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Monthly Archives: dicembre 2008

Anoressica in cura psichiatrica da 5 anni si suicida gettandosi dalla finestra della sua camera da letto

Un amico mi prega di commentare questa notizia apparsa oggi su “Repubblica”: «Roma, studentessa anoressica si uccide. “Troppi pranzi, le feste la angosciavano”».

L’articolo non dice il nome della ragazza, si limita all’età, 19 anni. Senza commentarle, il cronista riporta le parole della madre: “Mia figlia era in cura da uno psichiatra da quando aveva 14 anni per via dell’anoressia. Le feste per lei, ogni anno, erano uno scoglio insormontabile, difficile da superare: i pasti luculliani, insieme alla famiglia riunita, le mettevano angoscia – ha raccontato in lacrime la donna ai poliziotti – Ma ultimamente sembrava migliorata, pareva ne stesse uscendo. Stamattina, prima di andare a lavorare, l’ho vista di buon umore, serena, e invece… “.

Il messaggio che il lettore riceve da titolo e articolo è grosso modo questo: l’anoressia è una disgrazia che capita; la famiglia ha fatto quanto poteva, si è rivolta a uno psichiatra, che per cinque anni ha curato la ragazza; purtroppo le feste e i pranzi delle feste hanno affossato i miglioramenti in atto (secondo la madre e, forse, lo psichiatra); con le disgrazie non c’è nulla da fare e a chi la tocca, la tocca; anche l’anoressia è tra queste disgrazie.

Penso che sia ora di finirla con notizie tanto devianti. Che anche un giornale di grosso spessore come “Repubblica” (io stesso lo leggo ogni giorno), caschi in questo tranello, è altamente micidiale, perché, facendo mentalità, contribuisce con la disinformazione a favorire il ripetersi di episodi tanto dolorosi e tragici.

L’anoressia – occorre ribadirlo a più non posso – prima di essere un disturbo mentale dell’individuo è un disturbo familiare. Se a monte non si cura e guarisce la famiglia, la ragazza anoressica non guarisce. Curare solo lei (come mi pare si evinca dalle parole della madre), non porta risultati veri; può in determinati casi portare alla remissione più o meno temporanea dei sintomi, può spostare i sintomi, ma non può guarire. E, se non viene guarita, l’anoressia continua a lavorare e a peggiorare la struttura profonda della psiche. Un disturbo mentale di area psicotica (e l’anoressia è una patologia psicotica) o guarisce o peggiora.

La morte di questa ragazza non è dunque semplicemente una disgrazia che possa capitare a chiunque e comunque. Il problema poteva e doveva essere affrontato ed essere risolto. Non bisognava perdere tempo con terapie individuali, meno che meno con terapie psicofarmacologiche, quali sono quelle che abitualmente attuano gli psichiatri o, più in generale, quanti si affidano a terapie medico-centriche e farmaco-centriche. Se poi, come succede spesso a questo tipo di terapie, si somministrano psicofarmaci antidepressivi, in particolare gli antiserotoninici, non solo non si risolve nulla, ma si aumentano in modo, a mio parere, irresponsabile il rischio e la possibilità del suicidio.

Che le feste destabilizzino ulteriormente situazioni di patologia psicotica, è vero. Io stesso vi ho accennato nel mio post sul Natale. Riunendo nel nome del rituale della festa famiglie caratterizzate da giochi psicotici, si rischia di portare a estremi insopportabili la disfunzione delle dinamiche relazionali, che, come bene sostiene la psicologia sistemica, sono – esse, non la festa come tale! – la causa del disturbo psicotico e, nel caso, della anoressia.

È più che mai il tempo che la stampa dica queste cose.

 

La depressione è prima di tutto un problema e una patologia della famiglia

Nota preliminare: Qui per “depressone” si intende non tanto o non soltanto il comportamento depresso, quanto quel deficit strutturale profondo che, stando alla base di vissuti o atti depressivi di un individuo, li configuri come patologia di area psicotica. La precisazione è d’obbligo, visto che troppo spesso il comportamento depresso (per esempio in situazioni di depressione fisiologica quali un lutto o la perdita di un amore o il non superamento di un esame) viene confuso e curato come se fosse di per sé una patologia, senza peraltro molto sottilizzare se di area nevrotica, borderline o psicotica; basta un comportamento depresso, ed ecco che qualche medico di base subito prescrive antidepressivi (spesso associati ad ansiolitici) di grosso impatto e a rischio di suicidio.

