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Monthly Archives: ottobre 2010

Pino Pignatta, giornalista di “Famiglia Cristiana” che ha coordinato il dossier sull’argomento Sarah Scazzi sull’edizione online, continua a interessarsi del caso e mi chiede di approfondire in ottica sistemico-relazionale l’argomento ponendomi queste tre domande:

  1. Dottor Cortesi, proviamo a entrare nella casa degli orrori, con tutta la pietas che si deve ai protagonisti della vicenda, e soprattutto alla vittima. Gli inquirenti parlano di movente sessuale. Ipotizzando il peggiore dei quadri relazionali possibili, quale potrebbe essere il vero fondo del barile, cioè il vero volto della dinamica incestuosa?
  2. Perché due ore fa, quando la madre della cugina Sabrina è uscita dalla Questura, dove è stata interrogata come persona informata dei fatti, la gente le ha urlato “assassina”? Perché la gente si spinge fino a questo livello non avendo in mano alcun fondamento probatorio? Che cosa c’è nella “pancia” di chi osserva questo delitto di tanto oscuro da urlare inconsiamente una grave accusa che troverebbe fondamento solo da una seria disamina sistemico-relazionale?
  3. L’incesto è l’incubo della famiglia. Perché se ne parla così poco? E’ semplice sottovalutazione culturale o c’è ci sono centri di potere che hanno interesse a ridurne l’impatto mediatico? E la “cattolicità” di un Paese, intesa come stratificazione dell’assunto che la famiglia è sempre santa e sempre bella, tende a soffocare l’emersione dell’incesto in tutta la sua gravità?

Per ora rispondo alla prima domanda:

Il richiamo alla pietas mi pare, oltre che moralmente doveroso, anche clinicamente molto corretto (soprattutto se a pietas si attribuisce non un significatico pietistico, ma per esempio quello altamente etico che, nel mondo latino, le attribuiva Virgilio). La psicologia sistemico-relazionale si basa su un’affermazione molto importante: che tutti (sottolineo: tutti, nessuno escluso) i protagonisti di un «gioco psicotico», quale è senza dubbio questo di Avetrana, prima che attori del «gioco», ne sono le vittime. Tutti, nessuno escluso.

Il vero protagonista e l’assoluto responsabile degli eventi, in questo caso tragici fino all’orrore, è proprio lui, il «gioco psicotico», cioè – occorre precisarlo – quel meccanismo di relazioni disfunzionali che condiziona a tale punto le relazioni di un sistema familiare (o anche sociale e/o culturale), fino a determinare in toto o quasi non soltanto le relazioni degli individui, ma anche i loro comportamenti. Gli attori del «gioco» si illudono di essere essi a decidere, volere, agire; in realtà gli attori sono proprio degli “illusi”, cioè sono – secondo il significato letterale della parola “illusi” – trascinati dentro al gioco, invischiati nel gioco; le loro decisioni, volontà, azioni solo in parte e/o in apparenza sono pienamente decise, volute, agite da loro. In realtà il vero, micidiale, nascosto e, perciò, potentissimo attore del «gioco» è il «gioco» stesso. Tanto più il gioco è nascosto, tanto più è micidiale il suo potere sui «giocatori» e su quanti cerchino di capirli e/o di curarli con altre ottiche diagnostiche e/o terapeutiche, che non siano quella sistemico-relazionale.

Di più: ogni altra ottica è facile preda del «gioco» e finisce con l’esserne prima o poi complice e parte, con ulteriore grave danno dei «giocatori» e alla faccia dei titoli clinici o accademici di quanti a propria volta si illudano di capire e/o curare. Mi rendo conto di quanto nuovo e rivoluzionario possa risultare un discorso come questo, soprattutto oggi, in epoca di sempre più convinto individualismo e soggettivismo, per cui si pensa e si crede (e si fa di tutto perché lo si pensi e lo si creda) che l’individuo sia l’unico protagonista dei propri comportamenti e delle proprie azioni.

Se, a distanza di più di cent’anni dagli scritti di Freud, la mentalità corrente fa ancora fatica ad accettare il dato scientifico e clinico della incidenza dell’inconscio sui comportamenti consci e “voluti”, si può immaginare quanto e come possa essere difficile accettare che – quale vero e proprio inconscio familiare – ci sia un «gioco» che a loro insaputa muove e gioca i «giocatori», in un gioco che non a caso è detto “a transazione schizofrenica”, tale cioè da rompere fino alle profondità più remote la psiche degli individui.

