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Monthly Archives: marzo 2013

In questo Sabato Santo ho pensato spesso ai miei due amici Elena e Mario. All’inizio dello scorso novembre hanno cominciato a vivere il dolore forse più grande che possa capitare: la morte di una loro creatura, di 34 anni.

Pochi giorni dopo, Mario ho scritto un commento per questo blog, proprio a riflessione del Sabato Santo:

«Leggevo in questi giorni un pensiero di D. Bonhoeffer, tratto dal suo libro Resistenza e Resa:

Non c’è nulla che possa rimpiazzare l’assenza di una persona cara, né dobbiamo tentare di farlo; è un fatto che dobbiamo semplicemente portare con sé, e davanti al quale tenere duro; a prima vista è molto impegnativo, mentre è anche una grande consolazione: perché, rimanendo aperto il vuoto, si resta, da una parte e dall’altra legati a esso. Si sbaglia quando si dice che Dio riempie il vuoto: non lo riempie affatto, anzi lo mantiene aperto, e ci aiuta in questo modo a conservare l’autentica comunione tra di noi, sia pure nel dolore. Inoltre: quanto più belli e densi sono i ricordi, tanto più pesante è la separazione. Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa….”

Per esperienza diretta del Sabato di Maria.

mario»

È il sentire tremendo e doloroso dello Stabat Mater, quando si sente vicina Maria, ci si sente come Lei, che pure ha visto morire un figlio giovane, della stessa età della figlia di Elena e Mario. Non ci avevo mai pensato: il Sabato Santo è giorno di Maria, è sacramento mariano; è il giorno non soltanto del vuoto, ma – ancora di più – della vicinanza di Maria; è il giorno non della assenza, ma di una presenza nuova, diversa, altra, tremendamente e stupendamente altra.

È un giorno non di solitudine, ma di incontro. Ci si incontra in modo totale, capace di una discesa agli inferi, che salva nell’apparente silenzio tutte le voci dei tempi e tutti gli incontri e i “ciao” della storia e della vita, a ricordarci che ciò che più importa e conta è l’incontro, perché gli incontri non muoiono mai. È un giorno non di disperazione, ma di speranza. È sempre un po’ disperata la speranza: se non fosse un po’ disperata, come potrebbe sconfinare nella Risurrezione e nella gioia. Il nuovo Papa ci ha ricordato che la risposta di Dio è la croce, ma è una croce di Risurrezione, una croce con Maria. Mai come di Sabato Santo si incontra Maria; mai come di Sabato Sabato si incontra l’umanità mariana e cristiana di Gesù; mai come di Sabato Sabato si incontra la divinità mariana e cristiana di Dio.

Di Sabato Santo ci si può comunicare, così che nella Eucarestia si continua a incontrare Gesù, il corpo e il sangue di Gesù, il primo grande “figlio dell’uomo”, l’Emanuele, che anche nella morte continua a dirci che “Dio è con noi”.

Non c’è il vuoto. Quello che noi osiamo chiamare “vuoto” è tensione relazionale, è relazione ritrovata, in-ventata, risorta. Nessuna relazione muore mai.

In Elena e Mario, nella tremenda-stupenda speranza del loro Sabato Santo, abbraccio Maria e Gesù, abbraccio le epoche e le storie, abbraccio tutti gli incontri e le speranza, le disperate speranze che sanno, possono e vogliono risorgere.

Morire di venerdì santo,

quando Gesù se ne va nell’abisso della morte.

Dire a Gesù: “vengo anch’io”,

quando Gesù ti dice:

sì, anima magica di bambino,

sì vieni anche tu,

con me la morte salva,

e fa risorgere”.

Morire di venerdì santo,

il giorno più assurdo e demenziale,

quando l’uomo crede e pretende

di potere uccidere Dio.

Morire di venerdì santo,

il giorno della strana surreale innocenza,

quando Gesù perdona tutto e salva tutto,

quando Gesù salva tutto e perdona tutto.

