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5 agosto 2008

Asilo nido sì, asilo nido no?

Richiamo qui la domanda di Giancarlo e Michela (vedi Le vostre lettere): “Vorrei chiederti un parere sull’impatto emotivo (…) che concerne l’ingresso del bambino all’asilo nido, dai 3 mesi ai 3 anni d’età, con durata giornaliera o parziale”.

Ogni esperienza del bambino dal concepimento fino ai due anni e mezzo – tre anni va inscritta nella modalità relazionale che da un lato lega tra loro il padre e la madre e d’altro lato lega tra loro la mamma a il bambino. Il problema, quindi, prima che riguardare la diade madre- figlio (o figlia), riguarda la triade padre-madre-figlio, all’interno della quale sempre e comunque inscritta la relazione diadica. È la triade a dare il clima complessivo della famiglia, il tempo e l’atmosfera emotiva e relazionale a tutto il resto, soprattutto al rapporto che la madre ha con il figlio. Se la donna è prima di tutto moglie o compagna felice dell’uomo con cui ha concepito il figlio, se dalla relazione con quest’uomo lei vive la conferma e la tranquilla sicurezza della propria identità, allora anche il rapporto di maternità sarà caldo e, soprattutto, transitivo, cioè capace di dare il bambino al mondo e al padre. Altrimenti la madre non lascerà andare il bambino, tenterà di trattenerlo, di impedire ogni suo distacco da lei; diverrà sempre più insicura, timorosa di non avergli dato a sufficienza; si sentirà colpevole di ogni difficoltà del bambino.

Quando facevo aggiornamento alle insegnanti di asilo nido o di scuola materna, la domanda più frequente che mi veniva posta era: “come facciamo quando il bambino piange e urla perché non vuole staccarsi dalla mamma?”. Al che puntualmente dicevo di intervenire non sul bambino, ma sulla madre, rassicurandola confermandola, dicendole che era una buona madre e che aveva fatto tutto quanto le competeva. A quanto mi dicevano poi le maestre, il consiglio funzionava. Il bambino, quanto più e piccolo, tanto più fa da cassa di risonanza e da interfaccia della madre. Se la madre non sa staccarsi dal bambino, il bambino piangerà.

Detto questo, aggiungo però che fino ai due anni e mezzo – tre anni sarebbe consigliabile che il rapporto madre-figlio fosse il più possibile soddisfacente non soltanto in termini qualitativi, ma anche in termini quantitativi. Sarebbe auspicabile, secondo me, che la situazione familiare prima e, poi, quella sociale garantissero il più possibile la permanenza della mamma con il suo bambino, in un clima di serena e confermante gratificazione. Credo che questo finirebbe con il pesare anche economicamente molto meno sulla società di quanto pesano la costruzione e la gestione degli asili nido.

Ci sarebbero meno madri stressate, ci sarebbero accudimenti meno affrettati e colpevolizzati, ci sarebbero meno nodi depressivi nelle nuove generazione. Certo, per arrivare a ciò, occorre un notevole cambiamento di mentalità e una nuova concezione del lavoro, tale da non penalizzare la donna che, per anni, dovesse stare a casa ad accudire il figlio.

Si pensi per esempio alla rilevanza del rito del fasciatoio (ne ho parlato a lungo nel libro La tenerezza dell’eros, che uscirà fra poco). Sarebbe a mio avviso consigliabile che qiesto rito del fasciatoio fosse solo di competenza della madre, non del padre; meno peggio in questo senso che esso sia svolto all’asilo nido da una figura femminile.

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