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Category Archives: disturbo di personalità

Dal mio solito amico ricevo queste domande:

Dottor Cortesi,

qual’è la sua valutazione, da psicoterapeuta della scuola sistemico-relazionale, del caso di Pietro Maso, libero dopo 22 anni di carcere? Ho visto il ragazzo, che a vent’anni uccise entrambi i genitori, oggi un uomo di 44 anni, uscire dalla prigione e allontanarsi da solo, senza particolare entusiasmo, guardandosi attorno smarrito e quasi assente. Che cosa è rimasto della sua “relazione” con i genitori. Cosa pensa quando è solo? Che cosa crede ci sia nel profondo della sua psiche? E perché una persona così sembra volere affrontare di nuovo la vita e non è schiacciato dall’istinto del suicidio, mentre si abbandonano a questa prospettiva imprenditori falliti e manager corrotti?

Non so se Pietro in carcere abbia o non abbia usufruito del proprio diritto a essere aiutato, se abbia o meno fatto un percorso terapeutico e, qualora l’abbia fatto, che tipo di approccio sia stato seguito e che qualità di intervento ci sia o non ci sia stata. Secondo quanto si sa delle carceri italiane, è difficile sperare più di tanto. Quasi sicuramente – temo – non è stato seguito un approccio sistemico, dato che, a quanto vedo, difficilmente la stampa, le istituzioni e, in queste, la magistratura ricorrono oggi a professionisti di scuola sistemico-relazionale; a quanto vedo, molti magistrati manco sanno di che cosa si tratti. Si tratta invece dell’approccio più ad hoc per casi come quello di Pietro (o, per citare altri esempi conosciuti, di Erica di Novi Ligure o della mamma di Cogne o della zia e cugina di Avetrana); si tratta di un approccio prezioso e unico, capace, oltre che di risolvere situazioni, anche di capire e, ancora meglio, di prevenire tragiche situazioni, quali quelle appena ricordate. Penso, in particolare, a quante dolorose situazioni familiari e di coppia verrebbero risolte o evitate se, nei confronti dell’approccio sistemico-relazionale, non ci fossero ignoranza e preclusione ingiustificate.

Data la mia ignoranza del caso Maso, le considerazioni che seguono non possono non essere che di massima; sarebbero le considerazioni di partenza dalle quali sarei partito io, se avessi dovuto prendermi cura di Pietro.

Di sicuro Pietro era all’interno di una famiglia caratterizzata da “giochi psicotici” (l’espressione è di Mara Selvini Palazzoli), cioè da dinamiche relazionali disfunzionali che durano da almeno tre generazioni e che hanno il loro fulcro nello stallo relazionale della coppia coniugale-genitoriale (marito-moglie e padre-madre) dei genitori di Pietro. Senza spesso rendersene minimamente conto (pensando anzi di essere buoni genitori e buoni coniugi e venendo molte volte considerati tali da conoscenti, parenti e amici), di solito queste coppie usano i figli e la propria funzione genitoriale come alibi per non vedere e per non affrontare lo stallo relazionale di coppia; di fatto hanno bisogno di fare i genitori ad oltranza, di restare genitori per sempre, perché altrimenti dovrebbero affrontare il problema della loro situazioni di coppia, cosa che, a causa della storia familiare e delle carenze individuali, non sono assolutamente in grado di fare senza l’aiuto di un’adeguata psicoterapia sistemica. Sono genitori che, letteralmente, si buttano sul figlio (o sulla figlia) proiettando su di lui i propri bisogni non risolti, le proprie frustrazioni, caricandolo delle proprie aspettative, senza mai davvero amare il figlio per quello che è e per come è, senza mai davvero tenere conto di che cosa il figlio (o la figlia) abbia davvero bisogno, di quali siano i suoi vissuti, i suoi desideri, i suoi affetti, la sua età, le sue dinamiche evolutive, il suo senso della vita e della felicità. Spesso, senza mai davvero amarlo, lo controllano o, all’opposto, lo lasciano nella indifferenza assoluta, magari coprendolo di regali costosi, di vestiti firmati, di livelli di vita assurdi. Sono situazioni molto diffuse, fino a rasentare una epidemica “normalità”; se ci penso, mi stupisce non tanto il fatto che ci siano casi come quello di Pietro o di Erica o di Ferdinando Carretta (a Parma uccise padre, madre e fratello), quanto il fatto che questi casi così siano pochi. Penso che siano pochi, perché oggi la crisi familiare è più implosiva che esplosiva (ho titolato Implosione l’ultimo mio libro su famiglia, società e politica); penso siano pochi perché oggi a soccombere è quasi sempre il figlio (o la figlia), travolto dai giochi malati della famiglia e, a causa di questi, spinto nell’abisso della psicosi, della schizofrenia, della anoressia, della bulimia, delle dipendenze più devastanti, dei disturbi di personalità. Ma nessuno o quasi parla di ciò come dell’estremo opposto (ma di pari peso) dei casi di Pietro o di Erica o di Ferdinando. So di essere estremamente provocatorio nel dirlo, ma non so chi stia peggio tra, di qua, Pietro Maso che uccide i genitori e, di là, un figlio schizofrenico o una figlia anoressica che sono uccisi psicologicamente dal “gioco psicotico” familiare.

Se penso che difficilmente in carcere questo uomo è stato davvero aiutato in modo corretto e adeguato, allora l’immagine di Pietro che esce dal carcere non mi dà tanto l’idea di un uomo che “affronta la vita”, quanto quella di un figlio che resta figlio per sempre e che per sempre resterà nella incapacità di crescere, di individuarsi e identificarsi, di amare e di essere amato: potrà sì lavorare, ma non crescerà; potrà sì fare sesso o procreare, ma non amerà e non sarà mai davvero amato. Certi genitori (e certi giochi familiari disfunzionali) sono ancora più micidiali da morti che da vivi, soprattutto se gli altri (la gente, l’opinione pubblica, le istituzioni, i tuoi stessi amici e parenti, i tuoi compaesani) continuano – e continuano!!! – a vederti come l’assassino, il mostro, il degenerato.