Prima di essere un problema e una patologia dell’individuo, la depressione è problema e patologia del sistema familiare. Qualsiasi tipo di intervento si faccia (psicofarmacologico e/o psicoterapeutico), senza un previo e decisivo intervento terapeutico sul sistema familiare e senza un radicale cambiamento nel gioco delle relazioni familiari, gli eventuali “miglioramenti” del depresso sono destinati a essere solo momentanei o apparenti. Prima o poi la depressione riemerge.

È come se il sistema familiare non potesse fare a meno della presenza del depresso. Nonostante tutti si lamentino di lui e dei gravi condizionamenti prodotti dalla sua presenza, di fatto tutto il gioco familiare si fonda proprio su questa presenza, su questi condizionamenti, su queste lamentele. So quanto sia difficilissimo, per chi lo viva, accettare queste affermazioni sul sistema familiare del depresso, ma purtroppo le cose stanno così. La presenza di un depresso esercita un fortissimo risucchio omeostatico su tutti i membri del sistema: colpevolizza e delegittima ogni presa di distanza dal depresso e dalla sua sofferenza, di fatto impedendo e/o ostacolando ogni mossa di svincolo, allontanamento, presa d’autonomia. Come possono i figli andare a ballare, fidanzarsi sposarsi, essere felici, quando il papà o la mamma “soffrono così tanto”? Come possono un marito o una moglie pensare alla affermazione professionale, a un piacere qualsiasi, a una piccola vacanza solitaria oppure a un tradimento, alla separazione, quando il coniuge soffre i dolori di quel “male oscuro”? Come possono un fratello o una sorella pensare a farsi una famiglia, quando c’è tanto dolore in casa e “i genitori hanno così bisogno di aiuto nella cura di quel figlio tanto sofferente”?

Quando un gioco così si radica fino a diventare consuetudine, mentalità, schema di comportamento, modalità relazionale abituale, allora quel sistema familiare in realtà non può più fare a meno di quel depresso, del quale a livello conscio tanto si desidererebbe la guarigione. Nulla crea maggiore dipendenza di un gioco familiare disfunzionale. E, per chi la subisca, nulla è più invisibile di questa dipendenza. Così la dipendenza cresce e il sistema familiare diventa sempre più depresso-centrico, aumentando sempre più la propria disfunzionalità psicotica.

Da parte sua, chi soffre di depressione, ha – proprio in quanto depresso – una serie di “vantaggi”, che in quanto tali non contribuiscono certo a motivare l’impegno a guarire:

·       è al centro dell’attenzione dell’intera famiglia; chi non lo considerasse, non gli fosse attento, non si prendesse cura di lui, si sentirebbe in colpa e/o cadrebbe nella disapprovazione oltre che della famiglia anche del gruppo sociale. Al contrario la persona depressa, proprio in quanto depressa non può è deve prendersi cura di alcuno;

·       può anche limitare o annullare il proprio impegno lavorativo e il proprio ingaggio sociale; in nome del proprio essere depresso, prima o poi pone di fatto i familiari nella condizione di dovere essere loro a sbrigare tutta una serie di incombenze che “lui, poveretto, non riesce a fare”: guidare la macchina, andare negli uffici, partecipare all’assemblea condominale, fare le spese, accudire i figli, la casa, perfino sé stesso;

·       nelle relazioni affettive, non deve necessariamente darsi da fare, prendere l’iniziativa, confrontarsi fino in fondo con le attese e i bisogni dell’altro; di fatto ciò gli permette di evitare la piena assunzione di funzione e di responsabilità soprattutto nelle due relazioni più coinvolgenti e impegnative: quella coniugale o di coppia e quella genitoriale. Senza potere essere accusato di sottrarsi ai propri compiti, può così evitare di fidanzarsi, sposarsi, fare il genitore, essere coniuge o partner: sulla identità di coniuge e sulla funzione di genitore finiscono con il prevalere e con il legittimarsi per esempio quelle di malato da curare, di scoraggiato da incoraggiare, di debole da sostenere, di demotivato da stimolare, di potenziale suicida da controllare, di incompreso sofferente da comprendere e consolare.

