella spiaggia domani

Matilde

bacerai i tempi e le epoche

saprai la continuità

conoscerai

come solo la donna conosce

 

domani la tua intimità

Matilde si tufferà

nelle intimità di Dio

dove il Padre e la Parola

l’uno dell’altro si in-amorano

con-fluiscono e vivono

 

l’anima tua

Matilde

sarà domani

la grande presenza di Dio

le sue sterminate grotte d’abisso

le sue cime inebriate d’infinito

le sue nebbie avvolgenti

la sue rugiade di mistero vicino

 

nel tuffo vedrai

Matilde

quanto è bello essere anima

quanto grande può essere il canto

e canterai le umide sante canzoni

che dicono l’uomo

e concepirai le amniosi e gli infiniti

e vivrai il dono

fino a esserlo

 

 

un giorno

Matilde

incontrerai un’anima

ti stupirai del suo stupore

ti innamorerai della sua carezza

che sfiorerà i tuffi

profondissimi della tua anima

inspirerai in te il suo stupore

ti ingraviderai del suo sguardo

e darai al mondo popoli nuovi

 

già quel tuo amore è qui

 

nel tuffo domani

Matilde

il tuo amore ti bacerà

e sarai già sua sposa

 

 

capisci, Matilde?

domani nel tuffo

sarai spiaggia e orizzonte

parola di Dio e con Dio

intimità di infinito

complicità di creazione

amore di ogni amore

innamoramento di ogni innamorarsi

stupore di ogni stupirsi

genesi di ogni creazione

vicinanza di ogni lontano

aprirsi di ogni nodo

abbraccio di ogni diversità

perdono di ogni paura

vita di ogni morte

inspirazione di ogni respiro

umanità di ogni umanità

umanità di Dio e divinità dell’uomo

 

grande il tuo tuffo

Matilde domani

 

in Gesù sarai anche tu

sorgente e ruscello

torrente e fiume

mare e oceano

cascata e galassia

immersione e salvezza

 

lasciati andare

immergiti in tutta la sua profondità

godine ogni attimo e ogni eternità

cantane ogni sillaba

annunciane ogni gioia

dinne ogni impercettibile goccia

vivine ogni fessura

inondati di ogni sua pioggia

brilla di ogni sua rifrazione

 

 

è felice Gesù

 

quando gli ho detto

che domani

dentro di lui

tu Matilde

ti tuffi

mi ha guardato

come se solo allora sapesse

quanto da sempre lui sa

e mi ha detto:

nell’attesa

porta un piccolo bacio

d’annuncio

a Matilde

e vedrai domani

che tuffo farà:

un tuffo perfetto

un tuffo di gioia

un tuffo … da dio

 

a lei – lo sai –

piacciono i tuffi”

Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

Quando al primo posto ci sono il lavoro, il potere, l’affermazione sociale di sé, allora la donna e l’amore perdono sempre più senso e significato; finiscono con l’essere un peso da sopportare, un ostacolo da eliminare o aggirare, un problema da risolvere, un prezzo da pagare, una ossessione da evitare o da subire, un dovere o uno sfogo da soddisfare il più sbrigativamente possibile.

Quando al primo posto c’è l’amore per la propria donna, allora il lavoro diventa il luogo e il tempo della comunicazione di sé, della attesa di ogni alterità, della complessità che arricchisce, della possibilità che libera. Né la altre donne contano, perché nella propria donna trova senso e significato “la” donna. Ogni altra femminilità si rifrange nel cristallo preziosissimo della sua unicità; e soltanto in lei può essere colta e amata.

 

sempre sei tu

la mia sola bambina

piccola e cara e unica e bella

 

 

sempre sei tu

che corri incontro

al ritorno la sera

 

 

e ancora di più

con l’anima rincorri

al mattino

all’uscita da casa

 

 

di sotto in su guardi

rubi il respiro

in te lo tieni fino a sera

 

 

quando

nel bacio

me partorisci

alle nostre notti

in-vidiate dai cieli

 

 

 

Ne ho scritto a lungo nel mio libro La tenerezza dell’eros. Il fasciatoio è luogo e tempo formidabili: lì si giocano imprinting decisivi per la costituzione e la strutturazione della personalità, preparandone e suggerendone i comportamenti. Non solo. La relazione d’amore riprenderà le stesse modalità relazionali che quell’individuo da bambino/a ha vissuto sul fasciatoio nella relazione di accudimento con la propria mamma.

Un esempio. Ancora privi di parola, il bambino o la bambina richiamano l’attenzione della mamma, perché stia presente e attenta sempre più e sempre meglio, continuando a stare con loro e per loro. Come?

L’attenzione di qualsiasi essere umano è sempre attivata prima di tutto e soprattutto da ciò che è diverso e nuovo (è ciò che i pubblicitari chiamano il plus di un prodotto: quella caratteristica che, differenziandolo dagli altri, rende unico e riconoscibile quel prodotto). Ne consegue che la madre – consciamente o inconsciamente – “vede” come prima cosa la differenza più evidente del proprio bambino.

Se questo è un maschio, in particolare il primogenito maschio, lo sguardo materno, consciamente o inconsciamente, “vedrà” prima di tutto il pisello del maschietto, soprattutto del primo maschietto, cioè il suo plus. Per questo i maschietti, come primo richiamo dell’attenzione materna, che induca la mamma a re-stare (cioè a “continuare a stare”) sempre più o meglio presente e attenta, attivano l’erezione del pisellino; in tale modo – per dirla con i pubblicitari – evidenziano il plus . Soltanto se la mamma, per propri problemi, non risponde a questa modalità di richiamo, il bambino non la attiverà, inibendola e/o passando ad altre modalità di richiamo. Anche per la selezione delle modalità di richiamo, dunque, il bambino si adatta al tipo di risposta materna.

Se sul fasciatoio c’è una femmina, che è “come” la propria mamma, la bimba dovrà attivare modalità di richiamo d’attenzione più articolate e complesse, che – all’interno della comune femminilità – la rendano attraente e sempre più sé stessa agli occhi della mamma. Di solito queste modalità sono giocate su una valorizzazione della espressione di suoni e di movimenti del viso e del corpo molto più abile, sfumata e ricca di quella solitamente propria del maschio. Per questo, a mio avviso, le femminucce parlano prima e meglio dei maschietti (è molto raro trovare bambine che balbettano, parlano poco, male o in ritardo), hanno una più articolata ed espressiva mobilità del viso e del corpo e sono molto più attente alla lettura e alla interpretazione dello sguardo e della personalità della madre. Se una donna non ha attivato e bene strutturato queste capacità espressive, significa che il rapporto con la madre sul fasciatoio non è stato adeguato o addirittura è stato carente o problematico.

Quindi non mi pare affatto una forzatura affermare che da un lato la capacità di espressione fonetica prima e verbale poi, dall’altro la capacità di mobilità gestuale del viso e del corpo stiano alla femmina quanto l’erezione del pisello sta al maschio. “Servono” come prima, antica e più collaudata modalità del richiamo di attenzione.

