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Monthly Archives: settembre 2009

vorrei abbracciare

quanti giù nella loro anima bambina

hanno un fantasma

che li fa soffrire

 

là in fondo all’anima

dove la paura è abisso

 

vorrei abbracciare

l’amore che non sanno darsi

e le colpe che sanno darsi

e che non hanno

 

vorrei abbracciare le dita

di ogni loro carezza sperata

la loro angoscia sorda infinita

ogni loro ferita

 

vorrei dire loro

di non temere sé stessi

di credere che sempre si nasce

e sempre si è forti

 

nam virtus in infirmitate perficitur

 

vorrei abbracciare

la loro incredula voglia

di sentirsi cattivi

il loro cattivo bisogno

di credersi brutti

 

vorrei dare al mondo

la loro forza

quella che loro non sanno

di avere nel cuore

 

vorrei dare al mondo

la loro bellezza

quella che sconosciuta a sé stessa

abita il loro respiro

 

Diversità, handicap e “pietà pelosa”. Risposta al commento di Laura1

Che dovrebbero fare un uomo e una donna che sanno ballare, che amano ballare e sanno essere coppia nell’arte della danza, così come sono e per quello che sono? Dovrebbero chiudersi in casa rinnegando la loro arte, perché uno è senza una gamba e l’altra è senza un braccio? Dovrebbero impedire al mondo di essere sempre più bello e ai cuori delle creature di condividere la loro danza e la loro voglia di essere la comunicazione dell’amore? Perché? Per chi?

Allora ogni diversità potrebbe o dovrebbe percepirsi come handicap vergognoso, potrebbe o dovrebbe nascondere sé stessa, rintanarsi nel buio, vergognarsi di dire sé stessa e la propria gioia di danzare l’esserci e di respirare la vita. Uomini e donne dovrebbero nascondersi, in nome di chissà quale difetto, di chissà quale handicap, magari perché per qualcuno non sono belli da vedersi o non sono belli abbastanza. E chi è più bel ragazzo e più bella ragazza di due giovani che vogliano danzare la vita nella vita, non importa quante braccia o quante gambe abbiano?

Sai, Laura, che il confine tra limite e handicap è solo il nostro sguardo a segnarlo? Sai che nessuno nasce handicappato? Sai che “handicap” è una definizione sociale o culturale? Sai che handicappati si diventa soltanto se e quando si incontra uno sguardo come il tuo? Soltanto se e quando la maggior parte degli sguardi diventa come il tuo, incapace di vedere – prima di ogni sua diversità – la persona, quella persona? Soltanto se e quando un essere umano come te, non accettandosi, non accetta; non accogliendosi, non accoglie; non amandosi, non ama; temendosi, aggredisce; rifiutandosi, discrimina?

Questo blog chiede umilmente scusa a Laura e a tutti i fragili lettori dallo sguardo incapace di aprirsi. Chiede scusa, perché ha osato pubblicare l’intervista al diverso Pablo Pineda (Intervista a Pablo Pineda (in italiano)), che per indubbia provocatoria esibizione ha osato – lui, vergognosamente down! – diventare professore (Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda). Chiede scusa, perché, invece di denunciare tanta vergogna, si è incantato ad ammirare un prodigioso artista di strada che a Milano sulla via da san Babila al Duomo senza gambe palleggiava con maestria incredibile delle sue due stampelle una magica palla (c’è un artista strano). Chiede scusa, perché ama spudoratamente ogni diversità, perfino quelle dei caffè (Un buon caffè al Bar della Diversità), e ancora di più tutte quelle diversità umane che sanno giocarsi nel mondo, per farlo più bello, per aggiungere vita alla vita, gioia alla gioia, umanità alla umanità. Chiede scusa, perché, così facendo, ha messo temerariamente in crisi chi, non sapendo gustare il gioco, il mondo, la bellezza, la vita, non può sapere che si può essere sempre più gioco, sempre più mondo, sempre più bellezza, sempre più vita. Chiede scusa, perché ha indegnamente messo in crisi la normalità di chi non può essere altro che normale, di chi ha bisogno di essere normale, di chi teme di non esserlo davvero.

C’è spesso nell’animo umano il “bisogno” della compassione, della commiserazione, della falsa pietà o, all’estremo opposto, del rifiuto – nell’altro – di ogni debolezza, di ogni limite, di ogni diversità. È un “bisogno” importante, irrinunciabile, che serve a molte persone per illudersi di identificarsi e di sopravvivere: compatendo, commiserando, possono sentirsi buoni e bravi, degni magari del Paradiso; rifiutando possono sentirsi finalmente sani, belli, “normali”, omologati. Spesso è un bisogno talmente profondo e inconscio da essere rimosso o addirittura negato: è la dinamica della identificazione proiettiva di cui ho detto in un mio recente post (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso), spiegando che è propria di chi si difende proiettando sull’altro ciò che, senza poterlo ammettere, trova inaccettabile e vergognoso in sé stesso, degno solo di squallida pietà o di totale rifiuto. È un “bisogno” ormai talmente diffuso che, facendoci leva, si possono vincere persino le elezioni,

Se in gioco c’è questa dinamica, lo spettatore ha bisogno di definire la mera presenza del diverso una “esibizione” (vedi il mio post Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione), leggendola e interpretandola come “quasi offensiva”, come “spettacolarizzazione indebita”, come “provocazione” aggressiva. Allora l’altro, la diversità vanno respinti, nascosti o messi nel burqa discriminante e ghettizzante della compassione e della falsa pietà o in quello più esplicito e, a modo suo, più coerente, del rifiuto intollerante, magari fino alla catarsi della “soluzione finale”.  Chi voleva la “soluzione finale” di ogni diversità, è finito rintanato in un bunker, assediato dal mondo intero, sepolto sotto terra prima ancora di morire, avendo come proprio destino il delirio psicotico e il suicidio impotente.

