Skip navigation

Monthly Archives: dicembre 2009

Un mio amico, recentemente separatosi dalla moglie, mi chiede come debba comportarsi con il cognato Giovanni, cinquantenne e psicotico, che si è rifiutato di rispondergli al telefono (“Ho cercato di parlargli tempo fa, di avere un confronto con lui, ma si è fatto negare al telefono, una scena pazzesca, la madre faceva finta di chiamarlo al telefono, lo chiamava forte, lui era lì, poi mi sono sentito dire: “Non c’è, non lo trovo”. E’ scappato.”).

Ho risposto come segue.

Difficile capire come esattamente ragioni o pensi oggi Giovanni. Non dimenticare che la psicosi è non uno stato, ma un processo, per giunta un processo all’indietro, implosivo, nel quale il Sé è difensivamente sempre più risucchiato in sé stesso. Una paura difende e nasconde l’altra. Potrebbe non avere risposto al telefono semplicemente per paura di fronte a una comunicazione non prevedibile per lui. Da quando ti sei separato, tu per lui sei imprevedibile, l’imprevedibilità per essenza, estrema. Per una persona psicotica, ogni separazione incarna l’angoscia, è l’angoscia estrema (“angoscia di separazione”), del tutto invivibile: proprio per difendersi da questa angoscia il Sé si dissocia e precipita nella psicosi.

In quanto capace di separazione, tu sei diventato per lui una specie di UFO, con cui lui non sa più come comunicare. Lo terrorizza ogni possibilità di separazione,di distacco. Come fa a comunicare con te, se tu vivi l’esperienza che per lui è l’invivibile, l’impensabile, l’improponibile? Non può permettersi di avere in comune con te neppure una telefonata, soprattutto ora che tu sei per il suo Sé del tutto imprevedibile e, quindi, ingestibile. Per lui è possibile comunicare solo se e quando la comunicazione è prevedibile, quando sa che domanda ci sarà e che risposta ci sarà. Un discorso aperto, che possa snidare il Sé dalla propria “fortezza vuota”, come la chiamerebbe Bettelheim, è invivibile per lui. Se, come temo, la situazione è questa, Giovanni va lasciato tranquillo il più possibile, va rassicurato, gli vanno forniti schemi di domanda e risposta prevedibili, il più stereotipati possibile. Se si insiste con contatti per lui imprevedibili, potrebbe rispondere con paura aggressiva. In queste persone l’aggressività è sempre una risposta difensiva di fronte a una imprevedibilità vissuta come invasiva e destabilizzante.

Annunci

Privo di biglietto perché impossibilitato a farlo mostra i soldi
al controllore. Ma viene costretto a scendere dalla polizia ferroviaria

Quel ragazzo senza braccia
sul treno dell’indifferenza

di SHULIM VOGELMANN

Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.

Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.

I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.


La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.

Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.

Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.

La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.

Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.

Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.

Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
L’autore è scrittore ed editore

© Riproduzione riservata (30 dicembre 2009)

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

Roberto è un mio antico amico di Romano di Lombardia, il mio paese d’infanzia, ricco di nebbie, calure e grandi utopie di vita. Lui e sua sorella Rita rappresentano il mitico il mondo della mia fanciullezza. Sono due care e belle persone. Rita è stata per me sorella e modello di vita. Solo ora scopro che Roberto costruisce presepi, ogni anno di materiali diversi. Quest’anno ne ha inventato uno fatto di cera e piastrelle di ceramica. Ve lo propongo. Parla di fanciullezza ritrovata, proprio come fa il Natale con tutta l’umanità.

non ho mai visto l’eternità

e già la rimpiango

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

  Temo il morire,

non temo la morte.