Di qui vengono alcune caratteristiche solitamente femminili:

  • la parola non serve soltanto per comunicare qualcosa. In quanto richiamo di attenzione, richiede soprattutto di essere ascoltata attentamente. Prima del problema o dei contenuti che dice, quella parola è presenza di una persona, è la persona, l’anima di quella persona, la sua unicità, la sua bellezza che chiede di essere vista, riconosciuta, amata più di ogni altra e come nessun’altra può esserlo. Prima di chiederti di fare qualcosa per lei, la parola di una donna ti chiede di essere con lei, di vedere lei, di accogliere lei, la sua unicità femminile, il suo esserci, il suo attenderti, il suo aspettarti, il suo mondo di interiorità, il suo viversi attimo per attimo, il suo sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare come nessuna altra donna sa sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare. Ogni parola di donna è il parto di una gravidanza che ti chiama al riconoscimento della intera gestazione, in tutte le sue mille e mille sfaccettature, in ogni sua irripetibile e unica e inimitabile identità;
  • il muoversi del suo viso, del suo collo, del suo busto, del suo bacino. delle sue gambe, di tutto il suo corpo non serve soltanto – come banalmente e riduttivamente crede la maggior parte degli uomini – per sedurre o per “ottenere” qualcosa. È, prima di tutto, la danza poliedrica e fantasmagorica del suo esserci: come persona unica, come storia straordinaria, come irrinunciabile inizio di cammini e mondi che soltanto lei è e può essere, che nessuna altra donna sarà né potrà mai essere.

Quando due donne amiche parlano tra loro, è come se ripetessero tra loro l’esercizio che una figlia e una madre solitamente fanno e dovrebbero potere fare sul fasciatoio. Celebrano il merletto preziosissimo e soficastissimo della reciproca attenzione delle presenze e delle anime, della reciproca articolatissima lettura del sentimento e dell’emozione. È una celebrazione che, al tempo stesso, è esercizio di linguaggio amoroso, è attesa e speranza di una attenzione complice e complessa, quale sperano possa esserci domani tra loro e la persona che amano.

Purtroppo per la maggior parte dei maschi il gioco stupendo della richiesta d’attenzione si esaurisce e limita al “fare sesso”, come se l’erezione del pisello fosse l’unica cosa che conta, l’unica condizione e garanzia dell’amore: per loro le parole di una donna sono soltanto chiacchiere, il suo femminilissimo muoversi sono inutili, noiose, ritardanti moine. Non sanno il tesoro di comunicazione che hanno di fronte. Non colgono il dono del prodigioso mondo promesso e banalmente lo stuprano nell’ignoranza dell’ascolto e dell’accoglienza. E così perdono l’amore, la bellezza e, soprattutto, la persona che li ama, la sua unicità, la sua anima.

Rita mi scrive: “A proposito di DNP, lei consiglia di stare alla larga da tali persone. Ma se tutti se ne vanno a gambe levate???”.

Dato l’interesse diffuso prodotto dalla sempre più frequente convivenza con la distruttività propria delle persone sofferenti di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD), ritengo utile dare visibilità alla risposta attraverso questo post.

Cara Rita,

se leggi bene i miei commenti, vedrai che ho consigliato di “andarsene a gambe levate” non a “tutti”, ma a un paio di persone che da tempo convivevano – subendola – con la grave distruttività di compagni sofferenti – a quanto risultava – da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), i quali non mostravano alcuna intenzione di farsi aiutare con una adeguata psicoterapia. Restare accanto a persone tanto distruttive senza che queste si mettano nella effettiva condizione di farsi davvero aiutare e possibilmente guarire, che senso ha? Non è puro masochismo? Non è complicità e collusione con la loro patologia?

Come terapeuta, quando si rivolge a me una persona disturbato da DNP, che voglia davvero farsi aiutare, io per esempio non me ne vado a gambe levate, ma la accolgo e cerco di aiutarla al meglio delle mie possibilità, pur sapendo quanto è difficile e – di solito – molto poco gratificante lavorare su persone colpite da questo disturbo. Quando, invece, a scrivermi è la vittima di queste persone distruttive, che – ripeto – non mostrino alcuna intenzione di essere davvero aiutate, è mio dovere etico e professionale – dovere sancito anche dal codice deontologico della mia professione – di aiutare prima di tutto il più debole, che, in casi simili, è la vittima indifesa della distruttività narcisistica fine a sé stessa.

Siccome, solitamente, vittima della distruttività di persone colpite da DNP è la donna, mi pare opportuna una breve aggiunta di riflessione.

La femminilità ha nel potere e nella capacità di trasformazione una delle proprie caratteristiche più essenziali, forse la più essenziale. Soprattutto quando ama, la donna accoglie l’umanità dell’amato, per restituirla trasformata, proprio come fa nella maternità con il seme maschile: lo concepisce in sé unendolo al proprio ovulo e facendone una creatura unica, con la gravidanza lo trasforma sempre più, lo partorisce poi dandolo come figlio al mondo e al padre. Accogliere, trasformare, dare al mondo sono un po’, in sintesi le tre dimensioni della capacità e del potere femminili di trasformazione.

Spesso, proprio questo potere e questa capacità di trasformazione rendono difficile alla donna l’accettazione della impossibilità di aiutare, sempre e comunque, la persona amata, fino al punto di farla sentire colpevole se la persona amata non cambia. Per questo al Sé femminile risulta difficilmente accettabile – come se in discussione ci fosse il proprio fallimento – l’impossibilità di trasformare l’amato, di cambiarlo, di guarirlo. Accettare questa impossibilità è questo uno dei limiti più grossi da accettarsi da parte del narcisismo femminile (quando in gioco c’è il Sé, si parla di narcisismo, non necessariamente intendendo ciò come patologia narcisistica), soprattutto quando si tratta di amore, evento che più di ogni altro coinvolge la profondità del Sé. Difficilissimo, dunque, per una donna innamorata accettare anche soltanto razionalmente l’impossibilità di amare persone quali possono essere quella disturbata da DNP o da altri disturbi di personalità o – altro caso frequente – da tossicodipendenze di area psicotica. Difficilissimo, ma purtroppo necessario. Difatti, a fronte di patologie siffatte, ostinarsi nell’aiuto può significare oltre che perseverare in una azione impossibile anche, come ricordo nella risposta a Rita, collusione e complicità nei confronti della patologia in atto, alibi e causa sia pure involontaria di gravi ritardi nella ricerca di vero ed efficace aiuto da parte della persona disturbata. In questi casi l’unico vero efficace aiuto nei confronti della persona amata è quello di andarsene.