 

 

 

 

 

Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione

Si esibisce ciò che non si è davvero. Per esempio l’esibizionista classico (quello che apre all’improvviso l’impermeabile) fa vedere il pisello, proprio perché non è virile. Così pure chi va in giro esibendo gioielli o macchinoni non sa che cosa voglia dire essere davvero ricchi. Parimenti chi esibisce le proprie conquiste amorose, non sa che cosa voglia dire essere veramente innamorati.

Ogni esibire appartiene alla dimensione dell’avere e del possedere, non a quella dell’essere. Questo vale sia per l’attore che per lo spettatore della esibizione; sia per chi la agisce, sia per chi la subisce. Lo spettatore abbocca all’esibizione solo se anch’egli abita la dimensione dell’avere e del possedere, magari criticando a parole l’attore, per poi sotto sotto invidiarlo.

Ogni esibire appartiene anche alla dimensione della dipendenza. Chi esibisce o chi si esibisce, difatti non possono fare a meno dello spettatore, hanno – più o meno inconsciamente – bisogno dello spettatore, dipendono da lui e dalla sua reazione provocata, o scandalizzata o impietosita, per avere e possedere ciò che – più o meno inconsciamente – non sono o non possono essere o hanno bisogno di non essere. Non a caso esibire deriva dal latino ex-habeo (per apofonia vocalica diviene poi ex-hibeo), che significa “avere a partire da, in dipendenza di”. Chi esibisce la ricchezza, per esempio, non “è” ricco, ma “ha” la ricchezza e ce l’ha solo, dipendendo da essa e grazie a essa, a partire dall’effetto che il suo “avere” produce sugli altri. Chi esibisce il corpo, non “è” il proprio corpo, ma lo “ha” solo perché, dipendendo da esso e per mezzo di esso, seduce o infastidisce o colpisce gli altri.

Ma anche lo spettatore della esibizione ha bisogno dell’esibizionista, ha bisogno di qualcuno che lo scandalizzi, lo provochi, susciti in lui vergogna o compassione; di qualcuno che possa essere causa e colpa dello “scandalo”, della “provocazione”, della “vergogna”. Non a caso, chi usa gridare al lupo, spesso conosce bene il lupo e, appena può, lo diventa più e meglio del lupo. Chi per esempio si scandalizza davanti all’esibizionista dell’impermeabile, sotto sotto teme anch’egli la sessualità; chi grida alla “vergogna” dei corrotti, magari, se potesse essere al loro posto, farebbe di peggio (lo dice bene in una sua famosa predica sul Padre don Primo Mazzolari).

In ogni esibizione dunque c’è sempre in gioco un bisogno, una dipendenza, un asservimento alla provocazione o alla reazione degli altri. E questo – ripeto – vale sia per l’attore che per lo spettatore di una esibizione. Altro che libertà!

 

Chi vuole vedere un video eccezionale, bellissimo, unico, vada al mio articolo chi è diverso conosce almeno due lingue, dove in allegato al commento di Antigone c’è il video che vi consiglio. Chi voglia poi vederlo direttamente su YouTube, basta che clicchi http://www.youtube.com/watch?v=LnLVRQCjh8c&feature=related.

Sono un appassionato di balletto classico. Di rado ho visto tanta bravura e tanta capacità di emozionare lo spettatore, in senso assoluto, indipendentemente dal fatto che lei sia senza un braccio e lui senza una gamba. Anzi, è proprio il limite fisico dei due ballerini quello che apre l’esecuzione a significati nuovi, più ampi, a quella seconda lingua che arricchisce la lingua della “normalità”, la sprovincializza rendendola più autentica e aperta. Questo pas de deux dice l’essenza della coppia e dell’amore in modo nuovissimo, dove il limite dei due diventa la risorsa della coppia, la possibilità stessa della interazione e dell’affidarsi, la presenza di significati e intuizioni-soluzioni formidabili per l’essere coppia, per l’essere di ogni coppia. Dice come non mai del maschile e del femminile, della sessualità e dell’amore. E c’è ancora chi vorrebbe vietare la sessualità e l’amore a chi è diverso e/o handicappato! Quale innamorato  può essere tanto in gamba? A quale donna si può chiedere la mano, per sposarla in modo tanto assoluto?

La bravura di due ballerini “normali” può rischiare di apparire idealizzazione, astrazione disincarnate. La bravura di questi due ballerini, pure essendo enorme, non corre questo rischio; non impoverisce l’arte, ma la carica di valenze simboliche del tutto nuove e profonde, immuni da ogni rischio di manierismo.

Non solo, dunque, chi è diverso conosce almeno due lingue. Si può anche dire che chi è diverso insegna la seconda lingua a tutti coloro che amano impararla, arricchendosi di dimensione sempre più nuove e profonde.

