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Monthly Archives: aprile 2009

amo la sera bere mezzo bicchiere

di vino buono e tosto

con qualche bel boccone di pane

di quello fatto in casa e con la crosta

 

faceva questo rito mia madre

dopo una giornata di lavoro e di utopia

con me accanto che guardavo

 

mio padre era lontano e andava

a vender vino agli altri per commercio

 

l’anima rossa di mia madre

è ancora lì

dentro a quel vino che carezzo

con l’ultimo boccone di pane

 

 

 

 A mia madre

E ancora ci rivedremo

io e la tua mano possente

(e pur così piccola e cara

e vanitosa d’anelli d’azzurro e d’oro)

e mi spingerai ancora nella vita

con la violenza di un parto ripetuto,

con la violenza della vita,

quando senti nel limite l’assoluto

quando senti come tu sola senti,

e sei tempio e sei annuncio.

 

Mi hai insegnato a non rinunciare mai,

a sentire la poesia nel vero, là dove i gabbiani

sanno, loro soli, volare

sulle acque livide, incredute,

sulle tenebre scure delle notti assolute.

Mi hai insegnato a portarmi dentro

le tensioni delle albe, quando la luce è faticosa

e s’apre a pena sulle giornate,

ma già lo stupore ha deciso e agito,

già i cammini sono indicati e già l’affetto è sicuro.

 

Sono tornato una sera a camminare

nel nostro paese dalle strade sole come sempre

e freddo ancora d’inverno;

ti ho risentita, lì, come una giovinetta,

che, con me, riscopriva il passato.

 

scritta nel 1981 a pochi mesi dalla morte

 

 

 

Nuvole sotto, nuvole sopra,

nuvole dentro, nuvole fuori,

nuvole sono, nuvole sei,

nuvola Dio, nuvola l’uomo.

 

Un cielo terso che senso ha?

 

 

 

 

Come saranno degli svizzeri i sogni?

 

Sapranno sognarli i sogni?

 

Sapranno dalle casse dei loro orologi,

dai buchi dei loro formaggi,

dai loro santi caveaux

sapranno, che dici?,

 

lanciarsi sulle nuvole, e squarciare gli spazi,

ed entrare nel sole

e dei simboli vivere il vibrante rinvio?

 

Forse umane sono le loro notti di lago,

 

quando là tra i boschi la Suisse aussi

qu’elle est belle! N’est-ce pas, monsieur l’Abbé?

 

 

 

esisteva un mago strano

conosceva le parole una a una

abitava le montagne

 

un giorno si innamorò

– lui l’incauto –

di un silenzio detto per caso

 

 

Mondo di Dio e mondo degli uomini

Il mondo di Dio non ha confini o guardiani: è stato facile uscirne, come ben sanno Adamo ed Eva.

Il mondo degli uomini, in cui gli uomini vogliano stare o re-stare (cioè continuare a stare), esige passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno. Chi sui confini li rilascia, cioè i guardiani del mondo, di solito non ama il mondo e non ne conosce la gioia. Chi difende, non ama. Chi impedisce, non ama. Chi controlla, non ama. E chi non ama, non sa né gusta la gioia.

Chi conosce la gioia, chiama alla festa, sa la condivisione, gusta l’incontro e la diversità, perché è festa, è condivisione, è incontro e diversità.

I guardiani del mondo non amano né chi entra, né chi sta o re-sta, né chi esce. Vogliono loro decidere chi possa o debba entrare, stare, re-stare o uscire. Decidere per gli altri e sugli altri è il loro modo di possedere un mondo che non amano.

C’è poi il mondo che, da in-amorati (cioè da coloro che sono dentro l’amore), siamo nel “tra” della relazione d’amore. Lì non entriamo, né usciamo. Lì non stiamo, né re-stiamo. Lì – semplicemente – siamo.