Eppure il merito forse più grande di tutta la riflessione e di tutta la ricerca linguistica, scientifica, filosofica, epistemologica, sociologica e antropologica dalla seconda metà dell’ottocento a tutto il novecento (e che in pochissimo tempo pare essersi dissolto) è proprio questo: avere evidenziato che, per dirla alla De Saussure, tout se tient, cioè tutto fa sistema, tutto è sistema e che ogni «sistema» ha come proprio primo e fondamentale principio quello di mantenere sé stesso (questo principio si chiama omeostasi), magari dando l’impressione che tutto cambi, mentre in realtà, per dirla con Tomasi da Lampedusa, tutto cambia o pare cambiare così che nulla cambi. Addirittura il filosofo Emanuele Severino, il teoreta più lucido e grande che io abbia mai letto e conosciuto (ho anche avuto la fortuna di esserne allievo e di averlo incontrato di persona in altre due o tre occasioni), anche nel proprio bellissimo ultimo straordinario libro (L’intima mano, Adelphi, 2010), ribadisce come l’intera filosofia occidentale sia essa stessa «giocata» da una follia di base, che – standosene nascosta da Socrate, Platone e Aristotele fino ai giorni nostri – inquina e decide in modo micidiale tutto il pensiero e tutta la storia dell’occidente.

È stato il genio di Gregory Bateson ad applicare la teoria dei sistemi alla psicologia, permettendo, per primo, terapie in grado di guarire la schizofrenia e le psicosi, dando origine alla psicologia sistemica. Colei che ha portato in Italia il metodo sistemico, contribuendo anche ad accrescerne a livello mondiale l’efficacia teorica e clinica, è stata Mara Selvini Palazzoli, donna di intelligenza e coraggio rarissimi, con la quale ho avuto il privilegio di completare la mia formazione psicoterpaeutica.

Ma veniamo ad Avetrana. Il vero volto della dinamica incestuosa che colpisce tutti i protagonisti della tragedia (e non solo loro, come si vedrà nelle risposte alla seconda e terza domanda) è quella dinamica implosiva che colpisce la famiglia e di cui questo blog ha più volte parlato (vedi in particolare in “Problemi Psichici” tutti gli articoli della rubrica “Incesto e dinamiche incestuose”), cercando pure di darle un nome: “neandertalizzazione”. La specie umana Uomo di Neanderthal, a differenza di quella Homo Sapiens, si è estinta non perché sia stata distrutta da un nemico, ma perché mancava del tabù dell’incesto, che al contrario è l’unico tabù, che accomuna fino a oggi tutte le culture passate e presenti della storia dell’Homo Sapiens. Grazie al tabù dell’incesto i gruppi e le comunità umane si sono finora aperti alla diversità e al diverso, come alla risorsa che li partoriva alla vita, al rinnovamnento, alla novità, a ogni tipo di acquisizione, per esempio a quella genetica o tecnologica o cognitiva o, anche, artistica.

Oggi stiamo purtroppo assistendo alla implposiva neandertalizzazione della società, soprattutto di quella occidentale e, ancora più in particolare di quella italiana. Le famiglie si chiudono sempre più in sé stesse, tendono a diventare un assoluto autoreferenziale, nel quale casa, lavoro, generazioni, affetti, sesso fanno tutt’uno, escludendo tutto ciò e tutti quelli che possono scalfire questo assoluto (a mio parere, crisi del lavoro, dell’impresa, dell’economia non sono altro che aspetti di questo più generale fenomeno). Più che essere la politica della chiusura a produrre la neandertalizzazione della società, è quest’ultima a produrre, io ritengo, la prima; poi tra le due si produce un tremendo circolo vizioso, così che l’una produce e rinforza l’altra.

