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“Sei la migliore donna che poteva uscire dalla mia pancia”, questa è la frase che Ambra Angiolini trovò scritta su un post-it giallo attaccato dalla madre alla porta del bagno dove Ambra di solito andava a vomitare. Secondo l’attrice questa frase fu decisiva nel suo superamento della bulimia. Lo confessa in una intervista a “La Repubblica” (vedi http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/ambra-confessa-cosi-ho-vinto-la-bulimia/59817?video).

Non so che terapia abbiano seguito la madre di Ambra ed Ambra stessa, né so in seguito a quale cambiamento la madre abbia deciso di pensare e di scrivere quella frase, ma di certo le sue parole sono decisamente agli antipodi del solito atteggiamento delle madri delle ragazze bulimiche, madri che abitualmente sono molto controllanti e colpevolizzanti riguardo al sintomo bulimico (vomito compulsivo e il più delle volte autoprovocato). Al controllo e alla colpevolizzazione di solito si accompagna l’ansia e l’autocompatimento materni. Niente di tutto questo: stando alle parole che scrive, la madre di Ambra si mostra vicina alla figlia, ma in modo del tutto confermante e valorizzante.

Non insignificante poi il termine da lei usato nel riferirsi alla figlia: “sei la migliore donna”. Anche questo va contro l’abituale atteggiamento infantilizzante delle madri delle bulimiche, che, non a caso, di solito chiamano perennemente “bambina” la loro figlia, così svalutandola e mantenendola di fatto infantile. In ciò queste madri non fanno altro che continuare a subire e continuare a confermare il gioco psicotico, che produce la psicosi bulimica: il padre ributta sulla madre la figlia, svalutando la madre e lasciando bambina la figlia; la madre, subendo questa dinamica paterna, ne diventa complice ed esecutrice.

La terapia sistemica interviene subito lì, cercando di confermare prima di tutto la madre, così che questa non si faccia caricare di ansia materna, di dubbi, di sensi di colpa da parte del padre della ragazza. Finché la madre subisce questo gioco, la spirale della bulimia continua a risucchiare in sé la ragazza, aumentando il conflitto tra madre e figlia e facendo della bulimia il campo di battaglia di questo conflitto (è come se con il proprio comportamento la figlia dicesse alla madre: “tanto tu mi controlli e tanto io ti frego continuando a vomitare il cibo e nel cibo a vomitare te fuori di me”; in tale modo, sotto la copertura e l’alibi del conflitto, la figlia mantiene la proria dipendenza infantile dalla madre). L’aggressività paterna nei confronti della madre dunque, oltre ad aumentare il controllo ansioso e svalutante della madre, rompe la relazione tra madre e figlia.

La frase della madre di Ambre ricostituisce la relazione tra lei e la figlia, definisce la figlia come la “la migliore donna”. Se tutto ciò si fonda, come parrebbe, su un autentico cambiamento della madre, allora il gioco è fatto e la possibilità di guarigione è del tutto aperta. La madre deve cambiare prima di tutto nei confronti di sé stessa e della propria autostima di donna e di madre: la frase, mi pare, lo rivela benissimo, dicendo della “pancia” come culla della “migliore donna”. Solo una madre riconciliata con la propria fisicità femminile e materna può vivere, pensare e dire una frase del genere e può permettere alla figlia di rimettersi nella relazione con la madre. Ripeto, non so come la madre di Ambra sia arrivata a tanto; so però che 1) molto difficilmente una tale frase viene vissuta, pensata e scritta dalla madre di una ragazza bulimica senza un preventivo cammino terapeutico, 2) è lì che uno psicoterapeuta sistemico intende portare le madri della ragazze bulimiche.

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2 Comments

  1. ma perche’ secondo tutti al centro della bulimia c’è la madre iper protettiva..chi lo dice?io sono bulimica da cinque anni e anoressica prima ancora di entrare nel vortice della bulimia..ma nn capisco ancora il perchè del mio disagio..nn credo però dipenda da mia madre..sono stata a todi,al paklazzo francisci che in quel momento sembrava avermi aiutato ma in reasltà è stato solo un ennesimo tentativo andato male..

    • Cara Tizy,
      non c’è “la madre”; c’è una madre che subisce un padre ansiogeno ecc. ecc. Leggi gli articoli di questo blog in proposito. Ti consigllio un lavoro sistamico-relazionale.


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