Purtroppo, se e quando puree il narcisismo del sé femminile è disturbato (evento non raro), allora tragicamente il narcisismo disturbato di lui e di lei colludono, si alimentano e si legittimano a vicenda, in una spirale sado-masochistica spesso tragica, non facilmente arginabile o arrestabile, gravemente destabilizzante per entrambi e tragicamente patogena per i figli.

So quanto, anche in casi in cui a essere disturbato sia soltanto lui, per una donna innamorata sia più facile contestare la parola di un terapeuta che accettarne la diagnosi, la prognosi e il consiglio. È questa una delle ragioni che rendono difficile e non sempre popolare la mia professione. Ma non c’è professione – io credo – che possa o debba rinunciare alla verità.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

Commentando il post “quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata”, Valentina mi chiede: “Conosco bene gli aspetti della personalità narcisistica, avendola anche mio padre…sarebbe un errore mandare questa email nella quale gli faccio presente i suoi comportamenti e lo invito a riflettere?”.

Non so se e quanto il padre di Valentina soffra di una patologia del Sé, né se questa sia configurabile come Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se di questo si tratta, ben difficilmente un invito alla riflessione, per quanto tenero e amorevole possa essere, otterrà risultati positivi. E, dicendo “ben difficilmente”, uso sicuramente un eufemismo.

Chiedere a una persona sofferente di DNP di guardarsi dentro, di riflettere su sé stesso e magari di ammettere la propria patologia, è come chiedere a un cieco di vedere o a una persona priva di gambe di camminare.

Il DNP è un disturbo psichico tra i più impegnativi, sia per il paziente che ne soffre, sia per il terapeuta che cerchi di guarirlo, sia per i familiari che gli sono o che debbano essergli vicini.

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla. meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché è convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettattive, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking.

Per questa ragione molti terapeuti ci pensano cento volte prima di prendere in carico pazienti con DNP o pazienti che debbano essere protetti da persone narcisisticamente disturbate E non si tratta di certo dei terapeuti peggiori o più sprovveduti.

Per questo dico a Valentina di non procedere con l’intenzione espressa. Se soffre di DNP, il padre – ammesso che voglia davvero farsi curare – può essere aiutato soltanto da un bravo terapeuta, disposto al peso di una terapia molto difficile e rischiosa. Lei, Valentina, pensi a sopravvivere. Senza sentirsene in colpa, stia il più lontano possibile da tanto padre, viva la propria vita e i propri affetti, senza lasciarsi né colpevolizzare, né plagiare, né manipolare, né umiliare.

Non sarà facile per Valentina resistere all’azione erosiva di un padre che sia affetto da DNP. Per questo consiglio a lei e a chi si trovi in situazioni come la sua di farsi sostenere, indirizzare e aiutare da un bravo terapeuta. La psicoterapia serve non soltanto a curare e a guarire i propri disagi o i propri disturbi; serve anche a proteggersi dalla follia di chi ci sta vicino, Spesso gli unici veri matti sono quelli che fanno impazzire gli altri, soprattutto chi, cominciando dai figli, abbia la malaugurata sorte di vivere con loro o addirittura di amarli.

Mi scrive Graziella: “Scusi ma, indipendentemente dai problemi personali che una donna/mamma può avere, a lei non sembra che in una famiglia ognuno dovrebbe essere disposto a dare un contributo pratico che consiste anche nell’aiuto per le faccende domestiche da parte dei figli? Lei ritiene che debba sobbarcarsi tutto la mamma in quanto tale? E quanto incide questo sullo stress fisico e psicologico che una mamma è costretta a subire? Avere figlie grandi in casa e dover quasi mendicare per avere qualche saltuario aiuto a Lei non sembra frustrante? Le sembra un bel modo di vivere per una donna che avrebbe anche voglia di stare in un’ambiente pulito senza ammazzarsi di lavoro? Non Le sembra che se fosse meno stanca avrebbe più tempo per pensare un po’ a sè? E magari starebbe meglio anche psicologicamente? Le dico questo perché Lei sembra scaricare la colpa di una figlia ribelle tutta su problemi irrisolti della mamma, ma se a suo tempo questa è cresciuta aiutando in casa, come può pretendere che possa ora accettare il menefreghismo della figlia? Guardi che ci sono periodi difficili anche per le mamme, non solo l’adolescenza è un periodo difficile”.

Cara Graziella, e lei perché mai tiene “figlie grandi” in casa? Come al parto la sua vagina le ha spinte fisicamente nel mondo, perché ora lei non le spinge al mondo anche psicologicamente ed esistenzialmente?

Che aspetta a partorirle? È un problema suo o loro? Sono loro che hanno bisogno di lei oppure è lei ad avere bisogno di loro, continuando a tenerle figlie, a occuparsi di loro al di là di ogni ragionevole termine, magari a mantenerle o a viziale o – purtroppo avviene anche questo! – a pagare loro la dose quotidiana?

Se due “figlie grandi” hanno ancora bisogno della mamma, significa che la mamma non le ha emancipate, rese autonome, fatte comminare con le loro gambe. Che aspetta a farlo?

Se è lei, invece, ad avere bisogno di loro e a continuare a fare la mamma super-impegnata e frustrata, allora il problema è suo, Graziella, solo suo. Significa che lei non sa partorire sé stessa al altri ruoli e ad altri orizzonti che non siano quelli materni. Il fatto che lei sia stanca e frustrata, è non la causa, ma la conseguenza di una vita solo materna. Purtroppo ci sono genitori, soprattutto mamme, che, più o meno inconsciamente, pure di potere fare la vittima e farsi compatire, tengono i figli in una eterna dipendenza di adolescenti o, peggio ancora, di bambini.

Perché nel suo commento non parla del padre delle sue figlie? Fa ancora coppia con lui? Che tipo di coppia siete? Se non fa più coppia con lui, perché non si innamora? Che interessi ha la sua vita, Graziella? Che cosa e chi le dà piacere nella vita? Non è ora di pensare a sé stessa, al suo essere femmina e donna? Che significa per lei essere femmina, essere donna, essere persona, essere creatura? È qualcosa di bello o non lo è? Non è ora di interrogersi un po’ su sé stessa, di crescere, di respirare la vita?

E, quando si deciderà a partorire quelle sue “figlie grandi”, si ricordi di tagliare ogni cordone o cordoncino ombelicale. Altrimenti saranno “grandi” solo di nome o di età, ma non cresceranno mai davvero.

Madre e padre non sono identità, una identità per sempre. Madre e padre sono funzioni a tempo determinato. Solo una “cattiva” madre e un “cattivo” padre restano genitori per sempre. A essere “cattivo” non è mai soltanto il padre o soltanto la madre; sono sempre entrambi i genitori, insieme (magari nel litigio e nel conflitto), a essere “cattivi”, magari l’uno in un modo e l’altra in un altro modo. Troppo facile fare la vittima a vita, addebitando soltanto a lui o a lei la responsabilità di una genitorialità fallimentare. E, se anche fosse soltanto responsabilità di uno solo dei due, a maggiore ragione l’altra o l’altro dovrebbero partorire alla vita e al piacere di vivere prima di tutto sé stesso e, solamente di conseguenza, i figli o le figlie.