Né va dimenticato che, chi sta all’interno di giochi familiari psicotici e agisce-subisce fatti estremi quali l’omicidio o il suicidio, è come se vivesse un tempo fissato, bloccato. Come ho più volte scritto, chi uccide possiede per sempre la propria vittima ed è per sempre posseduto dalla propria vittima, è per sempre l’azione che ha compiuto. Molto probabilmente in fondo a Pietro c’è il bambino mai davvero amato che, con l’omicidio, trattiene per sempre in sé e con sé la propria mamma e il proprio papà. Qualora, ripeto, non ci sia stato in questi anni un adeguato intervento su di lui, il primo obiettivo terapeutico di un intervento su Pietro dovrebbe essere quello teso a portare alla luce quel bambino, a farlo nascere staccando il magico cordone ombelicale che , con il possesso omicida, lo tiene ancora legato ai suoi genitori. Paradossalmente si tratta di aiutare Pietro a “uccidere” davvero e finalmente i genitori; del resto ogni figlio, che voglia evolvere e diventare adulto, non può non “uccidere” i propri genitori, così da diventare figlio di sé stesso. Pietro o Erica o Ferdinando hanno ucciso i propri genitori fisicamente, proprio perché il gioco relazionale disfunzionale non permetteva loro di “ucciderli” psicologicamente staccandosi da loro, diventando autonomi, essendo sé stessi senza più dipendere da loro e dalla loro presenza. Pietro, Erica, Ferdinando hanno uccisi i genitori senza le virgolette, perché non potevano “ucciderli” con le virgolette, cioè all’interno di un corretto processo evolutivo di svincolo e di emancipazione. E, al di fuori della famiglia, nessuno ha visto la loro situazione, nessuno l’ha letta per quello che era, e nessuno li ha – nei limiti del possibile – aiutati. Nessuno, né i parenti, né gli amici, né le istituzioni. Prima che omicidi, Pietro, Erica, Ferdinando sono vittime della violenza e del gioco psicotico della famiglia all’interno della quale sono nati e vissuti; oggi rischiano di restare vittime della violenza e del gioco psicotico di un sistema sociale e istituzionale che, nella propria ignoranza del problema, rischia soltanto – divenendone complice ed esecutore – di continuare e amplificare il gioco psicotico e la violenza della famiglia di queste persone. È questo il grande rischio attuale: di uccidere chi non ha saputo “uccidere”.

Paradossalmente Pietro, uccidendoli, ha fatto e continuato il gioco dei genitori, li ha resi genitori per sempre, se li è per sempre caricati sulle spalle senza più poterli lasciare, mentre è diritto-dovere di ogni figlio lasciare i genitori (la Bibbia, più decisa e radicale, parla non di lasciare, ma addirittura di “abbandonare” e mette questo termine nella bocca stessa di Dio). Per questo dico che Pietro è ancora e inesorabilmente figlio, se non sarà partorito a sé stesso e alla propria autonomia di uomo adulto da una corretta psicoterapia.

Ripeto, non so se Pietro sia stato davvero aiutato in questi anni di carcere. Se, come temo, non lo è stato, penso che il suo vero carcere e il suo vero Calvario comincino adesso. Non si arrabbino i lettori, ma a Pietro vanno tutta la mia empatia di terapeuta e tutta la mia simpatia di uomo. Forza Pietro! Se nessuno ti ha ancora aiutato davvero, cerca aiuto. Esci tu dal carcere, quello vero.

Nelle domande che mi rivolge, il mio amico lascia trapelare la possibilità del suicidio. Spesso chi sopravvive giunge a simili azioni. In contesto per certi aspetti (solo per certi aspetti!!!) diverso è l’esito cui sono arrivati i sopravvissuti di grandi stermini o catastrofi, per esempio molti sopravvissuti alla Shoah, quali Primo Levi o Bruno Bettelheim. Non si scandalizzi il lettore: accostare gli autori di stragi familiari ai sopravvissuti alla Shoah non è sacrilega mancanza di rispetto o cinica assenza delle proporzioni. I sopravvissuti alla Shoah che si sono suicidati lo hanno fatto, a mio parere, quando e perché si sono sentiti non ascoltati e non creduti nel proprio urlo di testimonianza della tragedia, quando e perché non hanno potuto nascere dopo la sopravvivenza, quando e perché, per usare i termini di Primo Levi, hanno capito che restavano e di nuovo venivano sommersi senza potere mai essere salvati. Caro Pietro, non lasciarti sommergere.

Quanto poi al suicidio di imprenditori, manager o poveri cristi (vedi la coppia e il cognato di Civitanova Marche) aspetto nuove domande dal mio amico. Per ora mi limito a precisare, prima di tutto, che il suicidio non è un “istinto”, in secondo luogo che, a differenza di quanto si vuole fare o lasciare credere, non è la crisi di per sé la “colpevole” di questi eventi. Ma, ripeto, aspetto domande precise.

I disturbi d’ansia (attacchi di panico, agorafobia ecc.) sono di per sé problemi non medici, ma psichici. Dispiace perciò notare l’estrema disinvoltura diagnostica e la sbrigativa scelta terapeutica con cui molti medici affrontano casi, di cui non hanno né possono avere appropriata competenza, spesso liquidando il problema con la prescrizione di qualche ansiolitico, senza neppure ventilare la prospettiva di un approccio psicoterapeutico.

Quanto poi all’approccio psicoterapeutico, è utile ricordare che, quasi sempre, il disturbo d’ansia copre disturbi o nodi problematici più profondi.

Il disturbo d’ansia di per sé riguarda l’area della nevrosi, quindi di solito rappresenta una patologia meno profonda di quelle riguardanti l’area borderline (i Disturbi di Personalità) o l’area psicotica (i disturbi dissociativi, le psicosi, le depressioni gravi, la bulimia, la anoressia, la schizofrenia). Ma in molti casi il disturbo d’ansia è solo la punta dell’iceberg di una ben più complessa strutturazione di personalità, deficitaria a livello molto profondo, che soltanto il terapeuta clinico di grande esperienza sa individuare e curare.

L’esperienza clinica mi dice quanto più spesso siano le donne a presentare i disturbi d’ansia come copertura di problematiche e patologie psicotiche anche gravi, che possono prima o poi manifestarsi con virulenza drammatica, che spesso coinvolgono i figli in azioni o dinamiche di rischio non sottovalutabile. Per questo, di fronte a un disturbo d’ansia è opportuno individuare e intervenire il più precocemente possibile, senza superficialità, non trascurando alcuna ipotesi diagnostica, rivolgendosi subito a un clinico di piena competenza e collaudata esperienza.