Come ben sanno gli in-amorati, oggi l’unico modo di ritrovare il legame con il mondo di Dio è quello di essere – nel “tra” della relazione d’amore – il mondo, così che Dio possa – Lui! – entrare, stare e re-stare con noi. Gli in-amorati non esigono passaporti, certificati di nascita, permessi di soggiorno, meno che meno li esigono da Dio. Gli in-amorati sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Lì, con loro e grazie a loro, Dio può con gioia riprendere e continuare la Creazione.

 

 

 l’intelligenza arriva prima

degli occhi e delle orecchie

 

 

neanche il cervello di mille Nobel

sa capire e sentire

quanto la pancia di una donna

 

 

 

il tempo e lo spazio

l’uno nell’altro sono esplosi

e poi di nuovo implosi

e poi rapiti e da capo smarriti ed ancora stupiti

 

è stato oggi alle tre

 

quando l’anima di un tuo bacio

violenta

li ha obbligati al nome

e al senso

 

 

 

ho preso lo spazio e gli ho detto

“su, diventa piccola casa”

 

poi ho preso il tempo e gli ho detto

“su, fatti giorno e notte”

 

e nella piccola casa te ho portato

e giorno e notte ti ho donato

 

 

poi ho preso un poco di lago d’argento

poi una valle aperta e magica e bella

poi il tutto ho posto

in cima al monte che si specchia nel lago

 

lì ti ho portato una sera di luna

 

e lì nella piccola casa

lì nello spazio racchiuso

abbiamo baciato il tempo

e carezzato le storie

e dolcemente abbracciato le epoche

 

 

 

 L’ autobus si fermò.

Era in orario.

Salì un vecchio

ch’era in ritardo

con la vita.

Il tempo non capì più

che cosa dovesse fare.

 

Gracchia la rana, razzola il maiale,

anche l’asino si mette a scalpitare.

 

 

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

Sarà il confine, come sempre, luogo e tempo del vero:

lì le risposte avrò,

e le ricerche saranno il loro senso.

 

Lì, sul confine, delle leggi saprò la radice antica,

quella cui Socrate sacrificò la vita

e che sorelle dice e terra e nuvola.

 

Lì vedrò Orfeo che ancora canta il disperato amore

e, con lui, Psiche curiosa.

 

Lì dell’amore gusterò il vero e forte annuncio,

quello che già con te vivo,

 

quando, di sotto in su lo sguardo al tuo occhio levando,

 

ricomincerò con te, come ogni mattina,

il nostro linguaggio a sussurrare.

 

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

lì come sempre

saprò la tua bocca

bacerò le tue parole

bacerò i tuoi baci

 

non guardare le mie notti

non sono come le tue abitate

dalla santa luna

né come le tue sanno

l’arte vitale del serpente

o del coniglio l’attento tremore

o d’ogni altro animale il tranquillo accordo

con il pallore della notte

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

e cominciano gli altri

lì come sempre

sta la mia dimora randagia

 

so che le cose non sono le cose

so che in ogni paralisi

vive rannicchiato un simbolo

 

so che gli occhi

hanno ciascuno la propria pupilla

e sanno – ciascuno – attingere

l’eterna riconoscenza

 

ma temo e odio e amo e tremo

di non riuscire

 

bacerò le tue parole

con questa voglia di morire

con questa voglia di finire che abita

vestita di colpa e di gioia

il confine

 

c’è in te la memoria presente vivente

dell’antico-sicuro potere

del fuoco e della rugiada

delle grotte e delle redenzioni

 

tu regina di ogni mio abisso

non guardare le mie notti

nel tuo antico potere accogli la paura

abbraccia i miei No di stupido saggio

 

tu bianca e tutta oscura

dà al mio limite

l’oltre che ogni limite annulla

 

 

Come è l’uomo del narcisismo postindustriale

Già da almeno un paio di decenni gli studiosi dei grandi cambiamenti umani (psicologi, sociologi, esperti della comunicazione, antropologi, filosofi) avevano previsto quanto purtroppo sta puntualmente avvenendo: che la tipologia media dell’indivduo sarebbe stata caratterizzata da tratti narcisistici sempre più pervasivi e patologici. Il ’68, tutti gli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono stati abitati da personalità edipiche, caratterizzate dai grandi conflitti tipici delle personalità di area nevrotica: tra dovere e piacere, tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra autorità e libertà, tra pubblico e privato, tra sociale e istituzionale, tra ideologia e potere, tra emozione e scienza, tra appartenenza e militanza, tra ideale e materiale, tra fantasia e progettualità. Era come se continuamente due immensi oceani entrassero tra loro in contratto e in conflitto, per usare, allargandola, l’efficace immagine che Giovanni Moro (Anni Settanta, Einaudi, 2008) usa come emblematica in particolare degli anni settanta.

