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Il ragazzo e la scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

«Ragazzo» deriva dall’arabo ragfāş, che significa corriere, guida, messaggero. Se l’autorità sa accogliere il messaggero e ascoltare il messaggio, il ragazzo diventa discepolo, cioè colui che impara, ma soprattutto guida, cioè soggetto e fulcro della sua stessa educazione. Misteriosi messaggeri, prodigiosi messaggi, insospettate guide: questo sono i ragazzi. Più sono, meglio dovrebbe essere. Non chiedono che di venire accolti e ascoltati. Invece, quasi sempre si trovano di fronte anime di adulti, che non sanno stupirsi di fronte al mistero, né sanno abbracciare il prodigio, né lasciarsi guidare dalla novità.

Come potranno questi adulti essere autorità? «Autorità» deriva dal verbo augēre, che significa far crescere, e dal suffisso -tor, che indica il ruolo, la professionalità. Come potrà far crescere questi prodigiosi messaggeri chi, senza essere lui per primo cresciuto, non è inquieto nei cammini, curioso nella ricerca, rapito dal nuovo, interrogato dall’assoluto? Chi indica più gli orizzonti? Chi si affaccia oltre le colonne d’Ercole dello scontato, del sicuro, del programmato? Forse nella scuola c’è non troppo precariato, ma troppo poco (specie quello di ministri improvvisati e artigianali); non troppa insicurezza, ma troppo poca. Solo il precario chiede l’assoluto. Solo l’inquieto sa intuire i sentieri della quies, direbbe Agostino. Come può mostrare orizzonti e indicare strade la cultura del tramonto (questo significa «Occidente»)? Come può, allora, la scuola farsi luogo di stupore, ricerca, accoglienza, risposta? Come può essere riflessione e rifrazione, se nessuna luce illumina più le coscienze e le interiorità? Come può avvincere un libro, se nessuno lascia più intuire la dolce intimità del cuore, il sorriso del pensiero?

Se la scuola non è tutti questi interrogativi, si perde, conferma Illich, diviene sempre più auto-referenziale. E alla fine conta solo conservare il posto di insegnanti, bidelli, dirigenti, ministri; importa soltanto tutelare le garanzie sindacali, l’adeguamento ai programmi, la “produttività dell’azienda”. È il ragazzo dove è? Chi lo accoglie, chi lo ascolta, chi lo segue?

One Comment

  1. Caro Gigi,

    questa sera ho visto un film che canta esattamente quello che scrivi tu.

    Monsieur Lazhar

    Un film canadese del 2011 che TUTTI, TUTTI noi dovremmo vedere.

    Per chi insegna a scuola, per chi ha i figli che vanno a scuola, per chi abita un paese che non e’ il proprio, per chi accoglie chi arriva da lontano.
    E’ più di un film, e’ un trampolino verso un mare di riflessioni, di emozioni: rabbia, empatia, dolcezza, sofferenza e bellezza infinita.
    Fra queste ne sottolineo alcune che interpellano chi ha già visto il film, che spingono a vederlo o comunque a PENSARE.

    Essere insegnante non e’ semplicemente avere il titolo di studio adatto, o un paio d’anni di tirocinio a guardare “come fa” chi sta già dietro una cattedra. E’ molto di piu’: e’ un universo.
    Nella scuola i bambini si confrontano con la socializzazione, si relazionano con gli adulti, si affacciano al mondo fuori dalla famiglia, e ciascuno di loro porta con se’ la PROPRIA Storia in costruzione. Davanti a tanta fragilità e vitalità, l’insegnante non puo’ e non deve limitarsi alle regole imposte dai libri o dal ministero dell’istruzione. E’ NECESSARIO l’ascolto, il dialogo, tendere la propria mano per accompagnare gli alunni verso la scoperta di se’ e del mondo, verso la realtà, l’attualità, la fantasia, la poesia.
    Essere insegnante, un bravo insegnante, e’ un dono e una passione.
    Quando l’insegnante, un bravo insegnante, ha vissuto la sofferenza, quando in lui ci sono tracce indelebili di quel passaggio, lui non ne graverà il peso sugli alunni. Ma proprio perche’ conosce la sofferenza, sarà in grado di riconoscerla anche la’ dove si nasconde, dietro ad atteggiamenti fuorvianti, a linguaggi debordanti, o a grida silenziose. E non rimarrà indifferente, ma tenterà di liberare quelle anime in crescita da un male che potrebbe soffocarle.

    Spesso, tacere la sofferenza, chiudere gli occhi e le orecchie davanti allo stare male proprio o altrui, reca solo danni. A volte, quando ci si sente perduti in un male insopportabile, si finisce col fare del male a se stessi e a coloro che dovrebbero essere invece protetti.

    Questo film e’ un canto di umanità, di accoglienza, di amore.
    E ne abbiamo tutti bisogno.

    Trailer in lingua originale: http://www.youtube.com/watch?v=gjNCkxnT-xE

    Trailer in italiano : http://www.youtube.com/watch?v=PdfFD4HHlZA

    Elena


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