 

 

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Riporto il dato di cronaca. “Strangolata a vent’anni da un amico con cui era uscita per una sera e che lei aveva respinto quando aveva cercato un pesante approccio sessuale. E’ morta così Vanessa Simonini. Il suo corpo è stato trovato questa mattina su una stradina che porta al greto del fiume Serchio vicino a Gallicano (Lucca). L’assassino si chiama Simone Baroncini, 35 anni, operaio incensurato di Pisa. Ha confessato dopo aver tentato di depistare le indagini raccontando di un’aggressione subita da sconosciuti mentre si trovava in macchina con Vanessa. Baroncini è stato arrestato. ”.

Che è successo? Molto probabilmente Vanessa Simonini ha finito per pagare lei il rifiuto che Simone Baroncini ha subito dalla madre nella primissima esistenza e infanzia. Poco importa se la madre lo ha rifiutato consciamente o inconsciamente; poco importa se quel rifiuto sia stato poi da lei riconosciuto o non riconosciuto; poco importa se la madre fosse a propria volta vittima della solitudine o avesse lei stessa subito un rifiuto dalla propria madre e/o dal padre di Simone; poco importa se il rifiuto sia avvenuto durante l’accudimento di Simone o già nel pancione della sua mamma. Quello che purtroppo conta è che quel bambino ferito è rimasto lì bloccato nella sua ferita e nella sua rabbia (è rimasto un “Simonino” tanto simile nel nome al cognome di Vanessa: spesso, in fatti come questi, i cognomi e i nomi non suonano a caso).

Allora basta una parola, un gesto, una frase, un atteggiamento inavvertiti, uno tra i mille che ci sono ogni giorno tra un uomo che “ci prova” e una donna che “non ci sta”, ed ecco che scatta la violenza omicida. Ciò che per Vanessa e per qualsiasi donna in una situazione simile era una parola legittima, un gesto sacrosanto, una frase obbligata, un atteggiamento logico, per il bambino bloccato era la ripetizione tremenda della ferita, il suo riaffiorare incontenibile, la sua disperante e inconfutabile conferma, l’oinsopprimibile dirsi del passaggio all’atto. Ad ascoltare la parola o la frase di Vanessa, a vedere il suo viso e il suo gesto, in apparenza era l’uomo adulto di 35 anni. In realtà chi vedeva e ascoltava era quell’antico bambino che ora, attraverso le orecchie e gli occhi dell’adulto, sentiva e vedeva il ripetersi micidiale della violenza della madre. Non c’era più Vanessa; davanti a lui c’era il fantasma di una madre mai avuta e mai sepolta. Contro di lei si è scagliato il bambino, usando tutta la forza dell’adulto, straripando attraverso l’adulto, facendo delle mani dell’adulto le proprie mani vendicatrici. Contro di lei si è scagliato quel bambino sconosciuto, in profondità sconosciuto anche e soprattutto allo stesso Simone (quando inventa l’aggressione di “sconosciuti”, Simone forse non è del tutto in malafede; forse realmente agli occhi dell’adulto tornato in sé è soltanto uno “sconosciuto” quello che ha ucciso; sarà la probabile perizia ad appurare la presenza, il peso e l’incidenza di possibili livelli dissociativi nella psiche di Simone)

Anche la modalità della esecuzione (perché di vera e propria “esecuzione” si tratta, con il bambino nella parte di mandante e l’adulto in quella di killer) ci può forse indicare qualcosa della modalità del rifiuto subito dall’antico Simone, di come Simone possa averlo subito, quale vissuto della madre egli abbia.

Nella follia strozzare significa potere prendere con particolare efficacia chi rischia di andarsene diventando inafferrabile. Il collo garantisce una presa sicura (una presa per sempre), relativamente facile; è al collo che vengono applicati i guinzagli (e la solitudine chiede spesso la follia di un guinzaglio). E poi, per il linguaggio animale, il collo è il luogo della vulnerabilità, del pulsare vitale della giugulare, tanto che per molte specie il semplice mostrare il collo è segno di sottomissione, di potere subito, di potere mettere la vita a disposizione dell’altro. È lì, allora che va bloccata la madre, così da sottometterla (lei la prepotente e la dominante), da trattenerla (lei sfuggente) a sé, da possederla (lei mai stata tua) magari per sempre come solo il rituale magico e assurdo della morte consente (“se ti uccido, non puoi essere più di nessun altro, sei e resterai mia per sempre).

