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Category Archives: depressione

Con gli altri

si può anche ridere.

Da soli

si può soltanto sorridere.

Per questo i solitari (e gli psicotici)

sono sempre depressi.

 

 

 

I disturbi d’ansia (attacchi di panico, agorafobia ecc.) sono di per sé problemi non medici, ma psichici. Dispiace perciò notare l’estrema disinvoltura diagnostica e la sbrigativa scelta terapeutica con cui molti medici affrontano casi, di cui non hanno né possono avere appropriata competenza, spesso liquidando il problema con la prescrizione di qualche ansiolitico, senza neppure ventilare la prospettiva di un approccio psicoterapeutico.

Quanto poi all’approccio psicoterapeutico, è utile ricordare che, quasi sempre, il disturbo d’ansia copre disturbi o nodi problematici più profondi.

Il disturbo d’ansia di per sé riguarda l’area della nevrosi, quindi di solito rappresenta una patologia meno profonda di quelle riguardanti l’area borderline (i Disturbi di Personalità) o l’area psicotica (i disturbi dissociativi, le psicosi, le depressioni gravi, la bulimia, la anoressia, la schizofrenia). Ma in molti casi il disturbo d’ansia è solo la punta dell’iceberg di una ben più complessa strutturazione di personalità, deficitaria a livello molto profondo, che soltanto il terapeuta clinico di grande esperienza sa individuare e curare.

L’esperienza clinica mi dice quanto più spesso siano le donne a presentare i disturbi d’ansia come copertura di problematiche e patologie psicotiche anche gravi, che possono prima o poi manifestarsi con virulenza drammatica, che spesso coinvolgono i figli in azioni o dinamiche di rischio non sottovalutabile. Per questo, di fronte a un disturbo d’ansia è opportuno individuare e intervenire il più precocemente possibile, senza superficialità, non trascurando alcuna ipotesi diagnostica, rivolgendosi subito a un clinico di piena competenza e collaudata esperienza.

Trattare un disturbo d’ansia, senza né intuire né curare ciò che questo disturbo può coprire, significa correre rischi molti gravi: può ulteriormente rafforzare e aggravare le difese psicotiche oppure può farle saltare in modo incontrollato, con esiti difficlmente recuperabili.

 

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Riporto il dato di cronaca. “Strangolata a vent’anni da un amico con cui era uscita per una sera e che lei aveva respinto quando aveva cercato un pesante approccio sessuale. E’ morta così Vanessa Simonini. Il suo corpo è stato trovato questa mattina su una stradina che porta al greto del fiume Serchio vicino a Gallicano (Lucca). L’assassino si chiama Simone Baroncini, 35 anni, operaio incensurato di Pisa. Ha confessato dopo aver tentato di depistare le indagini raccontando di un’aggressione subita da sconosciuti mentre si trovava in macchina con Vanessa. Baroncini è stato arrestato. ”.

Che è successo? Molto probabilmente Vanessa Simonini ha finito per pagare lei il rifiuto che Simone Baroncini ha subito dalla madre nella primissima esistenza e infanzia. Poco importa se la madre lo ha rifiutato consciamente o inconsciamente; poco importa se quel rifiuto sia stato poi da lei riconosciuto o non riconosciuto; poco importa se la madre fosse a propria volta vittima della solitudine o avesse lei stessa subito un rifiuto dalla propria madre e/o dal padre di Simone; poco importa se il rifiuto sia avvenuto durante l’accudimento di Simone o già nel pancione della sua mamma. Quello che purtroppo conta è che quel bambino ferito è rimasto lì bloccato nella sua ferita e nella sua rabbia (è rimasto un “Simonino” tanto simile nel nome al cognome di Vanessa: spesso, in fatti come questi, i cognomi e i nomi non suonano a caso).

Allora basta una parola, un gesto, una frase, un atteggiamento inavvertiti, uno tra i mille che ci sono ogni giorno tra un uomo che “ci prova” e una donna che “non ci sta”, ed ecco che scatta la violenza omicida. Ciò che per Vanessa e per qualsiasi donna in una situazione simile era una parola legittima, un gesto sacrosanto, una frase obbligata, un atteggiamento logico, per il bambino bloccato era la ripetizione tremenda della ferita, il suo riaffiorare incontenibile, la sua disperante e inconfutabile conferma, l’oinsopprimibile dirsi del passaggio all’atto. Ad ascoltare la parola o la frase di Vanessa, a vedere il suo viso e il suo gesto, in apparenza era l’uomo adulto di 35 anni. In realtà chi vedeva e ascoltava era quell’antico bambino che ora, attraverso le orecchie e gli occhi dell’adulto, sentiva e vedeva il ripetersi micidiale della violenza della madre. Non c’era più Vanessa; davanti a lui c’era il fantasma di una madre mai avuta e mai sepolta. Contro di lei si è scagliato il bambino, usando tutta la forza dell’adulto, straripando attraverso l’adulto, facendo delle mani dell’adulto le proprie mani vendicatrici. Contro di lei si è scagliato quel bambino sconosciuto, in profondità sconosciuto anche e soprattutto allo stesso Simone (quando inventa l’aggressione di “sconosciuti”, Simone forse non è del tutto in malafede; forse realmente agli occhi dell’adulto tornato in sé è soltanto uno “sconosciuto” quello che ha ucciso; sarà la probabile perizia ad appurare la presenza, il peso e l’incidenza di possibili livelli dissociativi nella psiche di Simone)

Anche la modalità della esecuzione (perché di vera e propria “esecuzione” si tratta, con il bambino nella parte di mandante e l’adulto in quella di killer) ci può forse indicare qualcosa della modalità del rifiuto subito dall’antico Simone, di come Simone possa averlo subito, quale vissuto della madre egli abbia.

Nella follia strozzare significa potere prendere con particolare efficacia chi rischia di andarsene diventando inafferrabile. Il collo garantisce una presa sicura (una presa per sempre), relativamente facile; è al collo che vengono applicati i guinzagli (e la solitudine chiede spesso la follia di un guinzaglio). E poi, per il linguaggio animale, il collo è il luogo della vulnerabilità, del pulsare vitale della giugulare, tanto che per molte specie il semplice mostrare il collo è segno di sottomissione, di potere subito, di potere mettere la vita a disposizione dell’altro. È lì, allora che va bloccata la madre, così da sottometterla (lei la prepotente e la dominante), da trattenerla (lei sfuggente) a sé, da possederla (lei mai stata tua) magari per sempre come solo il rituale magico e assurdo della morte consente (“se ti uccido, non puoi essere più di nessun altro, sei e resterai mia per sempre).

Strozzare significa anche impedire per sempre la parola, fare tacere per sempre chi ti sta dicendo che non ti vuole, magari scaccciandoti o forse umiliandoti o, chi sa?, esasperandoti, con la sua depressione colpevolizzante, con i suoi ricatti esproprianti, con i suoi richiami solo strumentali, con le sue frasi senza empatia. Strozzare è spegnere per sempre quella voce, per possederla per sempre, paradossalmente per continuare eternamente a sentirla senza più ascoltarla.

Strozzare significa fare tacere chi, chiedendo aiuto, urla e chiama l’altro. L’altro, sempre l’altro! Basta l’altro! Taci. Ora c’è Simone, solo Simone, solo come da bambino, solo come quando l’altro (magari un altro figlio, forse il marito bambino, forse un cliente, forse un amante) si prendeva lei, la madre, lei, l’imprendibile, lei l’irraggiungibile. Strozzare significa pure questo: eternare la propria solitudine, renderla assoluta, rimanendo paradossalmente fedele a sé stesso, senza mai paradossalmente perdere quella stessa madre che ti rende solo. Strozzare è a un tempo punire e redimere, annullare ed eternare, perdere e possedere, vendicarsi e trattenere (tragiche al proposito sono le scene di Un borghese piccolo piccolo, terribile film del 1977 di Monicelli).

Emerge così il vissuto profondo e di certo inconscio del bambino Simone: essere rifiutato da una madre irraggiungibile, che ti shciacica e umilia, che ti dà l’impressione di esserci e poi se ne va, che ti sembra ti voglia e poi non ti vuole, che ti illude di essere tua ed è di un altro, solo e sempre di un altro. Anche il comportamento più innocuo della ragazza, anche soltanto una sua piccola esitazione magari dovuta all’imbarazzo di fronte a un uomo tanto più grande (quasi il doppio degli anni), può essere stato letto dal bambino ferito come inesorabile messaggio di fuga, di ambiguità, di schiavitù subita, di illusione tradita, di imprendibile promessa.