A fondare, mantenere e legittimare l’affermarsi di questi “vantaggi”, è l’enorme potere di colpevolizzare che la persona depressa ha nei confronti di chi gli vive accanto: chi non gli dia attenzione, compassione, cura, sostegno, aiuto, subisce automaticamente un giudizio sociale e, prima di tutto, familiare del tutto negativo e stigmatizzante. Naturalmente, se colpevolizzare funziona, significa che quel sistema familiare – spesso senza che neppure lontanamente i diretti interessati se ne rendano conto – accetta, subisce e legittima il potere del depresso e della sua presenza colpevolizzante:

·       riconoscendo e privilegiando la sofferenza come il segnale di richiamo d’attenzione più sicuro ed efficace (“solo se soffri, ti vedo e mi occupo di te”);

·       riconoscendo e privilegiando l’assistenza e la compassione come le modalità relazionali più nobili e “sante” (“solo se aiuto chi soffre, esisto e ho valore”);

·       riconoscendo e privilegiando la presenza della malattia o del disagio come i mezzi più opportuni per ottenere la considerazione sociale (“solo chi è poveretto, soffre e si lamenta, può ottenere qualcosa dagli altri”).

Questi sistemi familiari, tanto patologicamente disfunzionali, spesso vivono all’interno di società e di culture che colludono con la logica e con i codici del sistema familiare, di fatto ulteriormente consolidandoli. Sono società e culture per cui la compassione vale più della simpatia, subire risulta più efficace che agire e affermare, chiudersi nella lamentela e nella supplica è più facile che aprirsi alla ricerca assertiva.

In tali situazioni ambientali e culturali ricorrere allo psicofarmaco è la strategia più frequente, perché conferma la logica disfunzionale:

·       conferma che il vero e unico “malato” è non il sistema, ma la persona depressa;

·       conferma che i familiari non possono fare altro che subire con rassegnazione il tutto, senza minimamente mettere in discussione sé stessi e, meno che meno, la logica del sistema;

·       conferma come unico e legittimo il potere medico e psicofarmacologico;

·       conferma e legittima una visione organicistica della depressione;

·       conferma e legittima una visione filosofico-religiosa fatalistica, che dice del caso come dell’unica ragione del disturbo mentale (come direbbe il personaggio del Manzoni: “a chi la tocca, la tocca”) e, più in generale, della malattia;

·       conferma e legittima un potere sociale, culturale, politico e religioso che si fondi sul fatalismo e sulla rassegnazione.

La terapia sistemica ribalta tali logiche, dichiarandone e dimostrandone l’inefficacia terapeutica, l’insufficienza epistemologica, la manipolazione ideologica; distoglie il sistema familiare dal vecchio riferimento depresso-centrico, aprendolo alla vita, allargando gli interessi degli individui, in-segnando nuovi codici e nuove modalità relazionali.

 

Perché la donna porta la borsetta. L’incesto madre figlia. La donna maschio

Il maschile e il femminile sono entità relazionali: si identificano proprio perché sono l’uno in relazione all’altro, relazionandosi e identificandosi reciprocamente. Più si relazionano, più si identificano. Più si identificano, più si differenziano. Questo è quanto ci suggerisce sia l’evoluzione delle specie (filogenesi) sia l’evoluzione degli individui (ontogenesi).

Per esempio, una delle prime storiche differenziazioni tra maschile e femminile fu quella che identificò nel maschio il cacciatore e nella femmina la raccoglitrice (l’inseparabile borsa o borsetta è simbolo e retaggio di quella identificazione: la raccoglitrice doveva sempre tenere con sé un contenitore, fino a identificarsi lei stessa – sotto molti aspetti – con l’oggetto tipico della funzione esercitata).

