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Category Archives: morale e psiche

Dal mio solito amico ricevo queste domande:

Dottor Cortesi,

qual’è la sua valutazione, da psicoterapeuta della scuola sistemico-relazionale, del caso di Pietro Maso, libero dopo 22 anni di carcere? Ho visto il ragazzo, che a vent’anni uccise entrambi i genitori, oggi un uomo di 44 anni, uscire dalla prigione e allontanarsi da solo, senza particolare entusiasmo, guardandosi attorno smarrito e quasi assente. Che cosa è rimasto della sua “relazione” con i genitori. Cosa pensa quando è solo? Che cosa crede ci sia nel profondo della sua psiche? E perché una persona così sembra volere affrontare di nuovo la vita e non è schiacciato dall’istinto del suicidio, mentre si abbandonano a questa prospettiva imprenditori falliti e manager corrotti?

Non so se Pietro in carcere abbia o non abbia usufruito del proprio diritto a essere aiutato, se abbia o meno fatto un percorso terapeutico e, qualora l’abbia fatto, che tipo di approccio sia stato seguito e che qualità di intervento ci sia o non ci sia stata. Secondo quanto si sa delle carceri italiane, è difficile sperare più di tanto. Quasi sicuramente – temo – non è stato seguito un approccio sistemico, dato che, a quanto vedo, difficilmente la stampa, le istituzioni e, in queste, la magistratura ricorrono oggi a professionisti di scuola sistemico-relazionale; a quanto vedo, molti magistrati manco sanno di che cosa si tratti. Si tratta invece dell’approccio più ad hoc per casi come quello di Pietro (o, per citare altri esempi conosciuti, di Erica di Novi Ligure o della mamma di Cogne o della zia e cugina di Avetrana); si tratta di un approccio prezioso e unico, capace, oltre che di risolvere situazioni, anche di capire e, ancora meglio, di prevenire tragiche situazioni, quali quelle appena ricordate. Penso, in particolare, a quante dolorose situazioni familiari e di coppia verrebbero risolte o evitate se, nei confronti dell’approccio sistemico-relazionale, non ci fossero ignoranza e preclusione ingiustificate.

Data la mia ignoranza del caso Maso, le considerazioni che seguono non possono non essere che di massima; sarebbero le considerazioni di partenza dalle quali sarei partito io, se avessi dovuto prendermi cura di Pietro.

Di sicuro Pietro era all’interno di una famiglia caratterizzata da “giochi psicotici” (l’espressione è di Mara Selvini Palazzoli), cioè da dinamiche relazionali disfunzionali che durano da almeno tre generazioni e che hanno il loro fulcro nello stallo relazionale della coppia coniugale-genitoriale (marito-moglie e padre-madre) dei genitori di Pietro. Senza spesso rendersene minimamente conto (pensando anzi di essere buoni genitori e buoni coniugi e venendo molte volte considerati tali da conoscenti, parenti e amici), di solito queste coppie usano i figli e la propria funzione genitoriale come alibi per non vedere e per non affrontare lo stallo relazionale di coppia; di fatto hanno bisogno di fare i genitori ad oltranza, di restare genitori per sempre, perché altrimenti dovrebbero affrontare il problema della loro situazioni di coppia, cosa che, a causa della storia familiare e delle carenze individuali, non sono assolutamente in grado di fare senza l’aiuto di un’adeguata psicoterapia sistemica. Sono genitori che, letteralmente, si buttano sul figlio (o sulla figlia) proiettando su di lui i propri bisogni non risolti, le proprie frustrazioni, caricandolo delle proprie aspettative, senza mai davvero amare il figlio per quello che è e per come è, senza mai davvero tenere conto di che cosa il figlio (o la figlia) abbia davvero bisogno, di quali siano i suoi vissuti, i suoi desideri, i suoi affetti, la sua età, le sue dinamiche evolutive, il suo senso della vita e della felicità. Spesso, senza mai davvero amarlo, lo controllano o, all’opposto, lo lasciano nella indifferenza assoluta, magari coprendolo di regali costosi, di vestiti firmati, di livelli di vita assurdi. Sono situazioni molto diffuse, fino a rasentare una epidemica “normalità”; se ci penso, mi stupisce non tanto il fatto che ci siano casi come quello di Pietro o di Erica o di Ferdinando Carretta (a Parma uccise padre, madre e fratello), quanto il fatto che questi casi così siano pochi. Penso che siano pochi, perché oggi la crisi familiare è più implosiva che esplosiva (ho titolato Implosione l’ultimo mio libro su famiglia, società e politica); penso siano pochi perché oggi a soccombere è quasi sempre il figlio (o la figlia), travolto dai giochi malati della famiglia e, a causa di questi, spinto nell’abisso della psicosi, della schizofrenia, della anoressia, della bulimia, delle dipendenze più devastanti, dei disturbi di personalità. Ma nessuno o quasi parla di ciò come dell’estremo opposto (ma di pari peso) dei casi di Pietro o di Erica o di Ferdinando. So di essere estremamente provocatorio nel dirlo, ma non so chi stia peggio tra, di qua, Pietro Maso che uccide i genitori e, di là, un figlio schizofrenico o una figlia anoressica che sono uccisi psicologicamente dal “gioco psicotico” familiare.

Se penso che difficilmente in carcere questo uomo è stato davvero aiutato in modo corretto e adeguato, allora l’immagine di Pietro che esce dal carcere non mi dà tanto l’idea di un uomo che “affronta la vita”, quanto quella di un figlio che resta figlio per sempre e che per sempre resterà nella incapacità di crescere, di individuarsi e identificarsi, di amare e di essere amato: potrà sì lavorare, ma non crescerà; potrà sì fare sesso o procreare, ma non amerà e non sarà mai davvero amato. Certi genitori (e certi giochi familiari disfunzionali) sono ancora più micidiali da morti che da vivi, soprattutto se gli altri (la gente, l’opinione pubblica, le istituzioni, i tuoi stessi amici e parenti, i tuoi compaesani) continuano – e continuano!!! – a vederti come l’assassino, il mostro, il degenerato.