Per esempio, la scelta coniugale, che dovrebbe essere il motore di apertura più forte della famiglia, tende sempre più a essere disinnescata da ogni potenziale di apertura: si scelgono maschi deboli, di casa, facilmente controllabili e/o demonizzabili e/o eliminabili, privi di ogni vera reale capacità di conquistare la femmina esterna al territorio, per cui sono sempre più freqenti l’abuso intra-familiare, l’incesto, l’omicidio (a modo proprio l’omicidio è una modalità di impotente possesso sessuale). Sotto l’apparenza di maschi scorbutici e violenti, si celano maschi sempre più fragili, incapaci di autonomia, scelta, iniziativa, conquista, affermazione e auto-affermazione; sotto l’apparenza di un patriarcato abitato da padri padroni violenti e despoti, si cela un matriarcato di supplenza, coperto (cioè non affermato, anzi negato), a volte violentemente subdolo, caratterizzato dalla lamentela che subisce, dal masochismo tanto imbelle quanto resistente e persistente, segnato dalla mancanza di un vero senso di appartenenza e di complicità femminili, di piacere del femminile e nel femminile, in cui le donne si alleano non per piacere di essere il femminile e di stare nel femminile ma per punire, castigare, colpire, uccidere oltre al maschio, soprattutto colei che – magari un po’ più femminile delle altre – potrebbe destabilizzare amiche, sorelle, cugine, madri, figlie.

In questi sistemi familiari la sessualità è sempre nascosta e avvolta nel segreto o, al contrario, esibita, reattiva. Raramente conosce la profondità della intimità vera; questa viene semmai evitata sempre più sistematicamente, usata più come sfogo o pretesto o modalità manipolatoria, spesso dimessa e precocemente dismessa, avvertita più come un peso o un dovere o una pratica o una performance che come il luogo dell’incontro, della identificazione, della verità, del respiro più veri e propri. Molto frequenti sono le somatizzazioni che impediscono l’intimità o patologie prevelentemente aggressive quali per molti possono essere l’eiaculazione precoce o lo stupro o il vaginismo, o patologie prevalentemente difensive quali per molti possono essere l’impotenza, il deficit erettivo, il feticismo, l’endometriosi, l’amenorrea, le irregolarità mestruali, o patologie prevalentemente regressive e/o dissociative quali per molti possono essere l’onanismo ossessivo, l’ossessione sessuale, la pedofilia, l’abuso su minore. Il sesso è molto spesso vissuto come fissazione in cui isolarsi, con cui consolarsi, in cui sentirsi (senza sentire); è molto spesso “usato” come mezzo di possesso, di controllo, di strumentalizzazione, di possessione sostitutiva di una identità che non si ha più o non si ha affatto o non si può avere. Il sesso è sempre meno piacere e identificazione, sempre più dolore, masochismo, ricerca dello smarrimento, vissuto di angoscia o di negazione dell’angoscia, paurosa e agorafobica negazione della vita.

Ormai da molti decenni patologie quali la dipendenza, le psicosi alimentari (anoressia e bulimia), la psicosi in genere dicono allo psicoterapueta sistemico della presenza sempre più massiccia di dinaniche incestuose per lungo tempo e in genere soltanto psicologiche. Ma guai per chi cercasse di porre a tema il problema, di mostrare quanto e come la dinamica d’incesto anche se è “solo” psicologica è tutt’altro che trascurabile e che il passo dalla dinamica psicolgica a quella fisica ed effettiva è brevissimo.

Così poco alla volta il tabù dell’incesto ha perso il proprio carattere di superlegge che non ha neppure il bisogno di essere scritta. Gli antichi greci ponevano l’incesto come tema teatrale (e allora il teatro era il luogo principe della coscienza sociale, politica, culturale), cioè ne parlavano, ne discutevano, prendevano così consapevolezza di cosa significasse; forti di questo in-segnamento i greci hanno costruito una civiltà che ora, dimentica di tutto ciò, si sta sempre più neandertalizzando. È questo il “vero fondo del barile”. Da un lato si è sempre più idealizzato la maternità, sempre più dimenticando la femminilità; dall’altro si è sempre più protetto il maschio, togliendo ogni prova di iniziazione, togliendo ogni allontanamento da casa e dalla mamma, in tale modo impedendogli di “farsi le palle”, di diventare uomo, di sapere affermarsi e confermarsi al di fuori del territorio materno e familiare.