In fatti come questo, quando il maschio uccide la femmina rifiutante, va tenuto presente un dato di cui solitamente non si parla. Di fronte al femminile, l’ottica del maschio (in particolare del maschio o ferito o poco evoluto o sprovveduto) segue di solito il percorso che va dal genere all’individuo: prima vede il genere (“la” donna) poi l’individuo (“quella” donna). Al contrario, di fronte al maschio, l’ottica femminile (in particolare della femmina o ferita o poco evoluta o sprovveduta) segue di solito il percorso che va dall’individuo (“quell” ‘uomo) al genere (“l” ‘uomo). Mentre in quell’attimo di morte Simone ha visto non Vanessa, ma la donna che da madre lo rifiuta, Vanessa ha visto quell’uomo di 35 anni, un “amico” adulto, forse gentile (come spesso sanno apparire le persone rifiutate) con cui potere uscire per una sera. Non poteva pensare che per i bambini feriti non ci sono “le sere”, l’una diversa dalle altra, ciascuno da vivere per sé stessa, ma c’è soltanto una sola, totale assoluta, insuperabile sera, la sera assoluta e violentemente uguale, nella quale, per non essere per sempre rifiutato, devi uccidere e possedere, non puoi non uccidere e possedere la madre, la donna, l’imprendibile femmina che prima ti illude e poi urlando ti nega la vita.

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte)

Molte persone, soprattutto ragazze adolescenti (ma l’età di frequente è anche più bassa), hanno il bisogno di farsi male: per esempio profondi tagli con le lamette, graffi sul corpo, piercing molto dolorosi; o – come vedremo più avanti – in modo più nascosto, per esempio con incidenti più o meno casuali o con comportamenti ad alto potenziale invalidante. Si chiama autolesionismo. È un bisogno compulsivo, cioè irresistibile: è come se fosse il bisogno a comandare, a determinare lui l’azione, prevalendo sulla volontà del soggetto con una esigenza e una urgenza sempre maggiori e sempre più cogenti.

Si tratta di persone che psicologicamente non hanno “pelle”: non hanno potuto elaborare una adeguata strutturazione del loro Sé e del loro sentirsi. Alla base di questa loro carenza sta, a mio avviso, un grave deficit a livello di accudimento e di fasciatoio (su questi temi ho scritto a lungo nel mio penultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore): per problemi di coppia e per proprie carenze la madre non li ha attesi, contenuti, abbracciati, guardati, toccati, accarezzati adeguatamente, con la dovuta attenzione, con un’attenzione vera che “sentisse” non il proprio bisogno di essere una brava madre, ma il bambino, il suo corpo, il suo esprimersi, il suo esserci (il suo Dasein, direbbero i tedeschi), il suo essere proprio così (il suo Sosein, direbbero i tedeschi). Spesso si tratta di figli e figlie poco voluti o capitati in momenti di grossa difficoltà della coppia e della madre (solitudine, depressione, rapporto conflittuale o lontananza dalla propria madre, quella che giustamente molte lingue identificano non tanto con il termine “nonna”, ma con quello altamente significativo di “grande madre”), magari con un fratello o una sorella che occupa ancora il fasciatoio, lo sguardo, l’attenzione, l’affetto, l’emotività materni. Che questo capiti più di frequente alle bambine, secondo me è dovuto a due fattori: 1) si tende a dare meno attenzione a chi ci è identico rispetto a chi è diverso, per cui la figlia – in quanto identica alla madre – è già di per sé candidata a una attenzione materna minore o quantomeno più scontata; 2) con maggiore frequenza e con più intensità si tende a identificarsi con chi ci è identico, per cui madri carenti e a propria volta oggetto da piccole di poca attenzione o di non adeguato contenimento e accudimento, identificandosi troppo con la figlia (sopratutto con la seconda, la più scontata), tenderanno a sottovalutarne i bisogni, proprio come solitamente fanno con loro stesse (“assomiglia proprio a me”, diranno queste madri di questa loro figlia).

Una siffatta situazione produce nella persona due conseguenze concomitanti (due facce di un’unica medaglia).

Da un lato c’è un grave deficit del sentirsi nel piacere, come comporterebbe una adeguata e fisiologica strutturazione del Sé e della percezione di sé (troppo spesso ci si dimentica che il vero cemento che costruisce e struttura il Sé è non il dovere, ma il piacere; sono l’esperienza e la possibilità non del dovere, ma del piacere); scatta perciò una strutturazione carente o comunque patologica del Sé e della percezione di sé, per cui ci si sente soltanto se e quando si sta male, per cui “bisogna” stare male, sentirsi male, farsi male.

D’altro lato la mancanza di quel piacevole rapporto con sé stessi e con il mondo, che consegue al deficit del sentirsi e ostacola ogni transitivo sentire, produce un’angoscia pervasiva, profonda, sorda, cioè non attribuibile a contenuti o ragioni precisi, chiaramente identificati o identificabili. Nulla è più doloroso e insopportabile di un’angoscia siffatta, proprio perché di essa non si vede né l’origine né la fine; di essa non si percepisce l’essere, ma l’esserci sempre più pesante e terribile.

Per questo non resta che farsi male Così, per esempio, prodursi una ferita con una lametta o con un graffio violento mette in gioco due “vantaggi”: 1) in quanto è identificato in una causa ben precisa (la sofferenza è dovuta a “questa” ferita), il dolore ha un contenuto ed è identicabile, quindi in un certo qual modo può essere percepito come controllabile e come contenibile; 2) in quanto è molto acuto e localizzato, il dolore può coprire l’angoscia pervasiva e indeterminata, cioè almeno per un po’ – come dire? – la anestetizza, la rimuove.

Non sfuggirà al lettore quanto sia terribile e disumana una tale situazione. Il fenomeno è diffusissimo nelle nuove generazioni, quasi una epidemia tanto tremenda, quanto sconosciuta al grande pubblico. Pochi ne parlano, pochi ne conoscono l’esistenza, pochi sanno e possono identificarla nella sua vera natura e quindi curarla e guarirla, cosa questa possibile grazie a una appropriata psicoterapia e a un paziente e motivato impegno terapeutico da parte del paziente. La possibilità di uscire dall’autolesionismo e di vincere la terribile angoscia c’è.

Per la 2a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte).

1.2.5.3.- Le gravidanze «extrauterine». Accenno alla mamma di Cogne

 

Ci sono poi le gravidanze che io chiamo «extrauterine», naturalmente non in senso fisico (per questo metto le virgolette), ma in quello psicologico e relazionale.

Accadono proprio a quelle madri che non hanno mai davvero partorito il figlio privilegiato (quasi sempre il primo figlio maschio), quando, come talora succede, abbiano altri figli. È come se questi altri figli non venissero mai accolti davvero dalla gravidanza materna; del resto come potrebbero occupare un utero già «occupato»? Se nel caso del figlio privilegiato, si può parlare di gravidanze infinite, che non portano mai a un vero parto psicologico, nel caso dei figli «extrauterini» si può parlare di gravidanze mai veramente annidate, forse soltanto sopportate o messe lì in una qualsiasi dependance del proprio Sé, così caratterizzato da nodi o dinamiche dissociativi.

Nei confronti di questi figli la madre, per lo più senza neppure accorgersene, ha atteggiamenti e comportamenti molto meno attenti, empatici e accudenti; spesso, più o meno inconsciamente1, dà per scontato che essi abbiano meno diritti del figlio privilegiato e che essi debbano in certa misura servire al fratello2.

Nel sentire della madre di Cogne3, che, secondo la sentenza di primo e secondo grado, confermata in Cassazione, ha ucciso il figlio secondogenito il giorno del compleanno del primogenito, cioè della sua prima vera festa (quasi una sua iniziazione sociale), mi è venuto da pensare che, a livello profondo e probabilmente inconscio, quella madre stava, in quel terribile momento, non tanto uccidendo un figlio, che, piangendo, le chiedeva attenzione, quanto difendendo l’unico suo «vero» figlio, l’unica sua «vera» gravidanza. Una madre, se uccide, uccide per difesa4, soprattutto se e quando in gioco c’è la difesa (dalla possibile perdita) della propria relazione con l’unico figlio di cui si senta davvero madre, per giunta madre intransitiva.