Né va dimenticato che, chi sta all’interno di giochi familiari psicotici e agisce-subisce fatti estremi quali l’omicidio o il suicidio, è come se vivesse un tempo fissato, bloccato. Come ho più volte scritto, chi uccide possiede per sempre la propria vittima ed è per sempre posseduto dalla propria vittima, è per sempre l’azione che ha compiuto. Molto probabilmente in fondo a Pietro c’è il bambino mai davvero amato che, con l’omicidio, trattiene per sempre in sé e con sé la propria mamma e il proprio papà. Qualora, ripeto, non ci sia stato in questi anni un adeguato intervento su di lui, il primo obiettivo terapeutico di un intervento su Pietro dovrebbe essere quello teso a portare alla luce quel bambino, a farlo nascere staccando il magico cordone ombelicale che , con il possesso omicida, lo tiene ancora legato ai suoi genitori. Paradossalmente si tratta di aiutare Pietro a “uccidere” davvero e finalmente i genitori; del resto ogni figlio, che voglia evolvere e diventare adulto, non può non “uccidere” i propri genitori, così da diventare figlio di sé stesso. Pietro o Erica o Ferdinando hanno ucciso i propri genitori fisicamente, proprio perché il gioco relazionale disfunzionale non permetteva loro di “ucciderli” psicologicamente staccandosi da loro, diventando autonomi, essendo sé stessi senza più dipendere da loro e dalla loro presenza. Pietro, Erica, Ferdinando hanno uccisi i genitori senza le virgolette, perché non potevano “ucciderli” con le virgolette, cioè all’interno di un corretto processo evolutivo di svincolo e di emancipazione. E, al di fuori della famiglia, nessuno ha visto la loro situazione, nessuno l’ha letta per quello che era, e nessuno li ha – nei limiti del possibile – aiutati. Nessuno, né i parenti, né gli amici, né le istituzioni. Prima che omicidi, Pietro, Erica, Ferdinando sono vittime della violenza e del gioco psicotico della famiglia all’interno della quale sono nati e vissuti; oggi rischiano di restare vittime della violenza e del gioco psicotico di un sistema sociale e istituzionale che, nella propria ignoranza del problema, rischia soltanto – divenendone complice ed esecutore – di continuare e amplificare il gioco psicotico e la violenza della famiglia di queste persone. È questo il grande rischio attuale: di uccidere chi non ha saputo “uccidere”.

Paradossalmente Pietro, uccidendoli, ha fatto e continuato il gioco dei genitori, li ha resi genitori per sempre, se li è per sempre caricati sulle spalle senza più poterli lasciare, mentre è diritto-dovere di ogni figlio lasciare i genitori (la Bibbia, più decisa e radicale, parla non di lasciare, ma addirittura di “abbandonare” e mette questo termine nella bocca stessa di Dio). Per questo dico che Pietro è ancora e inesorabilmente figlio, se non sarà partorito a sé stesso e alla propria autonomia di uomo adulto da una corretta psicoterapia.

Ripeto, non so se Pietro sia stato davvero aiutato in questi anni di carcere. Se, come temo, non lo è stato, penso che il suo vero carcere e il suo vero Calvario comincino adesso. Non si arrabbino i lettori, ma a Pietro vanno tutta la mia empatia di terapeuta e tutta la mia simpatia di uomo. Forza Pietro! Se nessuno ti ha ancora aiutato davvero, cerca aiuto. Esci tu dal carcere, quello vero.

Nelle domande che mi rivolge, il mio amico lascia trapelare la possibilità del suicidio. Spesso chi sopravvive giunge a simili azioni. In contesto per certi aspetti (solo per certi aspetti!!!) diverso è l’esito cui sono arrivati i sopravvissuti di grandi stermini o catastrofi, per esempio molti sopravvissuti alla Shoah, quali Primo Levi o Bruno Bettelheim. Non si scandalizzi il lettore: accostare gli autori di stragi familiari ai sopravvissuti alla Shoah non è sacrilega mancanza di rispetto o cinica assenza delle proporzioni. I sopravvissuti alla Shoah che si sono suicidati lo hanno fatto, a mio parere, quando e perché si sono sentiti non ascoltati e non creduti nel proprio urlo di testimonianza della tragedia, quando e perché non hanno potuto nascere dopo la sopravvivenza, quando e perché, per usare i termini di Primo Levi, hanno capito che restavano e di nuovo venivano sommersi senza potere mai essere salvati. Caro Pietro, non lasciarti sommergere.

Quanto poi al suicidio di imprenditori, manager o poveri cristi (vedi la coppia e il cognato di Civitanova Marche) aspetto nuove domande dal mio amico. Per ora mi limito a precisare, prima di tutto, che il suicidio non è un “istinto”, in secondo luogo che, a differenza di quanto si vuole fare o lasciare credere, non è la crisi di per sé la “colpevole” di questi eventi. Ma, ripeto, aspetto domande precise.

