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Chi ha subito un danno senza poterlo adeguatamente elaborare, alla fine sarà lui a danneggiare gli altri, più di quanto egli abbia subito e sofferto. Vale per gli individui, per i gruppi sociali, per intere culture, in una tragica inversione di ruoli che fa della storia e delle vicende umane un rifluire ostinato di dolori senza fine, a parti invertite. Le antiche vittime sono ora i nuovi persecutori, ancora più crudeli degli antichi: scaricano sulle nuove vittime il rimbombo devastante delle proprie ferite mai guarite e mai riscattate, soltanto in apparenza dimenticate, in realtà solo rimosse o negate (cioè lasciate vivere negli anfratti patologici dell’anima).

Pensavo a questo riflettendo sulle crudeltà che per esempio gli ebrei d’Israele di frequente infliggono al popolo palestinese, sfrattato dalla propria terra, da ormai tre generazioni sul”orlo della estinzione.

Pensavo a questo guardando l’assurdità di molta gente delle della mia terra bergamasca, per secoli e secoli crocefissa da miserie, da emigrazioni, che hanno lacerato il tessuto sociale con frequenza e intensità inaudite, segnando l’anima di dolore spaesante. Nel mio lavoro di psicoterapeuta vedo i segni ancora sanguinanti di queste crocifissioni tanto presenti, quanto taciute o misconosciute, come di solito succede alle ferite più antiche e profonde dell’anima. Ora in questa mia gente ci sono molti tra i più intolleranti e cattivi razzisti e xenofobi, forse i più rigidi e sordi nelle discriminazioni e nella emarginazioni, loro che hanno ancora nella carne delle loro piaghe sofferenze simili a quelle che oggi producono.

Senza elaborazione delle proprie ferite, si ferisce. Senza abbraccio del proprio dolore, si toglie dall’abbraccio affogando gli altri nel dolore.

Tragicamente ci si proietta a ruoli invertiti nell’altro. Nell’altro si continua a colpire sé stessi. Nella morte dell’altro si ripete la propria morte. Forse vittima e persecutore sono a tale punto l’una dentro l’altro, che solamente l’odio può dare l’illusione della distanza e di una diversificazione che non c’è, dimenticando quanto si è fratelli.

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