Che voglia di vivere e di curare la propria vita possono avere i figli o le figlie, se vedono la madre o il padre sempre incazzati, stanchi, stressati, depressi, demotivati, annoiati? Noi formiamo i nostri figli non per quello che diciamo o facciamo, ma per chi siamo giù nel profondo di noi stessi, là dove spesso, molto spesso, i nostro figli ci vedono e ci conoscono meglio di quanto ci vediamo e ci conosciamo noi stessi. Noi possiamo ingannare molto più facilmente noi stessi che non i nostri figli.

Graziella, che senso ha questa vostra casa per lei, prima che per le sue figlie? È un luogo prezioso, bello, ricco di presenze, oppure è un posto anonimo, senza anima e senza significato? Se gli oggetti e le persone della sua casa sono abitati dalla bellezza e rappresentano momenti belli, continuità, legame fecondo con il mondo e con se stessi, viene normale non soltanto curarli e “tenerli in ordine” (che brutta espressione!), ma addirittura accarezzarli, amarli, guardarli e tenerli in mano con gioia. Allora la cura della casa è piacere per chi la abita davvero. Se finisce con l’essere solo un dovere, allora questa casa non è un luogo di vita, ma un bivacco e due muri privi di senso.

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Riporto il dato di cronaca. “Strangolata a vent’anni da un amico con cui era uscita per una sera e che lei aveva respinto quando aveva cercato un pesante approccio sessuale. E’ morta così Vanessa Simonini. Il suo corpo è stato trovato questa mattina su una stradina che porta al greto del fiume Serchio vicino a Gallicano (Lucca). L’assassino si chiama Simone Baroncini, 35 anni, operaio incensurato di Pisa. Ha confessato dopo aver tentato di depistare le indagini raccontando di un’aggressione subita da sconosciuti mentre si trovava in macchina con Vanessa. Baroncini è stato arrestato. ”.

Che è successo? Molto probabilmente Vanessa Simonini ha finito per pagare lei il rifiuto che Simone Baroncini ha subito dalla madre nella primissima esistenza e infanzia. Poco importa se la madre lo ha rifiutato consciamente o inconsciamente; poco importa se quel rifiuto sia stato poi da lei riconosciuto o non riconosciuto; poco importa se la madre fosse a propria volta vittima della solitudine o avesse lei stessa subito un rifiuto dalla propria madre e/o dal padre di Simone; poco importa se il rifiuto sia avvenuto durante l’accudimento di Simone o già nel pancione della sua mamma. Quello che purtroppo conta è che quel bambino ferito è rimasto lì bloccato nella sua ferita e nella sua rabbia (è rimasto un “Simonino” tanto simile nel nome al cognome di Vanessa: spesso, in fatti come questi, i cognomi e i nomi non suonano a caso).

Allora basta una parola, un gesto, una frase, un atteggiamento inavvertiti, uno tra i mille che ci sono ogni giorno tra un uomo che “ci prova” e una donna che “non ci sta”, ed ecco che scatta la violenza omicida. Ciò che per Vanessa e per qualsiasi donna in una situazione simile era una parola legittima, un gesto sacrosanto, una frase obbligata, un atteggiamento logico, per il bambino bloccato era la ripetizione tremenda della ferita, il suo riaffiorare incontenibile, la sua disperante e inconfutabile conferma, l’oinsopprimibile dirsi del passaggio all’atto. Ad ascoltare la parola o la frase di Vanessa, a vedere il suo viso e il suo gesto, in apparenza era l’uomo adulto di 35 anni. In realtà chi vedeva e ascoltava era quell’antico bambino che ora, attraverso le orecchie e gli occhi dell’adulto, sentiva e vedeva il ripetersi micidiale della violenza della madre. Non c’era più Vanessa; davanti a lui c’era il fantasma di una madre mai avuta e mai sepolta. Contro di lei si è scagliato il bambino, usando tutta la forza dell’adulto, straripando attraverso l’adulto, facendo delle mani dell’adulto le proprie mani vendicatrici. Contro di lei si è scagliato quel bambino sconosciuto, in profondità sconosciuto anche e soprattutto allo stesso Simone (quando inventa l’aggressione di “sconosciuti”, Simone forse non è del tutto in malafede; forse realmente agli occhi dell’adulto tornato in sé è soltanto uno “sconosciuto” quello che ha ucciso; sarà la probabile perizia ad appurare la presenza, il peso e l’incidenza di possibili livelli dissociativi nella psiche di Simone)

Anche la modalità della esecuzione (perché di vera e propria “esecuzione” si tratta, con il bambino nella parte di mandante e l’adulto in quella di killer) ci può forse indicare qualcosa della modalità del rifiuto subito dall’antico Simone, di come Simone possa averlo subito, quale vissuto della madre egli abbia.

Nella follia strozzare significa potere prendere con particolare efficacia chi rischia di andarsene diventando inafferrabile. Il collo garantisce una presa sicura (una presa per sempre), relativamente facile; è al collo che vengono applicati i guinzagli (e la solitudine chiede spesso la follia di un guinzaglio). E poi, per il linguaggio animale, il collo è il luogo della vulnerabilità, del pulsare vitale della giugulare, tanto che per molte specie il semplice mostrare il collo è segno di sottomissione, di potere subito, di potere mettere la vita a disposizione dell’altro. È lì, allora che va bloccata la madre, così da sottometterla (lei la prepotente e la dominante), da trattenerla (lei sfuggente) a sé, da possederla (lei mai stata tua) magari per sempre come solo il rituale magico e assurdo della morte consente (“se ti uccido, non puoi essere più di nessun altro, sei e resterai mia per sempre).

Strozzare significa anche impedire per sempre la parola, fare tacere per sempre chi ti sta dicendo che non ti vuole, magari scaccciandoti o forse umiliandoti o, chi sa?, esasperandoti, con la sua depressione colpevolizzante, con i suoi ricatti esproprianti, con i suoi richiami solo strumentali, con le sue frasi senza empatia. Strozzare è spegnere per sempre quella voce, per possederla per sempre, paradossalmente per continuare eternamente a sentirla senza più ascoltarla.

Strozzare significa fare tacere chi, chiedendo aiuto, urla e chiama l’altro. L’altro, sempre l’altro! Basta l’altro! Taci. Ora c’è Simone, solo Simone, solo come da bambino, solo come quando l’altro (magari un altro figlio, forse il marito bambino, forse un cliente, forse un amante) si prendeva lei, la madre, lei, l’imprendibile, lei l’irraggiungibile. Strozzare significa pure questo: eternare la propria solitudine, renderla assoluta, rimanendo paradossalmente fedele a sé stesso, senza mai paradossalmente perdere quella stessa madre che ti rende solo. Strozzare è a un tempo punire e redimere, annullare ed eternare, perdere e possedere, vendicarsi e trattenere (tragiche al proposito sono le scene di Un borghese piccolo piccolo, terribile film del 1977 di Monicelli).

