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Monthly Archives: marzo 2009

Una testimonianza (di Laura) da :

LA DIVERSITA’ E’ UN VALORE

 

LA DISABILITA’ UNA RISORSA”

– convegno 30 marzo 2009 Firenze – 

 

 I ragazzi di Sipario e i loro genitori sono stati protagonisti e organizzatori di un intenso pomeriggio  nell’affollatissimo Auditorium messo a disposizione dal quotidiano fiorentino “La Nazione” .

Era partito bene Giuseppe Mascambruno,  direttore del giornale nonché moderatore dell’incontro , parlando  nell’articolata e appassionata introduzione di “comunicare le emozioni-mettere in moto le emozioni” e riconoscendo a “I Ragazzi di Sipario”questa palpabile capacità. E la si sentiva forte e vibrante arrivare dalle prime file dove i ragazzi attentissimi non perdevano una battuta, fino al fondo della sala. Una sentita partecipazione corale. Fino alle inevitabili stonature di inguaribili solisti (l’intervento-babà, zuppo e grondante di stucchevole  politichese  dell’Assessore al Lavoro della Provincia di Firenze, tanto per dirne uno, ma anche, a mio avviso, e purtroppo più deludente ancora perché inaspettato, l’intervento piatto e monocorde – mais très physique-du-rôle codino brizzolato compreso- di un neuropsichiatria che non ha aggiunto nulla di nuovo a ciò che già non sapessimo dell’associazione e del futuro dei ragazzi dopo il 18esimo anno d’età,se non, almeno questa è un’ottima cosa, che si è divertito tanto a giocare a golf con i ragazzi) che hanno sparigliato il coro, direzione: mondi paralleli. Ma dura poco. Per fortuna la bella faccia solare e ridente di Marco Martelli Calvelli, il presidente dell’Associazione, ci riaggancia alla locomotiva di Sipario e ci riporta alla vita vera.

E che cambio di registro quando a guidare la parola è la passione e l’amore per chi e per quanto si fa! Marco oltre che a noi , si rivolge sempre con uno sguardo,con  un sorriso, con una battuta ai suoi ragazzi in platea. Un amorevole e bravo direttore d’orchestra che  sa  anche farsi dirigere da loro e seguirne dolcemente l’onda. Ancora musica , e che musica con gli interventi dei ragazzi! Gli interventi, ci tiene a precisare Marco, sono spontanei!

 

 Parla per primo Francesco dice dell’importanza dei genitori e che “sono contento di sapermi comportare bene”e stare a contatto con la gente. Alza il tono della voce per dire ”la disabilità è un valore!”. Marco lo sollecita, ma tu canti, si mi piace . Ho scritto “Vita privata”, ce la fai sentire? No! Dovete venire al ristorante se la volete ascoltare!

 

E’ la volta di Carla. Deve partorire ogni parola e lo fa con dedizione  guardandoci negli occhi. E’ magnetica, silenzio assoluto e denso mentre parla. E parla a braccio ma con la precisione di una lettura, senza sbagliare o dimenticare una parola. Racconta con una minuziosità che incanta del suo lavoro al ristorante. Dice dell’importanza di aver potuto conoscere tante persone e ribadisce questo senso di comunità, che ciò è “una risorsa per noi e per gli altri”.

 

Arriva “lo chef” che s’incarna nella figura grande e possente di Lorenzo, simpaticissimo e carismatico che subito parla dei “bisticci di lavoro”e quasi a sé stesso,  a farsene una ragione “devo dire che devo andare d’accordo con tutti”. Mette l’accento sulla pericolosità del mestiere del cuoco, che ci si può far male “una volta col batticarne perché pestavo guardando in aria” e mima la scena in maniera efficacissima. Si capisce che si diverte a divertirci. Marco, che evidentemente conosce il suo guascone, lo provoca: qual è il tuo libro preferito? La Guida Michelin! Ma sono sempre alla A.

 

Annunciano “il filosofo”, ma Fabio con serietà e convinzione, ci tiene moltissimo a ribadire che “io non sono un filosofo, sono solo un ragazzo che pensa molto”. Dice: mi piace Sipario perché mi ha dato un’opportunità unica e magnifica. Sipario è una risorsa per noi, abbiamo trovato la nostra dimensione e un lavoro per il futuro. Noi Down siamo un’identità per tanti altri ragazzi. Perché in questa società che va allo scatafascio, in cui mancano valori, noi dobbiamo darci da fare per prospettare un mondo migliore. Che è il mondo della disabilità. Dopo un forte e commosso applauso Marco gli chiede se a Sipario ha trovato la fidanzata. Non lo dico perché sono cose personali. Voglio ringraziare tutti quelli che lavorano al ristorante e me stesso.

