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E se, invece degli errori, gli insegnanti, per esempio di lettere, segnassero solo le cose belle? “Bella questa frase”, “originale questo concetto”, “stupenda questa emozione”, “dolcissimo questo sentimento”, “delicata questa osservazione”, “coraggiosa questa proposta”, “azzeccato questo aggettivo”, “questa descrizione è vivissima, pare di vedere ciò che descrivi”, “questo vocabolo parla”: ben di rado i compiti di lingua sono accompagnati da chiose di questo tipo. Eppure, se si guardasse bene, almeno qualcuna potrebbe starci. Invece non è così. Con ostinato, implacabile, ossessivo incedere cromatico le correzioni dipingono di rosso e di blu i compiti dei ragazzi. Più il segno è grosso e il colore è visibile, più l’errore è micidiale autocondanna. I compiti dei più bravi sono quelli intatti, silenziosi, asettici ed esangui come le bevande e le caramelli più insapori e incolori: “senza coloranti aggiuntivi”. Meno l’insegnante interviene e commenta, più il compito è ben riuscito. Pare proprio che gli insegnanti comunichino solo se e quando l’allievo sbaglia. Correggono, non confermano.

Dimenticano che il ragazzo e l’adolescente sono educati più dalle conferme che dalle critiche. Nel dare i voti, poi, sembrano che diano il loro sangue direttamente a un vampiro insaziabile: difficilmente uno slancio di fiducia, un’impennata di incoraggiamento, una sgommata di entusiasmo; sembrano affetti da stitichezza docimologica. Se valutano sé stessi con lo stesso bilancino, poveretti loro. Come fanno a non essere depressi?

Giustificandosi, dicono che, se fossero troppo larghi nella valutazione, gli allievi non si impegnerebbero più, quindi non migliorerebbero. Sottesa a siffatte affermazione sta – più o meno inconscia – questa logica: solo la fatica, il sacrificio, il dovere, l’impegno sono formativi; sta – più o meno inconscia – questa antropologia: l’essere umano, se non è costretto, non impara, non cresce, non evolve, Il che, da un punto di vista psicologico, è una grande balla: il motore di ogni crescita vera, di ogni autentico apprendimento, di ogni radicata memoria sta nel piacere, nel gusto, nell’entusiasmo, nella voglia del bello e del vero. Se un insegnante riesce a fare vivere il piacere del sapere (sapere significa “assaporare”), il gusto della conoscenza, l’entusiasmo della ricerca, la gioia della verità, l’estasi della bellezza, l’allievo – da solo, di propria iniziativa – leggerà, studierà, si sacrificherà per capire ancora meglio, per conoscere e cercare sempre di più, per estasiarsi di verità e bellezza.

Certo, se l’insegnante lui per primo si annoia quando legge (leggono ancora gli insegnanti?), evita lui per primo di studiare (studiano ancora gli insegnanti?), non sa lui per primo che cosa significa appassionarsi e innamorarsi per la verità e la bellezza (che passioni hanno gli insegnati? Di che si innamorano? Sanno ancora innamorarsi?), allora non resta che la pedagogia dell’impegno imposto e subito, della fatica onanistica fine a sé stessa; allora non rimane che la didattica del controllo e dell’errore evidenziato.

Insegnare è termine bellissimo: significa segnare dentro l’allievo, segnarne l’animo non di ferite o di segni rossi e blu, ma di gioia, di voglia di girarsi verso la luce per uscire dal fondo delle caverne in cui forse noi genitori e noi adulti l’abbiamo messo o lasciato. Potrebbero insegnare di stupore le anime, segnano di stupidità i fogli.

Hanno in mano centrali nucleari favolose e potentissime, quali le poesie, le letterature, le scienze, le filosofie, le lingue, le culture, le arti; e riescono ad annoiare; e sono obbligati a imporre. Come facciano a riuscirci, proprio non so.

 

 

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4 Comments

  1. Però la maggor parte dei genitori se il quaderno è senza correzioni va a lamentarsi dal preside dicendo che la maestra non fa il suo lavoro.

    • Al posto delle “correzioni” perché non mettere le valutazioni positive del positivo?

  2. Hai dato voce anche a quello che sento io. Mamma di una bimba di 8 anni e soprattutto ex alunna…. Voglio essere fiduciosa e soprattutto fare qualcosa perchè gli INSEGNANTI che la pensano così abbiano il coraggio e lo spazio per fare diversamente. Ce ne sono e ce ne saranno sempre di più.

  3. Quanto letto è bellissimo e veritiero anche se spesso io stessa, che sono madre ed insegnante, faccio tutt’altro. Grazie per avermelo ricordato.


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