Emerge così il vissuto profondo e di certo inconscio del bambino Simone: essere rifiutato da una madre irraggiungibile, che ti shciacica e umilia, che ti dà l’impressione di esserci e poi se ne va, che ti sembra ti voglia e poi non ti vuole, che ti illude di essere tua ed è di un altro, solo e sempre di un altro. Anche il comportamento più innocuo della ragazza, anche soltanto una sua piccola esitazione magari dovuta all’imbarazzo di fronte a un uomo tanto più grande (quasi il doppio degli anni), può essere stato letto dal bambino ferito come inesorabile messaggio di fuga, di ambiguità, di schiavitù subita, di illusione tradita, di imprendibile promessa.

In fatti come questo, quando il maschio uccide la femmina rifiutante, va tenuto presente un dato di cui solitamente non si parla. Di fronte al femminile, l’ottica del maschio (in particolare del maschio o ferito o poco evoluto o sprovveduto) segue di solito il percorso che va dal genere all’individuo: prima vede il genere (“la” donna) poi l’individuo (“quella” donna). Al contrario, di fronte al maschio, l’ottica femminile (in particolare della femmina o ferita o poco evoluta o sprovveduta) segue di solito il percorso che va dall’individuo (“quell” ‘uomo) al genere (“l” ‘uomo). Mentre in quell’attimo di morte Simone ha visto non Vanessa, ma la donna che da madre lo rifiuta, Vanessa ha visto quell’uomo di 35 anni, un “amico” adulto, forse gentile (come spesso sanno apparire le persone rifiutate) con cui potere uscire per una sera. Non poteva pensare che per i bambini feriti non ci sono “le sere”, l’una diversa dalle altra, ciascuno da vivere per sé stessa, ma c’è soltanto una sola, totale assoluta, insuperabile sera, la sera assoluta e violentemente uguale, nella quale, per non essere per sempre rifiutato, devi uccidere e possedere, non puoi non uccidere e possedere la madre, la donna, l’imprendibile femmina che prima ti illude e poi urlando ti nega la vita.

 a chi per primo toccherà

 

(vorrei toccasse a me il dovere)

 

prenderà sette sassi

bianchi colore del latte

e segnerà il sentiero

che porta là

dove tutto è bello

e canto e danza

 

ogni mille dei nostri amori

un passo

ogni mille dei nostri amori

un sasso

tutti bianchi

colore del tuo abito da sposa

 

intento starò in attesa

a cantare i nostri respiri

contento di inspirare

come sempre amore

 

l’altro verrà presto

 

(e sarai tu tenera bambina

come sempre a seguirmi)

 

lesta la danza dei sassi

con i tuoi passi volerai 

 

ogni mille delle nostre albe

un passo

ogni mille delle nostre albe

un sasso

di colore bianco

come le luci che destano i giorni 

 

là dove il sentiero si compie

ci guarderemo ancora

e sarà come allora

 

si guarderanno

nude le nostre anime

 

dentro il tuo sorriso

sette saranno i cieli

di colore bianco e bello

come i nostri infiniti

e come Dio

 

Lui ogni eternità

parlerà con noi

e uno a uno

i sette sassi

bacerà

 

 

Rita1 non riusciva a rimanere incinta. Per anni si era sottoposta all’inseminazione artificiale, ma regolarmente aveva ogni volta perduto il bambino dopo pochi giorni, con grave frustrazione assommata alla lunga sequela di visite e visite e alla lacerante esperienza della laparotomia. Il marito di Rita, un uomo con un Sé poco confermato2 e una autostima non molto adeguata, intratteneva con la moglie una relazione giocata solo sulla paura di perderla e sul controllo, non tale cioè da avviare un dialogo che potesse aiutarli in funzione strutturante e identificativa e tale da dare profondità a entrambi. La struttura di personalità di Rita presentava, d’altro lato, una certa dose di rabbia isterica aggravata da alcuni nodi di area psicotica dovuti a forti carenze nella relazione con una madre3 non molto adeguata e incapace di contenere emotivamente e affettivamente la figlia.

Rita a livello inconscio profondo presentava una percezione del Sé corporeo come di un’unica vaga e indistinta cavità, percezione tale da darle, sempre a livello profondo e inconscio, la percezione di una altrettanto vaga e indistinta sovrapponibilità dei tre orifizi (bocca, vagina, ano), che fungevano d’accesso o d’uscita nei confronti di quell’unica cavità. Non a caso Rita parlava molto e a getto immediato e continuo, del tutto incapace di tenere un segreto, un’emozione; mangiava in fretta; defecava subito e spesso, vittima di una “colite cronica”; e, come si è detto, abortiva ripetutamente, a pochi giorni dal concepimento. Era come se l’unica vaga e indistinta cavità, che a livello profondo costituiva il suo Sé corporeo, non potesse contenere né segreti e parole, né feci, né frutti di concepimento; era come se da parte di tutti e tre gli orifizi fosse impossibile trattenere i contenuti.

Con questa donna i medici da una decina d’anni imperversavano fino, da ultimo, a giungere a prognosi del tutto negative e sconfortanti circa la possibilità di portare a termine una gravidanza, non vedendo, a mio parere, che la vera radice del problema di Rita era non medica o fisica, ma psicologica e relazionale.

Bastò infatti una psicoterapia di pochi mesi, che abituasse Rita a sapere tacere, unendo il gusto del silenzio a quello della parola (sapere tacere o anche soltanto sapere rinviare nel tempo una comunicazione fu per lei una enorme, decisiva conquista), avviandola a una più equilibrata e più consaputa gestione relazionale della sua bocca e della sua comunicazione verbale. Fondamentale fu per lei la prescrizione di non dire nulla ad alcuno del contenuto delle sedute, in particolare al marito, che, controllante, voleva sapere ogni cosa, e alla sorella, suo vero e proprio alter ego.