A quanto noto nella mia esperienza clinica, è soprattutto una ragione a spingere, più o meno inconsciamente, la madre a privilegiare il primo figlio maschio a scapito degli altri figli. Si tratta di donne che di solito non hanno adeguatamente elaborato e integrato la dinamica edipica, per cui l’unico vero uomo della loro vita è il padre (o il loro primo fratello5); sono perciò più o meno invischiate in dinamiche psicologicamente incestuose. Il primo loro figlio (ripeto, soprattutto se maschio) è perciò, da un punto di vista psicologico e relazionale, «figlio del nonno» (o «figlio dello zio »). Non a caso egli viene spesso portato ed educato nella casa del nonno (o dello zio) materno6; come tale, essendo il figlio dell’unico uomo amato davvero, è percepito dalla madre in modo positivo e valido .

Gli altri figli, invece, in quanto «figli del marito», di un marito che di solito è un uomo debole e fragile (di solito non ha adeguatamente superato o elaborato l’Edipo), sono percepiti in modo meno positivo, quando non addirittura svalutante7. Sono appunto figli «extrauterini», che mai hanno potuto davvero annidarsi nell’utero di quella madre.

 

1 Di frequente queste madri negano che ciò avvenga, spesso alla faccia della più palese delle evidenze, confermando in tale modo la presenza di nodi dissociativi.

2 Mi pare dolorosamente emblematico il caso non raro di madri nubili che, pure di dare un cognome e un padre legale al figlio, si sposano con uomini che non amano o magari neppure stimano e con cui di certo non hanno una relazione particolarmente significativa e un coinvolgimento autentico, per cui le gravidanze successive sono vissute, per lo più inconsciamente, come un “prezzo” o un “risarcimento” da pagare per tutelare l’unica loro vera gravidanza. Non a caso, ho potuto notare che i figli successivi, in particolare il primo o la prima, spesso presentavano disturbi con rilevante componente dissociativa.

3 Mi riferisco qui ad Annamaria Franzoni in Lorenzi, che ormai da anni sta interessando il giornalismo di cronaca e di costume con la sua tragica vicenda, legata all’uccisione del figlio secondogenito Samuele, avvenuta a Cogne il 30 gennaio 2002. Condannata in primo e secondo grado e in Cassazione, si è sempre proclamata innocente.

4 Il pomeriggio del giorno in cui Samuele viene ucciso ci sarebbe dovuta essere la festa di compleanno del figlio primogenito Davide, con il previsto invito di molti compagni di Davide e anche delle mamme: si trattava di fatto di una vera e propria entrata in società di Davide, che da poco aveva cominciato a frequentare la prima elementare (non si dimentichi che i sei anni sono l’età in cui il bambino compie la fase dell’Edipo e nasce al sociale in modo pieno, cosa che da noi coincide proprio con l’accesso alle Elementari). Era dunque un giorno di estremo rilievo per la madre, che da un lato vedeva il figlio primogenito emanciparsi, dall’altro lo “perdeva” (a monte di questo tanto eccessivo senso di “perdita” c’è senz’altro una grave disfunzione relazionale sia nella coppia che in entrambe le famiglie di origine). Se, come risulta dalle condanne in primo e secondo grado confermate in Cassazione, è stata la madre a uccidere Samuele, la dinamica omicida è spiegabile proprio a partire dall’analisi di questo conflitto materno tra il desiderio di tenere tutto per sé il figlio primogenito e quello contrapposto di vederlo aprirsi al sociale e al mondo degli altri, proprio attraverso quella festa che poi di fatto, guarda caso, non c’è. L’omicidio avviene in stretta coincidenza con la uscita da casa di Davide, che, accompagnato dalla madre, fa le poche decine di metri che lo portano alla fermata del pulmino per la scuola: è dunque il momento della uscita da casa, proprio nel giorno in cui Davide dovrebbe, nella misura prevista dalla sua età, uscirne anche psicologicamente.

Nei dati di cronaca, non ho letto se e quanto il padre Stefano fosse coinvolto in questa festa, se e come in essa fosse prevista o esclusa la presenza sua e/o di altre figure maschili della famiglia (per esempio quella dei nonni, in particolare di quello materno); la cosa non mi parrebbe priva di rilievo, considerato che il festeggiato è il primo figlio maschio e che la festa ha una indubbia valenza iniziatica (costituiva, come si è detto, una vera e propria entrata in società). In sé curioso (vista anche la non frequente combinazione dei due nomi), è poi il fatto che, nella Bibbia, Samuele è colui che permette e consacra il passaggio dal regno del vecchio Saul a quello del piccolo Davide.

5 Vedi quanto detto in 1.2.8.4. Appendice Quarta: “Dare il figlio al padre”.

6 Che a occuparsi del nipote sia poi di fatto prevalentemente la nonna materna, non modifica il quadro relazionale. Ciò potrebbe difatti essere ascritto a una motivazione aggiuntiva molto complessa e, a mio avviso, giocata soprattutto in tre direzioni tra loro solo apparentemente contraddittorie:

  1. da un lato la figlia, obbligando la madre a occuparsi del bambino, la colpisce, riaffermando ancora di più la propria vittoria edipica su di lei, che in tale modo è riuscita a “dare un figlio” al padre (o al fratello), per giunta usando la madre come baby sitter a tempo pieno;

  2. dall’altro la figlia gratifica e risarcisce la madre, dichiarandola di fatto la madre, che lei colpevolmente ha “tradito”, come la migliore e l’unica davvero in grado di accudire il bambino;

  3. dall’altro ancora la figlia – attraverso l’accudimento del bambino – punisce la madre del fatto che, perdendo il confronto edipico con lei, ha finito incestuosamente con lo scaricarle addosso il padre o il fratello, come se le dicesse: “se a concepirlo e a partorirlo ho dovuto pensarci io, almeno ad accudirlo devi pensarci tu, che mi hai buttato addosso tuo marito”.

7 In seduta, in modo del tutto significativo e notevole, difficilmente si sbagliano: quando parlano degli altri figli, si rivolgono al marito e quasi sempre dicono: “i tuoi figli”; quando parlano del figlio privilegiato, non capita mai, che io sappia o che io ricordi (e su questo sto molto attento), che escano a dire al marito: “tuo figlio”.

Aforisma su buon umore e ottimismo

su buon umore e ottimismo

non si pagano ancora le tasse.

Essere depressi non conviene

neppure fiscalmente

 

 

Endometrio, donne e Piero Angela

Ieri sera uno dei capitoli forti della trasmissione di Piero Angela (Superquark, su RAI 1) riguardava i problemi dell’endometrio. Nessun accenno alla psicologia e alla situazione psicologica delle donne di cui si parlava. Ironia (o sarcasmo?) della sorte, il servizio successivo riguardava “l’intelligenza dei cani” ed era tutto svolto in chiave psicologica. Come dire: solo i cani hanno diritto alla psiche, cioè all’anima, le donne no.

Tutto il discorso sull’endometrio si concludeva puntualmente con l’indicazione – quale unico rimedio suggerito – del ricorso alla pillola, quella che solitamente viene detta “pillola anticoncezionale” (di questa il blog ha già parlato nell’articolo Pillola e femminilità, nel quale viene riportato anche il parere di Eleonora, un bravissimo medico). Di fatto, in parole povere, la conclusione di Piero Angela è questa: se hai problemi con la tua femminilità, congelali con la pillola o, come direbbe Eleonora, “soffoca le tue quattro femminilità” (vedi l’articolo).

L’endometrio è la mucosa che ricopre la parete dell’utero. Di solito, con le mie pazienti, sono uso chiamarla la pelle della interiorità femminile. Ebbene, secondo quanto mi dice l’esperienze clinica, non c’è organo più psichico della pelle e, per le donne, di questa magica pelle interiore che è l’endometrio. Quando le pazienti cominciano a risolvere i problemi della loro anima (insisto con l’indicare la psiche con il proprio significato originario), puntualmente guarda caso le mestruazioni si regolarizzano e diventano via via meno dolorose, il corpo sta bene e acquista in bellezza, la loro pelle esteriore e interiore è sempre più e sempre meglio abitata dalla dolce carezza della conciliazione con la femminilità. Stanno davvero meglio “nella loro pelle”.