Tutto ciò è stato il vero detonatore di fatti quali quello di Avetrana. Se c’è qualcosa che, sulla base della mia esperienza clinica, mi stupisce in eventi come questo non è che accadano, ma che ne accadano ancora così pochi.

ciao, Rosi,

ciao, bel nome,

mille ciao al tuo nome

infiniti ciao Rosi

interminati incontri

e poi ancora ciao al tuo nome

e poi ancora incontro

 

ogni volta ciao, Rosi,

ogni mattina ciao

nel nome del tuo nome

con balbettio di gioia

  

e che altro è la gioia

se non il balbettio del tuo nome?

  

***

  

ciao, bella più di ogni bella

  

ma che bisogno c’è di dire bella,

di dire bella più di ogni bella?

basta che io dica

ciao, Rosi

  

  

ciao, più di tutte femmina e donna

  

ma che è mai la femmina

e che è mai la donna?

io dico e ripeto e canto

ciao, Rosi,

e lì c’è la femmina,

lì c’è la donna

  

  

ciao, Rosi,

rugiada del tempo

  

  

ciao, Rosi,

tentazione dell’attimo

  

  

***

 

  

ciao, Rosi,

soffio di stupore

il mio cuore è in te

benedetta dai miei balbettii

benedetto parto dei miei figli

ciao, nome santo,

promessa d’eterno,

nel tuo respiro la mia preghiera,

nel tuo bacio la mia redenzione

ogni volta che ti amo

muoio e risorgo

ogni attimo è l’attimo

ogni eterno è l’eterno

 

 

e poi ancora ciao

e poi di nuovo il nome tuo

 

Che Sabrina Misseri fosse parte decisiva del «gioco psicotico» che esige il rituale della morte sacrificale di Sarah Scazzi è già stato indicato dal mio precedente articolo (vedi Nuove possibilità di lettura dei fatti di Avetrana (Sarah e Concetta Scazzi, Michele e Sabrina Misseri ecc.) e anche Mia intervista a “Famiglia Cristiana online” (07/10/2010) sulla morte di Sarah Scazzi ). Che, come parrebbe emergere dagli ultimi dati di cronaca, Sabrina sia pure parrte attiva e non certo in modo secondario nella esecuzione di Sarah è del tutto consequenziale. Come sarebbe consequenziale che nella esecuzione faccia coppia con il padre Michele. Partendo dalle ipotesi aperte dagli ultimi dati di cronaca, provo a dare una più ampia interpretazione dei fatti.

Nella famiglia nucleare Misseri, Sabrina e Michele sono la coppia dei rifiutati, in secondo piano rispetto alla vera coppia dominante della famiglia Misseri, rispetto cioè a Cosima e Valentina (madre e sorella di Sabrina).

Michele, come già detto nel precedente articolo, è il maschio “animale” da «fare fuori» prima o poi. Ma anche Sabrina è e/o si vive come di troppo rispetto alla coppia dominante, sicuramente ha in sé vissuti di rifiuto, di non adeguata attenzione, di non accoglienza. Per avere un ruolo che le permetta di ottenere attenzione e/o accoglienza dalla madre Cosima, sottraendola anche solo per poco alla privilegiata sorella Valentina, a Sabrina non restano dunque che due strade, probabilmente percorse entrambe e certamente confluenti:

  1. prendersi lei carico del padre, liberando da questa incombenza la madre; è molto probabile che, proprio all’interno di questo quadro, Sabrina sia stata in modo rilevante oggetto della sessualità impotente di Michele, dato che – per donne così poco dotate di femminilità di autostima, quale mostra di essere Cosima – la gestione della sessualità genitale è forse l’aspetto più destabilizzante. Facendo sesso insieme, padre e figlia, del resto, ricalcherebbero una delle dimensioni non di certo infrequenti dell’incesto: quella di reciprocamente compensarsi nella fissazione genitale a fronte dell’angoscia, del vuoto affettivi, dello spesante senso della non appartenenza e del Non-sentirsi, che, in quanto coppia di rifiutati (lui come maschio e marito, lei come figlia e femmina) li accomuna, rendendoli di fatto alleati. Attraverso l’incesto, oltre a compensarsi reciprocamente, celebrerebbero poi il rituale di rivalsa nei confronti di Cosima e Valentina, vivendo un rapporto per certo verso reatttivo (entrambi, in certa misura, “cornificano” Cosima, vendicandosi di lei e in tale modo reagendo al rifiuto subìto), per altro verso identificabile come più “intimo” di quello della diade Cosima-Valentina;
  2. insieme al padre (le modalità di questa complicità sono, a mio avviso, molto più complesse di quanto possa fino a oggi apparire) «fare fuori» Sarah, che come bella e inarrivabile cugina ripete nella generazione giovane quanto probabilmente già era accaduto nella generazione precedente tra Cosima e la bella e inarrivabile sorella Concetta. Più ancora che a Sabrina la bellezza di Sarah dà fastidio a Cosima perché vede ripetersi tra Valentina (non Sabrina!) e Sarah la stessa «ingiusta» diversità, che, nel proprio vissuto, c’è stata tra lei e Concetta. Paradossalmente e con l’ambivalenza tipica di questi sistemi relazionali familiari tanto massicciamente caratterizzati da disfunzionali «giochi psicotici», Sabrina e Michele sono tanto arrabbiati con la coppia dominante Cosima-Valentina e in particolare con Cosima almeno quanto ne perseguono i desideri più o meno inconsci e taciuti, quale per esempio proprio quello di «fare fuori» Sarah.