La differenziazione in questo caso fu probabilmente dovuta alla necessità della divisione e specializzazione in due ruoli, l’uno funzionale all’altro: mentre la femmina raccoglieva i frutti spontanei, fondamentali per la sopravvivenza del gruppo, l’uomo doveva proteggerla dagli animali predatori. Prima che un cacciatore in senso stretto, il maschio dovette essere un difensore, dall’occhio lungimirante, pronto e attento al pericolo che minacciasse dall’esterno lo spazio occupato dal gruppo umano (il territorio). La femmina, attenta a scorgere il frutto nascosto tra le foglie e i rami o sotto terra, dovette invece abilitarsi a uno sguardo più concentrato sul particolare, più analitico, che l’aiutasse anche a vedere e intuire la presenza del pericolo interno al territorio, nascosto tra le foglie o sotto le pietre, per esempio il serpente o il ragno, che, come i frutti, si nascondeva tra la vegetazione, vicino alla terra e all’albero, tutt’uno con essi.

Indubbiamente il processo di identificazione reciproca tra maschile e femminile dovette essere in grande parte legato, condizionato, favorito o prodotto dal rapporto che il gruppo umano intratteneva con l’ambiente, al fine di potervi stare e abitare, rendendolo il più umano possibile, facendo dunque dello spazio il luogo dell’uomo (la terre des hommes, per usare l’espressione di Saint Exupéry) e rendendo mondo l’ambiente.

Nella relazione tra maschile e femminile non ci sono mai passi avanti o indietro assoluti e repentini né novità o regressioni assolute e immediate. Ma il trend è questo. Ogni nuova relazione, ogni nuova identificazione, ogni nuova differenziazione fa giustamente i conti con tutte le precedenti, le riprende, torna e impastarle e coniugarle insieme, in un gioco di progressioni e regressioni altamente complesso e ricco di sfumature, tendenzialmente aperto a sempre più feconde identificazioni. Non esistono dunque un maschile e un femminile assoluti e astratti, definiti o predefiniti una volta per tutte (solo una visione rigida e, alla fine, omofobica pretende di affermare ciò).

Soprattutto, maschile e femminile non stanno mai prima della relazione che li identifica e li differenzia, ma stanno nella relazione e dopo la relazione; sono la storia stessa della relazione che li identifica e li differenzia.

Quando sento dire che, per fare coppia, ci vogliono un uomo e una donna, penso che le cose stanno esattamente al contrario: per fare un uomo e una donna, ci vuole una coppia, ci vuole il loro essere coppia e ci vuole la possibilità culturale, sociale, politica, istituzionale e – non da ultimo – religiosa di essere coppia in relazione. Per fare l’uomo e la donna e per definire il maschile e il femminile, ci vuole la coppia e la possibilità di essere coppia in relazione. In principio sta la relazione, quello che i greci chiamavano il logos (en arché estì o logos, “in principio sta il legame che dice”).

Questo significa tante cose:

·       non c’è mai solo la crisi del maschile o la crisi del femminile. Se il maschile va in crisi, prima o poi va in crisi il femminile. E viceversa, perché prima di tutto – se manca la possibilità della relazione di coppia – va in crisi l’umano;

·       la identificazione del maschile e del femminile non si trova nella loro omologazione indistinta, nella riduzione dell’amore a tecnica amatoria tra due entità predefinite, ma nella relazione sempre più intensa e libera dell’uno con l’altro;

·       la relazione inter-genere tra il maschile e il femminile è sempre la diastole di una gioco relazionale più ampio e complesso. La sistole di questo gioco sta in momenti di relazione intra-genere del maschile con il maschile e del femminile con il femminile. In tutte le culture e nella stessa evoluzione psicologica dell’individuo il momento di sistole è fondamentale ed è propedeutico a quello della diastole.

A mio avviso oggi la donna e l’uomo sono soli, confusi, indeterminati, irrisolti, proprio perché non si relazionano più né con relazioni inter-genere, né – prima di queste e propedeutiche a queste – con relazioni intra-genere. In particolare la donna è sola, perché non ha più vicine a sé madri, sorelle, amiche, compagne, con le quali sia bello riscoprirsi e ritrovarsi donna, donna tra donne e con le donne, in una complicità che è del tutto diversa da quella che potrà avere, dopo, con il suo uomo.