Segnalo con enorme piacere e divertito stupore la pagina web http://www.vocidipiante.it/.

A quanto pare, con risultati stupendi, la musicolga Laura Silingardi e il programmatore informatico Tiziano Franceschi sono riusciti a farci sentire la voce della piante, la musica del mondo vegetale. Grazie a un convertitore di impulsi.

Si possono così “ascoltare” e “sentire” le voci di alocasia, betulla, ciclamino, dracena, edera, felce, ficus, gelso, ginko biloba, lavanda, magnolia, noce del caucaso, noce, oleandro, olmo, philofendro, vari tii di rosa, sambuco, sorbo, sphatipillum, stella di natale, tageto, tiglio, ulivo, achillea, assenzio, belladonna, calendula, cicuta,  echinacea purpurea, elicriso, erba stregona, iperico, issopo, malva, starmonio, verbena. Consiglio l’ascolto.  

Interessante l’analisi musicologica espressa nel sito: “Volendo tentare un’analisi musicale del modo di esprimersi in suoni delle piante, si è giunti alla conclusione che esse utilizzano scale arcaiche. Tali scale si rifanno alla modalità greca antica e sono formate da una successione di 4 suoni discendenti (tetracordi) compresi nell’intervallo di una “quarta giusta”. E’ dall’unione di più tetracordi  che nascono le armonie musicali composte dalle piante.

Secondo i teorici greci le melodie composte su ciascuna di queste armonie sono contraddistinte da un carattere particolare, con effetti propri dell’armonia stessa sulla volontà e sulla psiche umana. Per  capire ciò che le piante vogliono comunicare a chi le ascolta occorre quindi porsi in un particolare stato emotivo“.

Alttrettanto stimolante è l’analis tecnica: “L’apparecchio per la Musica delle Piante consiste in un sistema di rilevazione del movimento linfatico foglia – radice, misurata attraverso un particolare tipo di rilevatore dotato di due sensori posti alle radici e sulle foglie della pianta collegata. Tale apparecchio registra la resistenza elettrica dei tessuti della pianta dovuta alla variazione della densità cellulare della linfa stessa. Le variazioni di resistenza elettrica, vengono poi convertite in segnali digitali, cioè in  note musicali secondo lo standard MIDI ed inviati ad un sequencer (banca dati di timbri musicali). L’apparecchiatura di rilevazione dispone di filtri per limitare le interferenze elettromagnetiche ed estrarre in modo “pulito” le variazioni rilevate sulla pianta.

Come tutti gli organismi viventi, le piante subiscono variazioni di resistenza elettrica dovute a vari fattori: fisici e sottili, tra cui importantissimi stati fisiologici ed “emozionali”. Le piante sono delle grandi antenne, dei ricettori sensibilissimi, esse captano dall’ambiente moltissime variazioni energetiche fisiche (campi elettromagnetici statici e variabili, ecc) e “sottili”. Tra queste ultime, molto importanti nella relazione con questi organismi, sono le interazioni con i campi energetici delle persone stesse.

Il risultato finale consiste nel poter udire ciò che normalmente non siamo in grado di vedere né tanto meno di percepire: il movimento vitale di una pianta, le sue reazioni, il suo campo energetico“.

Non so dire quanto possa essere presente e profondo il legame tra la “voce delle piante” e la nostra psiche. Intuitivamente sono portato a pensare che c’è, è bello e gratificante. Di sicuro noi percepiamo molto più di quanto pensiamo di percepire e – soprattutto – noi siamo in rrelazione con l’alterità del mondo vivente molto più di quanto immaginiamo.

Ringrazio perciò le formidabili affermazioni di Laura Silingardi e di Tiziano Franceschi. I risultati della loro ricerca sono affascinanti e godibilissimi, comunque la si possa pensare. E già questo è bellissimo.

Matilde

 

Matilde est née

il y a deux jours

 

je la tiens toute

dans ma main

de grand-père

 

ma main tenant le futur

le futur tenant ma main

 

 

Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso

Con frequenza crescente e sempre più aspra, la cronaca ci parla di aggressioni, pestaggi, violenze, omicidi ai danni di omosessuali, extracomunitari, rom, barboni, prostitute e tutti coloro che sono in un modo o nell’altro diversi.

La dinamica psichica che sta alla base di tutti questi episodi si chiama “identificazione proiettiva”: si proietta sull’altra persona (il diverso) una parte rifiutata e negata del proprio Sé, così che – una volta proiettata e identificata in lui – possa in lui essere negata, violentata uccisa. È come se l’altra persona fosse lo schermo su cui proiettare, identificare, aggredire il fantasma dei propri mostri interni; è come se nell’altra persona si aggredisse, violentasse, uccidesse sé stessi, la parte più profonda e negata di sé, quella che non si vuole e non si può ammettere di essere. Non a caso, caratteristica comune di questi fatti è l’estremo coinvolgimento del persecutore nei confronti della vittima, la sua estrema violenza e furia o, all’opposto, la sua freddezza glaciale e la sua superficialità disarmante (“l’abbiamo fatto per noia”). Se alla base non ci fosse l’identificazione negata con la vittima, non ci sarebbe né l’estremo coinvolgimento, né l’estrema estraneità. Se l’altro fosse solo altro non ci sarebbe tanto fastidio, tanto trasporto, tanta violenza o, all’opposto, tanta e così totale assenza di empatia.