I sintomi più specificamente ginecologici, in particolare quelli riguardanti l’endometrio, sono molto spesso l’unica voce che resta all’inconscio di molte donne per potere farsi sentire, per emergere e chiedere aiuto. Se soffochiamo questa preziosissima voce, che senso ha essere e rimanere femmine, donne? Perché non ascoltarla attraverso una buona psicoterapia? Perché non legittimarne le indicazioni, strutturarne e superarne il grido, la protesta, la paura, l’angoscia?

Nel servizio di Angela, quasi marginalmente, si accennava al rapporto tra problemi all’endometrio e sistema immunitario. Perché non si è scavato in quella direzione? Anche il medico più sprovveduto non può non sapere quanto strettamente siano legati psiche e sistema immunitario e quanto in particolare gli eventi depressivi agiscano negativamente sul sistema immunitario. La depressione (non necessariamente – occorre ribadirlo – coincide con comportamenti depressi) è dovuta a un rapporto non adeguato e non elaborato tra la madre e il bambino dal concepimento fino a tutto l’accudimento. È lì che bisogna intervenire e agire attraverso una buona psicoterapia. Il rapporto con la propria madre è per la donna la via di accesso al rapporto con la propria identità femminile: se non si affrontano i nodi non risolti di questo rapporto, prima o poi emerge qualche sintomo legato agli aspetti più femminili della donna. Di questo quasi sempre si dà – a livello conscio – colpa o al partner o al caso e -ironia della sorte – ci si va quasi sempre a lamentare con la propria madre, che, sia pure involontariamente (di solito), è la causa dei propri problemi.

A margine una piccola notazione: gli unici a trarre vantaggio da una trasmissione come quella di ieri sera sono i budget delle case farmaceutiche, che producono la pillola, e die farmacisti, che la vendono. E poi dicono che la RAI fa poca pubblicità palese o nascosta.

 

 

solo chi ci ama

ci può ferire

nelle più sconosciute profondità

della nostra anima

La depressione della mamma e i diritti della figlia

In un suo commento a un mio post Lara mi scrive:

Ho 19 anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un consiglio … grazie”.

 

Cara Lara,

e se quello che tu chiami “egoismo” fosse il tuo sano e legittimo desiderio di sopravvivere o, meglio ancora, di vivere? Perché non diventi tu la mamma di te stessa? E il primo modo per essere mamma a te stessa sta nel dare te al mondo e alla vita. Pensa ai tuoi studi, al tuo diritto di innamorarti, di avere tutti i 19 anni che hai e che sei. Non è ora che tu pensi un po’ a te stessa, a volerti bene, a imparare l’arte della gioia? La depressione non curata di tua madre ti ha già privato, fin dai tuoi sette anni, della tua fanciullezza e di tutta la tua adolescenza. Non è ora che tu prenda in mano la tua vita? Non è ora che tu ti ribelli a questa cappa di tristezza e di non voglia di vivere che soffoca la tua casa e le vostre vite?

Mi pare che il vero “egoismo” semmai sia quello di tua madre e di quanti stanno al suo gioco, non accedendo – loro e tua madre – a una cura adeguata, che, lo ripeto per l’ennesima volta, consiste in una efficace terapia sistemica. Questo impedisce a te di aprirti al mondo, di scoprire tutto ciò che di bello e vero può esserci nella vita. Impedire al figlio di aprirsi al mondo mi pare proprio l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare una madre o, più in generale, un genitore.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare quelli dei figli. Questo vale per tua madre, ma vale anche per tuo padre che – a quanto si può pensare da quanto non dici – non c’è oppure non sa o non può o non vuole affrontare davvero il problema e soprattutto non libera te da questa situazione, sostenendo il tuo diritto di essere libera, di crescere, studiare, vivere, essere giovane. Non è che, per caso, ti devi sopportare anche lui, come se tu fossi la mamma di due bambini o come se fossi diventata tu la donna di casa? Sarebbe un tragico capovolgimento di ruoli.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare non solo quelli dei figli, ma ancora di più quelli dei nipoti e dei pronipoti. E questo vale soprattutto per te: se ti lasci condizionare dalla depressione non curata di tua madre, non potrai diventare madre con tutta la gioia e con quella pienezza d’amore che hai diritto di potere vivere.

Non rispettando i tuoi diritti di figlia, alla fine senza volerlo non rispettare i diritti dei tuoi figli e dei nipoti e pronipoti che potresti avere; finisci con il ripetere di fatto la logica di tua madre, che impedisce al futuro di sbocciare e vivere. Te lo dico da padre di tre figli e da prossimo (fra meno di due mesi) nonno.

Se io fossi in te, farei due cose: 1) a cominciare da mio padre consiglierei ai miei familiari una buona terapia sistemica (lo ripeto: la depressione, prima di essere problema e malattia di un individuo, è problema e malattia del sistema familiare); 2) me ne andrei, pensando alla mia vita e al futuro mio e dei miei figli, nipoti e pronipoti e lasciando – come dice il Vangelo – che “i morti seppelliscano i loro morti”.

Se ti lasci schiacciare dalla depressione di tua madre e dalla non volontà di superarla (non volontà sua, ma ancora di più di chi le sta intorno e la compatisce stando al suo gioco e subendone il ricatto psicologico), ne diventi complice. Se accetti la logica che un genitore abbia più diritti di un figlio, finirai in un modo o nell’altro con il ripetere tua madre, in una tragica catena che si trascina di generazione in generazione.

Forza, la vita ti aspetta. In bocca al lupo e tanti auguri per i tuoi studi.

 

 

Gravidanza e madre: due possibili situazioni

Sono due capitoletti presi dal mio ultimo ibro La tenerezza dell’Eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore.

 

1.2.1.3. – Respiro e gestazione. La prima mamma

 

La mamma dorme supina, è soddisfatta, quieta, felice di attendere il bambino dall’uomo che ama e dal quale si sente amata e protetta e con il quale ha messo su quella casa dove ora dorme. Il letto del loro amore e del loro riposo ha forti radici, e su queste è stato costruito, attingendo dalle profondità più remote e così magicamente convergenti delle loro autonomie e delle loro storie, dei loro ricordi e delle loro identificazioni, delle loro fantasie e dei loro sogni o progetti, delle loro attese e del loro impegno d’amore e vita. Il respiro della mamma è pieno e armonicamente ritmato, e-mosso dal diaframma con movimento denso, fluido, regolare, che pare metterlo in risonanza con i respiri stessi della natura e delle epoche, con i battiti delle generazioni e delle tradizioni e, al tempo stesso, con quella sapienza dei sogni e dei desideri che soltanto un futuro affrontato con fiducia e dolcezza può promettere e garantire. Come se spazio e tempo, lontananze e presenze magicamente convergessero nella straordinaria pregnanza di quell’e-muoversi.

Dentro la pancia della sua mamma il bambino è cullato dall’onda ampia e regolare di una marea amniotica avvolgente e totale, calma e potente, perfetta, rotonda come la rotonda sfera dell’essere1.

Questa marea è forse il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato del proprio Sé, un Sé bello come quella marea che gli dà questo suo arcaico e radicale imprinting. Di questa marea il Sé del bambino tratterrà la profondità, la regolarità, l’armonia, la forza. Di certo nella sua vita non soffrirà di ansie radicali o di respiri troppo superficiali o frammentati, né il suo diaframma potrà facilmente rompersi o cedere a prolungate paralisi o a inerzie di insignificanza.

 

 

1.2.1.4. – Il clandestino dell’esistere e della speranza. L’altra mamma

 

Un’altra mamma sta dormendo. Non è felice. Nel suo cuore e nella sua anima, confusione, forse rabbia o delusione o tristezza o, perfino, indifferenza sono mischiate tra loro, poco o nulla lasciando all’amore per quell’uomo di cui attende il bambino. O forse è un amore difficile, combattuto, non voluto da qualcuno, ostacolato, preteso, imposto, solo tollerato, subito o persino negato. Forse più che da convergenze è un amore caratterizzato da interferenze, da dubbi, da affermazioni più gridate che vissute, da sordità più che da silenzi, perfino da violenze.