Soprattutto la relazione della figlia con la madre, potente e formidabile inizio e imprinting di ogni altra relazione intra-genere è oggi vissuta spesso solamente nel segno della problematicità e della dipendenza, di una follia a due, che fa dell’una la matrioska dell’altra in un intricato e insuperato gioco di scatole cinesi. Quante depressioni hanno origine proprio lì e solo lì! Manca il gioco complice, felice, esclusivo e – soprattutto – libero, che in molte culture lega tra loro la figlia e la madre. Manca l’orgoglio e la gioia di essere donne insieme. Manca l’esperienza di una madre attenta a te, che cerca e ama la figlia, ma che sa anche partorirla e lasciarla andare. Altrimenti la figlia finisce con il dovere inseguire. cercare, conquistare, sedurre la madre, la sua attenzione distratta, il suo contenimento assente, la sua conferma mancante. In un vortice inappagante e frustrante. Così, troppo spesso ciò che unisce madre e figlia o di conseguenza – più genericamente – donna a donna è lo sfogo falsamente liberatorio, la recriminazione, la reciproca colpevolizzazione, la dipendenza compensatoria, l’erotizzazione sostitutiva fino alla possibilità dell’incesto lesbico madre-figlia.

Se è incapace di una relazione intra-genere adeguata, soddisfacente, gratificante e confermante, come potrà la donna aprirsi alla relazione con il maschile, viverla, trovarvi l’amore e la sempre più ampia identificazione di sé? Finirà con il fare con il maschio quello che ha dovuto fare con la madre: inseguire lei, conquistare lei, sedurre lei, prendere solo lei l’iniziativa. Ma, se farà così, le capiteranno maschi bambini, non autonomi, incapaci – loro – di ogni seduzione, corteggiamento, conquista; oppure le capiteranno maschi narcisisti, che vorranno fare loro le prime donne da inseguire e corteggiare.

Uno dei piaceri più grandi di una donna è essere oggetto d’attenzione e di seduzione da parte di un maschio veramente autonomo, capace di darle sicurezza e amore. Altrimenti toccherà a lei fare tutto, compreso essere e restare sempre più sola.

 

Rosi Cortesi è la più bella

Con buona pace di tutte le donne passate, presenti e future, è lei, solo lei la più bella, l’unica insuperabile bellissima. Lo so: il confronto l’ho fatto. Tutte le donne ho visto e incontrato. In lei tutte ho ritrovato, perché in lei tutte ricevono significato. In lei tutte le donne ho amato, tradendola sempre senza mai averla tradita: ogni Calipso portava a lei, ogni Nausicaa era lei nei suoi sempre nuovi sedici anni.

Quest’anno sono trentacinque anni che l’ho sposata, sono trentasette che l’ho incontrata, il dieci giugno del millenovecentosettantuno. Trentacinque e trentasette dicono le date folli e menzognere: non conoscono Rosi, non sanno che i suoi vent’anni non passano mai. Non è la bellezza a fare bella lei, è lei che fa bella ogni bellezza. Ishtar, Iside, Afrodite, Venus alma ogni mattina timide e clandestine vengono qui a chiederle come si faccia a essere sempre belle, come si possa rubare al tempo l’arma micidiale del divenire, come si riesca di sé tanto a in-amorare il mondo. Rosi le accoglie, parla loro, offre loro un te biondo come i suoi capelli, spalma un velo della sua splendide marmellate su una bella fetta di pane fresco e insegna loro l’arte della bellezza eterna, il potere della femmina assoluta. E, così, felici, se ne tornano sugli Olimpi delle loro mitologie.

Quel giorno, era il 27 ottobre del 1973, nella ancora per lei più bella romanica chiesetta di Pagliaro, in val Serina, la sposai. Come era bella in quel suo bianco vestito che era felice di avvolgerla e orgoglioso di potere impedire al mondo di rimanere altrimenti accecato da tutta la sua bellezza. il mio respiro da tratansette anni è lì fermo all’attimo dell’incontro. Da allora lo stupore ha fermato l’anima mia.