 

Nomita, timidissima nel suo bel golfino rosa che fa risaltare i  capelli corvini e la pelle d’ambra, dice quanto le piace il suo lavoro e siccome è cuoca vuole invitare tutti noi che siamo venuti oggi qui alla Nazione a cena da loro. Saluti da Nomita.

 

Impari il confronto dopo simili interventi che più di tante parole ci hanno  incarnato la realtà di questi nostri compagni di viaggio. Ma ci prova il direttore Mascambruno che sostanzialmente ribadisce concetti che i ragazzi ci hanno fatto vedere: la dignità, la serietà, la caparbietà, l’impegno, il saper e voler seguire un metodo, l’affermazione del merito, le contaminazioni che producono i buoni educatori.

A seguito di alcuni interventi di politici locali, la parola passa  al Prof. Lupoi dell’Università di Genova e presidente dell’Associazione Trust in Italia, e ad altri specialisti del tema che illustrano Il Trust come strumento giuridico per tutelare i più deboli quando i genitori o i parenti non ci saranno più. Anche qui, nonostante l’apparente tecnicismo del tema, l’attenzione è al massimo e l’argomento molto interessante, anche per il coinvolgimento evidente dei molti presenti. E poi il professor Lupoi fa un’affermazione intrigante e da approfondire: “ il Trust rende giuridica la Morale”.

Conclude da ultima, ma non ultima Stefania. Appassionata, battagliera dalla sensibilissima anima e  anima stessa dell’associazione di cui suo marito Marco è presidente. Si percepisce il magma che la fa ribollire e che vorrebbe esplodere, ma che viene tenuto a bada da un intervento apposta scritto per non andare a braccio ed arrabbiarsi. Tante sono le cose che spingerebbero a farlo. Tanto per cominciare la mancanza di visibilità per tutto ciò che riguarda il mondo dell’handicap (mondi paralleli …? ). Si continua parlando dell’esperienza del ristorante “I Ragazzi di Sipario” e di puntare sul fatto che Sipario debba dare emozione. Soprattutto in questo momento cruciale della nostra società. A Sipario i limiti esistono, e ci si rilassa. Serve principalmente a noi normodotati.

E qui Stefania si/ci interroga sul ruolo della famiglia del disabile, su chi l’aiuta dopo i 18 anni del figlio. Dice, noi ci siamo rimboccati le maniche, con entusiasmo e fiducia, ma non si trova la stessa fiducia nelle istituzioni (discorso a parte merita il MCL che ha offerto i locali del circolo per il ristorante). Ora abbiamo in organico 7 lavoratori con handicap. Hanno ritardo mentale, e qui sarebbe giusto fare il punto tra handicap fisico e handicap psichico; e ancora mette l’accento sul fatto che chi fa le leggi quasi mai sa, in quest’ambito, di che cosa sta trattando. I politici non conoscono i problemi specifici, manca assolutamente la comunicazione tra i fruitori di quelle leggi e chi le dovrebbe strutturare. I nostri ragazzi sono persone, mentre queste leggi sembra fatte dai politici con funzione auto-referenziale! Dai politici per i politici. Le leggi vigenti li mettono si al lavoro, c’è l’obbligo di assunzione per le aziende, ma soli, spaesati, li si obbliga all’esclusione.

La legge Biagi almeno prevedeva la possibilità di dare commesse a cooperative di tipo B in cui avrebbero potuto lavorare insieme. Fa un’enorme differenza per loro. Bisogna capire cosa è più adatto a loro. Non si può fare di tutta un’erba un fascio in situazioni così difficili e delicate.

I nostri ragazzi sì, hanno imparato, capito il senso civico, i nostri amministratori meno si direbbe!

Un grande caloroso applauso l’abbraccia nel finale del suo intervento.

I ragazzi cuochi e camerieri si sono già trasferiti da un po’ al piano di sopra : il cocktail è servito!