So da fonte certa (che – come spesso capita a chi è giornalista – non posso citare) che non è vero che parroco e vicario di Porto Garibaldi (Ferrara) non volessero negare l’Eucaristia al bambino disabile; a farli recedere dalla decisione presa sono state la ferma e sacrosanta reazione dei genitori e la indignata presa di posizione dei giornali e della rete. Altrimenti parroco e vicario avrebbero continuato a fare passare sotto silenzio l’intera vicenda, il che la dice lunga in primis sulla lucidità e sulla onestà teologico-pastorali dei due signori in veste talare e in seconda battuta sulla correttezza e dirittura morale ed etica dei giornali “cattolici”, che si sono comportati con diverse sfumature: dalla difesa a spada tratta di parroco e vicario da parte di alcune testate all’ambiguo ‘dico e taccio’ o ‘devo dire ma se potessi tacerei’ da parte di altre testate. Come cristiano mi sento umiliato e mortificato di fronte a tale comportamento della stampa cattolica. Dove sono finiti la fedeltà alla verità, il rispetto della parola vera, la testimonianza non negoziabile della verità? Questi giornali dovrebbero fare proprio quanto, con ben altro scrupolo morale, diceva a sé stesso san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (1, 17; traduzione CEI): “Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no»?”. Dimenticano che tradire la verità è tradire e uccidere Gesù, che è “la via, la verità, la vita”? Dimenticano quanto dice Gesù (Matteo, 1, 37): “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”? Pare proprio che per questa stampa, che si definisce “buona stampa”, ciò che conta sia non disturbare il quietismo sordo e cieco di grande parte dei propri lettori, non disturbare l’ansiolitica acriticità dei perbenisti cattolici e dei parroci che oltre a “non volere casini” sottoscrivono gli abbonamenti tra la sacrestia (che non paga l‘IMU) e l’oratorio (che non paga l’IMU). Stampa cattolica come lexotan, come tavor o, per dirla in modo per loro più trasgressivo, come cannabis delle coscienze, alla faccia di Gesù e di chi più gli è vicino (il bambino e il disabile)!

Patetico in questo senso il comportamento di Famiglia Cristiana, che in piena bagarre sulla Eucaristia negata non trova di meglio che aprire il proprio sito online parlando delle sofferenze di un povero padre affetto da figlio handicappato. Che messaggio complessivo ne esca lascio intuire a chi sta leggendo. Purtroppo più conosco il cosiddetto “mondo cattolico”, più mi convinco che a questo mondo il disabile serve solo come strumento di sofferenza salvifica per chi lo sopporta e gli vive accanto. Guai se il disabile chiede o – come osa? – pretende rispetto e considerazione umana o professionale pari a quelli dovuti al “normale”. «Se sei disabile, fa’ il disabile e lascia tranquilli gli altri», questo pare il messaggio che trapela più o meno esplicitamente dagli ambienti cattolici, a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. Se il disabile, chiede rispetto o riconoscimento delle proprie capacità non da disabile, sotto sotto viene trattato come un gay che chieda il riconoscimento delle coppie di fatto o del diritto alla genitorialità, sempre a detta di molti amici che hanno provato sulla loro pelle tutto ciò. «Come osano “esibire” la propria umanità?»: così viene letto ogni tentativo di affermazione non disabile del disabile. Il disabile non può né deve fare o essere altro che disabile! Non parliamo poi di un disabile che voglia parlare di teologia. Apriti cielo! A paragone l’omofobia nei confronti dei gay è acqua fresca.

Tornando al bambino cui è stata negata l’Eucaristia, altre considerazioni vanno ulteriormente notate e aggiunte a quanto ho già detto nel mio post Anche la chiesa discrimina i disabili? Pensieri a margine della cronaca: negata l’Eucaristia a un bambino disabile. Lo suggerisce bene Elena nel post Ancora sull’Eucaristia negata al bambino disabile: “Non glielo impedite!”.

Leggiamo bene Luca 18, 15-17 (confronta anche il sinottico Marco, 10, 13-16): “Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. Allora Gesù li fece venire avanti e disse:  «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà»”.

Da questa citazione di Luca emergono, a mio avviso, alcune affermazioni molto importanti:

  • E’ Gesù a volere che i bambini vadano a lui: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Ecco perché nel mio post precedente dicevo che l’Eucaristia in certo modo è risposta al Battesimo e suo compimento: come l’uomo nel Battesimo si immerge in Gesù, così Gesù nella Eucaristia si immerge nella umanità di ogni uomo che vada a Lui. Nella Eucaristia e con la Eucaristia Gesù fa esercizio di Incarnazione, diventando cibo, carne e sangue di ogni uomo. Negare l’Eucaristia significa perciò impedire a Gesù questo suo formidabile esercizio di immersione nell’umano e di incarnazione nell’umano;  
  • è Gesù a volere che ciò non sia impedito: “non glielo impedite”, dice agli apostoli. Non solo, dunque, è Lui a volere che i bambini vadano a Lui, ma è Lui a esigere che ciò non sia impedito dai vescovi (che, come ben si sa, sono i “successori degli apostoli”) e, di conseguenza dalla gerarchia ministeriale, dunque anche dal parroco e dal vicario di Porto Garibaldi. Gesù capovolge pertanto quanto è avvenuto nel ferrarese: il parroco e il vicario dovevano essere e sentirsi spinti a dare e a non impedire l’Eucaristia al bambino non dai genitori, dai giornali e dalla rete, ma da Gesù stesso. Mi si permetta qui di notare il vuoto di presenza da parte dell’autorità episcopale, che, in quanto continuazione dell’azione degli apostoli, sarebbe dovuta intervenire di persona, con piena e calda umanità, non impedendo che Gesù nella Eucaristia accarezzasse quel bambino. Dove era il vescovo di Ferrara, dove erano i vescovi italiani? Possibile che “Avvenire”, l’organo di stampa dei vescovi italiani, fosse più preoccupato di difendere l’indifendibile e di parare i fondelli di parroco e vicario che non a seguire la volontà di Gesù, che dice: “Non glielo impedite!”.  Povera funzione apostolica! Neppure le più becere logiche lobbistiche sarebbero scese a tanto. Povera CEI! Bagnasco, dove eri?
  • è Gesù a porre come modello di coscienza e di apertura coscienziale il bambino: “a chi è come loro appartiene il regno di Dio”; “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà”. Altro che “capacità di intendere e volere”! Come proprio solito, Gesù capovolge le logiche umane, soprattutto quelle delle dogane, dei controlli, delle patenti di idoneità o dei certificati di abilitazione umana. Gesù non dice al bambino di aver una coscienza già in certa misura adulta, ma – bene al contrario – dice all’adulto di accogliere il regno di Dio come un bambino, di essere come un bambino. Non dice al bambino disabile di essere almeno un poco adulto; al contrario dice a tutti gli adulti, al parroco e al vicario di Porto Garibaldi, al loro vescovo, ai vescovi italiani e in primis al Papa che è il primo vescovo di essere come bambini, magari cominciando da quel bambino disabile che con i suoi compagni va da Gesù nella Eucaristia e, con la Eucaristia, permette a Gesù di accarezzarlo di divina umanità, proprio come soltanto Gesù sa e può fare. Chi lo impedisce toglie umanità a Gesù stesso.

