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Dinamica incestuosa della madre e matricidio del figlio: a Bitetto (Bari) un uomo di 44 anni soffoca la madre

 

Dovrebbe durare nove mesi. Invece per certe madri il parto non avviene mai e la gravidanza dura decenni, perfino tutta la vita. Parlo naturalmente della gravidanza psicologica, tipica di donne che non vogliono o non sanno partorire il figlio. Se lo tengono in pancia per tutta la vita.

La vittima di tali gravidanze è soprattutto il primogenito maschio.

Su di lui queste madri si buttano con tutta l’invadenza delle loro proiezioni e delle loro frustrazioni. Non lo lasciano andare. Non lo danno mai né al mondo né al padre.

Non a caso, quando, soprattutto finito l’accudimento o all’inizio dell’adolescenza (sono queste le due fasi più rilevanti, e tra di esse tutta la fase della cosiddetta latenza), il figlio dovrebbe psicologicamente essere “dato al padre”, queste madri lasciano il padre del bambino. Non necessariamente ciò coincide con una separazione legale. Spesso è soltanto una separazione di fatto, magari condivisa e dovuta o attribuita a ragioni di lavoro o di tradimento o – in non rari casi – legata alla morte dell’uomo o all’inizio di una sua invalidità fisica (di frequente la causa è un incidente dovuto a comportamenti oggettivamente a rischio: alta velocità, lavoro non protetto, eccessivo affaticamento ecc.) o psichica (per esempio a seguito di una dipendenza). Comunque sia, in gioco c’è una netta e decisa separazione emotiva e affettiva della donna nei confronti dell’uomo che l’ha resa madre, come se, una volta terminato il suo ruolo di fecondatore, questi non le servisse, non le importasse o non le interessasse più.

A loro volta questi padri, più o meno inconsciamente e in modo più o meno conflittuale, lasciano accadere tutto ciò o permettono che tutto ciò accada. Anche a loro, in certo modo, fa gioco da un lato non assumersi la responsabilità della paternità, dall’altro non confrontarsi con la complessità del femminile per giunta arricchito dall’esperienza della maternità. Sono maschi in certa quale misura predisposti all’assunzione di questo gioco relazionale: a loro volta, sono stati o sono tuttora coinvolti in dinamiche analoghe, oppure – al contrario –  da piccoli non sono stati adeguatamente accuditi, a volte hanno subito da parte della madre abbandoni o rifiuti o svalutazioni (magari a confronto con un fratello prediletto). In ogni caso, proprio per la storia che hanno alle spalle, questi padri – quasi sempre – non sono in grado né di vedere né, meno che meno, di prevedere e di evitare il gioco nel quale sono invischiati, così che finiscono inesorabilmente con il subirlo.

Quanto al figlio, per lui non si aprono molte possibilità: o subisce la madre e le sue proiezioni o si ribella in vario modo, cercando di sfuggirle.

Nel primo caso diventerà il bravo e gratificante esecutore delle aspettative materne, realizzando il progetto della madre ed esprimendone i valori più underground: per esempio, se la madre desidera la ricchezza e l’affermazione sociali non importa a quale prezzo, il figlio diventerà uno spregiudicato uomo d’affari o un politico ambizioso e senza scrupoli né di verità né di morale. Il prezzo di ciò sarà una vita senza vera sostanza, solo di facciata, sempre più bisognosa di conferme sociali, quasi la protesi esistenziale della vita della madre. Quanti potenti e potentelli escono da storie di questo tipo!

Nel secondo caso il figlio diventerà “il cruccio” o la “spina” della vita della madre, la fonte colpevole di ogni sua tristezza, la causa di ogni suo male, l’occasione di ogni sua lamentela più o meno esibita (e troverà sempre chi le dà ragione); ogni tentativo di svincolo o di allontanamento del figlio dovrà fare i conti con pesanti dinamiche di colpevolizzazione o di svalutazione materne;purtroppo la conseguenza non rara di tali dinamiche è il disturbo psichico (più o meno grave, a seconda di quanto nel gioco patogeno intervenga o meno il padre, con ulteriori svalutazioni del figlio, che non sostenuto neppure dal padre, sarà di fatto ributtato nei tentacoli della madre e nella regressione) e/o l’accadere di incidenti più o meno inconsciamente suicidari. Non è del resto rarissimo l’evento del suicidio vero e proprio. Più frequenti sono gli eventi depressivi o – al contrario – l’affermarsi sempre più pervasivo di disturbi della personalità narcisistici e/o antisociali (bullismo, violenza sociale gratuita ecc.). In alcuni casi il tasso di violenza accumulato da questi figli contro l’invischiante risucchio materno non imploderà nella negazione di sé (come nella depressione o nel suicidio) né esploderà contro i valori, le cose o le persone, ma potrà dirigersi contro la stessa madre, picchiandola o forse uccidendola, come sciaguratamente dimostra il matricidio confessato due giorni or sono, il 13 settembre, a Bitetto in provincia di Bari, dove il 10 agosto un uomo di 44 anni (primogenito maschio, prima di lui una sorella) ha ucciso la madre di 75, con la quale abitava e con la quale da tutta una vita configgeva; con l’omicidio ha cercato probabilmente l’impossibile fuga dal suo potere.