Oggi è tutto diverso. Con il crescente sviluppo e rafforzamento della società del terziario postindustriale, si viene affermando e diffondendo un tipo di personalità dal Sé debole o ipertrofico, comunque squilibrato, incapace di incontri, coinvolgimenti e affetti profondi. Con impressionante velocità, la comunicazione interpersonale aumenta quantitativamente e diminuisce qualitativamente. I vissuti e l’espressione sia delle idee che dei sentimenti e delle emozioni divengono sempre più paratattici: si perde la percezione della diversità tra un’idea e l’altra, tra un sentimento e l’altro, tra una emozione e l’altra; si perde soprattutto il rapporto di continuità e di valore che lega o dovrebbe legare tra loro idee, sentimenti, emozioni. Conta solo l’adesso, l’ hic et nunc: quello che penso adesso, quello che sento adesso, quello che provo adesso. Non importa se, dopo un nulla, la penso esattamente al contrario, odio quello prima amavo, voglio quello che un attimo fa rifiutavo. Poco alla volta la capacità affettiva si svuota, appare inutile, inefficiente, stupida. Conta l’istante e l’affermazione (o la negazione) di sé nell’istante. Non ci sono più sintassi, fuochi prospettici, sogni, ideali. Meno che meno nel segno del conflitto.

I conflitti, a modo loro, presuppongono continuità, durata, ostinazione. Ora i conflitti sono sostituiti da esplosioni improvvise, apparentemente insospettabili, da acting out incontrollabili. Tra un’esplosione e l’altra, tra un acting out e l’altro la sordità immensa e ovattata della bonaccia, l’avvicendarsi di istanti senza storia, di sentimenti senza passione, di emozioni senza profondità.

Il giorno e la notte tendono a rovesciarsi, senza tuttavia mai perdere il crescente senso dello spaesamento. L’angoscia, la paura, il “magone” si fanno sempre più grandi e indeterminati, senza contenuti precisi, come uno sfondo ogni istante tanto più minaccioso e opprimente, quanto più inafferrabile e devastante.

In quanto mi toglie dalla signoria dell’istante, l’altro è il nemico: ogni sua diversità mi produce solo fastidio e insofferenza. Ma è un nemico di cui l’istante dopo non mi interessa nulla. L’altro conta solo perché mi serve adesso, in quanto mi serve adesso; per il resto non me ne frega nulla, neppure continuare a odiarlo o a combatterlo. Dopo l’esplosione che vorrebbe distruggerlo (o santificarlo), l’altro non esiste.

Dire oggi parole come “razzista”, “irresponsabile”, “delinquente” non ha lo stesso senso che poteva esserci venti o trenta anni fa. Chi ora è razzista, fra un istante può inneggiare a Obama; chi la sera prima guidava ubriaco, il giorno dopo può da volontario guidare l’ambulanza che salva un moribondo; chi oggi mi aiuta a salire le scale, domani mi può ammazzare per un parcheggio contestato.

Questa è la società paratattica del narcista postindustriale. Questo è e può ogni giorno di più essere l’uomo d’oggi, un uomo senza più alcuna dimensione.

Quanto viene affermato ora, è negato l’istante dopo. E quanto nego in me, lo proietto sull’altro, identificandolo in lui. La “negazione” e la “identificazione proiettiva” sono le due dinamiche tipiche della psiche caratterizzata da un Sé fragile e/o malato, proprio a partire dal disturbo mentale che va sotto il nome di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Il DNP è e sarà la patologia psichica sempre più diffusa.