 

 

Adolescente e bigliardo. La “morte” del figlio e l’uccisione dei “genitori”

Prima di iniziare un’importante partita, gli esperti giocatori di bigliardo gettano le biglie contro i diversi punti delle sponde, valutandone la consistenza e la tenuta in ogni loro parte; così sanno con quale forza bisognerà calibrare il tiro durante la partita. È un po’ quello che fanno gli adolescenti con i comportamenti e, ancora di più, con i “valori” dei genitori, sia quelli consci e dichiarati, sia soprattutto con quelli inconsci e più profondi, quelli che nessun altro intuisce o conosce più di un figlio. In tale modo ne provano, verificano, valutano la verità, la tenuta, la coerenza, l’autenticità. Da parte del figlio provocare e sfidare i genitori non è, dunque, obbligatoriamente o esclusivamente una azione di svalutazione o di “mancanza di rispetto” o una irriverenza fine a sé stessa. È invece una necessità, legata alla fisiologia del confronto e del riferimento: l’adolescente sfida e snida l’anima dei genitori e l’anima del loro legame genitoriale e – se c’è – anche genitoriale , perché quelle anime vuole conoscerle fino in fondo, vuole sondarle e – se possibile – desidera amarle come i modelli da seguire nella propria vita di individuo e di coppia.

Ripeto, nessuno più di un figlio conosce dal di dentro i propri genitori, il loro essere o non essere coppia, relazione, interazione, interlocuzione, identificazione reciproca. Nel “tra” della coppia il figlio viene concepito, accudito, formato, educato. Il “tra” è la sua culla, la sua mangiatoia, il suo primo orizzonte, il suo mondo originario, la sua più antica identità, il primordiale guscio della sua esistenza, il riferimento da cui partire e ripartire, per porsi il problema del senso e della identità.

Ma, troppo spesso, il “tra” della coppia sia genitoriale che coniugale, invece di essere dinamica viva e vivente, è un guscio, duro e sedimentato, dal quale è difficile uscire. In particolare lo è il “tra” della coppia genitoriale, quando i genitori, dopo avere poco alla volta lasciato languire e forse morire il “tra” della loro coniugalità, si sono chiusi nella loro funzione genitoriale come se questa fosse l’alibi del loro essere coppia (“se non ci fossero i figli …”), l’alibi di una identità e di una relazione che non ci sono più, l’alibi per non amarsi più, per non crescere più l’uno identificandosi grazie all’altro, per-sonando l’uno attraverso l’altro.

Se non è vivificata dalla relazione coniugale, la relazione genitoriale rischia davvero di diventare uno scorza dura, qualcosa di poco autentico, che trattiene il figlio, come se fossero i genitori ad avere bisogno di lui e del suo rimanere eternamente figlio. Se il figlio se ne andasse, che ne sarebbe di loro? Come potrebbero di nuovo amarsi, guardarsi negli occhi, sperare l’uno nell’anima dell’altro?

In tale modo si viene spesso a creare un capovolgimento di ruolo tanto terribile quanto coperto e negato: mentre dovrebbe essere il genitore a dare conferma al figlio, è il figlio a confermare i genitori nella persistente necessità della loro presenza e funzione. Il prezzo di questo devastante capovolgimento è dunque la necessità che il figlio rimanga figlio, magari “grazie” alla propria problematicità o al proprio disturbo psichico.

Ecco perché, in tutti questi casi, la questione, prima che essere dell’individuo, è del sistema familiare, che ha bisogno di trattenere i figlio e di usarlo come capro espiatorio della propria disfunzione relazionale.

Come un pulcino che voglia nascere, il figlio adolescente deve allora, più che mai, fare i conti con questo guscio, verificarlo, metterlo alla prova, romperlo, uscirne. Solo così potrà cessare di essere figlio, per essere uomo; potrà cominciare davvero a crescere (non a caso il termine adolescente significa “colui che sta cominciando a crescere”), a essere sé stesso in modo autentico, proprio, originale.

Solo “rompendo”[1] il mondo di valori non vivi e non più vivificati dei genitori, l’adolescente può davvero prenderne distanza da quel loro mondo spesso tanto asfittico e arido, così da poterlo oggettivare, conoscere, ri-conoscere, valutare per quello che è. Solo così potrà pensare a un mondo nuovo e proprio.

Da parte del figlio non è azione facile. Non a caso la psicologia parla di necessaria “uccisione” dei genitori da parte del figlio. Non a caso la stessa Bibbia parla del dovere di “abbandonare” (è il termine forte e tranchant usato dalla traduzione della CEI in Genesi, 2, 24) il padre e la madre.

Neppure da parte dei genitori l’azione è facile. Devono sapere morire poco alla volta alla loro funzione genitoriale, vivificando e confermando sempre di più la loro identità coniugale o, come taluni preferiscono dire, sponsale. Se non lo fanno non vivono più la loro dimensione primaria e – che ne siano o meno consapevoli – trattengono i figli e tolgono loro la speranza, cioè li esasperano (il termine deriva da ex, ab, spero, che letteralmente significa “allontano e sottraggo la speranza”)[2]. In questa azione esasperante dei genitori la psicologia sistemica trova la più rilevante delle cause del disturbo psichico.