Rita scoprì il gusto di “tenersi dentro”4 qualcosa, tenendolo almeno per un po’ tutto per sé, senza buttarlo fuori subito; scoprì il gusto di potere elaborare dentro di sé le cose che “si teneva dentro”, di poterci ragionare su per una settimana intera prima di poterne riparlare con me in seduta. Questo le diede il gusto della propria intelligenza e della propria ragione e soprattutto le diede la percezione e il vissuto in un primo tempo della seduta terapeutica e in un secondo tempo di sé stessa come di una cavità definita, trasformante, piacevolmente elaborante, capace di “tenere dentro” e di “fare proprio”. Corollario non insignificante, il marito dovette, a sua volta, imparare a elaborare nuove tecniche relazionali con la moglie, cominciando a sostituire gli abituali interrogatori controllanti con approcci più rispettosi e più capaci di attenzione e ascolto, più mirati a cogliere le intenzioni di Rita che a carpirne le informazioni (in parallelo la psicoterapia lavorò sull’autostima del marito, così da portarlo a viversi come persona interessante, tale da non essere obbligato a controllare Rita, temendo di perderla). Dopo solo quattro o cinque sedute Rita cominciò, guarda caso, a mangiare con più gusto, sedendosi con calma a tavola e prendendo piacere dai cibi e dalla compagnia del marito; la colite poi quasi magicamente sparì del tutto, alla faccia della sua dichiarata “cronicità”. Cinque mesi dopo Rita era incinta, non più timorosa di perdere la gravidanza, ma piacevolmente presa da questa sua esperienza, curiosa di questo suo “tenere dentro”, come se si trattasse del suo primo vero concepimento e della sua prima vera gravidanza. Dopo nove mesi esatti dal concepimento è nata Giada, una bellissima bambina dagli occhi di cerbiatto.

1 È figlia primogenita, con una sorella di poco più giovane.

2 Si tratta di Vincenzo, un secondogenito concepito non molto volentieri dalla madre, quando il fratello primogenito non aveva ancora compiuto l’anno; pochi mesi dopo la nascita di Vincenzo, venne poi concepito il terzogenito. Come si può notare anche solo da questa rapida sequenza di concepimenti e di nascite, per Vincenzo non ci fu molta possibilità di essere oggetto della attenzione e dell’abbraccio materni: la madre appoggiava il biberon sul cuscino, così che Vincenzo doveva da solo arrangiarsi a succhiare senza che nessuno lo abbracciasse e sostenesse sia lui che il suo biberon.

3 La madre di Rita fu una bambina poco amata e guardata e, come spesso capita alle figlie poco amate e guardate, fu vittima di un abuso in età preadolescenziale, di cui nessuno si preoccupò e che solo la terapia in atto fece emergere dal buio dei ricordi; con entrambe le figlie ebbe scarsa capacità di contenimento e di empatia; non a caso, quando l’unica sorella di Rita da bimba venne a sua volta abusata, non ne parlò con il marito e si limitò a inviare la figlia solo un paio di volte da un sedicente psicologo, senza peraltro dirgli il perché gli inviava la figlia.

4 Giocai molto, nel corso della psicoterapia, sull’uso di questa espressione, rinforzandola spesso con gesti delle braccia e delle mani che contribuissero a dare l’idea visiva del contenere, dell’avvolgere; accompagnavo spesso la parola al disegno, facendo, come se fosse per caso, cerchi sul foglio che stava sul tavolo tra me e Rita, cerchi sempre più grandi e dalla circonferenza sempre bene marcata. Le parole, le espressioni e i gesti, se bene posti e riproposti, hanno un forte valore strutturante, sinesteticamente poi interrogano più livelli coscienziali e percettivi.

nessuna donna con un bel gioiello al dito

tiene le mani in tasca

 

 

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

chi da single le donne troppo consola

da sposato lascia la moglie sola

 

 

chi da single le donne troppo capisce

da sposato la moglie tradisce

 

 

 

un maschio che consola troppo la moglie altrui

prima o poi tradisce la propria

 

 

maschio troppo consolatore

marito traditore

 

 

 

 

Due sono i tipi di maschi adulteri:

quelli che preferiscono tradire la propria moglie

e quelli che preferiscono consolare troppo le mogli altrui.

In entrambi i casi a perderci

è sempre e inesorabilmente

il vero amore.

 

 

abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

Se gli uomini vivessro e sapessero

il proprio potere maschile,

nessun falso amore nascerebbe.

Se le donne vivessero e sapessero

il proprio potere femminile,

nessun vero amore morirebbe.

Se le coppie vivessero e sapessero

il proprio potere di essere il mondo

e l’aprirsi di infiniti mondi,

nessun amore vivrebbe e saprebbe la tristezza,

il riso abiterebbe le terre e i cieli,

la libertà e la verità tornerebbero

a fare tra loro felici l’amore.

Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da “Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.

 

l’arte e la follia sono alberi simili

diverso è solo lo stormire delle fronde

 

 

non c’è nulla di più umano

di una umanità negata

 

 

noi siamo

la coscienza che suscitiamo

 

 

abitare la poesia

è vivere da sfrattati

 

 

solo un poeta

sa amare da mortale

 

 

i poeti sono portatori sani

di castità

 

 

Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?

Non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.

Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?

La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:

  • più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
  • si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.

L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.

Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.

Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:

  • la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
  • il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
  • la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
  • l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
  • la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
  • la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.

Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.

Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.

Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.

 

 

Solitamente, nel corso della nostra vita, ci capita, in sostanza, di essere nudi di fronte a tre persone1: da piccoli sul fasciatoio di fronte a nostra madre; sul letto dei nostri amori di fronte alla persona che amiamo; sul letto della nostra morte di fronte a chi ci spoglia dell’ultimo vestito per porci nell’estremo sudario. Del fasciatoio e del letto d’amore parleremo più avanti, con tutta l’ampiezza dovuta, come rilevantissimi luoghi e tempi dell’accudimento, dell’imprinting e del gesto d’amore.

Della nudità nella morte, la nostra cultura parla poco, quasi che anche lì la nudità sia presenza difficile da affrontare. La spoliazione del morto è sempre più ridotta a pratica sbrigativa, delegata ormai quasi del tutto alla velocità funzionale e al mestiere dell’addetto (molto spesso maschio) delle pompe funebri, che silenzioso e professionale procede all’operazione, senza più neppure pensare di potere o dovere chiederne a moglie, madre, figlia o sorella il permesso, l’autorizzazione, la delega (né moglie, madre, figlia o sorella pensano ormai più a quello che a loro spetterebbe e che a loro andrebbe chiesto). A parlarci, poi, della possibilità di un abbraccio alla nudità del morto, sembrano esserci soltanto le ormai bellissime ma culturalmente datate Pietà, che abitano le nostre chiese, quasi a riporre la possibilità di un tale abbraccio nel ghetto di una iconografia solo artistica o mitico-mistico-religiosa o comunque riservata a un Cristo visto, dichiarato e vissuto ormai senza quasi più riscontri con la nostra esperienza di nudità nella morte2. Eppure l’ultimo abbraccio al morto, la sua spoliazione, la pulizia della sua nudità sono sempre stati momenti molto rilevanti per quasi tutte le culture. Eccetto che nella nostra: una cultura senza più abbracci alla nudità del corpo-anima, tanto meno a quella del morto3. Le culture ci hanno detto, per esempio, di come fossero ancora una volta le donne in gruppo o singolarmente (in particolare la sposa o la madre o la sorella o la figlia4) le figure protagoniste di questo evento. L’uomo ne stava fuori. Era come se il letto di morte fosse da un lato l’estremo fasciatoio su cui la donna, in tutta la sua identità di genere, agiva l’estremo accudimento e fosse d’altro lato l’estremo letto d’amore su cui consumare l’ultimo abbraccio d’amore. Anche lì, proprio lì la cultura diceva dunque del convergere tra atto d’accudimento e atto d’amore.