 

Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

Meglio una bella risata.

I sorrisi sono la stitichezza dell’allegria.

Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

Rita mi scrive: “A proposito di DNP, lei consiglia di stare alla larga da tali persone. Ma se tutti se ne vanno a gambe levate???”.

Dato l’interesse diffuso prodotto dalla sempre più frequente convivenza con la distruttività propria delle persone sofferenti di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD), ritengo utile dare visibilità alla risposta attraverso questo post.

Cara Rita,

se leggi bene i miei commenti, vedrai che ho consigliato di “andarsene a gambe levate” non a “tutti”, ma a un paio di persone che da tempo convivevano – subendola – con la grave distruttività di compagni sofferenti – a quanto risultava – da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), i quali non mostravano alcuna intenzione di farsi aiutare con una adeguata psicoterapia. Restare accanto a persone tanto distruttive senza che queste si mettano nella effettiva condizione di farsi davvero aiutare e possibilmente guarire, che senso ha? Non è puro masochismo? Non è complicità e collusione con la loro patologia?

Come terapeuta, quando si rivolge a me una persona disturbato da DNP, che voglia davvero farsi aiutare, io per esempio non me ne vado a gambe levate, ma la accolgo e cerco di aiutarla al meglio delle mie possibilità, pur sapendo quanto è difficile e – di solito – molto poco gratificante lavorare su persone colpite da questo disturbo. Quando, invece, a scrivermi è la vittima di queste persone distruttive, che – ripeto – non mostrino alcuna intenzione di essere davvero aiutate, è mio dovere etico e professionale – dovere sancito anche dal codice deontologico della mia professione – di aiutare prima di tutto il più debole, che, in casi simili, è la vittima indifesa della distruttività narcisistica fine a sé stessa.

Siccome, solitamente, vittima della distruttività di persone colpite da DNP è la donna, mi pare opportuna una breve aggiunta di riflessione.

La femminilità ha nel potere e nella capacità di trasformazione una delle proprie caratteristiche più essenziali, forse la più essenziale. Soprattutto quando ama, la donna accoglie l’umanità dell’amato, per restituirla trasformata, proprio come fa nella maternità con il seme maschile: lo concepisce in sé unendolo al proprio ovulo e facendone una creatura unica, con la gravidanza lo trasforma sempre più, lo partorisce poi dandolo come figlio al mondo e al padre. Accogliere, trasformare, dare al mondo sono un po’, in sintesi le tre dimensioni della capacità e del potere femminili di trasformazione.

Spesso, proprio questo potere e questa capacità di trasformazione rendono difficile alla donna l’accettazione della impossibilità di aiutare, sempre e comunque, la persona amata, fino al punto di farla sentire colpevole se la persona amata non cambia. Per questo al Sé femminile risulta difficilmente accettabile – come se in discussione ci fosse il proprio fallimento – l’impossibilità di trasformare l’amato, di cambiarlo, di guarirlo. Accettare questa impossibilità è questo uno dei limiti più grossi da accettarsi da parte del narcisismo femminile (quando in gioco c’è il Sé, si parla di narcisismo, non necessariamente intendendo ciò come patologia narcisistica), soprattutto quando si tratta di amore, evento che più di ogni altro coinvolge la profondità del Sé. Difficilissimo, dunque, per una donna innamorata accettare anche soltanto razionalmente l’impossibilità di amare persone quali possono essere quella disturbata da DNP o da altri disturbi di personalità o – altro caso frequente – da tossicodipendenze di area psicotica. Difficilissimo, ma purtroppo necessario. Difatti, a fronte di patologie siffatte, ostinarsi nell’aiuto può significare oltre che perseverare in una azione impossibile anche, come ricordo nella risposta a Rita, collusione e complicità nei confronti della patologia in atto, alibi e causa sia pure involontaria di gravi ritardi nella ricerca di vero ed efficace aiuto da parte della persona disturbata. In questi casi l’unico vero efficace aiuto nei confronti della persona amata è quello di andarsene.

Purtroppo, se e quando puree il narcisismo del sé femminile è disturbato (evento non raro), allora tragicamente il narcisismo disturbato di lui e di lei colludono, si alimentano e si legittimano a vicenda, in una spirale sado-masochistica spesso tragica, non facilmente arginabile o arrestabile, gravemente destabilizzante per entrambi e tragicamente patogena per i figli.

So quanto, anche in casi in cui a essere disturbato sia soltanto lui, per una donna innamorata sia più facile contestare la parola di un terapeuta che accettarne la diagnosi, la prognosi e il consiglio. È questa una delle ragioni che rendono difficile e non sempre popolare la mia professione. Ma non c’è professione – io credo – che possa o debba rinunciare alla verità.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Troverai anche altri tre miei libri.

 

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Due sono i tipi di maschi adulteri:

quelli che preferiscono tradire la propria moglie

e quelli che preferiscono consolare troppo le mogli altrui.

In entrambi i casi a perderci

è sempre e inesorabilmente

il vero amore.

 

 

Molte madri si lamentano perché le loro figlie adolescenti non aiutano in casa o sono indolenti o studiano poco. Quasi sempre si tratta di madri che non sanno che cosa sia l’adolescenza. La loro storia le ha, per una ragione o per l’altra, private dell’esperienza di questa età. Non sanno che cosa sia. Come possono capire la figlia, confermarla, starle vicino esserle complici e alleate, testimoniarle vicinanza e gioia?