Se la separazione o il divorzio non consentono al padre e alla madre il recupero attuale della loro relazione coniugale, questi devono sforzarsi il più possibile di salvare quanto di vivo e autentico c’era nella loro relazione di coppia prima che si separassero e divorziassero. Purtroppo molte coppie di separati e divorziati nel conflitto dell’oggi perdono, rinnegano e annullano anche quanto magari li ha uniti e fatti innamorare ieri, in quel “tra” che ha concepito e fatto nascere il figlio.

Troppo spesso la cronaca ce lo ricorda: se il figlio non “muore” con le virgolette, può rischia di morire senza virgolette; se il genitore non è “ucciso” con le virgolette, può rischiare di essere ucciso senza virgolette.

 


[1] “Rompere” è evento tipico di ogni nascita. Non a caso, per nascere, si rompe il sacco amniotico o, come si suole dire, “si rompono le acque”.

[2] Lo stesso san Paolo ammonisce in tale senso i padri (Col. 3, 21).

Convegno a Firenze lunedì 30 marzo: “LA DIVERSITA’E’UN VALORE – LA DISABILITA’UNA RISORSA

Metto volentieri in evidenza il commento e la segnalazione di Laura, confidando in lei e nel suo giudizio:

Ma possono anche arrivare “I Ragazzi di Sipario” (www.associazionesipario.it) e i loro genitori a testimoniare le loro esperienze. Al Convegno: ” LA DIVERSITA’E’UN VALORE – LA DISABILITA’UNA RISORSA” Lunedì 30 marzo 2009 ore 16 Auditorium”La Nazione” Viale Giovane italia,17-Firenze. Seguirà un cocktail servito dai “I Ragazzi di Sipario” ristorante gestito da ragazzi affetti dalla sindrome di Down.
Penso che situazioni e associazioni vitalissime, come è nello specifico quella de “I Ragazzi di Sipario” abbiano tra i pregi maggiori proprio quello di , nella condivisione e pluralità,neutralizzare fino a cancellare il “narcisismo ferito” dei genitori di cui parla il dottor Cortesi.
Io ho invece visto in molti casi l’orgoglio di essere genitori di tanto speciale normale e benedetta diversità tanto da far sentire dei deficienti ( nel senso di mancanza di ) i cosiddetti normali!”

Quanto al genitore del diverso o del disabile, cercherò di dire più diffusamente in altro articolo. Idem per le associazioni riguardanti i diversi o i disabili.

 

 

 

Chi è diverso paga sempre un prezzo. Il genitore del diverso

A chi è diverso la società chiede sempre, prima o poi, almeno un prezzo: quello di un “però” o di un “ma”. Si dice: “è spastico, però è intelligente”, “è gay, ma è simpatico”, “è extracomunitario, però lavora”, “è rom, ma è onesto”. Quanto una diversità sia più o meno inconsciamente o dichiaratamente rifiutata, è verificabile proprio dal peso del “però” o del “ma” richiesti a mo’ di più o meno tacito riscatto e risarcimento. La “normalità” ha fiscalissimi confini e attentissime dogane, dove i diversi non possono non pagare le pesantissime ghettizzanti gabelle dei “però” o dei “ma”. E si tratta sempre di “però” o di “ma” rigorosamente ideologici, cioè conformi alla mai scritta ma sempre vigente ideologia della “normalità”, secondo la quale “intelligente” è solo l’intelligenza del “normale”; “simpatica” è solo la “simpatia” del “normale”, “onesta” è solo l’onestà del “normale”. Ma – si badi bene -, mentre il “normale” l’intelligenza, la simpatia e l’onestà “normali” può anche “normalmente” non praticarle, il diverso guai se non le applica, guai se, nell’applicarle, non è “normalmente” più “normale” del “normale”!

Se uno è diverso e basta, sono guai seri, da condanna capitale. Solo il “normale” può essere “normale” e basta. Un diverso non può essere diverso e basta. Né può essere semplicemtene intelligente, simpatico e onesto; né può esserlo in modo proprio e originale.

Se il diverso non paga il fisco ineludibile e ideologico di un “ma” o di un “però”, allora scatta subito inesorabile la mannaia di un micidiale “anche”: “è anche cattivo”, “è anche brutto”, “è anche arrogante”, “è anche presuntuoso”. A fare scattare l’ “anche” basta pochissimo; per toglierlo occorrono anni e sangue, e a volte non bastano neppure quelli.