Di fronte all’angoscia della morte l’abbraccio del seno sinistro5, pare essere la risposta più efficace. Il seno sinistro, come questo libro afferma anche altrove6, è il luogo e il tempo della rassicurazione e dell’affermata continuità. In questo senso è davvero significativa e bellissima l’intuizione di Ingmar Bergman in Sussurri e grida.7. Ad Agnese, che, già morta, chiede inutilmente alle due sorelle di essere abbracciata nella sua angoscia di morta ancora chiedente, risponde solo Anna, la serva, con parole che, uniche, parlano tenerissime e ricordano quelle di una madre che abbraccia le paure della sua bambina: “Ci sono io, bambina. Ci sono io accanto a te. E non ti lascerò sola, non ti lascerò sola”. La scena termina con la straordinaria immagine di una maternità-deposizione: Anna accoglie sulla nudità del suo seno sinistro la nudità del corpo-anima di Agnese morta-morente e così la rassicura di fronte all’angoscia della morte, proprio come una mamma rassicura sul seno del suo cuore il bambino che sta per addormentarsi e che, come tutti i bambini prima dell’abbandono al sonno, vive l’angoscia del misterioso confine tra l’addormentarsi e il morire. Bergman coglie e afferma in modo mirabile come il morto sia comunque un morente (la morte non è dunque uno stato, ma una dinamica), che chiede e vuole la rassicurazione dall’angoscia del morire, proprio come il bambino più piccolo chiede la rassicurazione dall’angoscia dell’addormentarsi. Come il bambino prima del sonno, anche il morente vive l’angoscia della perdita del Sé e, perciò, chiede relazione e continuità, chiede un seno su cui abbandonarsi e su cui sentire il battito, che dice che non si è mai soli; il battito, che in-segna che tutto continua, dato che tutto ritorna; il battito, che è apertura che nulla teme perché nulla perde; il battito, che dice che tutto ci attende dato che tutto continua; il battito che dice che il nuovo ci attende, dato che la relazione, che dà al mondo e che è mondo e apertura di infiniti mondi, mai ci abbandona.

Anche alla luce di queste ultime pagine, che ci hanno ricordato quanto nella nudità del corpo-anima convergano tra loro atto d’accudimento e atto d’amore, è ancora più necessario sottolineare la presenza di un forte potenziale connotativo nella significazione del gesto della spoliazione e dell’abbraccio del morto: anche e proprio qui di fronte alla morte, la spoliazione e l’abbraccio della nudità, quando in questa viva il rinvio alla pienezza della nudità del corpo-anima, suggeriscono l’idea di una relazione tra morte e concepimento, tra morte e riaprirsi risorgente del mondo. Quasi a dire che lì su quel letto di morte e nella nudità della e nella morte possano vivere rinvii ad altre presenze e relazioni: quelle che caratterizzano il fasciatoio e il letto d’amore. Allora morire è anche essere partoriti e accolti e accuditi e allattati e puliti dalla angoscia dell’esistere; è anche “venire”8 all’alterità misteriosa e femminile della morte, tanto altra rispetto al Sé, così che il Sé possa abbandonarsi alla morte per essere accudito da lei, generato in lei e da lei a una vita nuova9; è anche eiaculare nell’alterità misteriosa della morte la propria identità più profonda10; è anche ingravidare di Sé l’alterità di quel mistero e il mistero di quell’alterità che è la morte11; è anche concepire un figlio e un mondo nuovi (il proprio Sé rinato e la sua nuova vita). Certo oggi è difficile pensare e ammettere tutto ciò. La nudità del morto, per certi versi più ancora di ogni altra nudità, non viene vissuta come nudità del corpo-anima, è colta sempre meno come gesto (e, meno che meno, come gesto d’amore) e sempre più come cosa irrelata, solamente legata al passato e alla paralisi, di sicuro non come luogo e tempo di una relazione in atto, non come luogo e tempo di apertura al mondo e del mondo.

1 Altre figure, quali il medico o la prostituta, possono avere a che fare con la nostra nudità, ma si tratta di figure non così sostanziali e non così necessariamente presenti all’assoluto della nudità. Soprattutto il medico, ma, a modo suo, anche la prostituta svolgono una funzione, sono in un ruolo, per cui, di fronte a essi, la nudità viene a sua volta, almeno tendenzialmente, data non in sé stessa, non nella radicalità del corpo-anima, ma soltanto in quanto oggetto di quella funzione.

2 Neppure l’abbraccio al morente è ormai possibile. Le sale di rianimazione sono sotto il potere di fatto assoluto delle logiche e delle burocrazie mediche, hanno orari e regole che – con assurdo e indiscusso (anche indiscutibile?) arbitrio – rendono, troppo spesso, quasi del tutto impossibile ogni vero ed efficace abbraccio del morente e al morente. Se si pensa al profondissimo vissuto d’angoscia che il morente sta vivendo, emerge l’estrema micidiale assurda violenza di questo stato di cose, che solo l’occidente permette. Vige troppo spesso e troppo assolutisticamente la logica che solo il dato medico (legato peraltro quasi unicamente ai parametri e ai display delle macchine e degli strumenti) è importante e decisivo. Se si “concede” l’abbraccio, solitamente la concessione è data quando è troppo tardi e per “soddisfare” il bisogno di chi abbraccia, non per rispondere al reale bisogno di chi è abbracciato. Se, come penso e so, ogni morente, qualsiasi sia il suo “stato di coscienza” (e gli ultimi a poterne decidere il livello e l’esistenza sono e dovrebbero essere il medico e la competenza medica), vive e sa l’angoscia del morire, lì, più che mai e come al più tenero e indifeso dei neonati, è necessario il contenimento dell’abbraccio materno e strutturante di una donna. Non permetterlo significa condannare alla regressione psicotica più tremenda e spaventosa. Se si pensa che tale stato di cose è legato al fine medico di “curare” il morente, la cosa appare ancora più allucinante, priva di ogni senso, micidiale. Mi chiedo quanto di quelle ore o giorni in più “garantiti” al morente dall’intervento e dalla strumentazione medici siano davvero addebitabili a questo intervento e a questa strumentazione, e non siano invece il prodotto spaventoso della resistenza psicotica a cui il morente è condannato. Difatti, come mi insegna l’esperienza psicoterapeutica, lo psicotico muore con lentissima, terribile, tremenda fatica, impossibilitato come è all’abbandono e tanto più arroccato al proprio Sé quanto più questo Sé è dissociato da ogni altro contenuto che non sia la propria incontenibile angoscia. Se poi si pensa che lo stato psicotico, di cui io qui sto parlando, è prodotto dalla logica medica, le cose si mostrano ancora più violente e assurde. È ora di smetterla. Non si può condannare alla psicosi chi sta morendo! Basta!