Tra l’altro «facendo fuori» Sarah più o meno direttamente (ripeto, la dinamica della sinergia d’azione tra Sabrina e il padre è di certo molto complessa di quanto appaia ed è tutta da chiarire), Sabrina ottiene anche altri «vantaggi»:

  • «possiede» Sarah come soltanto un omicidio può permettere di «possedere»: secondo il pensiero magico, che – unico e incontrastato signore e padrone – abita la profondità più arcaiche e/o folli dell’inconscio, chi uccide «possiede» per sempre, a tale punto da diventare in certa misura la vittima uccisa; «possedendola» diventa la vittima, si identifica con essa per sempre. In questo modo Sabrina «diventa» Sarah, non soltanto perché entrambe abusate dallo stesso uomo-animale (Michele), ma perché ora Sabrina «è» Sarah, bella come lei, inarrivabile come lei, invidiata come lei da Cosima e da Valentina;
  • uccidendo Sarah o contibuendo a ucciderla, Sabrina vendica la madre in modo talmente magico che d’ora in avanti la madre non potrà più dimenticarsi di Sabrina, rifiutarla, non guardarla, non occuparsi di lei. Uccidendo Sarah, dunque Sabrina «possiede» per sempre la madre, vincendo in modo paradossale la conccorrenza di Valentina;
  • anche mettendo in gioco e con l’omicidio di Sarah «facendo fuori» il padre Michele, Sabrina «possiede» per sempre la madre, liberandola per sempre salla incombenza della sessualità genitale e – al tempo stesso – «possedendo» per sempre il totem del padre-animale;
  • ottiene in modo incredibile e insuperabile la «scena». Per una ragazza che si viva come rifiutata, che cosa c’è di più desiderabile dell’ottenere la «scena»? E, per il pensiero magico, che cosa può essere «scena »più della televisione e/o, per dirla con espressione di moda, della esposizione mediatica. Alla fine chi più di tutti «possiederà la scena» sarà proprio lei, Sabrina, il Brutto Anatroccolo, il Calimero che nessuno voleva, la Cenerentola nera che ora da protagonista finalmente sposa il principe della «scena». Per chi abbia vissuto un rifiuto più o meno massiccio, la «scena» è un grande e potentissimo sostituto materno. E, per il pensiero magico, nulla può essere riconoscibile e vivibile come «scena» e come sostituto materno più della televisione che della esposizione mediatica è considerata la protagonista indiscussa. Luca Telese e, con lui, parecchi altri di sinistra e di destra sembra che scoprano solo oggi il peso e la rilevanza della televisione, tra l’altro con una attenzione e con una competenza linguistica e semiologica quanto meno vecchia di decenni, ingenua e naïf. Riguardo al linguaggio televisivo ho già scritto a suo tempo un libro (Noi e la tivù ) che raccoglieva miei articoli degli anni ’70 e ’80, libro che forse a qualcuno non farebbe male leggere. A quanto detto in quel libro aggiungerei che, per quanto riguarda sistemi familiari tanto disfunzionali e patologici, più che essere la televisione e i media a impossessarsi più o meno arbitrariamente e/o impudicamente della famiglia, è la famiglia a «possedere» quale propria «scena» la televisione e i media. Poveri Luca Telese e company! Se sapessero quale potente regista sia il «gioco psicotico» di un sistema disfunzionale …