La parola “omofobia”, che letteralmente significa “paura dell’identico” e che di solito viene attribuita soltanto a chi aggredisce e colpisce gli omosessuali, in realtà potrebbe essere applicata a tutti i soggetti che usano violenza contro chi è diverso, proprio perché a livello profondo il diverso è sé stessi, la propria più profonda identità, quella di cui, appunto, si ha paura.

L’”identificazione proiettiva” è una dinamica psichica difensiva propria di persone che, nella strutturazione della loro psiche, presentano strutturazioni dissociate o nodi dissociativi profondi, spesso tanto profondi che solo l’occhio esperto del clinico può individuarli. Si tratta di personalità con grosse sofferenze mai affrontate, mai elaborate, mai risolte.

Facendoci da specchio, il diverso smuove la parte più profonda del nostro Sé, la provoca, la interroga, la mette in gioco. Se il nostro Sé ha vuoti profondi, ferite mai elaborate, carenze mai colmate, solitudini mai abbracciate, rifiuti o abbandoni mai superati, allora la presenza dell’altro può farli affiorare ed esplodere, proprio perché, nel rapporto con l’altra persona, viene rimesso in atto il rapporto con sé stessi, spesso improvvisamente e con la violenza di un corto circuito inarrestabile.

Come dicono sociologi e psicologi, siamo ormai da tempo nella società e nella cultura del narcisismo, dove la tipologia media delle personalità presenta tipologie di strutturazione estremamente delicate, sempre più fragili, con deficit di strutturazione psichica propri dell’area psicotica e dell’area borderline, dove appunto si annida e vive la dinamica della “identificazione proiettiva”. Di fronte a queste personalità sempre più fragili e destrutturate, la presenza stessa del diverso diventa insopportabile pro-vocazione (che letteralmente significa “richiamare davanti a sé”) di sé a sé stessi. È lì la tragica culla della omofobia e della violenza sul diverso, fenomeni che – facile e terribile previsione – aumenteranno a dismisura.

Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia in sé una non adeguata, affrontata, elaborata identità di genere, di fronte alla presenza della omosessualità o, più in generale, di una sessualità per lui non abituale e non affrontabile (per esempio quella della prostituta o quella degli handicappati) sarà smosso, messo in crisi; proverà vissuti di “fastidio”, “voltastomaco”, tanto più profondi e insopportabili, quanto più non risolta a livello profondo è la sua identità di genere, quanto più profondo, massiccio e urgente è il suo “bisogno” di sentirsi maschio o femmina. Fino alla possibilità della esplosione aggressiva violenta e anche omicida. Dopo una lunga incubazione dei vissuti (spesso nel segno, per esempio, dell’esibizione maschilistica o machista o della ricerca di conferme anche alla propria virilità, quali lunghe ore di palestra cure eccessive e ossessive al proprio corpo ecc.), a fare scattare la violenza è spesso una presenza del diverso vissuta come eccessiva esibizione, come orgoglio indebito, come provocazione intenzionale, come se il diverso con la sua sola presenza fosse lui a colpire, aggredire, offendere.

Altro caso. Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia dentro la profondità magari del tutto dimenticata o mai ammessa del proprio Sé un rifiuto subito o rischiato (per esempio la madre, più o meno inconsciamente, non lo voleva o avrebbe voluto abortirlo o abbandonarlo), di fronte alla presenza della diversità rifiutata o rifiutabile, quale può essere quella di un extracomunitario o di un rom o di un barbone o di un handicappato sarà smosso, messo in crisi e dopo i vissuti di “fastidio” e “voltastomaco”, potrà arrivare alla aggressione o alla violenza.

L’altro ci fa da specchio proprio con la sua diversità. È la grande risorsa dell’essere persone tra persone, creature tra creature. Ma può anche scatenare l’inferno, se l’incontro è tra persone tanto ferite e destrutturate da vedere nell’altro soltanto quell’inferno che hanno dentro di sé.

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

 

 

Inizio dell’anno scolastico: “a che scuola sei portato quest’anno?”

Per molti bambini e ragazzi uno dei prossimi è il primo giorno di scuola. La nostra cara lingua italiana è ricca di mille saggezze e di preziosi insegnamenti. Per esempio, quando chiediamo a un ragazzo: “a che scuola vai quest’anno?”, già nell’espressione “andare a scuola” la nostra lingua ci indica il senso stesso della pedagogia e del rapporto tra scuola e allievo: è l’allievo che va a scuola, che la in-tende (cioè che tende ad essa fino a entrarci), che la conquista anche fisicamente andandoci con le proprie gambe. La lingua ci dice perciò della scuola come luogo e tempo di una conquista anche fisica.

I fatti purtroppo, sempre più spesso, smentiscono la ricca saggezza della lingua. Vedendo come avvengono le cose, oggi dovremmo dire: “a che scuola sei portato quest’anno?”, o forse – peggio ancora – dovremmo dire: “attraverso te a che scuola vanno i tuoi genitori quest’anno?”. Sono sempre più rari i casi di allievi che vanno loro a scuola, conquistandosela anche fisicamente passo dopo passo, giorno dopo giorno, camminata dopo camminata, risveglio dopo risveglio. C’è sempre la mamma o – peggio ancora – il papà o i nonni a svegliare l’allievo, a portarlo mezzo assonnato a scuola, ad andarlo poi a prendere.