Trattare un disturbo d’ansia, senza né intuire né curare ciò che questo disturbo può coprire, significa correre rischi molti gravi: può ulteriormente rafforzare e aggravare le difese psicotiche oppure può farle saltare in modo incontrollato, con esiti difficlmente recuperabili.

 

Rita mi scrive: “A proposito di DNP, lei consiglia di stare alla larga da tali persone. Ma se tutti se ne vanno a gambe levate???”.

Dato l’interesse diffuso prodotto dalla sempre più frequente convivenza con la distruttività propria delle persone sofferenti di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD), ritengo utile dare visibilità alla risposta attraverso questo post.

Cara Rita,

se leggi bene i miei commenti, vedrai che ho consigliato di “andarsene a gambe levate” non a “tutti”, ma a un paio di persone che da tempo convivevano – subendola – con la grave distruttività di compagni sofferenti – a quanto risultava – da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), i quali non mostravano alcuna intenzione di farsi aiutare con una adeguata psicoterapia. Restare accanto a persone tanto distruttive senza che queste si mettano nella effettiva condizione di farsi davvero aiutare e possibilmente guarire, che senso ha? Non è puro masochismo? Non è complicità e collusione con la loro patologia?

Come terapeuta, quando si rivolge a me una persona disturbato da DNP, che voglia davvero farsi aiutare, io per esempio non me ne vado a gambe levate, ma la accolgo e cerco di aiutarla al meglio delle mie possibilità, pur sapendo quanto è difficile e – di solito – molto poco gratificante lavorare su persone colpite da questo disturbo. Quando, invece, a scrivermi è la vittima di queste persone distruttive, che – ripeto – non mostrino alcuna intenzione di essere davvero aiutate, è mio dovere etico e professionale – dovere sancito anche dal codice deontologico della mia professione – di aiutare prima di tutto il più debole, che, in casi simili, è la vittima indifesa della distruttività narcisistica fine a sé stessa.

Siccome, solitamente, vittima della distruttività di persone colpite da DNP è la donna, mi pare opportuna una breve aggiunta di riflessione.

La femminilità ha nel potere e nella capacità di trasformazione una delle proprie caratteristiche più essenziali, forse la più essenziale. Soprattutto quando ama, la donna accoglie l’umanità dell’amato, per restituirla trasformata, proprio come fa nella maternità con il seme maschile: lo concepisce in sé unendolo al proprio ovulo e facendone una creatura unica, con la gravidanza lo trasforma sempre più, lo partorisce poi dandolo come figlio al mondo e al padre. Accogliere, trasformare, dare al mondo sono un po’, in sintesi le tre dimensioni della capacità e del potere femminili di trasformazione.

Spesso, proprio questo potere e questa capacità di trasformazione rendono difficile alla donna l’accettazione della impossibilità di aiutare, sempre e comunque, la persona amata, fino al punto di farla sentire colpevole se la persona amata non cambia. Per questo al Sé femminile risulta difficilmente accettabile – come se in discussione ci fosse il proprio fallimento – l’impossibilità di trasformare l’amato, di cambiarlo, di guarirlo. Accettare questa impossibilità è questo uno dei limiti più grossi da accettarsi da parte del narcisismo femminile (quando in gioco c’è il Sé, si parla di narcisismo, non necessariamente intendendo ciò come patologia narcisistica), soprattutto quando si tratta di amore, evento che più di ogni altro coinvolge la profondità del Sé. Difficilissimo, dunque, per una donna innamorata accettare anche soltanto razionalmente l’impossibilità di amare persone quali possono essere quella disturbata da DNP o da altri disturbi di personalità o – altro caso frequente – da tossicodipendenze di area psicotica. Difficilissimo, ma purtroppo necessario. Difatti, a fronte di patologie siffatte, ostinarsi nell’aiuto può significare oltre che perseverare in una azione impossibile anche, come ricordo nella risposta a Rita, collusione e complicità nei confronti della patologia in atto, alibi e causa sia pure involontaria di gravi ritardi nella ricerca di vero ed efficace aiuto da parte della persona disturbata. In questi casi l’unico vero efficace aiuto nei confronti della persona amata è quello di andarsene.

Purtroppo, se e quando puree il narcisismo del sé femminile è disturbato (evento non raro), allora tragicamente il narcisismo disturbato di lui e di lei colludono, si alimentano e si legittimano a vicenda, in una spirale sado-masochistica spesso tragica, non facilmente arginabile o arrestabile, gravemente destabilizzante per entrambi e tragicamente patogena per i figli.

So quanto, anche in casi in cui a essere disturbato sia soltanto lui, per una donna innamorata sia più facile contestare la parola di un terapeuta che accettarne la diagnosi, la prognosi e il consiglio. È questa una delle ragioni che rendono difficile e non sempre popolare la mia professione. Ma non c’è professione – io credo – che possa o debba rinunciare alla verità.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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Commentando il post “quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata”, Valentina mi chiede: “Conosco bene gli aspetti della personalità narcisistica, avendola anche mio padre…sarebbe un errore mandare questa email nella quale gli faccio presente i suoi comportamenti e lo invito a riflettere?”.

Non so se e quanto il padre di Valentina soffra di una patologia del Sé, né se questa sia configurabile come Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se di questo si tratta, ben difficilmente un invito alla riflessione, per quanto tenero e amorevole possa essere, otterrà risultati positivi. E, dicendo “ben difficilmente”, uso sicuramente un eufemismo.

Chiedere a una persona sofferente di DNP di guardarsi dentro, di riflettere su sé stesso e magari di ammettere la propria patologia, è come chiedere a un cieco di vedere o a una persona priva di gambe di camminare.

Il DNP è un disturbo psichico tra i più impegnativi, sia per il paziente che ne soffre, sia per il terapeuta che cerchi di guarirlo, sia per i familiari che gli sono o che debbano essergli vicini.

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla. meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché è convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettattive, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking.

Per questa ragione molti terapeuti ci pensano cento volte prima di prendere in carico pazienti con DNP o pazienti che debbano essere protetti da persone narcisisticamente disturbate E non si tratta di certo dei terapeuti peggiori o più sprovveduti.

Per questo dico a Valentina di non procedere con l’intenzione espressa. Se soffre di DNP, il padre – ammesso che voglia davvero farsi curare – può essere aiutato soltanto da un bravo terapeuta, disposto al peso di una terapia molto difficile e rischiosa. Lei, Valentina, pensi a sopravvivere. Senza sentirsene in colpa, stia il più lontano possibile da tanto padre, viva la propria vita e i propri affetti, senza lasciarsi né colpevolizzare, né plagiare, né manipolare, né umiliare.

