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G. O.

 

Premessa

Una sera il professor Giorgio Milesi, di cui mi onoro d’essere amico devoto, mi sfidò. Mi diede un breve foglietto e mi disse: “Riesci a scrivere un racconto sulla base di quanto qui è indicato?”. Il contenuto del biglietto era questo: “G. 0. era sempre stato un uomo di fede. Una fede sofferta, combattuta, viva. Un giorno, anche spinto da vicende sue, abbandonò tutto, convinzioni, modi, pratiche religiose. Affrontò la sua vita unicamente con le sue forze. E ritrovò serenità, chiarezza e rispetto di sé.” Il seguente racconto è la risposta alla sfida.

 

G. O. viveva in tempi tenebrosi, nei quali non era né pensabile né possibile per alcuno manifestare la propria vera identità; uno di quei tempi in cui è più facile nascondersi, non essere, piuttosto che essere se stessi ed esistere nella propria piena e autentica nudità. Occorre allora una maschera; bisogna costruirsela con tale pazienza e arte, che tale esercizio finisce per essere lo specifico stesso dell’intelligenza o di quello che con tale nome si viene in siffatti tempi chiamando.

Era davvero difficile costruirsela quella maschera, quella parvenza d’identità. L’esistenza era tanto grama che si passava subito dal nascere all’esibirsi senza mai potere né sapere essere.

Per questo i più rapidi nelle deduzioni e i più radicali nelle conseguenze si erano scelti la maschera più efficace: erano diventati sigle. La sigla è tutto e niente, è essenziale e inconsistente, dice e tace. Che volere di più?

Era, così, che G. O. era divenuto G. O. e si chiamava G. O.; né mai G. O. aveva intuito potesse esserci altra identità per lui. E questa sua convinzione ormai era più che una fede. La fede è anche (o soltanto?) incertezza, inquietitudine, provocazione di sé e del mondo. No, questa non era una fede. Era troppo indiscussa, assiomatica, incrollabile; era come la non percezione del rosso e del verde in un daltonico al quale nessuno ha mai detto di essere tale. Non era una fede, era la sua stessa carne (ma una sigla conosce le vibrazioni e le identificazioni della carne?).

E poi che ne sanno le sigle della fede? Le sigle non hanno vicende, convinzioni, modi d’essere, pratiche religiose. E non affrontano la vita. Meno che meno sanno della serenità, della chiarezza, della coscienza di sé. Le sigle sono riduzioni: brutali, frenetiche. Stanno in piedi solo quando sono acrostiche, come certe insegne al neon che nella notte illuminano le vie delle città e degli anonimati.

E G. O., certe sere, stava in piedi solo se metteva la sua G. sopra la sua O. in un patetico acrostico inglese che gli diceva “Go! Vai!”.

Era diventato quasi un rito: come un appassionato di yoga, si metteva accanto al muro e, poi, su in verticale, a spingere la G. in alto. Certo non era facile tenersi lì così ritto. La O in basso non era l’ideale con quel suo pancione cilindrico più degno di un acrobata che di una povera sigla acrostico-dipendente. Fortuna che la O era puntata. E con un po’ di esercizio G. O. si era abituato.

Del resto per G. O. mettersi lì a mo’ di acrostico, se all’inizio era stato qualcosa fatto per curiosità, ora era diventato ragione di vita.

Più ancora, era ragione d’identità. Non poteva più pensarsi, leggersi, identificarsi in orizzontale. Con lui anche le sigle avevano acquisito la possibilità della posizione eretta; ma con tremendo orrore, con paura folle, tanto che ormai le sigle pensavano che anche per gli uomini (di loro si narrava qualche volta nelle sere d’inverno) l’inizio di ogni rovina e della loro stessa estinzione fosse l’acquisizione abituale della posizione eretta.

Anche G. O. era convinto di ciò. Come dubitarne? Non doveva forse dipendere da un muro per mettersi su in verticale? E quante cadute per riuscire a stare lì così! Eppure, eppure non sapeva resistervi. Almeno una volta ogni cinque giorni, ogni quattro, ogni tre, ormai tutti i giorni si metteva lì vicino al muro ed, assicuratosi che nessuna sigla fosse lì a vedere o spiare, dava vita al suo esercizio d’acrostico-dipendenza.

Era anzi diventato così bravo e spericolato che ormai poteva fare a meno del muro e, quel che più conta, fare a meno anche dei due punti dietro (o sotto) la G e la O. E così dritto come un fuso ogni giorno si metteva tutto in quel suo “GO” verticale che ormai come un imperativo categorico finiva, sia pure nel vizio e nel segno dell’originaria trasgressione, con il dare alla sua esistenza la parvenza quasi etica di una ascesi ben riuscita. “Vai!”, e G. O. andava a tutta per le terre e per i mari, per gli abissi e per le vette, per le appartenenze e per le solitudini. Né si fermava, se non dopo epoche ed epoche, quando finivano le notti ed i deserti, là dove la presenza di altre sigle avrebbe potuto tradirlo.  Temeva molto le altre sigle. Del resto come ci si può fidare di una sigla?  E lui, sigla, ben lo sapeva. La sigla è tremenda nella sua semplificazione. Rasenta l’inesorabilità della cifra. E delle cifre si può mai essere sicuri? Possono nascondere l’inverecondia riduttiva del sensale.