Per chi è diverso ogni difetto o mancanza non è semplicemente un difetto o una mancanza: è un’aggravante inammissibile, un peccato mortale, una sentenza capitale, l’ultima inesorabile goccia che non può non fare traboccare il vaso dell’intolleranza, non può non costituire l’alibi e la giustificazione sacrosanta della espulsione finale.

Di solito l’ “anche” è così decisivo e micidiale che, pur piccolo e veniale che sia, annulla tutti i “ma” o i “però” più solari, indiscutibili, eccezionali. Solo il diverso sa quante lacrime e sangue richiedano un “ma” o un “però”, quanto e come un’estrema, piccola, banalissima distrazione basti per erigere l’ “anche”più impervio, insuperabile, discriminante, definitivo,

Quello che viene dopo il “però” o il “ma” indica e deve indicare l’esatto contrario di quello che il “normale” pensa – “normalmente” e più o meno inconsciamente – di quel tipo di diversità. Se dice che uno è spastico “ma” intelligente”, significa che per lui gli spastici sono “normalmente” scemi; se dice che uno è gay “però” simpatico, significa che per lui i gay sono “normalmente” antipatici; se dice che un extracomunitario “però” lavora, significa che per lui gli extracomunitari sono “normalmente” lazzaroni; se dice che uno è rom “ma” onesto, significa che per lui i rom sono “normalmente” disonesti. In tale modo – paradossalmente – il diverso che accetti e viva il “ma” e il “però” finisce con il confermare l’idea “normale” dello spastico, del gay, dell’extracomunitario, del rom ecc. ecc., cioè finisce con il dovere tradire – più o meno radicalmente – sé stesso, la propria diversità.

Purtroppo – quasi sempre – i primi implacabili doganieri della “normalità sono i genitori del diverso. Strana, dolorosa, ambivalente, tremenda umanità quella che troppo spesso caratterizza il genitore di una persona diversa. Raramente sfugge alla dimensione del narcisismo ferito: di solito è il primo a viversi come “poveretto”, “sfortunato”, “disgraziato”; di solito è il primo a chiedere più o meno esplicitamente o inconsciamente compassione, pietà, aiuto, comprensione. “Poveretto”! E, così, al diverso tocca subito pagare il prezzo della consolazione del genitore “normale”, tocca subito inventarsi qualche bello, solido, non inflazionabile “ma”, così da pagare il primo terribile prezzo alla prima micidiale dogana del suo genitore. Spesso, troppo spesso, il vero ferito è il genitore. Spesso, troppo spesso, il vero pesantissimo handicap del diverso è il peso di un genitore ferito nella propria “normalità”.

Poi – subito dopo – arriva la dogana così solitamente ipocrita e micidiale dei professionisti della pietà e della carità. Ma di questo parleremo in altro articolo.

 

 

Grazie, Roberto

Stasera ho sentito su RAI 3 l’intervista a Roberto Saviano. Stasera sono felice. Stasera sono orgoglioso di essere uomo e italiano.

Grazie, Roberto.

sondaggio se ci sono coppie felici

Alla pagina “SONDAGGI” puoi trovare un importante sondaggio se ci sono coppie felici.

Clicca qui =>

ci sono coppie davvero felici?

 

 

sondaggio sull’incesto

Alla pagina “SONDAGGI” puoi trovare un importante sondaggio sull’incesto.

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perchè chi fa o subisce incesto non chiede aiuto?

 VOTATE!

 

 

AFORISMI MORALI

 

 

più che nel seguire la morale

il coraggio vero

sta nel fondarla

 

 

non sempre

chi gode si accontenta

 

 

la gioia non è mai in ritardo 

 

 

sui sentieri più sperduti

di rado non ci si saluta

 

 

non si è quel che si può

si può quel che si è 

 

 

a essere negativi o positivi

non sono i problemi

ma i modi di affrontarli

 

 

quando sono coerente

somiglio molto a me stesso

 

 

chi si lamenta troppo

toglie tempo alla vita

 

 

l’indecenza è il distillato del moralismo

 

 

l’aiuto non richiesto

offende chi lo riceve

 

 

quando i giovani sprecano l’alba

muoiono le civiltà

 

 

dare una mano

non significa imporla

 

 

la realtà è un punto d’arrivo

proprio come la follia 

 

 

il silenzio è un inizio 

 

la verità è un grembo dolcissimo

prima o poi partorisce la libertà

 

 

 la normalità è l’unica follia

fondata sulla condivisione  

 

  

 

AFORISMI IN LIBERTA’

 

quando sono delicati

i panni sporchi si lavano in tintoria 

 

le attenzioni non date

prima o poi pagano il dazio

 

se non c’è distanza

non c’è relazione

 