Il sonno è sopravvenuto alla stanchezza, è solo una sosta, una pausa dentro una fuga, un rintanarsi, una anestesia, una estraniazione, un crollo. Il letto è lì, è solo uno spazio in uno spazio, poggiato in una stanza senza casa, in una casa troppo poco propria, troppo abbozzata, troppo altra rispetto alla storia di quella mamma, di quel concepimento, di quell’amore, troppo estranea e straniera. Per una mamma gestante, che è casa al proprio bambino, essere in una casa così non fa bene di certo. Le fantasie, i ricordi, i sogni, i progetti, le identificazioni sono impedite o anche soltanto compromesse da urgenze senza rinvii, da bisogni immediati e prepotenti, da scadenze che tolgono al sonno il gusto dell’abbandono e del riposo.

Il respiro della mamma solo in qualche sbadiglio di stanchezza riesce ad attingere – e soltanto per un attimo – al diaframma, altrimenti si fa frequente e rapido come un’ansia, o pesante e inerte come una sconfitta, una necessità afasica, una abdicazione catatonica.

Dentro la pancia della mamma il bambino è trascinato, sbattuto dalla tempesta o lasciato lì in una risacca frammentata, in una bonaccia immobile senza direzione e senza nome.

È questo mare così incerto, forse, il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato di quel primo Sé così intimidito e incerto, clandestino dell’esistere e della speranza, separato, escluso da rive così lontane da parere irraggiungibili e disperanti. Di questo mare il Sé del bambino tratterrà la precarietà, l’indefinitezza tumultuosa, l’anonimato, l’inerzia.

Di certo questo bambino nella sua vita soffrirà di respiri difficili, di vuoti che temeranno di non essere mai colmati, di vicende dalle continuità difficili o forse impossibili, di profondità solo temute e mai davvero esplorate. A tratti parrà venirgli meno il fiato della vita e forse vorrà morire o, più radicalmente ancora, vorrà non essere mai esistito.

 

Per esemplificare, ho voluto ipotizzare due situazioni estreme. Non so quanto esse possano realizzarsi davvero nella loro estrema positività o negatività. Una cosa però mi pare certa: uno dei primissimi eventi che identificano e strutturano il Sé del bambino è come quel bambino è stato nel liquido amniotico della sua mamma, se in essa egli ha goduto il gusto di una marea e il respiro di un oceano o in essa ha subito la fragilità di un piccolo mare senza storie né destini né respiri. Giù, in fondo a noi stessi, tutti noi siamo la nostra gravidanza2.

 

 

1 L’immagine, inutile dirlo, è di Parmenide, che la usa per dire che cosa è e come è l’essere (frammento 8, verso 43). Uso qui quest’immagine per sottolineare il peso dell’evento in gioco, forte come l’essere.

2 Lo siamo così tanto che ogni notte nel sonno e sotto le coperte dobbiamo in certo senso rientrare in essa. Non a caso spesso si dorme in posizione fetale.

La loro mamma non le ha abbracciate neppure allora

Una cosa in particolare mi stupisce dolorosamente nei racconti di molte mie pazienti: neppure nel giorno delle loro prime mestruazioni sono state abbracciate dalla loro mamma. Ancora più tragicamente, se ne rendono conto soltanto perché io lo faccio loro notare.

eraldo-pasqua1

Tanti auguri di Pasqua da me e da tre miei efficacissimi amici antidepressivi:

  1. l’arte pasticciera di Eraldo Gamba, un genio della pasticceria di Dalmine (BG),

  2. la sua simpatica allegria,

  3. le sue favolose e splendide sculture di cioccolato.

 

 

È in vendita

La tenerezza dell’eros.

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scrivi a gigicortesi@yahoo.it  

 

La depressione è prima di tutto un problema e una patologia della famiglia

Nota preliminare: Qui per “depressone” si intende non tanto o non soltanto il comportamento depresso, quanto quel deficit strutturale profondo che, stando alla base di vissuti o atti depressivi di un individuo, li configuri come patologia di area psicotica. La precisazione è d’obbligo, visto che troppo spesso il comportamento depresso (per esempio in situazioni di depressione fisiologica quali un lutto o la perdita di un amore o il non superamento di un esame) viene confuso e curato come se fosse di per sé una patologia, senza peraltro molto sottilizzare se di area nevrotica, borderline o psicotica; basta un comportamento depresso, ed ecco che qualche medico di base subito prescrive antidepressivi (spesso associati ad ansiolitici) di grosso impatto e a rischio di suicidio.

Prima di essere un problema e una patologia dell’individuo, la depressione è problema e patologia del sistema familiare. Qualsiasi tipo di intervento si faccia (psicofarmacologico e/o psicoterapeutico), senza un previo e decisivo intervento terapeutico sul sistema familiare e senza un radicale cambiamento nel gioco delle relazioni familiari, gli eventuali “miglioramenti” del depresso sono destinati a essere solo momentanei o apparenti. Prima o poi la depressione riemerge.

È come se il sistema familiare non potesse fare a meno della presenza del depresso. Nonostante tutti si lamentino di lui e dei gravi condizionamenti prodotti dalla sua presenza, di fatto tutto il gioco familiare si fonda proprio su questa presenza, su questi condizionamenti, su queste lamentele. So quanto sia difficilissimo, per chi lo viva, accettare queste affermazioni sul sistema familiare del depresso, ma purtroppo le cose stanno così. La presenza di un depresso esercita un fortissimo risucchio omeostatico su tutti i membri del sistema: colpevolizza e delegittima ogni presa di distanza dal depresso e dalla sua sofferenza, di fatto impedendo e/o ostacolando ogni mossa di svincolo, allontanamento, presa d’autonomia. Come possono i figli andare a ballare, fidanzarsi sposarsi, essere felici, quando il papà o la mamma “soffrono così tanto”? Come possono un marito o una moglie pensare alla affermazione professionale, a un piacere qualsiasi, a una piccola vacanza solitaria oppure a un tradimento, alla separazione, quando il coniuge soffre i dolori di quel “male oscuro”? Come possono un fratello o una sorella pensare a farsi una famiglia, quando c’è tanto dolore in casa e “i genitori hanno così bisogno di aiuto nella cura di quel figlio tanto sofferente”?

Quando un gioco così si radica fino a diventare consuetudine, mentalità, schema di comportamento, modalità relazionale abituale, allora quel sistema familiare in realtà non può più fare a meno di quel depresso, del quale a livello conscio tanto si desidererebbe la guarigione. Nulla crea maggiore dipendenza di un gioco familiare disfunzionale. E, per chi la subisca, nulla è più invisibile di questa dipendenza. Così la dipendenza cresce e il sistema familiare diventa sempre più depresso-centrico, aumentando sempre più la propria disfunzionalità psicotica.

Da parte sua, chi soffre di depressione, ha – proprio in quanto depresso – una serie di “vantaggi”, che in quanto tali non contribuiscono certo a motivare l’impegno a guarire:

·       è al centro dell’attenzione dell’intera famiglia; chi non lo considerasse, non gli fosse attento, non si prendesse cura di lui, si sentirebbe in colpa e/o cadrebbe nella disapprovazione oltre che della famiglia anche del gruppo sociale. Al contrario la persona depressa, proprio in quanto depressa non può è deve prendersi cura di alcuno;

·       può anche limitare o annullare il proprio impegno lavorativo e il proprio ingaggio sociale; in nome del proprio essere depresso, prima o poi pone di fatto i familiari nella condizione di dovere essere loro a sbrigare tutta una serie di incombenze che “lui, poveretto, non riesce a fare”: guidare la macchina, andare negli uffici, partecipare all’assemblea condominale, fare le spese, accudire i figli, la casa, perfino sé stesso;

·       nelle relazioni affettive, non deve necessariamente darsi da fare, prendere l’iniziativa, confrontarsi fino in fondo con le attese e i bisogni dell’altro; di fatto ciò gli permette di evitare la piena assunzione di funzione e di responsabilità soprattutto nelle due relazioni più coinvolgenti e impegnative: quella coniugale o di coppia e quella genitoriale. Senza potere essere accusato di sottrarsi ai propri compiti, può così evitare di fidanzarsi, sposarsi, fare il genitore, essere coniuge o partner: sulla identità di coniuge e sulla funzione di genitore finiscono con il prevalere e con il legittimarsi per esempio quelle di malato da curare, di scoraggiato da incoraggiare, di debole da sostenere, di demotivato da stimolare, di potenziale suicida da controllare, di incompreso sofferente da comprendere e consolare.