Premessa

Anche per gli atroci fatti di Avetrana la cronaca non ci ha fornito dati che agli occhi di un clinico sarebbero fondamentali. Pure essendo, specialmente in questo caso, fin troppo ridondante e ripetitiva su alcuni aspetti, l’informazione della stampa scritta e radio-televisiva è gravemente carente su altri aspetti che pure sono o potrebbero essere decisivi. A mio avviso questo è dovuto soprattutto a tre fattori:

  1. come già detto in altri post, il livello di base delle conoscenza psicologiche di giornalisti (molto spesso semplici “cronisti”) e conduttori è in genere molto basso, spesso del tutto assente; questo comporta una informazione e un approfondimento della notizia già gravemente deformati in partenza; per esempio, il conseguente immediato ricorso all’immancabile “esperto” (ma allora che ci sta a fare il giornalista?) dà subito il messaggio che quel fatto e i fatti di quel tipo sono comprensibili soltanto dagli “esperti”, per cui alla “gente comune” non resta che da un lato la confusione e l’ansia – sociale e individuale – che ne deriva, dall’altro la reazione ridutitvamente o esclusivamante emotiva, dunque incontrollata, incontrollabile, facilmente manipolabile e, purtroppo, altrettanto facilmente superficiale, rimuovibile e senza prospettive efficacemente culturali, morali, sociali e, perché no?, politiche;
  2. da noi in Italia esiste ancora nei confronti della psiche e dei problemi psichici una visione ampiamente datata, legata a una visione troppo tradizionale; solo pochissimi sanno per esempio la differenza tra psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, psicanalista ecc. (vedi i post in proposito); solo pochissimi sanno che la psicofarmaco è ritenuto necessario soltanto da chi afferma una visione medico-organicistica del problema e della patologia psichici; ancora meno persone sanno che esistono altre visioni che escludono con ottime e documentate ragioni scientifiche l’origine organica dei problemi e della patologia psichici e quindi , di conseguenza, tutta l’azione della psichiatria e della psicoterapia tradizionali;
  3. di fronte all’affermarsi di visioni scientifiche nuove più aggiornate e, a mio avviso, molto più efficaci e risolutive, la psichiatria e la psicoterapia tradizionali hanno in Italia interesse oggettivo (con salvaguardia quindi della buone fede della persone) a ignorare e a fare ignorare l’esistenza di queste nuove risorse terapeutiche, che ripeto, hanno tutti i crismi della scientificità, della professionalità e della documentatissima positività clinica (cioè, in parole povere, ottengono fior di apprezzabili risultati); la psichiatria e la psicoterpaia tradizionali hanno in Italia un enorme potere, sedimentato da decenni, istituzionalizzato in strutture e posizioni (reparti, primariati, carriere ospedaliere e accademiche, strutture sanitarie ecc.), alle quali non è oggettivamente facile rinunciare, ammettendone l’obsolescenza; a ciò si aggiunga l’oggettivo interesse delle lobbies farmaceutiche e di molti ordini e organigrammi professionali a lasciare le cose come stanno, facendo credere o lasciando che si creda che l’unica strada percorribile in ordine ai problemi e alle patologie psichici sia quella tradizionale e soltanto quella;
  4. istituzioni e poteri politici, sociali, religiosi più o meno oggettivamente collusi e/o congruenti con i poteri di cui sopra e, a propria volta, in grande o piccola parte legati alle strutture e alla posizioni di potere di cui sopra hanno l’interesse oggettivo a lasciare il tutto, se non nel becerume dell’oscurantismo, nel buio complice e omertoso della disinformazione.

Possibilità di lettura nuova dei fatti

Premesso tutto questo veniamo ai tragici fatti di Avetrana. Da quanto i dati di cronaca permettono di capire, uno psicoterapeuta sistemico-relazionale potrebbe per esempio farsi l’ipotesi di un quadro del seguente tipo.