Strozzare significa anche impedire per sempre la parola, fare tacere per sempre chi ti sta dicendo che non ti vuole, magari scaccciandoti o forse umiliandoti o, chi sa?, esasperandoti, con la sua depressione colpevolizzante, con i suoi ricatti esproprianti, con i suoi richiami solo strumentali, con le sue frasi senza empatia. Strozzare è spegnere per sempre quella voce, per possederla per sempre, paradossalmente per continuare eternamente a sentirla senza più ascoltarla.

Strozzare significa fare tacere chi, chiedendo aiuto, urla e chiama l’altro. L’altro, sempre l’altro! Basta l’altro! Taci. Ora c’è Simone, solo Simone, solo come da bambino, solo come quando l’altro (magari un altro figlio, forse il marito bambino, forse un cliente, forse un amante) si prendeva lei, la madre, lei, l’imprendibile, lei l’irraggiungibile. Strozzare significa pure questo: eternare la propria solitudine, renderla assoluta, rimanendo paradossalmente fedele a sé stesso, senza mai paradossalmente perdere quella stessa madre che ti rende solo. Strozzare è a un tempo punire e redimere, annullare ed eternare, perdere e possedere, vendicarsi e trattenere (tragiche al proposito sono le scene di Un borghese piccolo piccolo, terribile film del 1977 di Monicelli).

Emerge così il vissuto profondo e di certo inconscio del bambino Simone: essere rifiutato da una madre irraggiungibile, che ti shciacica e umilia, che ti dà l’impressione di esserci e poi se ne va, che ti sembra ti voglia e poi non ti vuole, che ti illude di essere tua ed è di un altro, solo e sempre di un altro. Anche il comportamento più innocuo della ragazza, anche soltanto una sua piccola esitazione magari dovuta all’imbarazzo di fronte a un uomo tanto più grande (quasi il doppio degli anni), può essere stato letto dal bambino ferito come inesorabile messaggio di fuga, di ambiguità, di schiavitù subita, di illusione tradita, di imprendibile promessa.

In fatti come questo, quando il maschio uccide la femmina rifiutante, va tenuto presente un dato di cui solitamente non si parla. Di fronte al femminile, l’ottica del maschio (in particolare del maschio o ferito o poco evoluto o sprovveduto) segue di solito il percorso che va dal genere all’individuo: prima vede il genere (“la” donna) poi l’individuo (“quella” donna). Al contrario, di fronte al maschio, l’ottica femminile (in particolare della femmina o ferita o poco evoluta o sprovveduta) segue di solito il percorso che va dall’individuo (“quell” ‘uomo) al genere (“l” ‘uomo). Mentre in quell’attimo di morte Simone ha visto non Vanessa, ma la donna che da madre lo rifiuta, Vanessa ha visto quell’uomo di 35 anni, un “amico” adulto, forse gentile (come spesso sanno apparire le persone rifiutate) con cui potere uscire per una sera. Non poteva pensare che per i bambini feriti non ci sono “le sere”, l’una diversa dalle altra, ciascuno da vivere per sé stessa, ma c’è soltanto una sola, totale assoluta, insuperabile sera, la sera assoluta e violentemente uguale, nella quale, per non essere per sempre rifiutato, devi uccidere e possedere, non puoi non uccidere e possedere la madre, la donna, l’imprendibile femmina che prima ti illude e poi urlando ti nega la vita.

Il pensiero del concepimento immacolato di Maria mi ha sempre entusiasmato, rapito. È forse il pensiero teologico, che più d tutti permetta la comprensione della dinamica psicoterapeutica. Ne è l’elevazione alla estrema potenza, in certo senso ne è la fondazione e l’apertura di possibilità, la piena affermazione di speranza.