Non sarà facile per Valentina resistere all’azione erosiva di un padre che sia affetto da DNP. Per questo consiglio a lei e a chi si trovi in situazioni come la sua di farsi sostenere, indirizzare e aiutare da un bravo terapeuta. La psicoterapia serve non soltanto a curare e a guarire i propri disagi o i propri disturbi; serve anche a proteggersi dalla follia di chi ci sta vicino, Spesso gli unici veri matti sono quelli che fanno impazzire gli altri, soprattutto chi, cominciando dai figli, abbia la malaugurata sorte di vivere con loro o addirittura di amarli.

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte)

Molte persone, soprattutto ragazze adolescenti (ma l’età di frequente è anche più bassa), hanno il bisogno di farsi male: per esempio profondi tagli con le lamette, graffi sul corpo, piercing molto dolorosi; o – come vedremo più avanti – in modo più nascosto, per esempio con incidenti più o meno casuali o con comportamenti ad alto potenziale invalidante. Si chiama autolesionismo. È un bisogno compulsivo, cioè irresistibile: è come se fosse il bisogno a comandare, a determinare lui l’azione, prevalendo sulla volontà del soggetto con una esigenza e una urgenza sempre maggiori e sempre più cogenti.

Si tratta di persone che psicologicamente non hanno “pelle”: non hanno potuto elaborare una adeguata strutturazione del loro Sé e del loro sentirsi. Alla base di questa loro carenza sta, a mio avviso, un grave deficit a livello di accudimento e di fasciatoio (su questi temi ho scritto a lungo nel mio penultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore): per problemi di coppia e per proprie carenze la madre non li ha attesi, contenuti, abbracciati, guardati, toccati, accarezzati adeguatamente, con la dovuta attenzione, con un’attenzione vera che “sentisse” non il proprio bisogno di essere una brava madre, ma il bambino, il suo corpo, il suo esprimersi, il suo esserci (il suo Dasein, direbbero i tedeschi), il suo essere proprio così (il suo Sosein, direbbero i tedeschi). Spesso si tratta di figli e figlie poco voluti o capitati in momenti di grossa difficoltà della coppia e della madre (solitudine, depressione, rapporto conflittuale o lontananza dalla propria madre, quella che giustamente molte lingue identificano non tanto con il termine “nonna”, ma con quello altamente significativo di “grande madre”), magari con un fratello o una sorella che occupa ancora il fasciatoio, lo sguardo, l’attenzione, l’affetto, l’emotività materni. Che questo capiti più di frequente alle bambine, secondo me è dovuto a due fattori: 1) si tende a dare meno attenzione a chi ci è identico rispetto a chi è diverso, per cui la figlia – in quanto identica alla madre – è già di per sé candidata a una attenzione materna minore o quantomeno più scontata; 2) con maggiore frequenza e con più intensità si tende a identificarsi con chi ci è identico, per cui madri carenti e a propria volta oggetto da piccole di poca attenzione o di non adeguato contenimento e accudimento, identificandosi troppo con la figlia (sopratutto con la seconda, la più scontata), tenderanno a sottovalutarne i bisogni, proprio come solitamente fanno con loro stesse (“assomiglia proprio a me”, diranno queste madri di questa loro figlia).

Una siffatta situazione produce nella persona due conseguenze concomitanti (due facce di un’unica medaglia).

Da un lato c’è un grave deficit del sentirsi nel piacere, come comporterebbe una adeguata e fisiologica strutturazione del Sé e della percezione di sé (troppo spesso ci si dimentica che il vero cemento che costruisce e struttura il Sé è non il dovere, ma il piacere; sono l’esperienza e la possibilità non del dovere, ma del piacere); scatta perciò una strutturazione carente o comunque patologica del Sé e della percezione di sé, per cui ci si sente soltanto se e quando si sta male, per cui “bisogna” stare male, sentirsi male, farsi male.

D’altro lato la mancanza di quel piacevole rapporto con sé stessi e con il mondo, che consegue al deficit del sentirsi e ostacola ogni transitivo sentire, produce un’angoscia pervasiva, profonda, sorda, cioè non attribuibile a contenuti o ragioni precisi, chiaramente identificati o identificabili. Nulla è più doloroso e insopportabile di un’angoscia siffatta, proprio perché di essa non si vede né l’origine né la fine; di essa non si percepisce l’essere, ma l’esserci sempre più pesante e terribile.

Per questo non resta che farsi male Così, per esempio, prodursi una ferita con una lametta o con un graffio violento mette in gioco due “vantaggi”: 1) in quanto è identificato in una causa ben precisa (la sofferenza è dovuta a “questa” ferita), il dolore ha un contenuto ed è identicabile, quindi in un certo qual modo può essere percepito come controllabile e come contenibile; 2) in quanto è molto acuto e localizzato, il dolore può coprire l’angoscia pervasiva e indeterminata, cioè almeno per un po’ – come dire? – la anestetizza, la rimuove.

Non sfuggirà al lettore quanto sia terribile e disumana una tale situazione. Il fenomeno è diffusissimo nelle nuove generazioni, quasi una epidemia tanto tremenda, quanto sconosciuta al grande pubblico. Pochi ne parlano, pochi ne conoscono l’esistenza, pochi sanno e possono identificarla nella sua vera natura e quindi curarla e guarirla, cosa questa possibile grazie a una appropriata psicoterapia e a un paziente e motivato impegno terapeutico da parte del paziente. La possibilità di uscire dall’autolesionismo e di vincere la terribile angoscia c’è.

Per la 2a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte).

quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata

Fiore mi scrive: ”Un narcisista mi ha distrutto per due volte nella mia vita a distanza di 20 anni. C’e’ una forma di schizofrenia in questa patologia, ho letto svariati libri, ma ho esperimentato sulla mia pelle il dolore che provocano questi tipi di persone, sopravvivere al loro comportamento che fa impazzire una donna è fuori dalle regole, ma sono persone speciali, sono gradevoli quando sono nel momento si, ma poi sono delusivi, è come colpire un muro di gomma, sono sordi, non sentono , hanno paura di vivere, ma sono grandi manipolatori e si riscattano nel lavoro che e’ l’unica cosa positiva nella loro vita. Io mi sono stufata , non c’è modo di comunicare con loro…..tu hai una ricetta???”.