 

una banca svizzera

se la caveau sempre

 

 

la gioia è la distanza colmata

e l’alterità raggiunta  

 

 

neppure il cuore

ha sempre la battuta pronta 

 

 

 

AFORISMI POLITICI

 

il bisogno è la culla del cattivo potere

il sogno il suo antidoto

  

per molti stato

è solo un participio passato 

 

 

AFORISMI SU GUERRA, IMBECILLI E VERITA’

 

  

quando comincia una guerra

la verità è la prima a morire 

  

 

solo i bambini

sanno davvero giocare alla guerra

i criminali e gli imbecilli

sanno solo farla

 

 

 

AFORISMI SU DIO E UOMO

 

 

chi perdona ingravida Dio

 

 

quando l’uomo non si lascia amare

anche Dio conosce l’impotenza

 

 

nelle disperazioni più profonde

Dio di solito parla

 

 

solo perché sa anche stare lontano

Dio è sempre così vicino all’uomo

 

 

la storia è il rapporto tra i doni che Dio ci dà

e la nostra in-comprensione del dono

 

 

se Dio mi cerca

anche perderlo è trovarlo

 

 

i profeti prima o poi

vivono gli smarrimenti totali

 

 

 

 

AFORISMI SU LIMITE E INFINITO

 

 

chi si tuffa nell’infinito

ha le turbolenze maggiori

 

 

chi trasgredisce

non conosce la castità del limite

chi non trasgredisce

non conosce il limite della castità

 

 

a volte gli orizzonti

fanno più paura dei confini

 

  

solo chi conosce il cielo

sa abitare la terra 

 

 

ogni confine perduto

può essere un orizzonte conquistato

 

 

per molti è ben più difficile

respirare la grandezza della vita

che viverne la mediocrità

 

 

 

AFORISMI … BESTIALI

  

un millepiedi bugiardo

ha mille gambe cortissime

 

 

i pesci non temono mai

l’umidità

 

 

 

 

AFORISMI SULLA LIBERTA’

 

 

dolore e libertà hanno tra loro

legami profondi

  

 

se non pensi alla libertà

il dolore non ha senso

 

 

quando si ha paura delle parole

si finisce con l’essere schiavi dei fatti

 

 

solo chi ha paura di vivere

ha bisogno di controllare il mondo

 

 

l’unico modo di vivere la libertà

è conquistarla

 

 

chi scappa

non si allontana mai davvero

 

 

spesso chi è schiavo

non vuole essere né libero né liberato

 

 

 

 

 

 

AFORISMI SU PADRE E MADRE

 

 

non essere amato dalla madre è una possibilità

non essere amati da sé stessi è una scelta

 

 

padre e madre sono funzioni

a tempo determinato

 

 

di un figlio

o ti occupi oggi

o ti preoccupi domani

  

 

la tristezza di un figlio

è un suo diritto inviolabile

 

 

 

Traduzione integrale dell’intervista a Pablo Pineda

Clicca qui: Intervista a Pablo Pineda (in italiano)

Puoi leggere l’intervista a Pablo Pineda pubblicata da “El Paìs” il 12 dicembre 2003. A quanto so, è la sola versione integrale in italiano. L’ha tradotta la mia amica Laura, anima sensibilissima e dolce creatura, che ringrazio di cuore. Di Pablo ho parlato in tre recenti post (vedi qui sotto).

Nei prossimi giorni spero di trovare il tempo, per commentarla, magari poco per volta.

 

A proposito di Pablo Pineda e di Simonetta

Voglio commentare quanto mi scrive Simonetta riguardo all’articolo Pablo può essere un ottimo insegnante, dove parlo delle grandi prospettive come insegnante di Pablo Pineda, spagnolo 34enne con sindrone di Down, di recente laureato in psicopedagogia.

Simonetta scrive: “Grazie per aver dato la giusta voce a ciò che percepisco con la “pancia” ma che non sapevo come spiegarlo. Nel vedere il viso di Pablo davanti ai suoi alunni ho avuto la chiara sensazione che lui ha una marcia in più rispetto ai suoi colleghi, una sensibilità/cura nel trasmettere i saperi e nel passare le sue qualità pur non nascondendo le sue difficoltà. La strada è lunga ma non impossibile!!”.

