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Mi ha scritto il mio solito vecchio amico spastico fin dalla nascita. Mi ha segnalato un video (http://video.repubblica.it/sport/la-fantastica-corsa-di-matt/97049/95431), che racconta di Matt, un ragazzino spastico che a tutti i costi vuole portare a temine la corsa (i 400 metri piani) alla quale partecipa con i propri compagni: il mio amico accompagna la segnalazione con questo commento:

Nel vedere questo filmato non sono riuscito a trattenermi dal piangere. Mi ha ricordato tanti momenti della mia vita di ragazzino, quando non volevo restare indietro, perdere il contatto dai miei compagni e, con il contatto, perdere il diritto alla partecipazione, perdere il piacere dell’appartenenza, perdere il gusto dell’inter-esse, cioè – letteralmente – dello “stare in mezzo” o, come direbbero i tedeschi, del Mit-sein. Se lo perdi, sei nel ghetto, sei tagliato fuori, sei nell’apartheid, puoi rischiare la disperazione e la follia. Non a caso fino a qualche decennio fa c’erano ancora manuali di medicina che associavano lo spastico alla psicosi, non essendosi fino ad allora ben compreso che la psicosi non faceva per nulla  parte dell’essere spastico, ma era la conseguenza della emarginazione e della discriminazione di cui gli spastici erano fatti oggetto a partire dalle stesse famiglie, dagli stessi genitori, dalle stesse comunità di appartenenza. Ci si vergognava di loro, spesso li si nascondeva in casa o li segregava in istituti, lasciandoli non di rado in condizioni di vita talmente isolate, deprivate, disumane e  mortificate da portare per forza di cose  alla dissociazione psicotica.

Anch’io da piccolo ho molte volte  toccato con mano la presenza di questa tendenza a isolare chi è diverso. E lo spastico è, sotto molti aspetti, tanto diverso, tantissimo diverso. È non armonico nei movimenti, questo risulta letale  in culture e in società che io chiamo “neoclassiche” (Nietzsche magari , più elegantemente, le chiamerebbe “apollinee”), che sono  cioè caratterizzate dal mito dalla forma perfetta o – più abitualmente e banalmente – dal pregiudizio del conformismo, della omogeneizzazione, della normalità-standard, dell’essere tutti uguali e solo uguali. Soprattutto da piccolo lo spastico (e di solito lo spastico è spastico fin dalla nascita) fa fatica ad articolare il linguaggio; la sua parola irrompe talora esplosiva, con suoni non bene arginati e sfumati; come può non risultare” il” diverso in società e in comunità spesso tanto caratterizzate dal conformismo verbale, dal sussurrare indeciso, dalle affermazioni ipocrite e dette soltanto  a mezza voce, non in piazza coram populo, ma nei corridoi delle coscienze e nelle anticamere dell’esistenza.

La corsa di Matt mi ha ricordato subito la mia paura di restare indietro a scuola, soprattutto nella scrittura. Ogni tema in classe era per me una gara di inteminabil 400 metri: le idee c’erano , ma la mano litigava a tale punto con la penna, con il foglio, con il quaderno, con il banco, che ogni lettera, ogni vocale, ogni consonante, ogni punto sulla i, ogni virgola erano per me ostacoli interminabili, impervi, indomabili. Non finivo più. E la cosa mi scocciava, mi faceva incazzare.

Ecco, se c’è una cosa che il “normale” (lasciatemi per comodità usare qui questa generalizzazione idiota) non capirà mai del filmato di Matt è la sua incazzatura: arriva alla fine non tanto per orgoglio o per caparbietà o per ostinazione (sì ci sono anche tutte queste cose, ma non sono la principale), quanto per incazzatura. Matt è incazzato perché rischia di restare indietro, di perdere il treno della vita, gli amici, gli “altri”; è incazzato con la pista che non finisce mai, con le proprie gambe che non rispondono veloci alla volontà, con le braccia che non fanno da corretto bilanciere al corpo, con quei piedi e quelle scarpe che vanno dove vogliono loro e non dove vuole lui. e, mentre corre, fino al traguardo, ripartendo a ogni passo, mai mollando dopo ogni passo, già pensa a come fare a rendere più pronte le gambe, più veloci i piedi e le scarpe. Ogni corsa è già l’allenamento e la preparazione della successiva, è già la successiva, è solo la successiva.

Capitava così anche me quando scrivevo lo svolgimento del tema. Pensavo a come potere essere più veloce. Imparai a conoscere tantissime parole, tutte le possibili parole, così da potere scrivere i sinonimi più corti e dalla grafia più facile, imparai a semplificare le frasi. Poco alla volta imparai a semplificare il pensiero, così che riuscii a fare a meno della “brutta copia”; mi mettevo lì, ragionavo sul tema, mi facevo lo schema in testa, e con frasi brevi, possibilmente evitando di cambiare il soggetto o, come diceva mia mamma, il “protagonista” (da brava maestra me lo insegnò  così: “Gigetto, pensa a chi è il protagonista di questo tema, parla di lui, non cambiare protagonista, non perderti su altri protagonisti”). È stato un prodigioso e sotto sotto piacevolissimo esercizio di arricchimento lessicale e di semplificazione logica, esercizio che mi permise, appunto, di fare a meno della “brutta” e di essere rapido ed essenziale nell’argomentazione. Già in terza elementare ero tra i primi a consegnare il compito. E mi piaceva davvero tanto scrivere, leggere e scrivere, scrivere e leggere, che mi innamorai di tutti i libri del mondo, della magia delle parole e del pensiero.

Alla lunga, questo esercizio dei 400 metri scritti mi ha molto aiutato nella semplificazione del pensiero e mi ha facilitato oltre che nello scrivere anche nello studiare e, prima di tutto, nel pensare e, ritengo, nel vivere. Anche oggi difficilmente faccio  la “brutta” di ciò che scrivo: Grazie a Matt, anche queste righe sono  state scritte senza “brutta”, di getto o – come forse è  meglio dire –  di … Gigetto”.

 

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