Cara Fiore, hai descritto perfettamente il narcisista: abilissimo seduttore dalla sordità e dalla cecità affettive totali. Aggiungerei: colpevolizzante e micidiale manipolatore di inguaribili masochiste (spesso sono donne con storie di abusi o violenze non elaborate in terapia) e/o di presuntuose presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato. Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha più bella figura fa (come penne sempre più numerose nella ruota del pavone).

L’unica persona che per lui conti davvero è sé stesso, intrascendibilmente sé stesso, inesorabilmente sé stesso. Gli altri – soprattutto le donne – sono soltanto oggetti da manipolare, usare, esibire, orpelli della sua vanagloria; oppure sono schermi su cui proiettare e scaricare – spesso con violenza – la propria rabbia radicale e il proprio profondo disprezzo nei confronti della donna.

Se, come parrebbe, la persona di cui parli ha un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), si tratta veramente di una grossa “patologia” psichica, che pochi terapeuti sanno trattare con competenza ed efficacia. Oltretutto il DNP difficilmente accede a una terapia e ancora più raramente si affida al terapeuta (“chi mi può capire?”, “che vuoi che capiscano gli altri di uno come me?”, “io non ho bisogno di nessuno”, “che vuoi che capisca il terapeuta? Sono più bravo io a capire lui”). Come hai bene intuito tu quando parli non del tutto appropriatamente di “schizofrenia”, c’è un indubbio fondo dissociativo nella persona sofferente di DNP, che può portare a deliri di onnipotenza maniacale, non di rado preludio al suicidio.

La riuscita professionale della persona colpita da DNP è frutto di solito – come quasi tutto nella loro vita – di manipolazione e di seduzione strumentale. Il successo sociale, professionale o finanziario, se c’è, nasce dal suo bisogno di conferme sociali, di consenso, di popolarità; come tale, affondando le radici in un bisogno che può strutturarsi come dipendenza, il suo successo sfocia spesso in catastrofiche rovine e in clamorose smentite. Dall’Impero a Waterloo. Dalle stelle alle stalle.

Vuoi un consiglio? Scappa a gambe levate, fin che sei in tempo. Ma ti conviene lasciargli l’impressione che sia lui a lasciare te; altrimenti cercherà in tutti i modi di distruggerti, pur di non vedersi sminuito da te o, meglio, dal tuo rifiuto. In ogni caso, fa in modo di uscire discretamente e completamente dall’orizzonte del suo universo, altrimenti tenderà comunque a “usarti”, non importa in che modo.

Come suggerisce la stessa mitologia greca, la donna di Narciso, che non a caso si chiamava Eco, finisce con l’essere la pietrificata ripetitrice delle parole altrui, totalmente svuotata di carne e di anima. L’esperienza clinica mi conferma sempre più spesso la grande valenza e saggezza di quanto dice la mitologia: noto l’enorme frequenza di morti per cancro al seno e/o all’utero nelle donne di questi uomini. In effetti nulla può rispecchiare l’immagine di Eco pietricata più del corpo di una donna scavata dal cancro e mortificata nella propria femminilità, ridotta soltanto a fare il megafono della sua vanità: lui è l’unica “prima donna” che conti. La altre – tu, per prima – che crepino pure!

 

 

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico

Continua con questo articolo il discorso avviato nel post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Secondo caso: strutturazioni problematiche del figlio a livello del Sé

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello del Sé la personalità del figlio risulta disturbata a livello o psicotico o narcisistico, situazioni queste di ulteriore gravità. Mentre nel primo caso alla base del rapporto tra madre e figlio c’è innanzi tutto la solitudine della madre e il suo bisogno di compensarla attraverso il figlio, dipendendo lei mamma da lui figlio (e sullo sfondo, ripeto, ci sono l’incapacità del padre e della madre di intrattenere tra loro un vero rapporto di coppia non solo genitoriale), nel secondo caso alla base del rapporto tra figlio e madre ci sono prima di tutto i deficit profondi del figlio nella identificazione di sé:

  • nel caso di un disturbo a livello psicotico: il figlio (si tratta spesso di secondogeniti con primogenito maschio) non è stato pienamente accettato o accudito dalla madre (che solitamente nega o rimuove tali carenze), oppure è stato rifiutato o abbandonato da lei del tutto o anche soltanto temporaneamente, come nel caso di depressioni post partum della madre e di assenze o ricoveri prolungati. Ne consegue una strutturazione altamente deficitaria del Sé del figlio, che, proprio a causa della disconferma materna, non riesce a costituire ed elaborare adeguate strutture di svincolo e di autonomia, finendo con il dipendere massicciamente dalla madre (le madri più carenti creano le dipendenze più gravi); se poi oltre a quella materna subisce anche la disconferma paterna, difficilmente il Sé sfugge alla psicosi, che lo ributta ancora di più sulla madre fino al rischio della scissione schizofrenica;
  • nel caso di un disturbo di personalità a livello narcisistico: il figlio (di solito il primogenito maschio) è irretito dalla madre, che gli butta addosso eccessive proiezioni di attese-aspettative-pretese grandiose. La madre non ascolta il Sé autentico del figlio, ma i bisogni del proprio Sé proiettato sul figlio, inconsciamente manipolando il figlio e costringendolo di fatto a realizzare quanto lei vuole da lui; di fatto la madre gonfia a dismisura il Sé del figlio, che si viene sempre più costituendo e strutturando come “falso Sé”, obbligato a performances sempre più in linea con le grandiose aspettative materne. Si tratta di madri che quanto meno presentano a livello profondo forti nodi dissociativi e una profonda invidia del maschile: per questo si proiettano sul figlio maschio, come se fosse una loro protesi maschile da controllare, gonfiare, così da ottenere attraverso il figlio quelle realizzazioni di sé e quelle affermazioni sociali che come donne non hanno mai potuto o saputo raggiungere. È come se la madre considerasse il figlio una propria emanazione, come se volesse lei viversi in lui e attraverso di lui, più attenta ai propri bisogni che all’ascolto del sé autentico del bambino, della sua vera identità, dei suoi veri bisogni. In taluni casi (specie in presenza di un mancato sostegno paterno del figlio o addirittura di una profonda svalutazione paterna1) la grandiosità del “falso Sé” può, soprattutto in vecchiaia, degenerare in un delirio di onnipotenza schizofrenico. Come sono stati manipolati dalla madre nella relazione diaccudimento, a loro volta questi figli useranno e manipoleranno nella relazione d’amore la persona che crederanno di amare.

