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Storia di un sopravvissuto e di un contrabbandiere

Questo racconto è stato redatto come risposta all’invito, da parte del mio amico Aldo, a scrivere una lettera aperta alla Comunità di S. Fermo in Bergamo, così da favorire la riflessione sul tema della fede. L’invito è stato rivolto a due persone: un “credente” e un “non credente”. Io, secondo chi ha pensato al mio nome, ero il “credente”. La cosa invero mi stupisce e mi diverte, visto che, se di qualcosa sono sicuro, è non sapere se sono cristiano. So soltanto che cerco di esserlo

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A me la vita è capitata un po’ diversamente dal solito. Il mio vero problema non è stato se credere o non credere in Dio o se le parole Dio, Gesù, Incarnazione, Trinità, Maria, Spirito avessero o non avessero un senso. Anche se sono laureato in Filosofia, interrogativi di questa fatta di regola mi hanno lasciato un po’ freddino.

Vero problema è stato per me se credere nel “mio” essere uomo o, forse, ancora più radicalmente, se credere a questo mio essere al mondo.

In effetti, al mondo ci sono venuto un po’ a fatica, nero e incazzato peggio di un extracomunitario e … con buona pace della Legge Martelli: merito di un’asfissia di quelle con i fiocchi e di una “agonia” tanto lunga che ancora oggi le mie carni se ne ricordano[1].

Di me qualcuno dice che sono un tipo coraggioso; ma io so che non è vero. Coraggio è fare qualcosa che potresti anche non fare. Ma, se lo fai per sopravvivere, allora, qualunque azione tu compia, non è coraggio, fosse anche saltare sempre al di là di una paura o remare ogni giorno controcorrente. Per questo, in fin dei conti, neanche credere nell’uomo è stato per me un atto di coraggio. Forse è stato semplicemente una necessità, disperata come quell’inspirazione che finalmente si decise a portare per la prima volta ossigeno dalla mia bocca ai miei polmoni.

Eppure a cercare di credere nell’uomo, alla fine, ho provato gusto. Capita così anche per il respiro, del resto: si respira per necessità, ma poi, se ti capita di salire su una bella montagna o di camminare all’alba su una spiaggia che fa l’amore con le onde, allora ti dimentichi della necessità e ci provi gusto a buttare giù tutta l’aria possibile fino alla gioia di tutto il tuo diaframma, fino quasi a volere entrare in risonanza con le vibrazioni tutte e dell’aria e della terra e degli abissi.

Ecco, è stato così: a un certo punto ho scoperto che si poteva credere nell’uomo, non solo per necessità, ma anche per godere dei più profondi respiri della storia e del tempo (e che cosa è il tempo se non questo faticoso e gioioso e ridente e sanguinante e morente e risorgente rapportarsi dell’uomo con l’uomo?). E così, spesso, mi è piaciuto un mondo sentirmi in risonanza – quasi un corpo solo – con gli uomini che nessuno ricorda, con i popoli che nemmeno ci si accorge di avere ucciso o di uccidere, con le coscienze che non riescono neppure a trovare la vertigine di un’agonia.

Sì, lo so, nella radice di questo mio ostinato volere credere all’uomo fino a gustarne, c’è, abita, parla, urla, canta, ascolta, sospira il senso di colpa del sopravvissuto. Sono un sopravvissuto anch’io. Sono sopravvissuto a quella prima asfissia, senza diritto e senza merito, perché la necessità da sola non dà né diritti né meriti. Mi dà solo interrogativi. Perché io sì? Perché tante esistenze, tante vite, tante esperienze, perfino tante civiltà, no? Perché a queste umanità sono state negate l’inspirazione, la sopravvivenza che a me sono state date?

E come posso credere, io, il sopravvissuto e il colpevole, all’umanità: alla mia e, ancora di più, a quella negata o a quella meravigliosamente gratuita degli altri? Come posso, sic et simpliciter, credere?

Eppure, l’umanità è venuta a me. Senza che io, nella mia colpa da sopravvissuto, ne meritassi la sguardo e il bacio, l’umanità è venuta a me e, tante volte, in tanti modi, con tanti sguardi, ha piantato la sua tenda nella mia esistenza senza respiri. Il mio cuore, povero d’archivi, fatica oggi a ricordare tutti gli istanti e tutte le epoche che hanno scandito i suoi battiti ogni volta che due occhi si facevano pupilla nei miei; ogni volta che due mani mi insegnavano il passo e la ripresa; ogni volta che Rosi tornava e torna innamorata e innamorante a parlarmi delle trascendenze del tempo, delle immanenze travolgenti e delle estasi imminenti. Il mio cuore oggi sa che ogni umanità incontrata vive in me perché nulla è in me dimenticato; perché i battiti sono il cuore stesso, ne formano la struttura e ne sono l’esistenza, le fibre stesse, la vita. E qui nel mio cuore, generosa e ruffiana, avida e vampiresca, bella e stupefacente l’umanità ha messo, proprio qui, incredibilmente qui, la sua tenda. Come potevo non credere a tanta nomade incoscienza? A tanta ebraica ostinazione? A tanta miope fedeltà? A tanta spastica emozione? A tanta sorda canzone? A tanto cieco danzare? A tanta cerebrolesa e drogata intelligenza d’uomo?

Mi commosse un giorno un uomo, Terenzio, che mi diceva una frase: “nulla dell’uomo reputo a me alieno”. Me la diceva in alcune sere dolorose (e piansi come un bambino), quando nemmeno la spudoratezza e l’inverecondia del sopravvissuto concedono più l’illusione o il lusso o l’arroganza delle appartenenze.