 

 

AFORISMI SULLA DONNA

 

 

una donna sa di essere guardata, desiderata e amata

un uomo quasi mai

  

 

il dubbio e la curiosità

sono la prima gravidanza di una donna

 

Dove e come trovano culla l’infantilismo e l’incesto del maschio, con possibilità di pedofilia 

Solo quando la madre muore alla propria funzione materna, il figlio può nascere come uomo e diventare adulto. La persistenza della funzione e della presenza materne lasciano il figlio bambino, rendendolo incapace di affrontare il confronto con gli altri maschi, la conquista del mondo, l’identificazione di un territorio e di una identità proprie e nuove, la capacità di approccio e di conquista della femmina esterna e adulta. Questo maschio-bambino tenderà a mantenere fisso lo schema infantile secondo il quale è lui a dovere essere inseguito dalla donna-madre; incapace come è di approcciare e conquistare la donna, ripiegherà su donne deboli e infantili, che lo subiranno continuando a inseguirlo con masochismo intrascendibile, o su donne manipolatrici, che lo useranno con modalità sadiche e/o anaffettive.

Oppure sfogherà la propria sessualità immatura e impotente su femmine interne al territorio: la figlia, la sorella, la madre, la nipotina, la piccola indifesa vicina di casa. L’incesto è l’esito obbligato, cui giungono maschi incapaci di approcciare e conquistare una donna che non sia all’interno del territorio o che, comunque, sia una donna emancipata e adulta.

Incesto e pedofilia incestuosa saranno dunque lo scenario tipico di questo maschio1. La sua sarà una sessualità di “sfogo”, agita all’interno del territorio di riferimento, limitata al bisogno di svuotarsi dalla tensione della propria ansia agorafobica, così che “dopo” possa ancora di più e ancora meglio re-stare (cioè continuare a stare) nel proprio infantilismo impotente.

Se la madre re-sta madre, il figlio re-sta figlio. La maternità non è una identità, ma una funzione (so quanto questa affermazione sia del tutto controcorrente, ma deve essere fatta). Come tale, se è bene esercitata, finisce. Come una gravidanza non può né deve essere superiore ai fisiologici nove mesi, così la funzione materna non può né deve re-stare a oltranza. Se ciò accade, si tratta di una maternità non corretta, patogena e/o patologica, che, come si è detto può produrre incesto e pedofilia.

A monte di maternità di questo tipo ci sono coppie del tutto inadeguate, incapaci di vera autentica genitorialità. Dunque primo e vero responsabile di maternità inadeguate è non il padre o la madre, ma la coppia nella propria incapacità genitoriale.

 

 

 

1Solo una acritica mentalità omofobica può identificare pedofilia con omosessualità.

A Rosi la bella

 

tu sei bella perché sei tu

 

non è il tuo bel viso a farti bella

sei tu a fare bello il tuo viso di rugiada perfetta

 

non sono le stupende tue forme di femmina

a dirti irresistibile

sei tu a dire irresistibili le tue forme

e la femmina

e lo stupore

e la luna

 

non è il tuo sesso di marea e d’oceano

a dirti vita

estasi

amore

sei tu a dare nome al sesso

estasi alla vita

amore all’amore

 

non è il tuo amare a crearti unica

sei tu a creare unico ogni tuo amare

 

non è la tua vita a essere

sei tu che fai vivere l’essere

essere la vita

 

 

le forme delle dee

i visi delle madonne

il sesso delle femmine

gli amori tutti

le vite degli esseri

l’essere dei respiri

il respiro dell’essere

i sospiri della Creazione

vengono stupiti da te ogni mattina

 

ogni mattina supplici

di sotto in su

ti guardano

il tuo sguardo attendono

bellezza attingono in te

 

anch’io ogni mattina

non supplice

abito il tuo sguardo

sono il tuo bacio

da rospo divento e sono

il principe più bello

 

 

Aforismi di Pasqua

 

importa non tanto che noi crediamo in Dio

quanto che Lui creda in noi

 

 

sulla gioia non si pagano ancora le tasse

 