  • Sarah è la “vittima sacrificale” o il “capro espiatorio” principale che il «gioco» del sistema relazionale deve «fare fuori», perché questo possa mantenere il proprio equilibrio disfunzionale e il proprio potere su tutti i «giocatori» del sistema (prima e molto più dei «giocatori» dunque il responsabile vero dei fatti è il «gioco» psicotico e disfunazionale del sistema; non necessariamente, dunque, i «giocatori» sono pazzi o totalmente responsabili);
  • il «gioco» del sistema relazionale non riguarda soltanto la generazione di Sarah, ma dinamiche transgenerazionali che vanno avanti da più generazioni; da psicoterapeuta sistemico analizzarei subito il tipo di relazione che lega tra loro Concetta, la mamma di Sarah, e la sorella, la moglie delle zio assassino; da quanto è possibile vedere dalle foto, Sarah è più bella della cugina, proprio come Concetta è più bella della sorella; se a questo si aggiunge il fatto che, a differenza della sorella, Concetta ha anche un figlio (primogenito, tra l’altro) maschio, soltanto togliendo di mezzo Sarah i conti tra le due sorelle non si distanziano più così tanto;
  • oltre a Sarah, a essere «fatto fuori» è anche lo zio assassino, in due modi: a) se ne andrà in galera; b) avrà la ineliminabile «patente» di mostro, che, magari più a lungo della galera, lo escluderà dal consorzio sociale e forse lo potrebbe spingere al suicidio (fisico o morale); anche questo «rimette le cose a posto», pareggiando in certo quale modo il conto tra Concetta, già separata dal marito, e la sorella ancora con il marito; inoltre, in certo quale modo, afferma – proprio attraverso il «sacrificio» della più bella e più giovane – il potere della donna sul maschio debole e “animale”;
  • il fratello primogenito di Sarah, in età di svincolo affettivo, «dovrà» ora più o meno massicciamente stare vicino alla povera e “pietrificata” madre, così da consolarla dell’immenso dolore; se non lo farà, vivrà questa omissione colpevolmente e sarà colpevolmente giudicato dall’ambiente sociale; potrà al massimo selezionare una compagna che non lo allontani troppo dalla madre; in tale modo la vita di questo figlio sarà fortemente condizionata, oserei dire «posseduta» dalla madre, il che gli impedirà una reale affermazione di sé pienamente autonoma; in certo quale modo anche questo maschio verrà dunque «fatto fuori»;
  • dopo quest’ultimo punto, risulterebbe che, tramite il «sacrificio» di Sarah, tutti i maschi del sistema sono stati «fatti fuori», così che il tempo viene bloccato, la generazione viene bloccata, la vita viene bloccata (ecco qui il micidiale esito del «gioco psicotico»).

Mi rendo conto di quanto letture di questo tipo vadano contro corrente rispetto a quanto l’alluvione mediatica di questi giorni ha proposto, ma era corretto, a mio parere, fornire anche chiavi di lettura nuove. Tra l’altro, se almeno in parte coglie nel segno, quanto qui viene detto mostra che fatti come questi non soltanto possono essere individuati, colti e prevenuti, ma soprattutto possono essere curati – soprattutto e auspicabilmente – in via preventiva.

Che sia difficile «vedere», del resto è tipico degli eventi a transazione incestuosa. Non a caso la saggezza dell’antica Grecia, ripresa non a caso dal genio di Freud, lega in modo stretto e funzionale l’incesto alla cecità, dicendo che il non vedere è condizione ed esito dell’incesto. Che la nostra società sia sempre più segnata da dinamiche psicologicamente o, purtroppo, fisiche di incesto, questo blog sta dicendo da molto tempo. Non è ora di cominciare a «vedere»?

Oggi Matilde ha detto “grazie”,

per la prima volta,

bene, chiaro, compiuto.

Grazie è la parola più umana,

l’unica che benedice gli incontri

e dice umano l’umano.

Grazie è la parola più femminile,

l’unica che sa partorire.

Grazie è la parola più bella,

l’unica vera preghiera.

Matilde danza la gioia del mondo.

Matilde canta il Magnificat.

 

 

 

Sto guardando la liberazione dei 33 minatori cileni. Bellissimo ed emozionante. Spero proprio che tutti rinascano alla luce e al mondo.

Un rammarico però mi prende.