Mi spiego.

La psicoterapia trova la propria ragione d’essere nella possibilità di ripercorrere, grazie al lavoro terapeutico, i sentieri delle proprie più antiche ferite, giungendo anche là dove il ricordo non può giungere1, perché il danno è stato subito in età o in condizioni nelle quali la memoria non è attiva o attivabile. La terapia, guidandola, permette la regressione a quelle età o a quelle condizioni, quando la ferita dell’anima (questo è il significato della parola greca “psiche”) si è aperta e il danno è stato subito.

La relazione terapeutica tra il terapeuta e il paziente può così toccare la sofferenza, abbracciarla, contenerla, guarirla, riattivando il fluire vitale del Sé.

Guidata dal terapeuta e con-tenuta all’interno della relazione terapeutica, la regressione alla ferita e al danno è allora positiva: ristora, ripara, restaura, riattiva, riaccende il perdersi profondo dell’anima, a differenza della regressione patologica che travolge, intrappola, avviluppa in un abbraccio doloroso e a volte mortale.

Anche per il concepimento immacolato di Maria – mi piace immaginare l’analogia – avviene qualcosa del genere. Guidata dall’amore creante del Padre e con-tenuta all’interno della relazione d’amore tra Creatore e creatura Maria può risalire alla radice stessa del proprio esserci, fino ad essere il proprio concepimento, fino a viverlo in modo talmente pieno, da poterne parlare in prima persona (“Io”), al presente indicativo (“sono”): “Io sono il concepimento immacolato”, dirà di sé a Bernadette nella grotta di Lourdes.

Essendo il proprio concepimento, Maria ri-prende e decide a pieno il proprio Sé di creatura, inserendolo di nuovo in quella relazione d’amore con il Creatore che Adamo ed Eva avevano interrotto.

L’Immacolata Concezione è dunque la festa di una regressione guidata, che permette al Sé di ri-prendere la pienezza del proprio fluire: A differenza della regressione terapeutica, quella di Maria è un regressione salvifica e ri-creante. La relazione con la terapia può guarire il Sé, rimettendolo nella pienezza del suo fluire; la relazione con il Creatore può – se l’affidarsi è totale come quello di Maria – salvare il Sé, rimettendolo nell’atto d’amore della Creazione.

Parlando di regressione, non si può poi dimenticare quell’altra straordinaria regressione operata da Gesù, figlio di Maria, quando, dopo la morte, ripercorre all’indietro i sentieri della storia umana, risalendo all’inizio stesso dell’esserci dell’uomo, là dove Dio lo creò in relazione d’amore. In Gesù la natura umana, guidata e con-tenuta dalla natura divina, può così risalire alla radice stessa del proprio esserci, fino a potere essere il proprio concepimento di creatura privilegiata, fino a poterlo essere e vivere in modo talmente pieno e nuovo da andare altre le possibilità stesse di Adamo ed Eva, al punto che, ora, l’uomo, può – proprio grazie alla doppia natura di Gesù e grazie a Maria che di Gesù è la madre e la creatura (“figlia del tuo figlio”) – godere anche del privilegio divino di partecipare alla vita trinitaria, in tale modo in-diandosi nella relazioni trinitarie.

Riattingendo, grazie alla salvifica regressione di Gesù (quella che solitamente chiamiamo “discesa agli inferi”), la pienezza della propria identità storica, l’umanità ri-prende e decide a pieno la propria identità più vera, quella di creatura, chiamata dal Creatore a decidere e attuare la Creazione intera, partecipando – nella Trinità – al dirsi e all’amarsi di Dio.

La festa della Immacolata Cocnezione sa, dunque, e può trasformare in festa il Sabato Santo, dicendone come della regressione salvifica totale, nella quale l’intero della storia e delle vicende umane riattinge la propria origine e respira la gioia del proprio destino.

P.S. Riguardo al tema qui trattato è utile leggere anche quanto ho scritto ne La tenerezza dell’eros al capitoletto 1.3.3.