Queste mamme hanno spesso alle spalle un rapporto con la propria madre difficile e conflittuale oppure formale e freddo. Molte di loro, soprattutto dopo l’arrivo di un fratello o di una sorella si sono viste – più o meno inconsciamente – scaricare addosso il padre, del quale hanno dovuto diventare la coniuge compensatoria, la consolatrice antidepressiva, la badante paziente. Se, invece, sono figlie uniche, di solito hanno dovuto arruolarsi nella carriera di brava bambina del papà e della mamma, di ragazzina “a posto” che mai esce dalle righe, di diligente studentessa che è l’orgoglio del papà e non rompe troppo le scatole alla madre, di ordinata giovinetta che mai o quasi ha messo piedi in una discoteca; mai hanno potuto vivere davvero qualcosa di sanamente trasgressivo, di veramente proprio, di giustamente sbagliato, di gioiosamente incazzato.

Di frequente queste madri hanno ingaggiato relazioni di coppia precoci con coetanei, che poi finiscono quasi sempre con lo sposare, più per stanchezza che per passione, più per inerzia affettiva che per autentico innamoramento. In questo modo, con alta probabilità, incappano in partner deboli, che, a propria volta, devono ingaggiare relazioni di coppia immature per compensare vuoti affettivi o per nascondere timidezze anche psicotiche.

Di rado la vita sessuale di queste madri è adeguata e/o soddisfacente. Anche qui, oltre al primo debole e spesso unico partner, di rado incontrano uomini con cui possano intrattenere un rapporto affettivo e sessuale davvero adulto. Facilmente incappano in abili narcisisti più pirotecnici che consistenti, più disposti a sentire sé stessi che ad amare una donna, meno che meno la donna, ancora meno la propria donna. Oppure finiscono con il praticare una specie di randagismo affettivo, che di avvventuretta in avventuretta e di inconsistenza in inconsistenza, le porta a un vuoto esistenziale e morale sempre più insignificante. Di rado conoscono il coinvolgimento vero e profondo, quell’orgasmo dell’anima che dà senso all’amore. Mai – quasi di certo – trovano nel partner un padre adeguato, in grado di fare con loro un buon gioco di squadra genitoriale, così he di solit si trovano a dovere da sole gestire l’intero o quasi della genitorialità, senza peraltro sapere e potere gestire né la maternità né la paternità.

Come faranno queste donne a capire e amare davvero la propria figlia, la sua adolescenza? Potranno al massimo preoccuparsi di lei o – peggio ancora – per lei, controllandola invece che esserle complici, criticandola invece che confermarla da femmina a femmina, inducendola a reagire incazzata piuttosto che essere il punto di riferimento e orizzonte di sicurezza.

Non aiuta mai in casa!”, “Non ha voglia di fare nulla!”, “Studia troppo poco!”, “Quanto è disordinata!”, “Risponde male, da villana e arrabbiata!”, sbottano con moralismo intransitivo più da suocere acide che da madri.

E perché mai dovrebbero aiutare in casa? Mica è loro quella casa. La loro casa sarà quella che, se riusciranno a uscire dalla palude di quella adolescenza e di quella madre, potranno fare con il loro compagno, mettendo su casa con lui. In una casa, che non sia la propria, è bello aiutare soltanto se ci si sente complici e amiche con la donna di quella casa.

E perché dovrebbero avere voglia di fare qualcosa? La volontà è sempre figlia della speranza (non a caso il termine greco elpìs, che indica la speranza è collegato con il verbo latino velle, che significa “volere”). Come possono sperare con una madre così pesante e, appunto, così es-a-sperante (che letteramente significa “lontano, fuori dalla speranza”)? Lo stesso dicasi per la poca voglia di studiare o di essere ordinata.

Quando i figli crescono e raggiungono età nella quali i genitori, soprattutto quello/a del proprio genere, hanno avuto difficoltà e subito ferite, allora i genitori vivono la ri-emergenza dei propri problemi non risolti e delle proprie ferite solo apparentemente richiuse. Allora i genitori o in coppia o da soli possono – grazie a una buona psicoterapia (loro, non del figlio o della figlia!) – sfruttare la preziosa occasione della pro-vocazione del figlio, per riprendere la propria evoluzione individuale, sciogliendo nodi dimenticati, affrontando la antiche ferite, colmando vuoti di esperienza e ricominciando a crescere. Fanno bene a sé stessi e non continuano a fare, involontariamente, danno al figlio o alla figlia.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

Riporto e poi commento qui il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

Il sogno, il desiderio, la volontà fanno sempre almeno un poco paura: è più facile temerli difensivamente che aprirsi alla responsabilità, al coraggio e alla bellezza di viverli (da La tenerezza dell’eros)

Diversità, handicap e “pietà pelosa”. Risposta al commento di Laura1

Che dovrebbero fare un uomo e una donna che sanno ballare, che amano ballare e sanno essere coppia nell’arte della danza, così come sono e per quello che sono? Dovrebbero chiudersi in casa rinnegando la loro arte, perché uno è senza una gamba e l’altra è senza un braccio? Dovrebbero impedire al mondo di essere sempre più bello e ai cuori delle creature di condividere la loro danza e la loro voglia di essere la comunicazione dell’amore? Perché? Per chi?

Allora ogni diversità potrebbe o dovrebbe percepirsi come handicap vergognoso, potrebbe o dovrebbe nascondere sé stessa, rintanarsi nel buio, vergognarsi di dire sé stessa e la propria gioia di danzare l’esserci e di respirare la vita. Uomini e donne dovrebbero nascondersi, in nome di chissà quale difetto, di chissà quale handicap, magari perché per qualcuno non sono belli da vedersi o non sono belli abbastanza. E chi è più bel ragazzo e più bella ragazza di due giovani che vogliano danzare la vita nella vita, non importa quante braccia o quante gambe abbiano?