A fondare, mantenere e legittimare l’affermarsi di questi “vantaggi”, è l’enorme potere di colpevolizzare che la persona depressa ha nei confronti di chi gli vive accanto: chi non gli dia attenzione, compassione, cura, sostegno, aiuto, subisce automaticamente un giudizio sociale e, prima di tutto, familiare del tutto negativo e stigmatizzante. Naturalmente, se colpevolizzare funziona, significa che quel sistema familiare – spesso senza che neppure lontanamente i diretti interessati se ne rendano conto – accetta, subisce e legittima il potere del depresso e della sua presenza colpevolizzante:

·       riconoscendo e privilegiando la sofferenza come il segnale di richiamo d’attenzione più sicuro ed efficace (“solo se soffri, ti vedo e mi occupo di te”);

·       riconoscendo e privilegiando l’assistenza e la compassione come le modalità relazionali più nobili e “sante” (“solo se aiuto chi soffre, esisto e ho valore”);

·       riconoscendo e privilegiando la presenza della malattia o del disagio come i mezzi più opportuni per ottenere la considerazione sociale (“solo chi è poveretto, soffre e si lamenta, può ottenere qualcosa dagli altri”).

Questi sistemi familiari, tanto patologicamente disfunzionali, spesso vivono all’interno di società e di culture che colludono con la logica e con i codici del sistema familiare, di fatto ulteriormente consolidandoli. Sono società e culture per cui la compassione vale più della simpatia, subire risulta più efficace che agire e affermare, chiudersi nella lamentela e nella supplica è più facile che aprirsi alla ricerca assertiva.

In tali situazioni ambientali e culturali ricorrere allo psicofarmaco è la strategia più frequente, perché conferma la logica disfunzionale:

·       conferma che il vero e unico “malato” è non il sistema, ma la persona depressa;

·       conferma che i familiari non possono fare altro che subire con rassegnazione il tutto, senza minimamente mettere in discussione sé stessi e, meno che meno, la logica del sistema;

·       conferma come unico e legittimo il potere medico e psicofarmacologico;

·       conferma e legittima una visione organicistica della depressione;

·       conferma e legittima una visione filosofico-religiosa fatalistica, che dice del caso come dell’unica ragione del disturbo mentale (come direbbe il personaggio del Manzoni: “a chi la tocca, la tocca”) e, più in generale, della malattia;

·       conferma e legittima un potere sociale, culturale, politico e religioso che si fondi sul fatalismo e sulla rassegnazione.

La terapia sistemica ribalta tali logiche, dichiarandone e dimostrandone l’inefficacia terapeutica, l’insufficienza epistemologica, la manipolazione ideologica; distoglie il sistema familiare dal vecchio riferimento depresso-centrico, aprendolo alla vita, allargando gli interessi degli individui, in-segnando nuovi codici e nuove modalità relazionali.

 

Perché la donna porta la borsetta. L’incesto madre figlia. La donna maschio

Il maschile e il femminile sono entità relazionali: si identificano proprio perché sono l’uno in relazione all’altro, relazionandosi e identificandosi reciprocamente. Più si relazionano, più si identificano. Più si identificano, più si differenziano. Questo è quanto ci suggerisce sia l’evoluzione delle specie (filogenesi) sia l’evoluzione degli individui (ontogenesi).

Per esempio, una delle prime storiche differenziazioni tra maschile e femminile fu quella che identificò nel maschio il cacciatore e nella femmina la raccoglitrice (l’inseparabile borsa o borsetta è simbolo e retaggio di quella identificazione: la raccoglitrice doveva sempre tenere con sé un contenitore, fino a identificarsi lei stessa – sotto molti aspetti – con l’oggetto tipico della funzione esercitata).

La differenziazione in questo caso fu probabilmente dovuta alla necessità della divisione e specializzazione in due ruoli, l’uno funzionale all’altro: mentre la femmina raccoglieva i frutti spontanei, fondamentali per la sopravvivenza del gruppo, l’uomo doveva proteggerla dagli animali predatori. Prima che un cacciatore in senso stretto, il maschio dovette essere un difensore, dall’occhio lungimirante, pronto e attento al pericolo che minacciasse dall’esterno lo spazio occupato dal gruppo umano (il territorio). La femmina, attenta a scorgere il frutto nascosto tra le foglie e i rami o sotto terra, dovette invece abilitarsi a uno sguardo più concentrato sul particolare, più analitico, che l’aiutasse anche a vedere e intuire la presenza del pericolo interno al territorio, nascosto tra le foglie o sotto le pietre, per esempio il serpente o il ragno, che, come i frutti, si nascondeva tra la vegetazione, vicino alla terra e all’albero, tutt’uno con essi.

Indubbiamente il processo di identificazione reciproca tra maschile e femminile dovette essere in grande parte legato, condizionato, favorito o prodotto dal rapporto che il gruppo umano intratteneva con l’ambiente, al fine di potervi stare e abitare, rendendolo il più umano possibile, facendo dunque dello spazio il luogo dell’uomo (la terre des hommes, per usare l’espressione di Saint Exupéry) e rendendo mondo l’ambiente.

Nella relazione tra maschile e femminile non ci sono mai passi avanti o indietro assoluti e repentini né novità o regressioni assolute e immediate. Ma il trend è questo. Ogni nuova relazione, ogni nuova identificazione, ogni nuova differenziazione fa giustamente i conti con tutte le precedenti, le riprende, torna e impastarle e coniugarle insieme, in un gioco di progressioni e regressioni altamente complesso e ricco di sfumature, tendenzialmente aperto a sempre più feconde identificazioni. Non esistono dunque un maschile e un femminile assoluti e astratti, definiti o predefiniti una volta per tutte (solo una visione rigida e, alla fine, omofobica pretende di affermare ciò).

Soprattutto, maschile e femminile non stanno mai prima della relazione che li identifica e li differenzia, ma stanno nella relazione e dopo la relazione; sono la storia stessa della relazione che li identifica e li differenzia.

Quando sento dire che, per fare coppia, ci vogliono un uomo e una donna, penso che le cose stanno esattamente al contrario: per fare un uomo e una donna, ci vuole una coppia, ci vuole il loro essere coppia e ci vuole la possibilità culturale, sociale, politica, istituzionale e – non da ultimo – religiosa di essere coppia in relazione. Per fare l’uomo e la donna e per definire il maschile e il femminile, ci vuole la coppia e la possibilità di essere coppia in relazione. In principio sta la relazione, quello che i greci chiamavano il logos (en arché estì o logos, “in principio sta il legame che dice”).

Questo significa tante cose:

·       non c’è mai solo la crisi del maschile o la crisi del femminile. Se il maschile va in crisi, prima o poi va in crisi il femminile. E viceversa, perché prima di tutto – se manca la possibilità della relazione di coppia – va in crisi l’umano;

·       la identificazione del maschile e del femminile non si trova nella loro omologazione indistinta, nella riduzione dell’amore a tecnica amatoria tra due entità predefinite, ma nella relazione sempre più intensa e libera dell’uno con l’altro;

·       la relazione inter-genere tra il maschile e il femminile è sempre la diastole di una gioco relazionale più ampio e complesso. La sistole di questo gioco sta in momenti di relazione intra-genere del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. In tutte le culture e nella stessa evoluzione psicologica dell’individuo il momento di sistole è fondamentale ed è propedeutico a quello della diastole.

A mio avviso oggi la donna e l’uomo sono soli, confusi, indeterminati, irrisolti, proprio perché non si relazionano più né con relazioni inter-genere, né – prima di queste e propedeutiche a queste – con relazioni intra-genere. In particolare la donna è sola, perché non ha più vicine a sé madri, sorelle, amiche, compagne, con le quali sia bello riscoprirsi e ritrovarsi donna, donna tra donne e con le donne, in una complicità che è del tutto diversa da quella che potrà avere, dopo, con il suo uomo.