 

per fuggire le belve gli uomini primi

non lasciavano segni sul sentiero

sotto vento attenti se ne andavano

 

anch’io vado così

segni non lascio

sotto vento voglio vivere te

senza che alcuno avverta

il nostro respiro

il profumo dei baci

e dei sussurri

 

non avere fretta

bellezza perfetta resta con me

 

ho sfiorato con le dita

la distanza infinita

della tua ferita

 

ho baciato gli occhi di un mistero

nulla di più vero

 

non svegliarmi

lasciami dormire

 

se mi svegli il sogno svanirà

 

se mi svegli

questo sogno scapperà

come un bambino spaventato

come un bambino abbandonato

 

sono belli i muri di Bergamo

sono belli solo quelli

sono brutte quasi tutte le persone

 

di Bergamo amo le pietre

le forme le case le strade

i grandi silenzi

 

l’assenza quasi totale di Dio

prega e urla qui tra le pietre

uniche vere maddalene

che annunciano risurrezioni

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

C’è tradimento e tradimento

Il recente monito del cardinal Bagnasco a perdonare il tradimento ha riproposto la discussione sul tema. Il “laico” (ma sarebbe più corretto dire laicista, intendendo per laico il credente non sacerdote) Massimo Gramellini, vicedirettore de “la Stampa”, nel suo corsivetto di oggi 13 dicembre 2008, a proposito di tradimento ricorda l’ “effetto Shangai” di cui parla Fruttero in un romanzo: a Shangai una signora, dopo avere assaporato delle crocchette di pollo deliziose scopre che si trattava di carne di cane, il che le lascia un insopprimibile senso di disgusto e, quel che è peggio, un atroce “ombra” che non la abbandonerà più: “ma allora cosa ho mangiato ieri, l’altro ieri eccetera? Sempre cane? E mi piaceva pure!”. Conclude Gramellini: “Il tradimento scoperto ammazza la fiducia nell’altro e raramente il perdono compie il miracolo di resuscitarla”.

Di qua Bagnasco invita a perdonare sic et simpliciter, di là Gramellini ricorda – come i pubblicitari e gli uomini di marketing ben sanno – che la fiducia perduta non si recupera più.

Da clinico non posso appellarmi né all’ottica subito conclusiva del dovere morale, né a quella di fatto immobile della scettica vittima di un inganno o di un equivoco. Per un terapeuta il Sé va guardato nel suo fluire dinamico e in quanto fluire dinamico; la relazione di coppia poi va guardata come quel con-fluire ancora più dinamico costituito dall’incontro e dalla comunicazione viventi tra i due Sé.  

In questa ottica e con questa ottica ogni tradimento è evento a sé, da analizzare in sé stesso all’interno della storia del fluire e del con-fluire dei due Sé, prescindendo da generalizzazioni e da conclusioni, che, per un terapeuta, limiterebbero la possibilità di prendersi davvero cura della coppia e delle due persone che la costituiscono o dovrebbero costituirla. Il terapeuta deve situare l’evento tradimento nella storia relazionale della coppia e, a monte, nella storia individuale di ciascuno dei due Sé; di lì deve poi condurre la propria azione terapeutica

Come ho a lungo mostrato e – spero – dimostrato nel mio recente libro La tenerezza dell’eros, c’è uno strettissimo rapporto tra la relazione di coppia e la relazione che il singolo Sé ha vissuto con la propria madre durante la gravidanza e l’accudimento. Chi, per esempio, durante queste due decisive fasi sia stato “tradito” dalla propria madre a causa della presenza e/o dal sopraggiungere di un fratello, tenderà a vivere una vita di tradimenti fatti e/o subiti, in un insopprimibile gioco di coazione a ripetere, dal quale soltanto una adeguata psicoterapia potrà emanciparlo.