Sai, Laura, che il confine tra limite e handicap è solo il nostro sguardo a segnarlo? Sai che nessuno nasce handicappato? Sai che “handicap” è una definizione sociale o culturale? Sai che handicappati si diventa soltanto se e quando si incontra uno sguardo come il tuo? Soltanto se e quando la maggior parte degli sguardi diventa come il tuo, incapace di vedere – prima di ogni sua diversità – la persona, quella persona? Soltanto se e quando un essere umano come te, non accettandosi, non accetta; non accogliendosi, non accoglie; non amandosi, non ama; temendosi, aggredisce; rifiutandosi, discrimina?

Questo blog chiede umilmente scusa a Laura e a tutti i fragili lettori dallo sguardo incapace di aprirsi. Chiede scusa, perché ha osato pubblicare l’intervista al diverso Pablo Pineda (Intervista a Pablo Pineda (in italiano)), che per indubbia provocatoria esibizione ha osato – lui, vergognosamente down! – diventare professore (Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda). Chiede scusa, perché, invece di denunciare tanta vergogna, si è incantato ad ammirare un prodigioso artista di strada che a Milano sulla via da san Babila al Duomo senza gambe palleggiava con maestria incredibile delle sue due stampelle una magica palla (c’è un artista strano). Chiede scusa, perché ama spudoratamente ogni diversità, perfino quelle dei caffè (Un buon caffè al Bar della Diversità), e ancora di più tutte quelle diversità umane che sanno giocarsi nel mondo, per farlo più bello, per aggiungere vita alla vita, gioia alla gioia, umanità alla umanità. Chiede scusa, perché, così facendo, ha messo temerariamente in crisi chi, non sapendo gustare il gioco, il mondo, la bellezza, la vita, non può sapere che si può essere sempre più gioco, sempre più mondo, sempre più bellezza, sempre più vita. Chiede scusa, perché ha indegnamente messo in crisi la normalità di chi non può essere altro che normale, di chi ha bisogno di essere normale, di chi teme di non esserlo davvero.

C’è spesso nell’animo umano il “bisogno” della compassione, della commiserazione, della falsa pietà o, all’estremo opposto, del rifiuto – nell’altro – di ogni debolezza, di ogni limite, di ogni diversità. È un “bisogno” importante, irrinunciabile, che serve a molte persone per illudersi di identificarsi e di sopravvivere: compatendo, commiserando, possono sentirsi buoni e bravi, degni magari del Paradiso; rifiutando possono sentirsi finalmente sani, belli, “normali”, omologati. Spesso è un bisogno talmente profondo e inconscio da essere rimosso o addirittura negato: è la dinamica della identificazione proiettiva di cui ho detto in un mio recente post (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso), spiegando che è propria di chi si difende proiettando sull’altro ciò che, senza poterlo ammettere, trova inaccettabile e vergognoso in sé stesso, degno solo di squallida pietà o di totale rifiuto. È un “bisogno” ormai talmente diffuso che, facendoci leva, si possono vincere persino le elezioni,

Se in gioco c’è questa dinamica, lo spettatore ha bisogno di definire la mera presenza del diverso una “esibizione” (vedi il mio post Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione), leggendola e interpretandola come “quasi offensiva”, come “spettacolarizzazione indebita”, come “provocazione” aggressiva. Allora l’altro, la diversità vanno respinti, nascosti o messi nel burqa discriminante e ghettizzante della compassione e della falsa pietà o in quello più esplicito e, a modo suo, più coerente, del rifiuto intollerante, magari fino alla catarsi della “soluzione finale”.  Chi voleva la “soluzione finale” di ogni diversità, è finito rintanato in un bunker, assediato dal mondo intero, sepolto sotto terra prima ancora di morire, avendo come proprio destino il delirio psicotico e il suicidio impotente.

 

 

 

 

 

Aforisma su buon umore e ottimismo

su buon umore e ottimismo

non si pagano ancora le tasse.

Essere depressi non conviene

neppure fiscalmente

 

 

Incesto e cecità degli individui e della società

Come bene avevano intuito gli antichi greci, la cecità, cioè l’incapacità di vedere, è la dimensione più propria dell’incesto.

Oggi tuttavia l’esperienza clinica e la sua elaborazione teorica ci permettono di meglio precisare la formidabile intuizione degli antichi. La cecità è non soltanto l’esito finale dell’incesto (Edipo si accieca dopo avere saputo dell’incesto con la propria madre Giocasta, dalla quale ha avuto quattro figli); ne è – ancora di più – la costante e la causa, in un circolo vizioso micidiale: l’incesto produce cecità, la cecità produce incesto.

Nella famiglia e fuori dalla famiglia nessuno vede. All’interno della famiglia la madre non vede l’incesto tra il padre e la figlia o tra il padre e il figlio (quando parlo di padre e di madre, li intendo in senso sia naturale che acquisito); il padre non vede l’incesto tra la madre e il figlio o tra la madre e la figlia. Identica cecità anche in ordine ad incesti che coinvolgano anche i nonni e le nonne con i nipoti o le nipoti, oppure i suoceri e le suocere con i generi o le nuore. Mi è capitato di vedere tutte le varianti possibili sia in ordine ai ruoli che alle età delle persone coinvolte. Eppure- sempre – il tutto avviene nella cecità più o meno assoluta: nessuno vede, nessuno vuole davvero vedere (per esempio, se e quando la terapia fa emergere l’incesto, cala o si estingue la motivazione terapeutica, quasi a dire: “vogliamo solo una terapia che ci permetta di continuare a non vedere, che di fatto legittimi il nostra non vedere”). Anche di fronte alla evidenza dei fatti, la prima reazione della famiglia è di non vedere o di negare l’evidenza o di sminuirne il più possibile l’ammissione. Gli stessi protagonisti, spesso, si convincono sempre più di essersi soltanto immaginati, forse di essersi solo sognati. É come se scattasse un corto circuito cognitivo: siccome non è possibile che una tale cosa avvenga, devo per forza essermela sognata, immaginata, colpevolmente sognata, colpevolemnete immaginata.