Dietro questo comportamento, purtroppo, surrettiziamente si afferma e si vive una pedagogia e una visione del rapporto allievo-scuola molto lontane da quelle suggerite sopra. La scuola non è più tempo e luogo di una conquista del bambino o del ragazzo. La scuola è sempre più un dovere del genitore o del nonno, un loro compito, una loro mansione o pratica quotidiana, Sono i genitori o i nonni ad“andare a scuola” portando o trascinando o scaricando il figlio-nipote, spesso proiettando sul figlio-nipote il loro bisogno di affermarsi e/o di ricevere conferma attraverso la sua riuscita scolastica, di dimostrare grazie a lui di essere loro bravi genitori o nonni, di proteggerlo bene dal mondo cattivo e infido. Usando l’alibi della “necessità” di portare il figlio a scuola, affermano e in-segnano una visione difensiva nei confronti del mondo e della vita e invece di dare – come sarebbe loro compito – il figlio-nipote al mondo e alla vita, lo tolgono dal mondo e dalla vita, lo chiudono in una matrioska genitoriale da cui sarà difficile che egli possa uscire. Sotto sotto resteranno al figlio-nipote due possibilità: o – deludendo i genitori-nonni – subire la scuola sognando esplosioni di evasione e di sballo, o – compiacendo i genitori-nonni – rinchiudersi nel “dovere” scolastico come nella nicchia di una ossessione psicotica, che li isola sempre più da sé stessi e dal mondo (non si dimentichi quanto spesso i primi della classe siano ragazze anoressiche o ragazzi psicotici).

In tale modo i genitori-nonni scippano alle nuove generazioni quell’ “andare a scuola”, che è momento fondamentale e inespropriabile dell’essere allievo. Tolgono le radici all’albero e le fondamenta alla casa. Proprio così: li es-propriano, cioè tolgono loro ciò che è loro proprietà, ciò che a loro è proprio.

Come stupirsi poi che le nuovi generazioni siano disperate, cerchino lo sballo, l’ubriacatura, la velocità suicida, l’anestesia della sostanza, l’esplosione fascista o razzista, il sesso come alternativa anche violenta alla noia?

È soprattutto l’ansia materna a produrre questa grave invasione di campo dei genitori nei confronti del rapporto tra la scuola e gli allievi. In particolare l’ansia materna è rivolta verso il figlio maschio, soprattutto il primo figlio maschio. Sono soprattutto le mamme ad accompagnare a scuola il figlio, con premura e con frequenza che molto spesso con la figlia femmina non hanno o non hanno avuto (di solito non si rendono neppure conto delle preferenze messe in atto). Non mi stupirei che una delle ragioni del migliore rendimento scolastico medio delle femmine rispetto ai maschi fosse legata o dovuta alla minore pressione e “castrazione” psicologiche della madre nei loro confronti; se poi si aggiungono la rabbia e la voglia di dimostrare chi è meglio tra il fratello tanto curato e la sorella meno considerata, si intuisce da dove spesso venga la maggiore motivazione delle femmine ad “andare a scuola”,

Se le responsabilità delle madri sono pesanti, quelle dei padri non sono da meno. Prima di tutto non impediscono alle madri di divorare d’ansia materna il figlio, cercando di affermare e valorizzare, magari corteggiandola di più, i diritti di femmina, di donna e di moglie della compagna; in molti casi i padri soffiano ancora di più sull’ansia materna, aumentandone l’insicurezza e buttando ogni giorno di più la madre addosso al figlio. In secondo luogo, così facendo, non testimoniano né confermano il diritto del figlio a essere autonomo, a camminare con le proprie gambe, ad andare al mondo, a esplorarlo, a misurarsi con le difficoltà e anche – necessariamente – con i rischi, così da poterli conoscere e affrontare. Spesso sono i padri i primi a non dare fiducia al figlio, a disconfermarlo, a rinviarne all’infinito l’emancipazione, come se fossero proprio loro – i padri! – a fare ancora di più e ancora peggio la mamma del loro figlio. La conseguenza è la grave disconferma del figlio, la produzione di un disagio sempre maggiore che tiene infantile il figlio, impedendone anche gravemente l’individuazione e ributtandolo continuamente nello status di bambino piccolo che dipende dalla madre e che non può andarsene e crescere. Quanto patogeni siano purtroppo questi comportamenti paterni, lo dice l’esperienza clinica quotidiana: tante psicosi giovanili hanno alla loro radice proprio dinamiche di questo tipo.

Da parte loro i nonni troppo spesso si sostituiscono ai genitori nella quotidianità, così che alla fine non fanno né i genitori né i nonni (essere nonno è dimensione festiva, non quotidiana), privando i nipoti della ricchezza di entrambe queste due grandi dimensioni formative. “Aiutando” poi i genitori nella loro funzione, i nonni di fatto limitano l’esperienza dei genitori, impediscono la loro apertura sociale. I genitori non parlano né si accordano con gli altri genitori, non li incontrano, non si confrontano con loro, non trasformano in domanda sociale e politica il problema della loro presenza e funzione. Tanto ci sono i nonni! Che bisogno c’è di porsi e di risolvere il problema di come potere e dovere fare i genitori? La disfunzione delle relazioni familiari finisce così con l’avere una immediata ricaduta di inerzia sia sociale che politica.