3 Che io conosca, l’unico artista contemporaneo e vivente, che sappia dire dell’uomo d’oggi come di una nudità morta e senza abbraccio, è Gianni Bolis di Calolziocorte (Lecco), pittore tanto ricco quanto umilmente discreto e quasi del tutto inconsapevole del proprio genio. Dipinge spesso Pietà, ma altrettanto spesso il Cristo delle sue Pietà è lì, metallico e non sorretto dalla madre, senza alcun appoggio, senza neppure il vincolo della gravità che almeno lo adagi alla pietà della terra. La madre, senza braccia e quasi macchia di sfondo, pare solo la presenza di una lontananza, un accenno vago e disperante, incapace di abbraccio e di contenimento.

4 In Maria, che dopo la deposizione nella pietà sa abbracciare Gesù, convivono da un lato la sposa e la madre di Dio, dall’altro la madre (nuova Eva), la figlia, la sorella e la sposa dell’umanità (accoglie in sé, con implosiva pienezza e pregnanza, ogni umanità).

5 Si può dire che la donna e il suo abbraccio al moribondo con il seno sinistro sono la vagina (cfr. 1.4. Dal coito al parto) della eternità, il primo contatto e abbraccio dell’eternità, il primo luogo dell’eternità, il primo in-tenderla e il primo essere in-tesi da essa, il primo «sapere» di essa.

6 Vedi 1.1.4.4. È presente la possibilità della perdita e 1.2.1.2. La “marea amniotica”.

7 Sussurri e grida, film di Ingmar Bergman del 1972, Svezia, titolo originale Viskningar och rop, con Ingrid Thulin, Liv Ullmann (le due prime sorelle), Harriet Andersson (la sorella che muore), Kari Sylwan (la serva).

8 Sotto questo aspetto, dunque, morire non è più un andare o un andarsene. Venire, al contrario di andare e andarsene, presuppone che ci sia la meta e che ci sia già la relazione con essa, è già parlare dal punto di vista della meta in-tesa e della relazione con essa. Venire è poi il termine che, nel linguaggio comune, indica l’accedere all’orgasmo da parte del maschio, il suo perdersi nella donna abbandonandosi a lei.

9 O, al femminile: è anche accogliere in Sé quel misterioso straniero che è la morte, così da poterlo accudire nel suo essere bambino mai accolto, così da poterlo dare al modo e alla parola. In ciò si può intuire il prodigioso potere della donna, che sa e può perfino accudire la morte fino a ingravidarsene, vincendone il terribile aspetto e dicendone come di un bambino che vuole accoglienza e amore. Sotto questo aspetto, per la donna morire non è uscire dal mondo, ma è fare venire la morte al mondo, dare al mondo e alla parola la sua estraneità strana e straordinariamente straniera.

10 O, al femminile: è anche accogliere il seme della morte nella più profonda identità del Sé, nella ri-conoscenza del Sé che chiede e dà restituzione.

11 O, al femminile: è anche lasciarsi ingravidare dalla morte, darle corpo e vita, farla persona con cui interloquire in una lallazione nuova, in una apertura di linguaggio davvero “novissima” (uso qui il termine in tutta la pregnanza teologica che la dottrina cattolica attribuisce al termine “novissimo”).

Oggi sono 36 anni di matrimonio, tutti gustati e assoporati come i mille piatti che Rosi mi dona ogni giorno, con delizia anche cromatica (sono anche belle da vedersi le sue leccornie). Ogni giorno, a pranzo e a cena, è una goduria, un portento creativo, un crescendo culinario degno di Rossini. Mi lascia ogni volta trasecolato.

Per rendere omaggio a 36 anni con la mia Rosi Alma Genetrix (non a caso “alma”  in latino significa “alimentatrice”) metto qui di seguito 36 creazioni di Rosi: 12 Primi; 12 Secondi; 12 Dolci o Dessert. Certo, sono solo una limitata antologia dell’infinito repertorio di questa mia sposa inarrivabile pure come cuoca. Se mi invidiate, siete giustificati.

12 Primi: 1. Lasagne del Re, 2. Crespelle ai funghi (o al prosciutto o agli asparagi), 3. Minestrone al farro, 4. Risottino alle fragole, 5. Pizzoccheri alla valtellinese con formaggi del Colle Gallo, 6. Melanzane alla parmigiana, 7. Ravioli di borragine con salsa di noci oppure Ravioli di zucca, 8. Gnocchi di zucca (o di patata), 9. Risotto con salamella mantovana (o risotto di zucca), 10. Tagliatelle al ragù, 11. Casoncelli alla bergamasca, 12. Torta Pasqualina o torte salate alle verdure.

 12 Secondi: 1. Ossobuco alla milanese, 2. Polenta taragna, 3. Rotolo di tacchino agli spinaci con salsa di peperoni, 4.  Stinco di maiale alla cremonese, 5. Coniglio arrosto con polenta, 6. Arrosto di vitello con patate al forno, 7.  Funghi trifolati, 8. Brasato con polenta e funghi porcini, 9. Carpaccio di pesce spada, tonno e salmone, 10. Sogliole alla mugnaia, 11. Trota al forno, 12. Saltimbocca alla romana.

 12 Dolci o Dessert: 1. Strudel alla tirolese con varianti alla Rosi, 2. Gelato alla panna con salsa calda di fragole (o gelato allo yogurt con salsa calda ai frutti di bosco), 3. Torta di mele (o di pere), 4. Marmellate varie (di pere con noci e cannella; di fichi; di arance; di pomodori verdi; di sambuco; di castagne; di prugne ecc. ecc.) tutte fatte da Rosi e ciascuna abbinata a specifico formaggio, 5. Torta al cioccolato (tipo Sacher) con varianti alla Rosi, 6. Macedonia di frutta con gelato alla panna, 7. Biscotti alla Marisa, 8. Tortelli alla crema, 9. Frittelle di mele, 10. Budini vari con varianti alla Rosi, 11. Crostate varie, 12. Tiramisù alla Rosi.

Capite perchè ho preso il diabete? Si tratta  tra l’altro di un caso  rarissimodi diabete, forse un caso unico: è un dolcissimo diabete … coniugale. E poi dicono che l’amore non uccide.

non so quest’anno come saranno

 

forse rossi di peccato e melograno
o azzurri abissali di marea e d’abbraccio
o giallo sfacciato di provocante limone
o verdi d’amore giocato sul prato

 

non so come saranno quest’anno

 

forse umidi di parto teneri cucccioli
forse prodigiosi forti danzanti destrieri
forse timide tremule tremanti gazzelle
forse aquile estreme alte in ebbra vertigine

 

come saranno quest’anno non so

 

di certo io so
che sempre venti
saranno quest’anno
i tuoi anni,
infinita stupenda anima dell’anima mia