 

scandalo non è la vita che risorge

scandalo è la vita che muore

 

 

 

Sabato Santo – In absentia Domini

“Erano lì, davanti al sepolcro”

 

 

ma la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

nel vuoto del Simbolo

agisce il Simbolo

 

e tu sei il Simbolo

 

e i cammini folli delle morti

scavi e ripercorri e rinvii alla vita

 

e – morto e assente – sei mangiato e bevuto

e dai la vita

 

et tu in absentia praesens per nos personare vis

 

tu che la canzone hai del Pane e del Vino nelle tue carni

e quella canzone sei

 

Venerdì Santo – In passione Domini

 

“e Gesù, emesso un alto grido, spirò”

 

e il Simbolo muore

e dentro a sé stesso è gettato

e dentro a sé stesso implode

 

nell’estrema asfissia

dentro all’ultimo urlo-voragine

è risucchiato Dio nell’uomo

e l’uomo in Dio

 

come nel bacio tra Maria la Fanciulla

e lo spirare di Dio

in lei innamorato-morente

 

Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda

Clicca qui => http://www.youtube.com/watch?v=DH87iH9TESU

dal convegno internazionale

“L’Emozione di Conoscere e il Desiderio di Esistere”

organizzato dall’Università degli Studi di Bologna nel 1999

(traduzione di Laura dal video messo in rete dal Professor Nicola Cuomo)

 

Nota di Laura: “Non se lo perda,il professore di Pablo, di cui parla anche nell’intervista, Miguel Lopez Melero!
Quando traducevo, lo sapevo che era un tipo speciale e anche pablo nel video precedente dice che è un fenomeno, ma in questo intervento al convegno “L’Emozione di Conoscere e il Desiderio di Esistere”è oltre che super per i contenuti, anche per la pièce comica che si viene a creare con la improbabile traduttrice spagnola….”.

 

La ragione per cui oggi mi trovo qui, è per raccontarvi di come la penso, del mio modo di sentire, delle mie emozioni, di ciò in cui credo, delle mie attitudini,del mio modo di intendere la vita, del senso dell’umano.

E sono qui per ribadire la necessità di conoscere, di comprendere, di valorizzare le persone speciali, anzi no!, eccezionali! Non abbiamo diritto di parlare di handicap, non abbiamo il diritto di parlare di deficienti !

La seconda ragione per cui sono qui, è per dire che nessuno di noi ha diritto di integrare nessuno e che dobbiamo lottare contro la segregazione! Per fare ciò è necessario un cambio di paradigma, nello stile di Kuhn, secondo la rivoluzione scientifica di Kuhn.

 ( Qui interviene il professor Cuomo a spiegare che : “il cambiamento di paradigma lui lo riferisce al filosofo Kuhn che dice che ogni scienza si chiude a un certo punto in un paradigma e non riesce più ad uscire,quindi ritrova la risoluzione del problema dentro sé stesso, Miguel dice che bisogna spezzare il paradigma e trovare nuove soluzioni”).

Siamo quindi dentro il paradigma dove si definisce la persona eccezionale: dalla medicina come un malato, dalla psicologia come un ritardato, dalla sociologia come un subnormale e dalla pedagogia come un deficiente ed hanno costituito un paradigma della deficienza , della “disability”, come dicono gli inglesi.

Bisogna cambiare, rompere, bisogna uccidere questo paradigma! E prendere coscienza che la cultura della diversità è la cultura della legittimazione della persona come persona vera! Dove la si rispetta e la si riconosce come persona. Dove si sottolinea la dignità di essere umano.

Ci ritroviamo allora in un altro paradigma! Dove la persona eccezionale non è un malato. Dove la psicologia evidenzia la differenza di ogni persona, la psicologia della differenza! E la sociologia evidenzia la “normalizzazione”, è la cosa più normale del mondo che esistano persone differenti!