Si può individuare la scuola migliore del mondo o, come si usa dire oggi, la più “seria”, ma se l’allievo non è lui ad “andare a scuola”, da soli!, si toglie il senso stesso e il significato profondo della scuola e del rapporto con essa.

Andare a scuola” è evento e problema dell’allievo, non dei suoi genitori o nonni. È l’allievo a essere in gioco, solo lui. I genitori, la società lo stato debbono garantire questa possibilità, non viverla loro come se fosse un loro problema o un loro compito. Se lo fanno impediscono alle nuove generazioni di crescere, di conoscere sé stessi, di vivere. Si uccidono i figli credendo di aiutarli.

Tutta la scuola oggi è “privata”, sia quella statale che quella non statale, proprio perché, non lasciando “andare a scuola” da soli i bambini e i ragazzi, si finisce con il privarli della scuola e della sua conquista.

 

 

Ho saputo che due belle persone stanno leggendo a Kabul il mio libro “La tenerezza dell’eros”. Confesso che sono felice.

A Rosi che mi fa allegro

Come mai farò a non essere allegro?

Mi sveglio la mattina

ed ho lì

accanto a me

il tuo sorriso,

il più bello

e simpatico.

Di giorno respiro le magie di fata

delle tue giornate.

Ogni ora poi ti sposo

ogni volta di più.

E la sera mi tuffo nel tuo abbraccio.

M’addormento per sognarti

e sogno di ritrovarti.

La morte sarà il risveglio

per parlare con te di Dio

e con Dio di te.

Come potrò mai non essere allegro?

 

 

1.2.5.3.- Le gravidanze «extrauterine». Accenno alla mamma di Cogne

 

Ci sono poi le gravidanze che io chiamo «extrauterine», naturalmente non in senso fisico (per questo metto le virgolette), ma in quello psicologico e relazionale.

Accadono proprio a quelle madri che non hanno mai davvero partorito il figlio privilegiato (quasi sempre il primo figlio maschio), quando, come talora succede, abbiano altri figli. È come se questi altri figli non venissero mai accolti davvero dalla gravidanza materna; del resto come potrebbero occupare un utero già «occupato»? Se nel caso del figlio privilegiato, si può parlare di gravidanze infinite, che non portano mai a un vero parto psicologico, nel caso dei figli «extrauterini» si può parlare di gravidanze mai veramente annidate, forse soltanto sopportate o messe lì in una qualsiasi dependance del proprio Sé, così caratterizzato da nodi o dinamiche dissociativi.

Nei confronti di questi figli la madre, per lo più senza neppure accorgersene, ha atteggiamenti e comportamenti molto meno attenti, empatici e accudenti; spesso, più o meno inconsciamente1, dà per scontato che essi abbiano meno diritti del figlio privilegiato e che essi debbano in certa misura servire al fratello2.

Nel sentire della madre di Cogne3, che, secondo la sentenza di primo e secondo grado, confermata in Cassazione, ha ucciso il figlio secondogenito il giorno del compleanno del primogenito, cioè della sua prima vera festa (quasi una sua iniziazione sociale), mi è venuto da pensare che, a livello profondo e probabilmente inconscio, quella madre stava, in quel terribile momento, non tanto uccidendo un figlio, che, piangendo, le chiedeva attenzione, quanto difendendo l’unico suo «vero» figlio, l’unica sua «vera» gravidanza. Una madre, se uccide, uccide per difesa4, soprattutto se e quando in gioco c’è la difesa (dalla possibile perdita) della propria relazione con l’unico figlio di cui si senta davvero madre, per giunta madre intransitiva.

A quanto noto nella mia esperienza clinica, è soprattutto una ragione a spingere, più o meno inconsciamente, la madre a privilegiare il primo figlio maschio a scapito degli altri figli. Si tratta di donne che di solito non hanno adeguatamente elaborato e integrato la dinamica edipica, per cui l’unico vero uomo della loro vita è il padre (o il loro primo fratello5); sono perciò più o meno invischiate in dinamiche psicologicamente incestuose. Il primo loro figlio (ripeto, soprattutto se maschio) è perciò, da un punto di vista psicologico e relazionale, «figlio del nonno» (o «figlio dello zio »). Non a caso egli viene spesso portato ed educato nella casa del nonno (o dello zio) materno6; come tale, essendo il figlio dell’unico uomo amato davvero, è percepito dalla madre in modo positivo e valido .

Gli altri figli, invece, in quanto «figli del marito», di un marito che di solito è un uomo debole e fragile (di solito non ha adeguatamente superato o elaborato l’Edipo), sono percepiti in modo meno positivo, quando non addirittura svalutante7. Sono appunto figli «extrauterini», che mai hanno potuto davvero annidarsi nell’utero di quella madre.

 

1 Di frequente queste madri negano che ciò avvenga, spesso alla faccia della più palese delle evidenze, confermando in tale modo la presenza di nodi dissociativi.