In entrambi i casi (si tratti di disturbo a libello psicotico o a livello narcisistico) l’incesto e la dinamica incestuosa che a esso può portare non si esauriscono nell’esercizio di un ruolo da coniuge compensatorio o consolatorio nei confronti della madre, ma tendono alla fusione tra figlio e madre. Più che sostituire il padre ponendosi come vero e unico interlocutore emotivo e affettivo della madre (Primo caso), il figlio tende fare una cosa sola con la madre, in una dinamica fusionale abissale, come se il figlio nell’incesto volesse diventare la madre, essere la madre. Non a caso il Secondo caso riguarda personalità dalla identità di genere problematica, comunque non evoluta e definita in modo corretto, con frange più o meno consistenti, rimosse o negate di ambivalente orientamento sessuale.

Se nel Primo caso è innanzi tutto la madre a dipendere dal figlio e dal bisogno di farsi consolare da lui, nella seconda possibilità è innanzi tutto il figlio a dipendere dalla madre, a inseguirla fino all’assurdo fusionale: o rincorrendola per tutta la vita, nella speranza che in modo del tutto improbabile lei si accorga finalmente e autenticamente di lui, cominciando a volergli bene davvero; o spingendo fino all’estremo della ossessione e del parossismo il bisogno di soddisfare sempre più le attese-pretese della madre, sempre idealizzandola come la più grande e bella e brava delle madri, con conseguente svalutazione di ogni altra donna. Il narcisista disturbato dopo corteggiamenti magari apparentemente bellissimi e irresistibili (nessuno meglio di un narcisista può illudere in tale senso) colpisce e umilia sempre di più la femminilità e la maternità della propria compagna (come se, in questo modo, dicesse alla propria madre: “vedi, nessuna è grande, bella e buona come te”).

Nel Secondo caso, dunque, la paura della perdita della madre può – riattivandolo -accelerare e fare emergere il bisogno fusionale del figlio, spingendolo all’incesto-fusione.

Comunque sia, che appartenga al primo caso o al secondo, il fidanzato di Donatella non pare avere avvertito il dolore e i vissuti di frustrazione femminile di Donatella, cosa questa che dimostra o l’incapacità di ascoltare Donatella o l’intenzione più o meno inconscia di umiliarla, escluderla dall’unica relazione importante per lui, quella fusionale con la madre.

Mi capita spesso, durante le terapie, di esortare le donne a fidarsi di più della loro femminilità, delle loro sensazioni “di pancia”! Difficilmente la pancia di una donna sbaglia. Per questo a Donatella dico di fidarsi di più di sé stessa, di non avere paura di aspettare. È molto meno pericoloso restare sole per un po’, piuttosto che incappare in un uomo che non sappia fare altro che andare a letto con la madre.

 

1Di solito i padri di figli con disturbo narcisistico della personalità sono personalità deboli, mai veramente amati dalla moglie e di fatto usati da lei dapprima come indispensabili portatori di sperma, poi come necessari garanti del benessere economico della famiglia (per queste donne i soldi e l’acquisizione di uno status sociale superiore sono il senso vero e profondo della vita, anche se a livello conscio spesso negano questo). Spesso tale tipo di padre, più che di svalutare e disconfermare il figlio prediletto dalla moglie, si preoccupa di defilarsi il più possibile, così da non dovere confrontarsi con lei e con i suoi nodi dissociativi. Semmai il padre soffia sulla rabbia dell’eventuale secondogenito/a, lasciandolo/a fare e non bloccando le sue provocazioni e la sue sregolatezza, di fatto delegando a lui/lei il compito di disturbare una moglie per lui altrimenti inaffondabile.

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Mi scrive Donatella: «Mi sono imbattuta nel suo sito per caso, in un momento di sconforto, in quanto mi sono trovata davanti a una situazione per me disarmante. Io e il mio fidanzato abbiamo 25 anni, e lui, in occasione di un intervento al quale la madre si è dovuta sottoporre, ha esasperato al massimo il suo lato “mammone”, se così possiamo dire. La mia figura di fidanzata è stata in un attimo annullata, mi sono sentita umiliata e mortificata, e soprattutto, minacciata ed esclusa da questo rapporto esclusivo tra madre e figlio. Mi sembrava che lui non avesse occhi che per lei, quasi fosse stata la madre la sua ragazza. Voglio sottolineare il fatto che sono una persona molto comprensiva, aperta mentalmente, e che non ho avuto questa reazione per gelosia, tuttavia, sono stata molto male. Soprattutto quando ho saputo che lui aveva dormito qualche notte con la madre, sfrattando il padre in un’altra stanza: per me ciò è impensabile, a 25 anni, è normale fare ancora queste cose?? Mica siamo più bambini?? Questo era il mio quesito, e cioè se questo gesto possa essere considerato (come mi ha replicato il mio fidanzato) “normale”».

Dormire a 25 anni con la mamma, sfrattando il padre, non mi pare proprio un comportamento corretto. Anche la condizione post-operatoria della madre non mi pare una motivazione sufficiente a giustificare il fatto, neppure se il fidanzato fosse un medico o un infermiere (quando mai un medico o un infermiere stanno nel letto del paziente?). Del resto la reazione e i vissuti di Donatella dicono che nel comportamento del fidanzato ci sono in gioco motivazioni che eccedono preoccupazioni puramente assistenziali, che, se pure ci fossero, ribadisco, non comporterebbero automaticamente né il dormire con la madre, né lo “sfrattare” il padre. È più probabile che la situazione di difficoltà della madre abbia fatto emergere nel figlio comportamenti che egli avrebbe già voluto attuare, ma che fino ad allora erano stati o rimossi o negati, comportamenti che indicano la presenza di strutture psichiche carenti o non adeguate. Il rischio di perdere la madre, che un intervento anche di per sé banale può fare affiorare nel figlio, fa by-passare difese psichiche anche molto consolidate, permettendo in tale modo l’espressione da un lato di comportamenti altrimenti censurati (rimossi o negati) dalla coscienza, dall’altro di strutturazioni problematiche del Sé o dell’Io.

Primo caso: strutturazioni problematiche a livello dell’Io

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello dell’Io la personalità del figlio risulta disturbata a livello nevrotico o prevalentemente nevrotico. Il figlio è irretito in un ruolo relazionale di “coniuge compensatorio”, cioè di effettivo e primario interlocutore emotivo e affettivo della madre, in una dinamica di incesto psicologico (ma in certi casi pure fisico) tra madre e figlio.

