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Coppia e famiglie di origine (un capitoletto dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros)

1.7.3.1. – Coppia e famiglie d’origine

Quando i due in-amorati sono uniti dal gesto d’amore dello sguardo di stupore, nel tra della loro relazione d’amore essi sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Perciò, quando giungono al gesto d’amore dello sguardo di stupore, dovrebbero essere autonomi rispetto alle famiglie d’origine, averle già lasciate, non appoggiandosi ai genitori, ma affidandosi l’uno all’altro, confidando nell’identificante forte potere della loro relazione. Riportarsii al padre e alla madre dovrebbe essere inutile, proprio nello stesso modo in cui la placenta, dopo il parto, diventa inutile per il bambino. Per i due in-amorati la unica vera famiglia è il loro essere coppia, a partire dal gesto d’amore dello sguardo di stupore che li fa in-amorareii. La famiglia d’origine va lasciata; il suo ruolo è solo di formazione e di avvio. Se essa trattiene oltre il necessario, significa che non ha adeguatamente svolto il proprio compito.

Proprio come la madre non è il figlio, così la famiglia d’origine non è la vera famiglia di un individuo che si identifichi nel suo destino di in-amorato. La nostra vera famiglia è quella non dalla quale partiamo, ma alla quale siamo chiamati dalla possibilità della relazione d’amore.

Finita la propria funzione formativa, la famiglia d’origine lascia andare il figlio, lascia che il figlio la lasci, lo partorisce alla sua adolescenzaiii e giovinezza e alla sua vera famiglia. I genitori possono allora finalmente tornare a essere, in tutto e per tutto, quello che mai avrebbero dovuto dimenticare e cessare di poter essere: i due amanti uniti tra loro dal gesto d’amore dello sguardo di stupore. Dismessi il ruolo e la funzione genitoriali, possono a pieno rituffarsi nel poter essere la loro identità di in-amorati.

Tra l’altro, soltanto tornando a poter essere amanti, essi compiono fino in fondo la loro funzione di genitori, perché pre-senziano al figlio, che se ne va, l’esperienza viva della possibilità di essere coppia, di vivere in continuità l’avventura straordinaria dello stupore d’amore. Gli danno non soltanto la struttura relazionale dell’essere coppia, ma con questa struttura e in questa struttura gli danno l’imprinting della speranza, dell’amore come sguardo di stupore e come continuità di in-amorarsi. E – quel che è straordinario – compiono così la loro funzione, proprio non pensando più a essa, cessando di svolgerla, tornando alla pienezza della loro possibile dinamica d’amoreiv. Grazie a ciò, muore del tutto il figlio e nasce del tutto l’uomo. Proprio come ha fatto Dio, che, morendo alla possibilità di vedere il proprio mondo come l’unico mondo possibile, si è messo nelle mani e nelle carni dell’uomo, permettendogli di essere lui il mondo e l’infinita possibilità dei mondi e delle storie.

iUso qui riportarsi in contrapposizione a rinviare. Riportarsi comporta quel bisogno di tornare ai genitori tipico di famiglie dalle storie incompiute, dalle dipendenze non riscattate, dalle autonomie non raggiunte, dove i figli restano figli senza diventare mai adulti, in un rapporto ambivalente con le figure genitoriali: mentre pare siano i figli ad avere ancora bisogno di sostegno, in realtà, a livello tanto profondo quanto misconosciuto, sono i genitori, che non ricevendo la loro identificazione primaria dalla propria relazione di coppia, hanno bisogno di mantenersi nel ruolo genitoriale, per potere garantirsi – grazie al ruolo – l’identità; è come se la funzione genitoriale dovesse compulsivamente continuare, mantenersi miticamente all’infinito, asservendo a sé il figlio, trattenendolo, prevaricando la sua possibilità di essere una storia nuova. Al contrario, rinviare sé ai genitori è dinamica di libertà propria della coscienza simbolica: avendo la vicenda dei genitori senso in sé stessa, il figlio nella propria nuova identità di adulto può ri-prendere quanto della vita e dell’esistenza dei genitori ci poteva essere di bello e positivo, così da trarne in-spirazione e tentare, nella propria storia, un’ulteriore acquisizione di felicità.

iiAppartenendo lo sguardo di stupore alla dimensione dell’originario, ne deriva che la vera famiglia di un bambino non è tanto quella in cui è, quanto quella che egli potrà essere nella sua relazione di coppia. Se, con cultura e ottica nuove, si potesse vivere e sentire questo, molte vicende di dolore, dipendenza e non identificazione forse non ci sarebbero.

iiiIntendo qui adolescenza in senso ampio, comprendendo tutta l’età post-edipica.

ivL’esperienza terapeutica mi suggerisce una esortazione sempre utilissima: che i genitori tornino totalmente alla loro possibile identità di amanti non in funzione del figlio, ma in funzione di loro stessi; non perché questo aiuta il figlio, ma perché lì sta la culla della loro vera identità. Se lo facessero in funzione del figlio, non cesserebbero di fare i genitori e tratterrebbero, in modo ancora più sottile, il figlio, impedendone lo svincolo nel momento stesso in cui credono o cercano di permetterlo o perfino di facilitarlo, oltretutto attivando o accentuando un patogeno contesto di messaggi paradossali (“ci amiamo, perché dobbiamo amarci”) e a doppio legame (“ci ameremo finché tu sarai autonomo, per cui, se vuoi che noi continuiamo ad amarci, non devi essere autonomo”). Lo svincolo del figlio, invece, avviene proprio perché i genitori, non pensando a lui, vivono a pieno la propria relazione di coppia in tutto il suo crescente voltaggio relazionale.

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2 Comments

  1. Una grande saggezza.

    • un grande insegnamento di verità da fare proprio grazie Anna


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