2 Mi pare dolorosamente emblematico il caso non raro di madri nubili che, pure di dare un cognome e un padre legale al figlio, si sposano con uomini che non amano o magari neppure stimano e con cui di certo non hanno una relazione particolarmente significativa e un coinvolgimento autentico, per cui le gravidanze successive sono vissute, per lo più inconsciamente, come un “prezzo” o un “risarcimento” da pagare per tutelare l’unica loro vera gravidanza. Non a caso, ho potuto notare che i figli successivi, in particolare il primo o la prima, spesso presentavano disturbi con rilevante componente dissociativa.

3 Mi riferisco qui ad Annamaria Franzoni in Lorenzi, che ormai da anni sta interessando il giornalismo di cronaca e di costume con la sua tragica vicenda, legata all’uccisione del figlio secondogenito Samuele, avvenuta a Cogne il 30 gennaio 2002. Condannata in primo e secondo grado e in Cassazione, si è sempre proclamata innocente.

4 Il pomeriggio del giorno in cui Samuele viene ucciso ci sarebbe dovuta essere la festa di compleanno del figlio primogenito Davide, con il previsto invito di molti compagni di Davide e anche delle mamme: si trattava di fatto di una vera e propria entrata in società di Davide, che da poco aveva cominciato a frequentare la prima elementare (non si dimentichi che i sei anni sono l’età in cui il bambino compie la fase dell’Edipo e nasce al sociale in modo pieno, cosa che da noi coincide proprio con l’accesso alle Elementari). Era dunque un giorno di estremo rilievo per la madre, che da un lato vedeva il figlio primogenito emanciparsi, dall’altro lo “perdeva” (a monte di questo tanto eccessivo senso di “perdita” c’è senz’altro una grave disfunzione relazionale sia nella coppia che in entrambe le famiglie di origine). Se, come risulta dalle condanne in primo e secondo grado confermate in Cassazione, è stata la madre a uccidere Samuele, la dinamica omicida è spiegabile proprio a partire dall’analisi di questo conflitto materno tra il desiderio di tenere tutto per sé il figlio primogenito e quello contrapposto di vederlo aprirsi al sociale e al mondo degli altri, proprio attraverso quella festa che poi di fatto, guarda caso, non c’è. L’omicidio avviene in stretta coincidenza con la uscita da casa di Davide, che, accompagnato dalla madre, fa le poche decine di metri che lo portano alla fermata del pulmino per la scuola: è dunque il momento della uscita da casa, proprio nel giorno in cui Davide dovrebbe, nella misura prevista dalla sua età, uscirne anche psicologicamente.

Nei dati di cronaca, non ho letto se e quanto il padre Stefano fosse coinvolto in questa festa, se e come in essa fosse prevista o esclusa la presenza sua e/o di altre figure maschili della famiglia (per esempio quella dei nonni, in particolare di quello materno); la cosa non mi parrebbe priva di rilievo, considerato che il festeggiato è il primo figlio maschio e che la festa ha una indubbia valenza iniziatica (costituiva, come si è detto, una vera e propria entrata in società). In sé curioso (vista anche la non frequente combinazione dei due nomi), è poi il fatto che, nella Bibbia, Samuele è colui che permette e consacra il passaggio dal regno del vecchio Saul a quello del piccolo Davide.

5 Vedi quanto detto in 1.2.8.4. Appendice Quarta: “Dare il figlio al padre”.

6 Che a occuparsi del nipote sia poi di fatto prevalentemente la nonna materna, non modifica il quadro relazionale. Ciò potrebbe difatti essere ascritto a una motivazione aggiuntiva molto complessa e, a mio avviso, giocata soprattutto in tre direzioni tra loro solo apparentemente contraddittorie:

  1. da un lato la figlia, obbligando la madre a occuparsi del bambino, la colpisce, riaffermando ancora di più la propria vittoria edipica su di lei, che in tale modo è riuscita a “dare un figlio” al padre (o al fratello), per giunta usando la madre come baby sitter a tempo pieno;

  2. dall’altro la figlia gratifica e risarcisce la madre, dichiarandola di fatto la madre, che lei colpevolmente ha “tradito”, come la migliore e l’unica davvero in grado di accudire il bambino;

  3. dall’altro ancora la figlia – attraverso l’accudimento del bambino – punisce la madre del fatto che, perdendo il confronto edipico con lei, ha finito incestuosamente con lo scaricarle addosso il padre o il fratello, come se le dicesse: “se a concepirlo e a partorirlo ho dovuto pensarci io, almeno ad accudirlo devi pensarci tu, che mi hai buttato addosso tuo marito”.

7 In seduta, in modo del tutto significativo e notevole, difficilmente si sbagliano: quando parlano degli altri figli, si rivolgono al marito e quasi sempre dicono: “i tuoi figli”; quando parlano del figlio privilegiato, non capita mai, che io sappia o che io ricordi (e su questo sto molto attento), che escano a dire al marito: “tuo figlio”.

Aforisma su buon umore e ottimismo

su buon umore e ottimismo

non si pagano ancora le tasse.

Essere depressi non conviene

neppure fiscalmente

 

 

Incesto e cecità degli individui e della società

Come bene avevano intuito gli antichi greci, la cecità, cioè l’incapacità di vedere, è la dimensione più propria dell’incesto.