1 O – come direbbe Dante – là dove “la memoria non può ire”.

Finito il lavoro, il papà si avvia verso casa. Se non fosse per la bimba che lo aspetta, forse non tornerebbe a casa così velocemente: forse si fermerebbe al bar per una chiaccherata sempre più lunga con gli amici, forse grazie a una leggera deviazione andrebbe per l’ennesima volta a trovare la madre o i fratelli, magari andrebbe da quella sua vecchia ex o da quella amica così comprensiva, per una volta potrebbe fermarsi lungo la strada con una di quelle belle ragazze dell’est che prima manco vedeva e che ora guarda sempre più spesso. Tanto, ora più ora meno, chi se ne accorge? Anche se lei ti chiedesse del ritardo, ci sono le code, il capoufficio pignolo, il cliente rompiballe. Ma non è neppure necessaria la scusa. Nessuno ti chiederà nulla o lei te lo chiederà distrattamente, di routine, senza manco badare alla risposta.

Lei è così cambiata! Da quando c’è la bambina, non si accorge neanche più di lui, non lo attende, forse non lo saluta neppure, tutta presa dalla casa, dall’accudimento della bimba. Certe sere non prepara neanche la cena. Quasi distrattamente lo avvisa che c’è un po’ di affettato nel frigo e un po’ di pane lì vicino ai fornelli.

Prima era tutto diverso. lo aspettava ben vestita, allegra, gli raccontava tutta la giornata, spesso gli proponeva di andare insieme a mangiare una bella pizza, là in quel localino così bello e loro. Bei tempi. Pare passata un’eternità. Un’illusione. Forse se l’era solo immaginato.

Certo, lui è abituato alla solitudine. Fin da quando era piccolo, pareva invisibile. Una volta la mamma, tutta presa per il fratello più grande, si è perfino dimenticata di lui, l’ha lasciato là da solo all’asilo per più di due ore e la settimana dopo l’ha dimenticato dai nonni per altri cinque giorni oltre i tre previsti. Addirittura non si ricorda neppure più di molti anni della propria fanciullezza, sempre sballottato qua e là. Un pacco, non un bambino. Anche con le ragazze non ha mai avuto molta fortuna; sì, si innamoravano di lui, ma passava in fretta; prima o poi trovavano sempre qualcuno più interessante di lui e lo lasciavano senza neppure sentirsi in colpa più di tanto (“tanto restiamo amici lo stesso”). Che vita del cavolo!

Poi, quando lui era già sulla quarantina, è arrivata lei. Bella, forte, diversa dalle altre, piena di iniziativa, di idee. A lui, sempre così a rimorchio della vita, non pareva neppure vero. E poi la portava via a un altro, a uno di quegli integrati nell’esistenza, che tanto somigliava al fratello maggiore che gli aveva preso tutta la mamma. Finalmente, ora toccava e lui portare via la donna a qualcuno. Troppo bello per essere vero. E, poi, a quaranta anni! Da non crederci. Le donne degli altri gli erano sempre piaciute. Forse l’eros era quello. Se non la freghi a qualcuno che gusto c’è? Tutte le donne sono un po’ come la mamma, anzi più della mamma. La mamma non era mai riuscito a fregarla al fratello. Lei invece a quell’altro l’aveva fregata.

Adesso aprirà la porta e cercherà lo sguardo della bimba. Sarà lei, le bimba, a incrociare le sue attese, a riempire il suo vuoto, a dare una parvenza di senso.

Ho cercato, nel racconto, di esemplificare quanto accade ad alcuni papà, ad alcune famiglie, ad alcune bimbe. Voglio mostrare come alcuni dranno trovino la loro radice e la loro origine. Quella bimba tanto piccola è già in un gioco molto più grande di lei. Diventerà probabilmente la “consolazione” del papà, il che la priverà di gran parte della libertà, della vita, dell’anima.

nessuna risata

giornata sprecata

 

due belle risate

ritorna l’estate

 

se tu sei con me

allora son tre

 

risate stupende!