Soprattutto la relazione della figlia con la madre, potente e formidabile inizio e imprinting di ogni altra relazione intra-genere è oggi vissuta spesso solamente nel segno della problematicità e della dipendenza, di una follia a due, che fa dell’una la matrioska dell’altra in un intricato e insuperato gioco di scatole cinesi. Quante depressioni hanno origine proprio lì e solo lì! Manca il gioco complice, felice, esclusivo e – soprattutto – libero, che in molte culture lega tra loro la figlia e la madre. Manca l’orgoglio e la gioia di essere donne insieme. Manca l’esperienza di una madre attenta a te, che cerca e ama la figlia, ma che sa anche partorirla e lasciarla andare. Altrimenti la figlia finisce con il dovere inseguire. cercare, conquistare, sedurre la madre, la sua attenzione distratta, il suo contenimento assente, la sua conferma mancante. In un vortice inappagante e frustrante. Così, troppo spesso ciò che unisce madre e figlia o di conseguenza – più genericamente – donna a donna è lo sfogo falsamente liberatorio, la recriminazione, la reciproca colpevolizzazione, la dipendenza compensatoria, l’erotizzazione sostitutiva fino alla possibilità dell’incesto lesbico madre-figlia.

Se è incapace di una relazione intra-genere adeguata, soddisfacente, gratificante e confermante, come potrà la donna aprirsi alla relazione con il maschile, viverla, trovarvi l’amore e la sempre più ampia identificazione di sé? Finirà con il fare con il maschio quello che ha dovuto fare con la madre: inseguire lei, conquistare lei, sedurre lei, prendere solo lei l’iniziativa. Ma, se farà così, le capiteranno maschi bambini, non autonomi, incapaci – loro – di ogni seduzione, corteggiamento, conquista; oppure le capiteranno maschi narcisisti, che vorranno fare loro le prime donne da inseguire e corteggiare.

Uno dei piaceri più grandi di una donna è essere oggetto d’attenzione e di seduzione da parte di un maschio veramente autonomo, capace di darle sicurezza e amore. Altrimenti toccherà a lei fare tutto, compreso essere e restare sempre più sola.

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

In ogni donna ci sono almeno quattro donne

In ogni donna vivono almeno quattro splendide creature che a ogni ciclo mestruale si ripresentano, ogni volta in forma e modalità diversa, ma sempre nella fedeltà alla irrepetibile unicità del Sé. Quasi nessun uomo sa, rispetta e riconosce la straordinaria complessità di questo molteplice affiorare. Neppure le donne del resto sanno profondamente di ciò, né esigono – come e quanto dovrebbero – che ne sia rispettata, accolta e amata la scansione.

All’inizio del ciclo, in particolare nella prima settimana, riemergono l’adolescente, il suo fascino di provocazione fanciulla, il desiderio di essere corteggiata nel gioco, inseguita nel corteggiamento, amata nello scambio di una parola attenta, ingenua, bene articolata. Allora ama la freschezza della autonomia, la spontaneità della libertà, il piacere dell’indipendenza. E ciò che è fresco, spontaneo, piacevole può essere non preso, ma solo sorpreso dalla freschezza, spontaneità, piacevolezza dell’altro da sé. Il racconto, l’immagine, la fantasia, la fiaba, il piccolo insospettato dono, la gioia di camminare insieme dicendosi reciprocamente: sono queste le dimensioni d’adolescente proprie di questa ritornante stuzzicante ragazzina. Dall’amante ama essere scelta tra le altre, quasi a dispetto e invidia delle altre. Di lui desidera la vicinanza, l’attenzione, la furba tenera sorpresa, il ripetuto gentile avvicinarsi, la sapiente intelligente sfumatura d’approccio, l’ardito timido rivolgersi, il prezioso pronto riconoscerla e scoprirla nell’animo e nel sogno.

A cavallo tra la seconda e la terza settimana, in corrispondenza con il pieno esplodere della ovulazione, emergono la femmina potente, l’affermata consaputa sapienza della seduzione trasformante, il piacere solare di un corpo irresistibile e implosivo, l’unicità del proprio Sé femminile (come se le altre neppure esistessero o potessero esistere). Allora la donna ama il potere di sé, per questo le piace essere conquistata, presa, penetrata, abitata, così che lei possa trasformare e possedere d’amore. Lasciarsi pienamente andare a sé stessa, affidarsi fiduciosa al proprio potere di femmina e alla propria adulta sapienza di femmina: sono queste le dimensioni divine tipiche di questa fase. Dall’amante ama essere non più sorpresa, ma presa in tutto il fulgore della propria forza di femmina. Di lui desidera la forza generante e vivificante, la decisione adulta e libera, la bella e ricca sicurezza del gesto, la continuità potente e certa dell’intensità, la immediatezza autentica e vera dell’esclusivo esserci per lei e in lei.

Nella settimana che precede il flusso, emergono la smarrita incerta bambina, il timore dell’inadeguatezza, la paura di non essere bella e capace, l’angoscia di non essere più desiderata e desiderabile, la tristezza della frustrazione (come se tutte le altre fossero più belle e più donne di lei). È come se questa bambina dicesse: “se dovrò mestruare l’ovulo prezioso della mia piena femminilità, significa che sono brutta e incapace, che io sola mai diverrò donna potente e amata”.  Allora teme la propria debolezza e fragilità, per questo ama essere abbracciata, contenuta, coccolata, continuamente confermata, proprio come una bambina smarrita che nessuno ama e vuole. La depressione più o meno fisiologica, la tristezza, l’inadeguatezza di sé, la sfiducia nelle proprie capacità: sono queste le umanissime dimensioni proprie di questa fase. Dall’amante ama essere contenuta con forti rassicuranti dolcissime braccia. Di lui desidera non la penetrazione, ma la carezza, la delicata conferma, la parola vicina e attenta, lo sguardo buono, accogliente e confermante.

Durante i giorni del flusso, come ci insegnano le culture che noi ancora ci ostiniamo a chiamare “primitive”, emergono la femmina notturna del novilunio, la sapienza del ritrarsi in sé, il senso di una solitudine forte e ristrutturante. Allora la donna ama il proprio mistero di luna nascosta e di dea inaccessibile, per questo vuole essere lasciata a sé stessa, in una distanza rispettata e sacra, così che lei possa riattingere l’appartenenza alle profonde potenti radici che tra loro uniscono tutte le femmine della natura. Per questo in molte culture è vietato guardare la donna in questo periodo: sarebbe come guardare a occhio nudo l’accecante luce del sole o immergersi nudi negli abissi più profondi delle acque, là dove gli oceani traggono l’oriente delle loro travolgenti maree. Allora la donna ama essere lasciata in solitudine, pensata da lontano, con sacro stupore, ammirata in assenza e a distanza. Lo stupore rivolto a sé stessa, la silenziosa ragione di sé, il misterioso viversi, l’appartarsi in un al di qua sacrale: queste sono le ctoniche notturne dimensioni di questa fase tanto profonda quanto oggi del tutto ignorata. Dall’amante ama essere attesa nella distanza, ama essere temuta e amata come si teme e ama il sacro. Di lui desidera la muta devota lontananza, la sempre maggiore complessa delicata  sapienza del mistero.

Non sapere di tutto questo è la causa radicale di molti fallimenti di coppia. Un uomo, che non sappia rispettare la scansione di queste fasi, che non sappia stare a tempo con esse, amando in modo appropriato la complessità femminile della propria donna, creerà in lei un disagio profondo e crescente, che potrà portare anche alla rottura della coppia, senza che neppure egli si renda conto del perché. Una donna che, lei stessa, non sappia di questa propria complessità, si smarrirà sempre più nella depossessione di sé, perdendo oltre che il proprio amore anche sé stessa.

Se la donna saprà vivere e rispettare tutta la complessità e ricchezza delle dimensioni del proprio ciclo mestruale e se saprà farsi rispettare e amare in tutta le sfumature che le sono proprie, allora la menopausa giungerà in età molto avanzata e come dolce approdo a una nuova ricca stagione di vita.