Ancora più radicalmente, chi sia stato oggetto di una gravidanza o di un accudimento superficiali, sbrigativi e poco personalizzati, difficilmente potrà, senza una adeguata psicoterapia, evitare di vivere una vita affettiva e amorosa superficiale, sbrigativa, poco personalizzata; dunque la sessualità – spesso al là dei vissuti e delle intenzioni – verrà vissuta tendenzialmente come esperienza impersonale, sbrigativa, superficiale, svincolata dalla profondità della dimensione relazionale, per cui tradire sarà evento frequente e abituale; passare da un partner all’altro o stare contemporaneamente con più partner sarà di fatto la norma.

Chi, poi, in fase edipica o post-edipica, sia stato invischiato in dinamiche – tendenzialmente incestuose – di eccessivo investimento materno o paterno, difficilmente potrà liberarsi senza una adeguata psicoterapia dalla “fedeltà” alla madre o al padre, così che finirà inesorabilmente con il “tradire” il partner, pur di non “tradire” quel genitore da cui non si è mai davvero svincolato. Molti tradimenti fatti o subiti, che portino a “tornare” dalla madre o dal padre o a fare allevare un figlio invece che, dal padre o dalla madre naturali, dal proprio padre o dalla propria madre (o dal proprio fratello o dalla propria sorella), sono, a mio parere, da leggersi in questa ottica.

Prima di inoltrarsi in generalizzazioni sul tradimento e prima di caricare gli individui di pesi morali insopportabili e – nel caso – profondamente ingiusti e paralizzanti, bisognerebbe lasciare al clinico la possibilità di lavorare in profondità, così da aiutare davvero la persona, da portarla prima di tutto a essere fedele a sé stessa, superando le ferite più profonde del Sé. Se una persona non è prima di tutto fedele al proprio Sé, come potrà dapprima non tradirsi e successivamente non tradire e/o non essere tradita? Del resto, parlando dell’amore, il vangelo ricorda di “amare il prossimo come se stessi”; analogamente si potrebbe ricordare che non si può restare fedeli all’altro se non come e quanto si è fedeli a sé stessi. Se il Sé è – come purtroppo sempre più di frequente lo è – ferito e ferito in profondità, allora, prima di concludere troppo in fretta con giudizi mortificanti o con scetticismi paralizzanti, occorre ridare al fluire del Sé pienezza, autenticità e fedeltà. Questo può essere fatto soltanto da una adeguata psicoterapia.

 

come annunciare gravidanza

La richiesta operata attraverso il motore di ricerca suona così: “come annunciare gravidanza”.

La gravidanza è evento della coppia. La gravidanza è la coppia che, dopo il concepimento, vive il primo esserci del figlio. È questo un esserci misterioso e formidabile, che va vissuto, protetto e custodito il più possibile dalla coppia e nella coppia. Il primo annuncio è dunque tutto interno alla coppia.

Se il primo annuncio è dato ad altri che non sia il padre o la madre (quando, per esempio il padre, ritirato l’esito delle analisi, lo comunica, prima che alla compagna, ad altra persona), significa o che la coppia non si è adeguatamente costituita o che sulle corrette dinamiche di coppia prevalgono altre dinamiche, in particolare quelle che legano uno o entrambi i nuovi genitori alle famiglie d’origine. In tale caso è consigliabile un immediato accesso dei due alla terapia di coppia e delle famiglie d’origine a una sana terapia familiare: si eviteranno problemi, tensioni, sofferenze, ingerenze di campo, sovrapposizioni di ruoli, che rischiano di produrre infelicità e problemi anche gravi.

L’annuncio agli altri va deciso dalla coppia e operato possibilmente dalla coppia o, comunque, sempre a nome e per iniziativa della coppia.

Il vero, autentico annuncio, prima che verbale, è di vita. Se, come sarebbe auspicabile, la coppia c’è e vive con gioia l’esserci del figlio, l’annuncio vero sta nell’evidenza della gioia, a tale punto che questa sia il vero, primo, autentico annuncio dell’esserci della gravidanza. La verbalizzazione dell’annuncio dovrebbe poi coincidere con un momento di festa, possibilmente in un bel momento di convivialità, insieme alle persone con le quali la coppia vive la propria più autentica relazione di identificazione. Queste persone non sono necessariamente le famiglie d’origine: prima di queste possono essercene altre più essenziali, più vicine alla coppia.