 

di gioia s’accende

l’intero universo

 

uguale e diverso

abitano il mondo

 

in gran girotondo

Dio bacia felice

 

Dante e Beatrice

Giovanni con Bice

 

e Gigi e la Rosi

fra tutti gli sposi

 

 

 

  fior di ciliegio profumo di tiglio

guata il pirata con fiero cipiglio

petalo bianco di soffio celeste

solo Pierino è la solita peste

 

 

papaveri rossi e l’oro del grano

resto vicino ma sogno lontano

guardo nel cuore di chi mi vuol bene

saltano i poveri i pasti e le cene

 

 

grigio il cielo del temporale

mamma mia ma come sto male

mi guarda il gatto con gli occhi gialli

viva i colori dei pappagalli

 

 

riflessi d’uva rossa gialla nera

nuvole viola nel cielo di sera

scarpe grosse cervello fino

dentro ogni uomo c’è sempre un bambino

 

 

Le dipendenze peggiori sono le dipendenze subite. Per esempio quella che subisce un bimbo dalla madre, se e quando questa dipende lei dal figlio; se e quando con l’atteggiamento e/o con con le parole gli comunica: “meno male che ci sei tu”, “senza di te la mia vita sarebbe un disastro, una solitudine insopportabile, un niente”. Quel povero bambino dovrà lui, con la propria esistenza espropriata, confermare la madre, quando ancora il proprio Sé non è attivato e/o costituito e/o strutturato. Si costituirà in lui un nodo depressivo profondo e una rabbia tanto radicata e oscura, quanto rimosso o, ancora più tragicamente, negata (cioè lasciata misconosciuta nell’inconscio, di solito coperta da comportamenti di segno del tutto opposto, quali la sollecitudine apparente o la seduzione esibita).

Molto facilmente il profondo nodo depressivo di quel bambino si stutturerà in un disturbo psichico tanto più grave quanto più precoce e duratura è stata l’esposizione all’azione patogena della madre.

Né va certo dimenticato che l’azione materna va sempre inquadrata in un carente gioco di coppia (se il padre del bambino fosse un adeguato interlocutore emotivo e affettivo della madre, questa non proietterebbe in misura tanto massiccia i propri bisogni sul bambino) e – più a monte – in una disfunzione delle due famiglie d’origine dei genitori, come questo blog ha più volte detto.

Molte persone che soffrono di disturbi psicotico o – in misura più diffusa – disturbi di personalità, quali per esempio, il Disturbo Narcisistico di Personalità, hanno alle spalle dipendenze subite di siffatta tipologia. Anche molte tragiche o meno tragiche personalità passate o presenti della storia, della politica o del management hanno avuto alla spalle madri di questo tipo.

Un lettore mi chiede per email che libro stia leggendo. Non leggo mai un libro per volta. Ne ho sempre almeno una ventina sotto mano, che mi gusto passando dall’uno altro. Solo sulla tavolozza i singoli colori prendono anima, si incontrano, si provocano l’un l’altro, si mischiano, si ritrovano, si inventano in sfumature incredibili.

Attualmente ho ripreso in mano l’Antigone e il Filottete di Sofocle. Ero provocato dalla vicenda di due miei pazienti. Lì sto trovando risposte formidabili.

Mi sto gustando il De rerum, natura di Lucrezio. Mi entusiasma la sua abilità di dire filosofia in poesia, la sua disperazione, il suo bisogno di certezza e di entusiamo. Meraviglioso.

Non perdo giorno senza almeno un’occhiata dare al Don Chisciotte, al Gargantua e Pantaguel e all’Orlando Furioso. Come fa la gente a perdersi godurie del genere?