 

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

sfratto e depressione

 

L’esperienza dello sfratto riattiva tutte le ferite che, nel profondo, riguardano le prime accoglienze dell’esistenza di un essere umano: come fu accolto quando fu concepito, come venne vissuta la sua gravidanza, come fu il suo parto, come fu guardato e accolto alla nascita dalla madre, come venne contenuto dal suo abbraccio, con quale attenzione e cura fu accudito  nei suoi primi tre anni, all’interno di quale relazione crebbe (di accettazione, rifiuto, abbandono), se e come cambiò il rapporto con la madre all’arrivo di altri fratelli, all’interno di quale “casa” visse. Anche il tipo di accoglienza e di relazione avute o non avute dal padre e con il padre gioca un ruolo importante, soprattutto per il figlio maschio. Un figlio poco confermato dal padre, per esempio, difficilmente riuscirà a fare ed essere casa in modo pieno; anche se non verrà sfrattato, passerà spesso da una casa all’altra e/o non avrà mai una casa nella quale davvero ritrovarsi e identificarsi. In modo formidabile, poi, gioca il tipo di imprinting che quella persona ha ricevuto dalla coppia dei suoi genitori e dalla relazione che questa coppia era o non era: nel loro relazionarsi hanno fatto casa, sono stati casa calda e accogliente? Se una persona cresce in uno spazio che relazionalmente non è casa, non riuscirà mai a fare e a essere casa, se non a seguito di una adeguata psicoterapia.

La casa, prima e più che una entità fisica e immobiliare, è un evento relazionale. Chi non l’abbia vissuta da figlio, non ne ha l’imprinting e, senza un adeguato percorso terapeutico, difficilmente saprà proporla, costruirla e viverla da coniuge e da genitore

Ben difficilmente uno sfratto è evento casuale, Al di qua delle ragioni oggettive che lo producono, di solito è un evento che, anche quando non venga – più o meno inconsciamente – provocato, viene comunque lasciato accadere o non viene debitamente previsto e adeguatamente anticipato o evitato. È come se, in un modo o nell’altro, la persona avesse bisogno di essere prima o poi sfrattata.

La dinamica che presiede a tali tipi di comportamenti o situazioni si chiama coazione a ripetere; venne identificata da Freud. La psiche o il Sé profondo di una persona hanno bisogno di riproporre – spesso in modo compulsivo – situazioni analoghe a quella vissute nella prime fondamentali relazioni della esistenza, per poterle, affrontandole di nuovo, finalmente superare o – eventualità molto più probabile – ancora subire. Più la ferita è profonda, più il Sé cerca di continuare a subirla, sia pure all’interno di contesti e di situazioni diversi e consciamente non riconducibili alla ferita originaria, da un lato quasi per potere dimostrare a sé stesso l’insuperabilità del proprio essere vittima, dall’altro per potere spostare su chi sta causando ora l’attuale situazione tutta la colpa della propria sofferenza sia di ora che di allora. Lamentandosi di chi sta procurando l’attuale sfratto, inveendogli contro, magari aggredendolo, il Sé inconsciamente sfoga sul malcapitato attuale la rabbia e l’aggressività che a suo tempo non poté orientare sul genitore, sui genitori o sui fratelli, che non lo accoglievano e/o che lo “sfrattavano” da una centralità voluta o dovuta o desiderata o pretesa.

La rabbia e l’aggressività possono essere espresse anche attraverso la depressione. Chi è depresso, con la rinuncia a  vivere prima di tutto aggredisce sé stesso, quasi a dimostrare – paradossalmente – che chi lo sfratta ha ragione e che non si può non finire sfrattati quando si è così tanto sfigati. Poi, aggredisce attraverso i sensi di colpa gli altri. Il depresso è un abilissimo produttore e gestore di sensi di colpa: attraverso di essi si assicura un potere enorme, spingendo o – addirittura – più o meno inconsciamente obbligando (con il ricatto psicologico e/o affettivo e/o morale e/o politico) gli altri a occuparsi di lui, a dargli quella poppata di centralità, attenzione, compassione, aiuto, che altrimenti non avrebbe né potrebbe avere. Spesso dietro e sotto uno sfrattato che si lamenta c’è un Sé bambino che si vendica.

“Quando sarà il tempo

dove noi donne non avremo paure?”

 

Isabel in un suo commento mi chiede: “Quando sarà il tempo dove noi donne non avremo paure?”. Prima che una domanda, questa di Isabel è una diagnosi: dice di uno stato di malessere profondo, condiviso da tutte le donne (e sono tantissime) che, come lei, sono abitate dalle “paure”.

La prima paura è proprio quello spaesamento del tempo, che la sintassi della frase così bene esprime e lascia emergere, con-fondendo tra loro il quando temporale con il dove spaziale. Chi scrive è sicuramente di madre lingua non italiana, ma proprio questo fa emergere in tutta la sua forza il dramma sotteso alla domanda. Chi chiede è lontano dalla terra madre o, più radicalmente ancora, è lontano dalla madre, è lontano dai suoi luoghi e dai suoi spazi, dai suoi tempi e dalle sue epoche, dal suo abbraccio che forse non c’è mai stato. Per una donna la prima grande profondissima paura è la lontananza dalla madre: se per un uomo la lontananza dalla madre è – come dicevano gli antichi greci – nostalgia, cioè dolore di un ritorno difficile o improbabile o impossibile (se non erro, l’anima portoghese – dai primi navigatori oceanici fino alla poesia di Pessoa e a tutto la poetica del Fado – la chiama saudade), per la donna la lontananza dalla madre è perdita del legame profondo con la femminilità, quindi sradicamento dalla propria identità di femmina, di donna, di madre, di bambina, di amante totale, di compagna assoluta del suo uomo. La nostalgia del maschio può sperare o disperare il ritorno, proprio perché il ritorno è comunque pensato e pensabile. Lo spaesamento femminile è abisso e basta: è sfratto dell’anima e della identità.  Allora la donna non sa più i tempi del proprio vivere, respirare, amare, sperare, morire; non sa né può più abbandonarsi al fluire rigoglioso della propria femminilità: il suo ciclo mestruale sfiora sempre più l’irregolarità dei ritardi e degli anticipi, degli sbocchi torrentizi e delle siccità più impoverite, talora tocca i silenzi anoressici delle amenorree, quasi sempre è abitato dalla difficoltà spastica del dolore e dalla solitudine smarrita di un femminile soffocato e depresso. Il tempo fugge, cessa di essere la culla tranquilla del femminile e il regno della donna signora del tempo, si fa ansia, agorafobia, insonnia, paura di ogni spazio e di ogni attimo, panico mortale più angosciante della morte stessa. E corri, e fai, e sempre il tempo scappa, non raggiungi nulla, non accogli né offri sguardi, non conosci né sei i pensieri e le anime. E improvvisa un giorno sopraggiunge la menopausa: e ti ritrovi bambina senza mai essere stata donna, piccola senza mai essere stata grande, abbandonata senza mai essere stata accolta, figlia di nessuno senza mai essere stata madre di qualcuno.

Questo oggi penso sia il primo vero, grande, terribile dramma del femminile; questa la sua prima paura enorme e senza nome, una paura che non sa di chi è figlia e che può essere madre soltanto di altre paure. La altre paure, quelle sì, hanno un nome e sono un calvario ripetuto e noto nelle sue tappe: si chiamano disistima, depressione, senso di inadeguatezza, incapacità di relazione con il maschio, masochismo ossessivo, vittimismo cercato fino alla dipendenza, stupro subito, urlo soffocato. Si teme tutto e talora si vuole temere tutto. Si sposa un uomo violento e talora si vuole sposare un uomo violento. Si odia il proprio corpo e talora si vuole odiare il proprio corpo.

Non so quando ci sarà un tempo dove tu, donna, non avrai paure. So però che prima di ogni quando e di ogni dove, ci deve essere la dignità dello stupore dato e ricevuto. Proviamo a fare come all’inizio di ogni tempo e di ogni spazio, quando l’uomo e la donna non sapevano l’uno dell’altra, quando nessuno ancora aveva avuto una madre. Allora tutto sarà nuovo, niente sarà scontato e prevedibile. Proviamo soprattutto a pensare che, per amare, vale il “tutto o niente” (vedi in questa pagina il post “Potere di seduzione”). Allora l’uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà una carne sola con la sua donna. Senza il “tutto o niente” nessun uomo lascerà la madre e dimenticherà le nostalgie; nessuna donna lascerà le paure e cercherà davvero il sorriso.

Il maschio eschimese, quando chiede alla sua donna di sposarlo, usa dire una frase bellissima: “vuoi ridere con me tutta la vita?”. Non so come siano le donne eschimesi, ma di certo so che solo chi cerca il riso può facilmente trovarlo, magari abitato da quella continuità che lo trasforma in gioia.