Non penso che casi come questo resteranno isolati. Ogni giorno di più le nostre famiglie e – di conseguenza – le maternità stanno diventando uova dal guscio sempre più duro, dal quale inutilmente i pulcini cercano di uscire. L’uomo di Bitetto ha soffocato la madre, ha fatto fisicamente con lei quello che psicologicamente si è sentito fare da lei per tutta la vita: “Non ce la facevo più, mi rimproverava”, «Non ce la facevo più, era l´unico modo per liberarmi di lei, per salvare la mia vita. Mi ossessionava, mi stava sempre addosso, un rimprovero continuo».

Ma, proprio istigandone il matricidio, la madre di Bitetto continuerà anche da morta a trattenere il figlio e a rovinarne la vita. Come già si è detto parlando del delitto di Salsomaggiore l’omicidio tiene per sempre uniti in un insuperabile possesso la vittima e il suo assassino.

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4 Comments

  1. Mi sono riconosciuto nella sua lettera: mio padre, sempre assente già da prima della mia nascita, non lo sento parte integrante della mia famiglia (o quantomeno non l’ho mai sentito tale). Forse oggi cerco di prenderlo più in considerazione, di coinvolgerlo, sempre nei limiti del possibile, del “suo” possibile (lo sento buono e inoffensivo ma anche irraggiungibile e insipido, neutrale). Invece ho sempre avuto problemi relazionali con il mondo materno. Odio e amore, o meglio, odio e senso di colpa, pena. Infatti vedo mia mamma come una donna che ha sofferto tanto, che a sua volta tende a far soffrire. Che ama, ma che non lo sa esprimere “normalmente”. Credo che mi voglia molto bene, troppo. Sembra che mi ami quasi, ma non come figlio, come uomo. Un legame, con mia madre, che mi mette in un ruolo di dispensatore di vitalità, caricato quindi di aspettative, quasi come se dovessi colmare il vuoto che mia madre porta dentro di se. (spesso, da piccolo, chiedevo “cosa posso fare per te mamma?”, magari vedendola piangere o ubriaca). Lei ha problema di alcolismo, da sempre, che io possa ricordare. Questo, oggi che riesco a capirla e non giudicarla, mi fa vedere una donna, poi madre, che ha sofferto e che porta dentro tanto dolore. Ma per quanto tempo ho faticato a vederla sotto questa luce a causa dei continui litigi tra noi, della rabbia che provavo per lei? E oggi, che ho la possibilità di essere autonomo, indipendente, mi ritrovo ad essere confuso sulla sincerità della amore di mia madre, sul fatto che, forse, quell’amore esagerato non sia diventato una “dipendenza” e, anzichè spingermi lontano, mi impedisca di vivere pienamente la mia vita. Ho la sensazione che, andandomene di casa, è come se togliessi a mia madre l’unica ragione di vivere (o meglio, di sopravvivere). Ma è anche vero che restando, è come se sacrificassi la mia vita alla sua. Questo è in breve quello che sento. Chiedo: come, questo tipo di rapporti, possono trasformarsi in un peso per la vita di un ragazzo? Come agire in queste situazione (e non reagire alla relatà)? C’è qualche testo che tratta di realtà simili? Grazie

  2. Caro Alessandro, grazie per il commento. So quanto faticoso sia nella sua situazione aprirsi e chiedere aiuto. Bravo.
    Di quali “meccanismi” vorrebbe sapere di più? Mi faccia magari un esempio, così che io possa capire bene che cosa vuole sapere esattamente. Nei limiti consentiti dal Blog cercherò di risponderle. Le ricordo tuttavia che in situazioni come quella a cui lei accenna importa non tanto capire quanto cambiare. Per questo sarebbe utile che lei si rivolgesse a un collega nella sua zona, magari di formazione sistemica, così da potere essere seguito passo passo nel suo cammino.

  3. Salve. Utilizzo questo spazio non tanto per commentare il testo che parla del rapporto della donna (madre) con gli uomini (in particolar modo con il proprio figlio e il padre), quanto invece perchè, essendomi riconosciuto in quella situazione, mi piacerebbe prendere coscenza di alcuni meccanismi che, pur non volendo, condizionano la mia vita (o almeno lo credo) di figlio che vive in casa con la propria madre (la cui storia potrebbe essere un capitolo a se). In questi giorni, oltrettutto, sto riflettendo se uscire di casa o no (..se ascoltassi il mio cuore, non dovrei pensarci più tanto, credo). Quindi la ringrazio per la lettera che spiega tanto bene quello che accade nelle famiglie a due (madre e figlio), dove, senza apparenti motivi, il figlio prova rabbia per la propria madre. Grazie anche per un’eventuale risposta

  4. caro GIGI quando leggo i suoi scritti penso a come sarebbe bello se un elettrodomestico come la televisione, alla quale paghiamo il canone invece di imbecillirci con spettacoli dementi tipo grande fratello ,isola dei famosi e quant’altro proponesse serate dove una persona come LEI con le sue esperienze il suo sapere, la sua umanita ci raccontasse i danni che quotidianamente l’essere umono provoca .Di sicuro tutta l’umanita’ne gioverebbe un abbraccio fortissimo GABRIELLA


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