Poi venne un saggio. Mi diceva che anche nel mio cuore senza archivi abitava la verità. Abitava giù in fondo nella mia più remota intimità, ancora più mia di me stesso, ancora più umana della mia umanità fatta di tende d’umanità trapiantate in me. Da allora mi chiedo spesso che cosa sia poi la verità. Me lo chiedo nelle mie giornate e nelle mie notti; me lo chiedo da sopravvissuto e da vivente; me lo chiedo da colpevole e da godente respiratore del mondo. E molte volte mi chiedo se la verità non stia lì, non sia proprio quello stesso chiedere ripetuto e inquieto, saziante e mai sazio.

Una cosa l’asfissia mi ha insegnato: a riconoscere quasi sempre le fattezze della necessità; per quanto camuffate possano essere ho imparato a distinguerle abbastanza facilmente. D’accordo, talora, mi capita di metterci un po’ di tempo a capire, ma poi, prima o dopo, qualche cosa capisco. E denuncio, tutte le volte che mi capita, la presenza della necessità. Ho imparato che è troppo bello respirare senza esservi obbligati e vivere nonostante tutte le asfissie, perché, in questi quattro giorni che vivo sulla terra, io possa o – terribile a dirsi! – debba non amare la libertà. Solo chi non conosce l’asfissia può pensare che talvolta la libertà costi troppo cara o possa essere rinviata o fatta attendere nella sala d’attesa di qualche postribolo o di qualche indifferenza o insignificanza. E’ bella la libertà e, male che vada, è sempre a buon mercato, è sempre senso e voce che parla.

Certo, ci vuole ricerca e pazienza, ma prima o poi la verità e la libertà sanno incontrarsi e vivere insieme. Ci siamo riusciti anche io e Rosi. Volete che non vi riescano la libertà e la verità?

Un’altra cosa mi ha insegnato la vita. Ho capito che sopravvivere all’asfissia non ti permette più di poter, poi, vivere il più infelice degli handicap: la normalità. Se sei un sopravvissuto, non puoi più essere normale, non puoi più vivere se non al confine, lì sulla sponda del biliardo, sulla linea di displuvio, dove la goccia decide a che valle apparterrà. E lì, sul confine, vedi orizzonti e contrabbandi, vedi il grande orizzonte e il grande contrabbando. Vedi e vivi che anche di là dal confine ci sono identificazioni.

Ho dovuto credere all’uomo, perché ero un sopravvissuto e ne vivevo la colpa. Poi le umanità che piantavano la loro tenda nella mia vita mi hanno dato il gusto di potere nella libertà e nei respiri più profondi credere all’uomo. Ma non era necessario che io credessi in Dio. Anzi, a ben guardare, non avrei dovuto crederci, se è vero come è vero che di solito chi crede nell’uomo non crede in Dio oppure – più radicalmente – chi crede nell’al di qua del confine non crede all’al di là del confine e neppure vi pensa o vi si impegna.

Eppure, proprio abitando il confine, io ho visto un giorno un grande contrabbandiere venire da orizzonti invisibili e così lontani da sembrare inattingibili, e cominciare proprio lì sul confine a piantare la sua tenda, così banalmente simile alle altre da essere straordinaria.

Cominciando a piantare la sua tenda (c’era la luna quella notte e Rosi con me contava le costellazioni), il contrabbandiere rivolse proprio a noi la sua prima parola. Ancora il suo piede stava sul limitare del confine, lì dove iniziano i tempi e le storie, e già ci parlava. Ci diceva – e nelle notti di luna, quando insieme contiamo le stelle, sempre ritorna a dircelo – che, sopravvissuti che fossimo o colpevoli che ci sentissimo, gli piaceva stare con noi, per potere da noi imparare bene la lingua degli uomini. Per un contrabbandiere era importante impararla in tutto e per tutto, specialmente ascoltandola nelle cadenze più imperfette e negli errori di sintassi più abituali. Se avesse parlato la lingua in modo perfetto, da manuale, le guardie e gli uomini della Legge l’avrebbero subito individuato, isolato e espulso al di là del confine. Con lui ci sentivamo importanti, perfino nei nostri difetti, soprattutto nei nostri difetti, perché ci diceva che proprio grazie ad essi Egli poteva imparare ad essere bravo come contrabbandiere. Io, poi, sentivo importante e fondamentale il mio vocione da asfittico sopravvissuto, perché – mi diceva – gli permetteva di imparare a camuffarsi proprio bene, ad essere come uno di noi sopravvissuti che abitiamo proprio la zona di confine.

E, mentre imparava da noi la lingua degli uomini, ci faceva capire quanto quella lingua fosse importante per lui, proprio perché gli permetteva di comunicare meglio con loro e di vivere in mezzo a loro, portando loro il frutto del suo contrabbando. Ora noi non capivamo più come i confini, grandi o piccoli, potessero separare gli abitanti di là dagli abitanti di qua, senza permettere agli abitanti di qua di godere della gioia di abitare con gli abitanti di là.

Rosi ed io, da quella notte, ci chiediamo che cosa mai possa spingere quel contrabbandiere a venire qui da noi per attraversare il confine (lo fa spesso, ogni volta che può). Non sempre sappiamo dare bene la risposta. Ma ora, come dire?, ci sentiamo più importanti, crediamo a pieni polmoni negli uomini e, bene o male, anche noi, a forza di aiutarlo, abbiamo imparato qualche piccola parola della sua lingua. E, se una notte viene di fretta e senza tenda, sappiamo che Egli è ben felice di dormire in un cantuccio della nostra casa. I grandi contrabbandieri sanno sempre arrangiarsi.


[1] Sono spastico fin dalla nascita,  a causa di una lunga sofferenza perinatale. Mi dicono che sono nato tutto nero, con la testa a pera e rotta alla sommità e che solo dopo lungo tratto di tempo ho tratto la prima inspirazione d’aria.

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