Morire da creatura tenera e innocente,

dolce e intelligente,

morire con Gesù

dicendogli: “vengo anch’io”.

Ciao, Enzo,

poeta strano dei miei vent’anni.

Ti voglio bene.

Domani è il primo giorno di primavera.

Auguri di buona Primavera! Auguri a tutti, di cuore.

È una bella, fresca primavera questa. Profuma di Spirito Santo. Mi ricorda la prima mattina di primavera del 1967, quando, matricola di Filosofia, all’Università Cattolica e studente del prestigioso ed entusiasmante Collegio Augustinianum, uscii da via Necchi e mi trovai sul retro della basilica di S. Ambrogio. C’erano il sole e il cielo bellissimi, proprio come, quando vogliono, sanno esserlo il sole e il cielo di Lombardia. Mi trovai felice e pieno di voglia di vivere e di comunicare la mia felicità. Innamorato da anni di sant’Agostino, volli confessare la mia felicità a Gesù, perché solo quando è comunicata la felicità si fa gioia. Entrai in sant’Ambrogio (quale luogo più agostiniano di quello?) e chiesi a un prete la Confessione. Volevo dire grazie a Gesù e in Lui al Padre e allo Spirito, che è la felicità d’amore che unisce tra loro Gesù e il Padre. Ho sempre pensato e penso che la Confessione sia prima di tutto il rendimento di grazie a Dio per la vita e la Creazione che ci regala e per le infinite occasioni di felicità che ci offre. Lo dice la stessa parola “confessione”: significa “parlare con”, “comunicare”. Con chi parlare di felicità, di primavera, di sole e cielo bellissimi se non con chi ne è il massimo competente, Dio, il loro Creatore e donatore? Purtroppo mi capitò un confessore miope che, quando dissi che, attraverso di lui, volevo dire grazie a Gesù e alla Trinità per la felicità che laetificabat juventutem meam , mi guardò stranito, come se si trovasse di fronte un deficiente, ignorante di dove si trovasse e di che cosa stesse facendo; con voce seria e con tono di infastidito rimprovero, come se mi volesse subito riportare in carreggiata, ex abrupto mi chiese: «come va la purezza?», cosa che c’entrava come i cavoli a merenda. Intuii la piccolezza del personaggio, lo guardai con delusione, dissi che, secondo me, lui non aveva capito nulla né della confessione né del proprio ministero, mi alzai e lo salutai.

Se l’età rispetta le proprie leggi, quel prete ora se ne sta dove tutto si vede nel volto di Dio. E forse oggi sa quanto è bella la primavera e quanto stupendo è comunicare la felicità e ringraziare la Trinità; forse ora sa che il vero grande peccato è omettere la confessione della felicità così che possa essere gioia. Forse anche lui è felice nel vedere come lo Spirito Santo riesca a fare germogliare primavere incredibili; e forse anche lui confessa la propria felicità a Dio. Forse anche lui è stato presente alla ispirazione che ha portato alla elezione di questo straordinario “vescovo di Roma”, che lo Spirito ha voluto donare alla Chiesa in questo inizio di Primavera.

Sono sempre stato convinto che Pasqua e Pentecoste siano profondamente contemporanee, non certo necessariamente separate da cinquanta giorni. Sono un’unica meravigliosa Primavera. Ma mai come quest’anno la cosa si rivela tanto evidente. Se penso al “vescovo” Francesco, credo che oggi qualche prete accetterebbe con abbraccio paterno quella confessione di un diciannovenne felice. 

Auguri a tutti. Buona primavera e buono Spirito Santo a tutti.

Che bello sentire e risentire mille e mille volte l’odierno discorso di esordio di Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, e di Pietro Grasso, presidente del Senato della Repubblica. Grazie, Laura e Pietro. Con voi si respira meglio.

Cari Amici,

sono felice. L’altro giorno in Vaticano e oggi a Roma sono state elette tre belle persone.

Evviva.

Chi non ha fame di mondo e di esperienza,

non può né innamorarsi,

né fare innamorare.