Prima di tutto vorrei dire alle donne di fidarsi di più della propria pancia. Ha ragione Simonetta. Non me ne vogliano i miei colleghi maschi, ma penso che la pancia di una donna sia il più formidabile e preciso organo di conoscenza che l’essere umano possa attivare. Ricordo al proposito una frase di Mara Selvini Palazzoli, mia grande maestra di psicoterapia: a me, che, stupito della infallibile immediata esattezza delle sue diagnosi, le chiedevo come facesse a capire al volo i casi più difficili, candidamente rispose: “lo sento di pancia”. Del resto perchè stupirsi di questo, se Dio stesso ha voluto che la vita di tutti noi (e di Gesù) fosse concepita, coccolata per nove mesi e partorita dalla pancia di una donna? L’esperienza clinica mi dice che, se una donna non sa fidarsi, quanto dovrebbe, della propria pancia, è segno di un rapporto non adeguato e sereno con la propria femminilità e con la propria identità di genere, come purtroppo capita a molte donne abusate o poco amate fin da piccole; spesso una buona terapia può aiutare queste donne a riconquistare il piacere di essere sé stesse, pancia compresa.

In secondo luogo voglio dire che il primo sapere che un insegnante comunica è il sapere della vita. Se un insegnante non vive e non gusta il sapore della vita, come può prima vivere e gustare lui e poi fare vivere e gustare agli allievi il sapore della scienza, il sapore del sapere? Se non è bagnata e fecondata dal gusto di vivere, la scienza diventa barriera, corazza, metodo, ideologia, confine, noia, violenza. Se invece è bagnata e fecondata dal gusto stupito di vivere, la scienza è gioco di ipotesi, curiosità, avventura, orizzonte, alba, gioia, condivisione, amore. E chi più di un Pablo che, secondo alcuni neppure sarebbe dovuto nascere, sa quanto è bella la vita, quanto la si può gustare, leccare, succhiare, inspirare fino alla profondità più panica e meravigliosa del diaframma? Ogni insegnamento dovrebbe essere inscritto nello scrigno prezioso, vivo e vivificante del gusto di vivere, del piacere di vivere, del piacere di gustare il sapore della vita. E Pablo è il formidabile signore di quello scrigno; basta vederlo all’opera, mentre parla davanti ai suoi allievi e, prima ancora, mentre si gusta e lecca la sua prodigiosa stupenda esistenza.

In terzo luogo vorrei dire che gli allievi, soprattutto i più piccoli (ma ogni allievo nel proprio cuore è e può essere un piccolo stupito bambino e principe saintexuperiano) capiscono al volo chi è il loro maestro, quanto è vero o falso, quanto ama o non ama la vita e il sapere. Cara Simonetta, che bisogno ha un insegnante come Pablo di nascondere o non nascondere “le sue difficoltà”? Quali difficoltà? Se non ci fosse chi le chiama “difficoltà”, Pablo non avrebbe difficoltà: Pablo avrebbe solo quella straordinaria facilità di vivere che lui ha ed è. Certo, se gli altri rompono le palle e continuano a chiamare “difficoltà” ciò che non lo è, alla fine un po’ di difficoltà Pablo per forza ce l’ha. Lui lo sa benissimo che la difficoltà di vivere ce l’hanno più gli altri di lui. Se non lo sapesse, sarebbe stato prevaricato dalla ideologia della difficoltà, sarebbe finito schiavo di chi lo voleva infelice. Ma Pablo infelice non lo è, con buona pace di chi, non sapendo essere felice, ha bisogno di pensare che esista chi è infelice.

Vorrei dire un’ultima cosa. Le strade non sono lunghe o corte, possibili o impossibili. Le strade o sono nostre o non lo sono. Una strada è nostra quando ne sentiamo uno per uno i sassi e ne assoporiamo il vento, quando ci accorgiamo che con noi cammina la verità e la vita, come in tutte le strade che vanno da Gerusalemne a Emmaus. Il confine tra possibile e impossibile non sta in una strada, non è una strada: il confine tra possibile e impossibile siamo noi quando di pancia sentiamo che Pablo è bello, grande, fantastico, unico. Viva Pablo.

 

 

ANORESSIA E BULIMIA, PRIMA CAUSA MORTE TRA RAGAZZE

Questa notizia è stata appena battuta dalle agenzie: anoressia e bulimia nervosa costituiscono la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di eta’ compresa tra i 12 e i 25 anni, rappresentano un vero allarme socio-sanitario, colpendo oggi circa 150/200 mila donne.