In atri casi, capita che la cecità assuma la forma della banalizzazione dell’evento, del suo significato, della sua portata: “in fondo che male c’è?”, “dove è il problema?”, “non abbiamo fatto del male a nessuno”. Ricordo la frase di una madre, quando seppe che il suocero-nonno per una notte intera aveva fatto sesso con la ragazzina di nove anni: “in fondo non le ha fatto male e poi lei era mezzo addormentata”.

Anche la società pare proprio non vedere. Non mi è mai capitato di sentire di insegnanti o educatori di vario tipo che si siano davvero accorti che un ragazzo o una ragazza stavano vivendo una esperienza di incesto. Eppure basterebbe poco per vedere o per potere vedere. Basterebbe dare alcune chiavi di lettura dei comportamenti. Ma – ecco il punto – nessuno si sogna di porre il problema e, di conseguenza, i rimedi, proprio perché nessuno vuole vedere, proprio perché la società e le istituzioni non vogliono vedere, i giornali non vogliono vedere e non ne vogliono parlare. Quando “scoppiano” casi innegabili (per esempio il caso dal padre austriaco che ha tenuto per anni e anni segregata la figlia, facendola più volte partorire o abortire), si tende a proporre il caso come del tutto eccezionale e mostruoso, come l’eccezione che esce da una normalità intatta e rassicurante.

Credo che proprio qui stia l’aspetto più grave del problema: il non vedere, il non volere vedere e ammettere la diffusione dell’incesto, la sua – oserei dire – “normalità”. Quando una violenza tanto grande tende a porsi come “normale”, a essere cioè di fatto ammessa e consentita, lasciata accadere, allora quella violenza è inarrestabile. Ciò che si lascia accadere alla fine non interroga più, non pone più problemi, non è più un problema. A lasciare accadere la violenza come se fosse normale riescono i nazismi e la barbarie quando l’ottundimento della coscienza e della morale sono tanto scontati e diffusi da diventare e da essere – appunto – normali, di fatto se non di nome.

Chi è coinvolto in situazioni di incesto è vittima e causa di deficit cognitivi rilevanti. Lo stesso non vedere di cui abbiamo parlato è già di per sé un deficit cognitivo. Ma qui intendo qualcosa di più profondo e grave. La condizione della conoscenza è la presa di distanza: se non c’è presa di distanza, non c’è conoscenza, si estingue la conoscenza: sempre più, sempre più diffusamente, sempre più profondamente, fino a toccare la capacità di conoscere non soltanto con la mente, ma con il cuore, con l’anima, con l’empatia, con lo spirito. Ebbene la prima presa di distanza, quella che dà l’imprinting e la stessa possibilità di esserci di ogni altra è quella dal genitore, dalla madre, dal padre. È proprio questa prima, decisiva, fondamentale presa di distanza a venire negata dall’incesto (non solo quindi da quello fisico, ma prima ancora da quello psicologico tipico di famiglie e di società che impediscono od ostacolo lo svincolo dei figli). Per questo l’incesto produce la morte della conoscenza, del conoscere, dell’evolvere. Per questo, se l’incesto diventa o già è la “normalità”, a essere in gioco sono non soltanto la coscienza e la conoscenza di alcuni individui, ma quelle della intera società o della intera civiltà. Allora il rischio è quello della neandertalizzazione dell’homo sapiens, quindi della sua estinzione. Già questo blog ha parlato di neandertalizzazione in alcuni articoli. A essi rimando.

 

 

Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.

 

QUESTO BLOG ADERISCE ALLO SCIOPERO DI PROTESTA CONTRO IL DDL ALFANO CHE IN MODO GRAVISSIMO IMBAVAGLIA I BLOG E UCCIDE LA LIBERTA’ DI PENSIERO E DI ESPRESSIONE

leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet

In greco antico il termine che significa “parlare” è agoreuo, che letteralmente indica “fare, vivere, essere piazza”. In grecia nasce la politica, proprio perché la piazza è il luogo decisivo della polis. Lì, come ancora oggi nei villaggi del mediterraneo, durante il giorno stanno i vecchi, depositari della esperienza. Il passo della loro istituzionalizzazione in Gerousia, l’equivalente del latino Senatus, è breve e fisiologico. Nel teatro poi la piazza e la politica troveranno il loro spazio critico, di mediazione e confronto tra l’opinione (la doxa) della polis e la verità (la aletheia) della acropolis, sede degli dei e del loro sacerdozio. Ma, prima di farsi tragedia o commedia nell’azione teatrale, la parola deve tutta giocarsi proprio lì nella piazza, soprattutto nei momenti delle decisioni forte e delle invasioni, quando in piazza arriva anche il resto del popolo, soprattutto i giovani. E proprio i greci scoprono quanto sia importante conoscere le logiche della piazza, i suoi tempi, le sue inerzie e le sue frenesie. La politica è in grande, basilare parte l’arte e la tecnica della piazza.

La piazza è il luogo della convergenza delle strade, il luogo forte dell’incontro tra le generazioni, il luogo delle partenze e dei ritorni. Per questo è il luogo principe della parola: perché è il luogo dell’appartenenza e della identificazione del Sé sociale, verso il quale convergono e trovano senso le appartenenze e le identificazioni individuali. Per questo la piazza e il luogo del potere essere, del potere esistere, del potere parlare, del potere confrontarsi avvolti dalla comune appartenenza alla parola e all’abitare.

