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Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

One Comment

  1. Quanta splendida verità scritta! Non potrei trovare aggettivo più appropriato: ciò che splende si vede bene, luccica, a volte luccica tanto da abbagliare spaventando e facendo chiudere più comodamente gli occhi, proprio come ai protagonisti del post qui sopra.
    Purtroppo essendo parte in causa(parte femminile di una giovane coppia,mamma di due bimbi,nonchè stata figlia anoressica)confermo ciò che il tuo sapiente studio rileva,ovvero che è sempre più difficile trovare coppie giovani “libere”, si mi viene proprio questo aggettivo da usare dato che per la maggioranza la loro vita viene completamente organizzata in base agli impegni presi in accordo con le famiglie d’origine i famosi parenti STRETTI,tanto stretti da risultare loro stessi stretti e soffocanti e più o meno consciamente provocare reali situazioni di disagio, sensi di colpa,senso del DOVERE,infelicità……ma nello stesso tempo sembra riescano a fornire una tale sicurezza ovviamente finta e costruita per far restare in piedi quel comodissimo teatrino dove ogni personaggio a BISOGNO dell’altro per vivere essere animato dato che di personaggi e non di persone si può più parlare a questi livelli ,per far sì che la bella storiella, già scritta da loro anche se non lo sanno, continui e magari si concluda con un bel lieto fine; tipo quando sento: ” lascio accudire il mio bambino dai nonni quando sono impegnata,chi c’è meglio di loro che se ne può occupare amorevolmente,se non le PERSONE DI FAMIGLIA”. Ma come mai allora non di rado mi capita di vedere il contrario,es. nei comportamenti diseducavi che spesso hanno questi parenti stretti verso il nipotino, o la sgarbata familiarità con cui viene trattato verbalmente?Anche fra parenti stessi spesso mi capita di trovare leggerezza ed incontinenza verbale,sembra che tutti DEVONO sapere tutto di tutti,SEMBRA CHE A VOLTE TUTTI DEVONO DIVENTARE UNO per sentirsi più forti, più “coccolati”, più sicuri,più…. che?.Famigliare non mi sembra equivalere ad irrispettoso!Si permetterebbero o permetterebbero tanto al figlio di un ESTRANEO? O ad un Non parente? La risposta è NO,NO,ed ancora NO! I nuovi elementi di queste famiglie malate non potranno evitare di crescere ed assorbire naturalmente gli stessi metodi educativi e di trasmetterli poi agli altri(all’esterno del CERCHIO famigliare,o ai loro stessi figli un futuro).Se nessuno avrà mai il CORAGGIO di ascoltare il suo disagio la catena non si potrà mai spezzare, ed il rischio già esistente di vivere in una società malata si farà sempre più spazio! Un appello,facciamo di più da soli, salviamo noi stessi,i nostri figli,le famiglie, un’intera società da questa dinamica; è vero è tutto più difficile ma stupendamente più soddisfacente, più vero, più vivo,più appagante,non vi sentirete più in debito ma al contrario sempre in credito, parola di chi l’ha provato!
    Rifacendomi alla frase scritta nel post, penso vivamente che l’unica vera risorsa sia in questo caso più che mai il nuovo, investiamo di più sulle nuove conoscenze , sulle nascite,sugli eventi,sulla dinamicità e non sulla dinamica,prendiamo le piccole occasioni per cominciare a cambiare….. il nuovo è vita.


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