La pedagogia si occupa allora delle competenze e si configura quindi un nuovo paradigma: il paradigma della diversità! Questo è il punto, trovare nuovi valori che umanizzino questo mondo disumanizzato. E qui vi invito alla riflessione per capire in che pianeta stiamo vivendo. Stiamo uccidendo il pianeta! E qui arriva direttamente il problema della cultura della diversità che sembra voler arrivare proprio a quello; sembra che la finalità sia l’uccisione del pianeta.

Tutti abbiamo invece gli stessi diritti e la stessa dignità di esseri umani. Per cui il problema della diversità non è quello di imparare a leggere e a scrivere. Le persone con handicap hanno diritto a non saper leggere e scrivere! Siamo di fronte a un orizzonte nuovo; è un’altra storia. Siamo di fronte alla doppia crisi in cui si trova il mondo, crisi umana, delle relazioni umane e crisi della natura. Questa doppia crisi si crea a causa della sregolatezza delle scienze naturali a svantaggio delle scienze sociali. In questo mondo tecnologico, in questo mondo dove non c’è più axiologia (n.d.t.: significa “filosofia dei valori”), dove  è cambiato il pensiero, le ideologie e l’economia, non esiste più un mondo di valori che non siano il denaro e il potere. Perciò, la cultura della diversità può quindi contribuire a risolvere questa doppia crisi.

E’ necessario costruire dentro al cuore di ognuno dei bambini e delle bambine del mondo, altri nuovi valori. E’ necessario recuperare i valori di verità, bellezza e bontà dell’illuminismo. Perché la modernità non si è ancora conclusa, ma nello stesso tempo ci siamo collocati dentro ad un post-modernismo e in un neoliberismo dove ci sono una serie di caratteristiche per cui si sta producendo una società non solidale, competitiva, ingiusta.

Come potremo umanizzare questo mondo disumanizzato?

Io propongo una scuola, una nuova scuola, che realmente rispetti la persona per come è.

Che formi persone libere, democratiche, colte ed emancipate.

 

 

Segnalo il seguente video http://www.youtube.com/watch?v=EGobklIYmEY (ringrazio Laura che me lo ha proposto). Si parla di un’esperienza sul lavoro, che, a mio avviso, merita di essere considerata.

In particolare mi hanno colpito due momenti del video:

1) quando si afferma che è la persona “disabile” a dovere comprendere la difficoltà del “normale”.

In tale affermazione mi pare trovare conferma un mio vecchio aforisma: chi è diverso conosce almeno due lingue. Se un “normale” conosce soltanto la propria lingua, no problem. Se un “diverso” non è più abile linguisticamente di un “normale”, per lui è la fine. Come dire: puoi essere “disabile cognitivo” (così, purtroppo, lo stesso video chiama la persona con sindrome down) solo se sei cognitivamente e linguisticamente più abile di un “normale”. Paradossale, ma vero.

2) quando si mostra la funzione di mediazione relazionale svolta dal prodotto in vendita.

Ogni relazione interumana è giocata sulla presnza di un oggetto di mediazione, per esempio quella tra la mamma e il bambino. L’attenzione data o ricevuta dall’oggetto di mediazione è il motore stesso della relazione. L’assenza o l’incapacità di attenzione della madre di fronte agli oggetti proposti dal bambino è, per esempio molto presente in relazioni che portano il bambino all’iperattività, con tutti i gravi danni che questo può produrre all’evoluzione del Sè del bambino e alla corretta strutturazione del suo narcisismo. Che persone considerate “disabili cognitive” sappiano non solo proporre oggetti di mediazione all’attezione del “normale”, ma addirittura giocare e gestire sull’oggetto di mediazione l’intera dinamica relazionale, torna a dirla lunga su chi è più abile e su chi lo è meno.

eraldo-pasqua1

Tanti auguri di Pasqua da me e da tre miei efficacissimi amici antidepressivi:

  1. l’arte pasticciera di Eraldo Gamba, un genio della pasticceria di Dalmine (BG),

  2. la sua simpatica allegria,

  3. le sue favolose e splendide sculture di cioccolato.

 

 

È in vendita

La tenerezza dell’eros.

Per informazioni su questo

e sugli altri miei libri

scrivi a gigicortesi@yahoo.it