La radice più forte della attuale crisi sociale sta nella caduta di tutte le “piazze”, che hanno nei decenni e nei secoli precedenti identificato i popoli e gli individui. Hanno perso sempre più valore i luoghi forti della identità: la stalla contadina, il cortile, l’osteria (chi non ricorda il ruolo dell’osteria nel Ferroviere di Pietro Germi?), il bar di Gaber o di Paoli, l’oratorio. Il mezzo televisivo (si badi bene: il mezzo, non i suoi contenuti) ha poco per volta desertificato tutte queste piazze, svuoltandole e rendendole mute e senza senso. Di questo ho parlato nel mio libro Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, pubblicato nel 1995, ma fatto da articoli della fine degli anni ’70. Non vorrei apparire immodesto, ma è un libro profetico: già più di trent’anni fa dicevo cose che molti sembrano intravedere soltanto oggi. Dicevo per esempio del gravissimo rischio della manipolazione politica elettorale insita nel mezzo televisivo (ripeto: nel mezzo più e prima di ogni contenuto). Ma soprattutto denunciavo l’azione deleteria della tivù in ordine agli spazi e ai tempi sociali, lo scippo relazionale che il mezzo televisivo fa della possibilità di comunicazione e identificazione, il condizionamento delle stesse strutture percettive e logiche. In particolare denunciavo la progressiva caduta di ogni sintassi logica e morale. Poi additavo l’attentato che il mezzo televisivo (ribadisco: il mezzo, non i contenuti) recava alla famiglia: rompendo la geometria relazionale della tavola, del letto, della cucina; rendendo gli uni estranei agli altri, ciascuno assorbito nel proprio unidirezionale ruolo di suddito del mezzo televisivo.

Oggi, io penso, uno dei grandi motivi di speranza è proprio internet. Con tutti i limiti che può avere, con tutta la sua ambivalenza di reale-virtuale, con tutto il rischio di potere essere una trincea psicotica dietro cui nascondersi e difendersi, tuttavia – a modo suo – oggi internet può essere una “piazza” o ‘inizio di una “piazza”. A differenza della televisione che permetteva – quale unica azione o interazione – il telecomando o l’avvio del televideo, internet permette si “connettersi”, “entrare”, “navigare”, “chattare” o “videochattare” per scritto o per parola, “postare” in blog o siti, spedire mail, telefonare gratis, scambiare e (formidabile!) produrre video o canzoni, stampare libri, comprare oggetti, organizzare viaggi e – importantissimo – leggere giornali stranieri, conoscere logiche e mondi diversi. Lo permette con confiini allargati all’inverosimile. Se uno sa l’inglese o altre lingue, poi i confini quasi spariscono.

Quando ritrova la piazza, l’uomo ha l’occasione di ritrovare la politica, quella vera, quella che può diventare il laboratorio del progetto, l’evento della decisione, la voglia della legge e del diritto, il motivo dell’appartenenza e della identificazione, l’inizio della speranza.

Per questo credo in internet, per questo credo in questo blog, per questo sono felice nello scrivere questi articoli e nel ricevere i vostri commenti e le vostre lettere. Mai ho potuto scrivere e pensare tanto liberamente come adesso che scrivo in questo blog e che penso per questo blog. Mai mi sono sentito tanto vero nel dire, libero nel comunicare, uomo in mezzo agli uomini, creatura felice di parlare.

Per questo sono strafelice nel sapere che Obama è stato eletto in gran parte grazie a internet e che in Iran internet per molti rappresenta un po’ quello che per molti italiani durante la guerra è stata Radio Londra.

Sapere che il governo iraniano di Ahmadinejad vieta l’accesso a Google dice quanto internet sia importante, quanto i motori di ricerca siano o possano essere anche motori di speranza e di azione politica.

Ma io voglio vivere in un mondo multietnico. La mia patria è l’incontro delle diversità, è il loro scoprirsi l’una il senso, la bellezza, la ricchezza, l’innamoramento dell’altra.

Voglio che i miei nipoti, pronipoti, propropropronipoti siano meticci, mulatti, neri, bianchi, gialli, rossi, tutti belli, bellissimi, ciascuno unico e stupendo come i figli degli incontri sanno esserlo. Voglio che la loro cultura esca dalla foresta generosa e feconda degli incontri tra le culture più diverse, dallo scrigno delle loro meravigliose e infinite ricchezze.

Voglio che il mondo sia una unica grande patria, dove nessuno è rifiutato o respinto o schedato o rinchiuso o bruciato o buttato a mare. Voglio che il mondo sia l’incontro, l’innamoramento, lo stupore, la curiosità attenta. Voglio che la vera grande risorsa sia la diversità. La diversità è come la verità, è come l’onestà morale e intellettuale: rende liberi. Senza diversità non c’è speranza, verità, amore, vita.

Voglio che tutto quanto ho detto sia il Grande Diritto di tutti e di ciascuno, voglio che sia un diritto come sono diritto l’aria, la vita, la bellezza, l’amore, il pane, la felicità, la gioia.

 

È in vendita

La tenerezza dell’eros.

Per informazioni su questo

e sugli altri miei libri

scrivi a gigicortesi@yahoo.it  

 

Grazie, Roberto

Stasera ho sentito su RAI 3 l’intervista a Roberto Saviano. Stasera sono felice. Stasera sono orgoglioso di essere uomo e italiano.

Grazie, Roberto.

AFORISMI SU GUERRA, IMBECILLI E VERITA’

 

  

quando comincia una guerra

la verità è la prima a morire 

  

 

solo i bambini

sanno davvero giocare alla guerra

i criminali e gli imbecilli

sanno solo farla

 

 

 

AFORISMI SULLA LIBERTA’

 

 

dolore e libertà hanno tra loro

legami profondi

  

 

se non pensi alla libertà

il dolore non ha senso

 

 

quando si ha paura delle parole

si finisce con l’essere schiavi dei fatti

 

 

solo chi ha paura di vivere

ha bisogno di controllare il mondo

 

 

l’unico modo di vivere la libertà

è conquistarla

 

 

chi scappa

non si allontana mai davvero

 

 

spesso chi è schiavo

non vuole essere né libero né liberato