Come in questo sito ho più volte affermato, l’unica terapia davvero risolutiva per questa grave e micidiale psicosi è, a mio avviso, la psicoterapia sistemica, dato che questo disturbo mentale, prima di essere un problema dell’individuo, è un problema del sistema familiare. La causa è la disfunzione delle relazioni familiari. Volere considerare e curare l’anoressia e la bulimia come problema medico significa non risolvere nulla. Anche qualora avvenga la remissione dei sintomi, non significa che il deficit strutturale che ha prodotto quei sintomi sia scomparso o risolto; significa soltanto lasciare intatto il problema strutturale, con grave compromissione della vita relazionale, affettiva, sessuale dell’individuo e con grave danno per coniugi e figli, senza che sia eliminato il rischio della implosione mortale e suicidaria. Solo una terapia sistemica può – lo ripeto – affrontare e risolvere il deficit strutturale. Vedi quanto su Anoressia e Bulimia ho scritto su questo blog.

Pablo può essere un ottimo insegnante

Di Pablo Pineda, 34 anni spagnolo con sindrome di down, laureato e prossimo insegnante, ho già parlato ieri (clicca e vedi il post Viva Pablo) Ebbene Pablo può essere un ottimo insegnante. Prima ancora della sua didattica, un insegnante è portatore di sé stesso, della propria vita, dei sentieri che ha affrontato e superato, delle identificazioni che ha conquistato. Pablo ha superato oceani incredibili di diffidenza, di discriminazione, di emarginazione, di false pietà. Ha identificato sé stesso nonostante tutti e nonostante tutto, al di là di tutti e al di là di tutto. Ha combattuto e vinto la guerra più difficile. Si è amato e rispettato al di qua di ogni compassione, di ogni ipocrisia, di ogni tentativo di metterlo out. Chi meglio di lui può in-segnare (cioè “segnare dentro” l’allievo) la dignità, la speranza, l’ottimismo, la fiducia in sé, la pulizia etica e morale?

Viva Pablo

Ho pianto di gioia leggendo la notizia: Pablo Pineda, 34 anni, spagnolo di Malaga, diplomato in magistero, sta ora per laurearsi in psicopedagogia e tra poco salirà in cattedra a insegnare. Pablo ha la sindrome di down.

Sono felice.

Dire “diverso” è come dire “unico”. Per questo ogni diversità dà fastidio a chi ama il gregge, a chi teme sia la propria che l’altrui unicità. Essere unici della propria unicità significa crescere fino all’ultimo confine della propria umanità, la dove l’umano confina con Dio e con la Creazione. E crescere è l’impresa più difficile, faticosa, costosa. Perciò molti preferiscono il corto circuito delle omologazioni, delle discriminazioni, della apartheid, dei razzismi.

Grazie, Pablo. Ti abbraccio, caro, unico fratello. Tu rendi più grande l’umano e fai felice Dio.

 

 

 

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 Oggi ho regalato il primo libro importante

a Monica, la mia bambina.

Era un libro di fiabe

(di Charles Perrault: e ascoltava

curiosa il suono francese del nome).

Sono le fiabe – le dicevo –

parole pronunciate alle stelle,

legami tra l’uomo e le cose fanciulle;

sono i sogni – pensavo – rapporti,

occhi nuovi di vedere e sentire le cose di sempre.

Leggeva (gli occhialini sul piccolo naso)

assorta assorta.

Febbraio 1982

Sono – io – i tuoi occhi.

Lì trovo la tensione delle mie albe,

invento gli abbandoni del tramonto.

Lì, durante la luce,

mi nutro del pane gioioso

e del vino efficace.

Lì celebro le mie feste

e dico il mondo.

Nei tuoi occhi ho vinto la morte.

La tua pupilla domina le disperazioni.

Consumo resurrezioni

nell’iride buona.

 

 

soltanto quando conosce l’arte di perdersi

la coppia può gustare il piacere di ritrovarsi

c’è un artista strano

sulla strada che va da san Babila

al Duomo di Milano

 

una palla incanta a colpetti di testa

e con i tocchi saggi di quelle due stampelle

che lo tengono su

appoggiato alle ascelle

 

lancia la palla alle stelle

la riprende

l’accarezza d’abile tenerezza

la bacia perfino

con tocco sopraffino

 

mai la palla cade per terra

 

abile sempre in alto la ributta

tutta la sequenza infinita ripete

con l’arte di chi vince la fame e la sete

 

anche la gente passa e ripassa

come una palla gettata e rigettata

stanca assurda imbelle

senza il tocco leggero

di quelle due stampelle

 

sono belli i miei figli

 

tigli a primavera

con anima sincera

 

non temono censura

 

pura coscienza

lucida scienza

 

d’allegria rotondo

plasmano il mondo

 

non esita il viso

 

il loro sorriso

redime l’universo

 

signori d’esistere

 

di libertà

vestono e fanno bello il tutto

 

bello

profumato

plasmato

vestito

redento

se ne sta qui con me

contento

il cielo