Oggi tuttavia l’esperienza clinica e la sua elaborazione teorica ci permettono di meglio precisare la formidabile intuizione degli antichi. La cecità è non soltanto l’esito finale dell’incesto (Edipo si accieca dopo avere saputo dell’incesto con la propria madre Giocasta, dalla quale ha avuto quattro figli); ne è – ancora di più – la costante e la causa, in un circolo vizioso micidiale: l’incesto produce cecità, la cecità produce incesto.

Nella famiglia e fuori dalla famiglia nessuno vede. All’interno della famiglia la madre non vede l’incesto tra il padre e la figlia o tra il padre e il figlio (quando parlo di padre e di madre, li intendo in senso sia naturale che acquisito); il padre non vede l’incesto tra la madre e il figlio o tra la madre e la figlia. Identica cecità anche in ordine ad incesti che coinvolgano anche i nonni e le nonne con i nipoti o le nipoti, oppure i suoceri e le suocere con i generi o le nuore. Mi è capitato di vedere tutte le varianti possibili sia in ordine ai ruoli che alle età delle persone coinvolte. Eppure- sempre – il tutto avviene nella cecità più o meno assoluta: nessuno vede, nessuno vuole davvero vedere (per esempio, se e quando la terapia fa emergere l’incesto, cala o si estingue la motivazione terapeutica, quasi a dire: “vogliamo solo una terapia che ci permetta di continuare a non vedere, che di fatto legittimi il nostra non vedere”). Anche di fronte alla evidenza dei fatti, la prima reazione della famiglia è di non vedere o di negare l’evidenza o di sminuirne il più possibile l’ammissione. Gli stessi protagonisti, spesso, si convincono sempre più di essersi soltanto immaginati, forse di essersi solo sognati. É come se scattasse un corto circuito cognitivo: siccome non è possibile che una tale cosa avvenga, devo per forza essermela sognata, immaginata, colpevolmente sognata, colpevolemnete immaginata.

In atri casi, capita che la cecità assuma la forma della banalizzazione dell’evento, del suo significato, della sua portata: “in fondo che male c’è?”, “dove è il problema?”, “non abbiamo fatto del male a nessuno”. Ricordo la frase di una madre, quando seppe che il suocero-nonno per una notte intera aveva fatto sesso con la ragazzina di nove anni: “in fondo non le ha fatto male e poi lei era mezzo addormentata”.

Anche la società pare proprio non vedere. Non mi è mai capitato di sentire di insegnanti o educatori di vario tipo che si siano davvero accorti che un ragazzo o una ragazza stavano vivendo una esperienza di incesto. Eppure basterebbe poco per vedere o per potere vedere. Basterebbe dare alcune chiavi di lettura dei comportamenti. Ma – ecco il punto – nessuno si sogna di porre il problema e, di conseguenza, i rimedi, proprio perché nessuno vuole vedere, proprio perché la società e le istituzioni non vogliono vedere, i giornali non vogliono vedere e non ne vogliono parlare. Quando “scoppiano” casi innegabili (per esempio il caso dal padre austriaco che ha tenuto per anni e anni segregata la figlia, facendola più volte partorire o abortire), si tende a proporre il caso come del tutto eccezionale e mostruoso, come l’eccezione che esce da una normalità intatta e rassicurante.

Credo che proprio qui stia l’aspetto più grave del problema: il non vedere, il non volere vedere e ammettere la diffusione dell’incesto, la sua – oserei dire – “normalità”. Quando una violenza tanto grande tende a porsi come “normale”, a essere cioè di fatto ammessa e consentita, lasciata accadere, allora quella violenza è inarrestabile. Ciò che si lascia accadere alla fine non interroga più, non pone più problemi, non è più un problema. A lasciare accadere la violenza come se fosse normale riescono i nazismi e la barbarie quando l’ottundimento della coscienza e della morale sono tanto scontati e diffusi da diventare e da essere – appunto – normali, di fatto se non di nome.

Chi è coinvolto in situazioni di incesto è vittima e causa di deficit cognitivi rilevanti. Lo stesso non vedere di cui abbiamo parlato è già di per sé un deficit cognitivo. Ma qui intendo qualcosa di più profondo e grave. La condizione della conoscenza è la presa di distanza: se non c’è presa di distanza, non c’è conoscenza, si estingue la conoscenza: sempre più, sempre più diffusamente, sempre più profondamente, fino a toccare la capacità di conoscere non soltanto con la mente, ma con il cuore, con l’anima, con l’empatia, con lo spirito. Ebbene la prima presa di distanza, quella che dà l’imprinting e la stessa possibilità di esserci di ogni altra è quella dal genitore, dalla madre, dal padre. È proprio questa prima, decisiva, fondamentale presa di distanza a venire negata dall’incesto (non solo quindi da quello fisico, ma prima ancora da quello psicologico tipico di famiglie e di società che impediscono od ostacolo lo svincolo dei figli). Per questo l’incesto produce la morte della conoscenza, del conoscere, dell’evolvere. Per questo, se l’incesto diventa o già è la “normalità”, a essere in gioco sono non soltanto la coscienza e la conoscenza di alcuni individui, ma quelle della intera società o della intera civiltà. Allora il rischio è quello della neandertalizzazione dell’homo sapiens, quindi della sua estinzione. Già questo blog ha parlato di neandertalizzazione in alcuni articoli. A essi rimando.