Perché siamo tanto bravi, solidali, uniti nei momenti delle liberazioni (e neppure in tutti), e perché siamo così incapaci di goderci la libertà conquistata? Eppure il nostro vero destino è la gioia della libertà (e la libertà della gioia). Perché facciamo così fatica, dopo esserci liberati, a essere liberi? Perché facciamo così fatica a essere la gioia?

E poi perché accanto a tanta fantastica gioia per la liberazione dei 33 simpaticissimi cileni, c’è tanta violenta indifferenza per le migliaia e migliaia di giovani e meno giovani che se ne stanno da anni nelle profonde disperazioni della disoccupazione, del precariato, dell’impossibilità di futuro, oppure nei tunnel abissali della paura di aprirsi alla vita, all’incontro, alla diversità, al mondo, oppure nelle cave nascoste della rabbia violenta, della voglia di picchiare, uccidere, prevaricare, gettare fango?

Ogni attimo di libertà goduto è una liberazione stupenda di identità e di umanità. Ogni istante di gioia condiviso è una avventura di futuro e di meraviglia. Il vero peccato e la colpa più profonda e devastante di noi uomini sono l’omissione della libertà e la negazione della gioia.

Almeno per oggi, auguro a tutti noi di goderci a pieno la libertà e la gioia. Se ci si abitua, non è difficile.

La morte di Sarah, verità e segreti

La confessione dello zio sull’assassinio atroce della 15enne. L’assurdità della notizia in diretta Tv alla madre. Intervista a uno psicoterapeuta esperto nelle relazioni familiari.

Gigi Cortesi: un delitto maturato in famiglia 07/10/2010

Concetta Scazzi (a sinistra), mamma di Sarah, con la sorella Cosima Misseri nella puntata di Porta a Porta del 5 ottobre.

I delitti peggiori, i più inquietanti, sono quelli che avvengono in famiglia. Così è stato per Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana molestata e uccisa dallo zio Michele Misseri, che lei vedeva da una vita perché frequentava lui, la zia sorella della madre e le cugine come fossero una seconda famiglia. In questi casi ci si chiede se nessuno abbia notato un interessamento morboso dell’uomo verso la ragazzina in fiore, se davvero fatti del genere si possano imputare all’impazzimento di un minuto o se non diano segnali , almeno ai più prossimi.

    Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Gigi Cortesi, che esercita a Bergamo e segue soprattutto la psicoterapia della famiglia e della coppia, con riferimento alla scuola sistemica di Milano fondata da Mara Selvini. «Segnali ce n’erano senz’altro», osserva il dottor Cortesi, «ma in queste famiglie patologiche è fisiologico non vedere il problema dell’incesto: fa parte delle dinamiche della famiglia stessa. L’ultima persona che vede il problema è il padre o la madre, e se lo vedono lo negano. È un dato clinico, accertato da tutta la letteratura scientifica».

Cosa intende per “famiglie patologiche” con dinamiche incestuose”?
«Famiglie che hanno disfunzioni relazionali, che tendono anche a fare un’unica cosa tra lavoro, abitazione, familiarità, affetti. In questo caso lo zio era molto vicino, c’era un rapporto quotidiano con Sarah, e anche di Sara con la zia e la cugina. Una vicinanza anche fisica. Uomini come Misseri sono maschi incapaci di conquistare una femmina fuori dal loro territorio: per questo scattano dinamiche incestuose. Siccome non sanno accostare donne al di fuori, la vittima diventa la femmina più debole, la più controllabile. A monte c’è la chiusura implosiva della famiglia su sè stessa, e questo annulla il tabù dell’incesto, pensato e attuato da tutte le culture proprio a beneficio della famiglia. Il fenomeno della chiusura familiare è in crescita».

    Nella pianura bergamasca e nell’Italia settentrionale, per esempio, sono frequenti le case di 4-5 appartamenti abitate solo da parenti, con abitazione e lavoro tutti insieme. «Viene meno la scansione tra generazioni», prosegue lo psicoterapeuta Cortesi, «la possibilità di incontrare persone esterne: c’è un’implosione della famiglia su sè stessa. Il maschio è sempre più debole e incapace di affrontare donne esterne e la donna, abituata a un uomo debole, perpetua un rapporto da infermiera a paziente, da mamma a bambino. Sopporta il lato debole dell’uomo e non esige che faccia un salto di qualità».

Dossier a cura di Rosanna Biffi