Qualche pagina al dì non mi faccio poi mancare né del De consolatione philosophiae del dolce Severino (Boezio) né del De Trinitate del mio immancabile Agostino

Ho ripreso da qualche giorno La fortezza vuota e Sopravvivere di Bruno Bettelheim. Ogni due o tre anni me lo vado a rimangiare. Idem per Paradosso e controparadosso della mia maestra Mara Selvini Palazzoli; era un po’ che non me lo rivedevo. Sempre un bellissimo ritrovarsi.

Travolgenti interroganti libri di questi giorni sono poi Alcune mie vite di Varlam Salamov, Per questo di Anna Politkovskaja. Grondano sangue e pregano libertà. Li sto leggendo insieme alla rilettura di Sommersi e Salvati di Primo Levi e di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque. Quanto prego leggendo questi libri! Quanto bisogno di salvezza e di redenzione!

La bellezza e l’inferno di Saviano ormai è quasi finito. Spunti forti e belle intuizioni dell’anima e dello spirito.

Istruttiva l’indagine sul folle mondo dei pellegrinaggi di Medjugorie e del Rinnovamento nello Spirito Santo mi è fornita da Cattolicesimo magico. Un’indagine etnografica, un intelligente libretto di Marco Marzano, che mi si dice insegni proprio qui all’università di Bergamo.

Anche se li avevo rivisti poco più di un paio d’anni fa, ho di nuovo aperto le pagine di Segnavia e di Sentieri interrotti di Heidegger. Mi piace il suo modo di procedere, di argomentare, di guardare le cose e il mondo.

Quel che è di Cesare è un interessante libro-intervista di Rosy Bindi. Mi piace quest’anima di donna e di politica. Forse non ce la meritiamo.

Sarà antipatico come persona, ma è davvero accattivante come stratega e storico. Sto parlando di Edward Luttwark di cui sto leggendo il chiarissimo La Grande Strategia dell’Impero Romano.

Mi sto poi godendo da qualche tempo i rapidi libretti che accompagnano i DVD di Invito al balletto, che la De Agostini sta pubblicando sul balletto classico. Un vero paradiso per gli occhi, le orecchie e l’anima.

Nè può mancare la poesia. Ora è il turno di Tutte le poesie di Garcia Lorca. Le accompagna la rilettura di Poemi Africani di Léopold Senghor, grande politico e enorme poeta della negritude.

Sto poi leggendo Memorie di un monaco di Bruno Vergano, uno scritto disincantato su una devastante esperienxza con i Memores Domini di CL.

Immancabile poi la lettura di don Primo Mazzolari: mi sto rileggendo La pieve sulll’argine. È una vera metafora della chiesa d’oggi e di chi ci vive.

Sempre aperta sulla mia scrivania poi ci stanno l’Odissea, la Divina Commedia e la Bibbia. Ora, per esempio, sono lì aperte all’incontro tra Odisseo e Nausicaa, al primo canto del Paradiso e al capitolo terzo del Qoelet.

 a chi per primo toccherà

 

(vorrei toccasse a me il dovere)

 

prenderà sette sassi

bianchi colore del latte

e segnerà il sentiero

che porta là

dove tutto è bello

e canto e danza

 

ogni mille dei nostri amori

un passo

ogni mille dei nostri amori

un sasso

tutti bianchi

colore del tuo abito da sposa

 

intento starò in attesa

a cantare i nostri respiri

contento di inspirare

come sempre amore

 

l’altro verrà presto

 

(e sarai tu tenera bambina

come sempre a seguirmi)

 

lesta la danza dei sassi

con i tuoi passi volerai 

 

ogni mille delle nostre albe

un passo

ogni mille delle nostre albe

un sasso

di colore bianco

come le luci che destano i giorni 

 

là dove il sentiero si compie

ci guarderemo ancora

e sarà come allora

 

si guarderanno

nude le nostre anime

 

dentro il tuo sorriso

sette saranno i cieli

di colore bianco e bello

come i nostri infiniti

e come Dio

 

Lui ogni eternità

parlerà con noi

e uno a uno

i sette sassi

bacerà