I tempi erano diventati ancora più tenebrosi. Il sole era disceso nella terra, una terra bulimica e sovrastante, che tutto assorbiva in sé. Ogni luce era come ferita, esangue, sempre più assente: qualche barlume persisteva, solo grazie all’arroganza e all’impotenza di una memoria che non sapeva più credere né a sé né al proprio contrario. E le sigle si convincevano sempre di più che l’unica possibilità di sopravvivere era la piatta, orizzontale esistenza della sigla, con tutte le sue lettere ben puntate l’una di fianco all’altra.

Anche G. O. aveva lentamente abbandonato le sue frenesie d’acrostico-dipendenza e si dava sempre più meccanicamente alla vita della sigla. Era per lui diventata una pratica così “totale” da essere davvero “religiosa”. Vedeva solo sigle, respirava sigle, cannibalicamente beveva e mangiava sigle. Frequentava naturalmente sigle  e solo sigle. E tutte orizzontali, soltanto ed inesorabilmente orizzontali. Del resto come si poteva più pensare al verticale? Il sole non c’era più. L’alto e il basso non potevano più essere pensati.

L’acrostico non era più nemmeno una possibilità logica. Era ora solo una piattissima sigla, lunga ed assurda: A.C.R.O.S.T.I.C.O.

La sua fede divenne perciò sempre più ferrea, sempre più rito e sempre più pratica: una fede così fede da non essere che la sigla stessa della fede, la sigla stessa di se stessa. E per la sigla G. O. avere una fede così era già santità. “San G. O.!”, come suonava bene! Ma ancora più bello era dire (ed essere) S. G. O.: santificandosi, diventava allora una sigla a tre lettere invece che a due, una supersigla. Era come essere già nel paradiso delle sigle.

Ma venne una notte strana. S. G. O., nel suo nuovo entusiasmo di santa sigla, si era – in modo quasi blasfemo – dimenticato di prendere la solita pastiglietta: un prodigioso cocktail di sigle chimiche, il vero viatico della santa incoscienza delle sigle, la sigla delle sigle. E, così, si trovò all’improvviso di fronte la notte, una di quelle notti che nelle ere antiche, prima di diventare una sigla coerente e praticante, percorreva senza mai stancarsi, godendosene a fondo il mistero.

S. G. O. era dapprima infastidito di quella stupida dimenticanza. Si arrabbiò con se stesso, stupendosi che un santo come lui potesse dimenticare la presa della pastiglietta, che era proprio la pratica fondamentale della religione delle sigle, la più eucaristica. Poi dall’arrabbiatura passò all’inquietitudine, quasi alla paura. Come fare a rimanere impassibilmente sigla per un’intera notte?

Quasi vivesse la stereotipia di uno psicotico, S. G. O. si mise vicino al muro della sua casa, cominciò a dondolarsi fino quasi a capovolgersi, e poi a capovolgersi per lanciare in alto se stesso. Senza rendersene conto, S. G. O. riprendeva nel buio di quella notte imprevista l’antico gesto che G. O. aveva inventato e che ora riprendeva in una regressione tanto strana quanto purificatrice. E così si trovò di nuovo in piedi.

Che bello! Questo era davvero l’essenziale! Era così essenziale che S. G. O. insieme ai punti buttò via anche la “S.” della sua santità. E si sentì libero, pulito, vivo in quel suo ritrovato “Go!”, con quella sua posizione eretta che gli dava la vera ottica delle cose. Che gli dava il mondo! Che lo dava al mondo.

E non aveva più paura delle sigle. Ma, all’alba, quando gli si rivelò quale tenero e dolce abbraccio unisca per sempre, tra loro, la notte ed il giorno, ogni notte ed ogni giorno, allora andò dalle altre sigle e disse loro che non dovevano più essere piatte, che non dovevano nascondere i significati e negare i respiri, che dovevano ritrovare al di là dell’aridità della cifra il sangue e il respiro della parola, della vita. Disse anche che ogni santità era sciocca come un pane stantio e stantia come uno sciocco senza vita.

Non si sa che cosa la altre sigle fecero. Spesso succede che i santi scomodi si preferisca farli diventare martiri. Ma preferiamo non sapere quale fu davvero il destino della nostra ex sigla. Del resto, se c’era qualcuno a cui non interessava come sarebbe andato a finire tutto ciò, quello era il nostro ormai innominabile eroe.

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