Il fatto che il padre si lasci così facilmente “sfrattare”, senza riuscire efficacemente né a protestare né a contrastare o a bloccare nella sua iniziativa il figlio, è di solito indice di una situazione di questo tipo: sotto sotto al padre fa gioco liberarsi della moglie apparentemente facendosi “sfrattare”, nei fatti cedendo o scaricando la moglie al figlio, così da potere “andarsene” per i fatti suoi1. Simmetricamente la madre subisce o accetta questo gioco, preferendo ripiegarsi sul figlio piuttosto che porre e affrontare con il marito il loro problema di coppia2. Di solito ciò avviene quando, al di la dell’esercizio della funzione genitoriale, padre e madre non sono una vera coppia, non costituiscono in modo adeguato un “noi” vero di marito e moglie, di uomo e donna, di maschio e femmina; spesso hanno vite e interessi lontani e poco coniugabili tra loro o – all’estremo opposto – hanno interessi troppo comuni (per esempio lavorano insieme, costituendo più una coppia di soci d’affari che non una coppia coniugale); di solito hanno una sessualità di coppia molto limitata o superficiale.

In questo caso il comportamento del figlio nasce dunque dalla solitudine coniugale della madre e dal suo conseguente bisogno di ripiegarsi sul figlio (in particolare il primogenito maschio), compensando e consolandosi nella relazione con lui. È come se, fin da quando lui era piccolo nella pancia o sul fasciatoio, si rivolgesse più o meno inconsciamente a lui con atteggiamenti o parole che più o meno esplicitamente e consciamente esprimevano questo concetto: “meno male che ci sei tu, altrimenti la mia vita sarebbe vuota”. Si tratta dunque di una donna che in modo massiccio tende a identificare la propria femminilità da un lato nell’esercizio – più eseguito che vissuto – della funzione materna, dall’altro nella supplica infantile e inconscia al figlio perché sia il suo consolatore, colui che “deve” dimostrare quanto lei è brava come madre.

1Il padre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere; vive il lavoro come droga e come sua identificazione primaria; ha relazioni fortemente compensatorie con altre donne o – più adolescenzialmente – con amici; ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da alcool o sostanze; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi o irresponsabili tali da relegarlo al ruolo non più di marito, ma di malato da assistere e controllare.

2 La madre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere (più spesso che nel maschio ha alle spalle storie di abusi o di violenze subite); è presa ossessivamente dal fare; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi, per cui tende a farsi compatire e a lamentarsi, colpevolizzando chi non la compatisca; cura poco la casa; ha relazioni fortemente compensatorie con ambienti estranei alla famiglia (parrocchia, associazioni varie, sette, palestre ecc.); ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da sostanze, soprattutto dall’alcool; è altamente controllante riguardo ai figli e alle nuore, spesso con affermazioni svalutanti e tali da fomentare conflitti, di cui poi è la prima a lamentarsi.

Come è l’uomo del narcisismo postindustriale

Già da almeno un paio di decenni gli studiosi dei grandi cambiamenti umani (psicologi, sociologi, esperti della comunicazione, antropologi, filosofi) avevano previsto quanto purtroppo sta puntualmente avvenendo: che la tipologia media dell’indivduo sarebbe stata caratterizzata da tratti narcisistici sempre più pervasivi e patologici. Il ’68, tutti gli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono stati abitati da personalità edipiche, caratterizzate dai grandi conflitti tipici delle personalità di area nevrotica: tra dovere e piacere, tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra autorità e libertà, tra pubblico e privato, tra sociale e istituzionale, tra ideologia e potere, tra emozione e scienza, tra appartenenza e militanza, tra ideale e materiale, tra fantasia e progettualità. Era come se continuamente due immensi oceani entrassero tra loro in contratto e in conflitto, per usare, allargandola, l’efficace immagine che Giovanni Moro (Anni Settanta, Einaudi, 2008) usa come emblematica in particolare degli anni settanta.

Oggi è tutto diverso. Con il crescente sviluppo e rafforzamento della società del terziario postindustriale, si viene affermando e diffondendo un tipo di personalità dal Sé debole o ipertrofico, comunque squilibrato, incapace di incontri, coinvolgimenti e affetti profondi. Con impressionante velocità, la comunicazione interpersonale aumenta quantitativamente e diminuisce qualitativamente. I vissuti e l’espressione sia delle idee che dei sentimenti e delle emozioni divengono sempre più paratattici: si perde la percezione della diversità tra un’idea e l’altra, tra un sentimento e l’altro, tra una emozione e l’altra; si perde soprattutto il rapporto di continuità e di valore che lega o dovrebbe legare tra loro idee, sentimenti, emozioni. Conta solo l’adesso, l’ hic et nunc: quello che penso adesso, quello che sento adesso, quello che provo adesso. Non importa se, dopo un nulla, la penso esattamente al contrario, odio quello prima amavo, voglio quello che un attimo fa rifiutavo. Poco alla volta la capacità affettiva si svuota, appare inutile, inefficiente, stupida. Conta l’istante e l’affermazione (o la negazione) di sé nell’istante. Non ci sono più sintassi, fuochi prospettici, sogni, ideali. Meno che meno nel segno del conflitto.

I conflitti, a modo loro, presuppongono continuità, durata, ostinazione. Ora i conflitti sono sostituiti da esplosioni improvvise, apparentemente insospettabili, da acting out incontrollabili. Tra un’esplosione e l’altra, tra un acting out e l’altro la sordità immensa e ovattata della bonaccia, l’avvicendarsi di istanti senza storia, di sentimenti senza passione, di emozioni senza profondità.

Il giorno e la notte tendono a rovesciarsi, senza tuttavia mai perdere il crescente senso dello spaesamento. L’angoscia, la paura, il “magone” si fanno sempre più grandi e indeterminati, senza contenuti precisi, come uno sfondo ogni istante tanto più minaccioso e opprimente, quanto più inafferrabile e devastante.

In quanto mi toglie dalla signoria dell’istante, l’altro è il nemico: ogni sua diversità mi produce solo fastidio e insofferenza. Ma è un nemico di cui l’istante dopo non mi interessa nulla. L’altro conta solo perché mi serve adesso, in quanto mi serve adesso; per il resto non me ne frega nulla, neppure continuare a odiarlo o a combatterlo. Dopo l’esplosione che vorrebbe distruggerlo (o santificarlo), l’altro non esiste.

