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Rispondo a Laura, una mia amica ginecologa, che mi scrive:

caro Gigi, ho letto con interesse alcuni articoli sul tuo sito che trovo estremamente interessanti. Anche io vorrei porti una domanda perché dopo il parto tanto spesso le donne vanno incontro ad una depressione profonda. Non credo affatto che gli ormoni possano giocare un ruolo cosi determinante, o quanto meno essi possono creare disturbi dell’umore in forma contenuta. Io invece faccio riferimento alla depressione vera, quella che causa il vere dolore della mente, il pensiero ossessivo che pensa e che non lascia tregua alla donna. In attesa ti ringrazio per il tempo che vorrai dedicarmi”.

Cara Laura,

anch’io penso che l’aspetto ormonale sia tutt’al più una conseguenza di quello psicologico, per cui ritenere di potere curare e/o risolvere la Depressione Post Partum (DPP) con la somministrazione di ormoni è una pericolosa illusione, un po’ come chi creda di farlo con l’anoressia.

Ma veniamo all’aspetto più propriamente psicologico. A quanto posso vedere nel mio lavoro clinico di terapeuta e di supervisore di colleghi, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali ben difficilmente colgono gli aspetti relazionali che portano una giovane madre alla DPP. Ancora più difficilmente, a quanto mi risulta, sono in grado di operare una diagnosi relazionale, capace di individuare il gioco relazionale familiare che porta una donna alla DPP; bene che vada si fermano a una diagnosi nosografica (danno cioè l’«etichetta» al problema, limitandosi a dire quale “disturbo” o quale “malattia” ha l’individuo in questione, in questo caso la povera madre depressa, come se soltanto lei e la sua depressione fossero il problema); inoltre molto, molto di rado producono una diagnosi strutturale della poveretta depressa, dicendo quali strutture psichiche sono carenti e in rapporto a quali dinamiche relazionali le strutture psichiche si configurino e si strutturino.

Dato che, per la mentalità comune, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali sono di fatto le uniche voci presenti e ascoltate, finisce con il passare il messaggio che la DPP è un evento che sostanzialmente o esclusivamente riguarda soltanto colei che è “colpita” da DPP.

Al contrario, uno psicoterapeuta sistemico-relazionale guarda subito alla diagnosi relazionale come al primo fondamentale dato di riferimento: la madre depressa è non tanto “il” problema, quanto – prima di tutto – la vittima del problema, cioè di un gioco relazionale familiare che non funziona e che produce patologia. Prima e più della povera madre, a essere “malato” è il sistema relazionale formato dalla coppia e, a monte, dalle due famiglie d’origine, che più o meno pesantemente condizionano la vita relazionale della coppia e/o interferiscono su di essa.

Sono soprattutto due i deficit relazionali che stanno alla base di una DPP:

  1. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione della nonna materna (la madre della vittima del DPP). Come saggiamente indicano alcune lingue, la nonna (soprattutto, in questo caso, quella materna) è la “grande madre” (la grand-mère dei francesi, la grosse Mutter dei tedeschi, la grandmother degli inglesi) che fa da sfondo alla maternità della figlia, offrendole una rassicurante presenza, oltre che di sostegno emotivo e affettivo, soprattutto di contenimento dell’ansia e della auto-stima, all’interno di una complicità e di una solidarietà di genere che nessun maschio può offrire. Invece, bene che vada, molte nonne materne si limitano a una presenza e a una vicinanza solo funzionali, spesso nel segno prevaricante della supplenza e/o della invasione di ruolo, sostituendosi alla figlia e di fatto svalutandola o escludendola dall’esercizio della sua maternità. Molto spesso – ancora più tragicamente – la nonna materna risulta addirittura assente o ampiamente latitante, lasciando di fatto sola, inesorabilmente sola la figlia. Di solito a monte di queste assenze e latitanze c’è una relazione problematica o perfino patologica tra le due donne (spesso la figlia è stata poco voluta dalla madre, in alcuni casi è stata addirittura rifiutata o abbandonata; in altri casi rispetto alla figlia è stato ed è preferito un altro figlio, di solito il primo figlio maschio);
  2. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione maschile del partner della vittima di DPP. Sempre più spesso il partner è una personalità con problemi narcisistici più o meno gravi, abituata non tanto a dare quanto a ricevere attenzione, centralità, sostegno, rassicurazione, vicinanza, empatia, aiuto. Come farà una personalità di questo tipo a stare vicino alla giovane madre, a aiutarla, a rassicurarla, a sostenerla, a incoraggiarla? Più facilmente, vedrà nel figlio un rivale che gli toglie colei che prima si dedicava a lui, magari subendone l’infantilismo, i capricci, la prepotenza, la violenza; tenderà così a colpevolizzare la giovane donna, forse anche a usarle maggiore violenza. In altri casi, al contrario, il narcisismo malato del partner si nasconderà sotto la rassicurante parvenza del “mammo” solerte e onnipresente, “tanto bravo” da fare lui la mamma, di fatto sostituendosi alla compagna, espropriandola della maternità e della femminilità, di fatti svalutandola e dichiarandola inutile.

Di fronte a una DPP pertanto consiglio una terapia familiare sulle tre generazioni (neonato, genitori, nonni), che riporti funzionalità al gioco relazionale.

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