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Guardare le stelle è antico esercizio di stupore, capace – come diceva Kant – di “riempire l’animo di ammirazione sempre nuova e crescente”. Il cielo stellato del resto non può non provocare al mistero: sfida l’uomo a dare un senso a quell’infinita moltitudine di luci che abitano il buio più ripetuto e lontano.

Perché dunque meravigliarci se l’astrologia, più che “studio e scienza degli astri” – come suggerirebbe il significato della parola -, fin dall’antichità e da tutte le popolazioni primitiva è stata considerata l’arte della predizione? Che cosa più della misteriosa alterità delle stelle avrebbe potuto o potrebbe, per l’occhio stupito, dell’uomo antico o del primitivo, trattenere il segreto di popoli e individui e l’indicazione dei loro destini?

Ma tutto questo, per quanto rozzo possa essere il tentativo, non è forse ammettere, tutto sommato, che esiste un potere comunque “altro”, che un legame a modo suo “religioso”, esiste tra cielo e terra, tra  lontano e vicino, tra buio e luce, tra ciò che ci è “altro” e ciò che siamo e saremo?

Dell’astrologia mi ha sempre colpito il gesto umanisismo che l’ha generata e che ne è la condizione: alzare gli occhi al cielo e nella notte contemplare.

Di qui, tra l’altro, è nato – così mi piace immaginare – il gioco d’invenzione delle costellazioni: la voglia di ritrovare tra le stelle i fili invisibili che tra loro le legassero, sino a formare le figure ardite e i megici nomi della mitologia e, di qui, a ripensare – ritrovandole e risignificandole nelle profondità dei cieli notturni – alle loro storie e alle loro vicende.

Per questo, per tutto questo, anche se non credo all’astrologia, ne rispetto il gesto che l’ha prodotta, e guardo con curiosità i simboli e concetti che le sono propri.

Ho giocato sapendo di giocare, volendo giocare, affascinato dalla sottile sapenza che a tratti questo gioco vecchio di millenni sa ancora trattenere e rivelare.

Avevo davanti il patrimonio enorme di segni, intuizioni, immagini, che l’astrologia ci offre. Perché non giocarci? Perché non lasciarci, se non prendere, almeno sorprendere dalla vertigine iconica e concettuale di un tale affascinante caleidoscopio?

Proprio perché sapevo e so quanto e quale sia il groviglio delle ocntraddizioni e delle aporie in cui spesso l’astrologia è caduta e tuttora cade, ho con essa giocato.

Del resto, di fronte a chi oggi specula sulla dabbenaggine degli sprovveduti in nome anche  della astrologia, la via di una sua assunzione anche ludica può forse risultare vincente, può aiutare a guardare i suoi simboli e ocncetti per quello che sono: il frutto affascinante di un albero dalle strane radici, che nei millenni uomini e popoli si sono costruiti, cercando identità e destini.

Se questo frutto mirabile ci può invitare, magari per una volta ancora, ad alzare i nostri occhi e il nostro stupore verso il cielo stellato, allora giocarvici ha avuto il suo piccolo senso.

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