Dire oggi parole come “razzista”, “irresponsabile”, “delinquente” non ha lo stesso senso che poteva esserci venti o trenta anni fa. Chi ora è razzista, fra un istante può inneggiare a Obama; chi la sera prima guidava ubriaco, il giorno dopo può da volontario guidare l’ambulanza che salva un moribondo; chi oggi mi aiuta a salire le scale, domani mi può ammazzare per un parcheggio contestato.

Questa è la società paratattica del narcista postindustriale. Questo è e può ogni giorno di più essere l’uomo d’oggi, un uomo senza più alcuna dimensione.

Quanto viene affermato ora, è negato l’istante dopo. E quanto nego in me, lo proietto sull’altro, identificandolo in lui. La “negazione” e la “identificazione proiettiva” sono le due dinamiche tipiche della psiche caratterizzata da un Sé fragile e/o malato, proprio a partire dal disturbo mentale che va sotto il nome di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Il DNP è e sarà la patologia psichica sempre più diffusa.

 

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc

Vista la frequentissima, enorme e crescente richiesta sul problema dell’incesto fisico o psicologico, che sta – attraverso i motori di ricerca – caratterizzando l’accesso dei lettori a questo blog, da oggi raccolgo in una rubrica(“Incesto e dinamiche incestuose ”) gli articoli di questo sito che a vario titolo riguardano il fenomeno. Penso con ciò di facilitare il lettore e la discussione; al tempo stesso voglio evidenziare la rilevanza del fenomeno e dei problemi sottesi.

Ricordo che, come già da anni i sociologi e gli psicologi prevedevano e come con doverosa insistenza oggi sottolineano, si sta attuando sempre più il mutamento da una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità edipiche a una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità narcisistiche. Si è passati da problematiche proprie dell’Io e del Super-Io a problematiche riguardanti il Sé, la sua difficile attivazione, costituzione, strutturazione.

Non a caso, dunque, si stanno più che mai diffondendo i disturbi di personalità, in particolare quelli di tipo narcisistico e di tipo borderline (secondo una delle due prevalenti scuole di pensiero tutti di disturbi di personalità sono da considerarsi come aspetti di un unico disturbo, quello bordeline). I disturbi di personalità sono disturbi mentali notevoli, che hanno alla loro radice una problematica e prevaricata costituzione e strutturazione del Sé, che in maniera pervasiva condiziona in modo molto pesante la vita emotiva, affettiva, sessuale della persona, la sua possibilità e capacità relazionale in tutti gli eventi dell’esistenza, dal lavoro alla vita di coppia e di famiglia, alla modalità di affermazione professionale, sociale e politica, spesso con gravissimi danni loro e di chi abbia a che fare con loro o – cosa ancora più grave – debba dipendere da loro e dalla loro tanto abile (è tipico della loro patologia) quanto devastante capacità di manipolazione degli altri (per esempio a livello affettivo, sessuale, professionale, politico). Sono disturbi mentali che pochi clinici sanno davvero affrontare e trattare (per molti è difficile perfino la loro stessa identificazione diagnostica). A mio parere, soltanto una metodologia terapeutica che parta da un’ottica sistemica può garantire interventi efficaci e il più possibile risolutivi.

Non a caso, dunque e ancora più in profondità, il Sé sta più che mai rischiando la dissociazione psicotica e schizofrenica (quando lo scompenso psicotico esprime i cosiddetti “sintomi positivi” del delirio e della allucinazione per una durata di almeno sei mesi scatta la diagnosi di schizofrenia) o perfino la frantumazione del Sé. Ricordo un giovane ventenne: in una seduta di poco più di un’ora espresse ben 27 “voci”, segno di una drammatica frantumazione del Sé in un arcipelago di 28 frammenti (le 27 voci e il “soggetto” parlante). Anche nel caso delle psicosi (non dimentichiamo che pure l’anoressia restrittiva e quella bulimica sono processi psicotici gravi) e delle schizofrenie ritengo che soltanto una terapia su base sistemica possa essere efficace e risolutiva. Rammento al proposito che il metodo sistemico trova una delle sue ragioni d’essere e forse la prima radice della sua elaborazione nel fatto che difficilmente lo psicotico accede di propria iniziativa alla terapia, per cui solamente lavorando sul sistema familiare si può davvero accedere a lui, alla sua terapia e alla sua guarigione.

La presenza dell’incesto e delle dinamiche incestuose – che peraltro riguarda tutti i tipi di società e di cultura passate e attuali – assume in un quadro sociale come l’attuale particolare gravità e complessità, riaffermandosi in possibilità di attuazione sempre più drammatiche  pervasive e, oserei dire, epidemiche, con pericolosissime ricadute sulla vita familiare, sociale e politica. Il potere patologico di una personalità disturbata narcisisticamente o invischiata in più o meno gravi processi psicotici può essere micidiale per la sua famiglia, la sua e nostra società, il suo e nostro stato. Spesso evidenziare dinamiche di tipo incestuoso può essere doloroso riscontro, ma può anche rappresentare un prezioso segnale, di cui si farebbe bene a tenere conto.

A proposito di scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

A psicoterapeuti e psichiatri capita sempre più spesso di avere come pazienti allievi, genitori, insegnanti, dirigenti e amministratori scolastici, forse anche ministri. A sentirli, pare proprio che non siano poche le personalità scompensate, fragili o gravemente disturbate che stanno, a vario titolo, nelle aule scolastiche. Non si riesce a capire come la scuola regga.

Moltissimi genitori sono ancora – prima di tutto – figli, con tanto di cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine, impedendo loro di essere davvero coppia, di “sposarsi” davvero, di potere davvero essere genitori. La genitorialità è evento relazionale e gioco di squadra, non fatto individuale.

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolatorio nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico.

Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la patologia, con il bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i loro allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?

Quanto agli allievi, quasi sempre, più che essere loro il problema, sono vittime di genitori, di insegnanti, di strutture gravemente patogeni. Sono le vittime, e vengono portati in terapia come se fossero loro il problema. Ci sono genitori e istituzioni che chiedono aiuto a parole (quindi in perfetta, ma non certo sufficiente buona fede), ma che nei fatti hanno bisogno che il figlio o l’allievo sia un problema, sia “il” problema, così da non vedere che il vero problema sono loro.