Quando sia adeguatamente costituita una coppia, non è la dépendance o la periferia delle famiglie d’origine, ma è centro di vita, autonomia vissuta, punto di partenza e di riferimento relazionale e sociale.

Le famiglie d’origine non devono dunque vivere come uno sgarbo il fatto che non sia annunciato a esse per prime l’esserci della gravidanza; semmai i nonni dovrebbero essere felici e orgogliosi, se la giovane coppia è autonoma e relazionalmente tanto ricca da fare riferimento ad altre persone prima che ai nonni. Essere nonno significa sapere essere sfondo di una scena di cui non si è più i protagonisti. Se, per qualche ragione, ciò non avviene, significa che i nonni non sono stati bravi genitori. Che sappiano almeno essere buoni nonni, lasciando la scena ai veri nuovi protagonisti.

 

si muovano brillando

le stelle crepitanti

tutto rivelando

attraverso la notte grande

 

(mia traduzione)

Preghiera per Rosi

Scritta nel 1978, quando Rosi e io perdemmo al secondo mese di gravidanza il nostro terzo figlio.

 


Le nostre dita impotenti non hanno saputo
abbracciare e tenere
questo nostro terzo figliolo.
Non abbiamo potuto sfiorargli i capelli nel sonno
e indicargli i primi passi, i progetti, i nomi, le attese.
 
 

 

Siamo stati madre e padre
anche al di qua di questa nostra vita misurata
dalla pupilla e dalla mano,
anche là dove le acque e i sospiri
non sanno ancora la luce che occupa gli sguardi,
dove la storia non è necessaria,
dove forse non esiste il dolore.
Questo nostro figliolo ora se ne sta
atemporale come un innamorarsi,
nel nome del Padre
 

 

e nel Suo gesto rinnovato di creazione,
nelle Sue braccia attente

dove ogni uomo è già e da sempre presente,
nel Suo sguardo

che discerne i sentieri sapienti del senso,
nei Suoi occhi

che sanno il volto bello della parola.
Rosi, siamo da sempre e per sempre
 

 

madre e padre di questo figlio
che forse vedremo nel giorno dell’incontro,
quando potremo abbracciare il suo corpo,
sapere la sua voce e il suo sguardo,
sentire i suoi passi, scorgere i suoi cammini
ed essere – solo allora, nell’eterno presente –

il suo passato.
Quel giorno, anche per noi
la storia avrà, come per lui, il sapore
di una promessa ricordata e vicina,
concessa senza l’ansioso desiderio e le vicende.
 
 

 

Siamo, Rosi, madre e padre

prima ancora del nome e del grido,
quando la parola è tutta in sé,
prima ancora che il sorriso sia scandito dalle sere.


Con questo figliolo, nel sussurro del tutto,
ci siamo affacciati di nuovo al mistero:
siamo madre e padre di un essere antico
che ci vede dopo la luce e dopo il buio assurdo,
dopo i nomi e i gesti,
là dove la carne è già fatta parola.
Come i suoi fratelli anche lui è corpo,
anche lui è vissuto nel nostro amore ostinato
 

 

e fatto di corpo e di sangue,
anche lui ha respirato il tuo corpo

di pane caldo e di casa,

anche lui l’ha trasformato come sanno fare i figli,

anche lui per corpus tuum personavit,
così che per corpus tuum habitavit in nobis.
In te lui ha intuito e respirato l’esistere,
proprio come noi, talora, nell’attimo,
intuiamo e respiriamo le epiche e gli amori.
In te ha intuito la storia e la redenzione del tempo.
 

 

Rosi, tu l’hai conosciuto
come presenza, come esserci,
nel saluto di chi giunge e già ti lascia,
e non è necessario il ritorno
per continuare a essere insieme.
E io, Rosi, continuo in te
ad amarlo e l’attendo nella tua presenza.
 
 

 

Le dinamiche incestuose del primo figlio maschio o della prima figlia femmina e la sofferenza dell’altro figlio o dell’altra figlia

Attraverso i motori di ricerca continuano in misura massiccia e impressionante a pervenire richieste riguardanti il problema dell’incesto. L’esperienza clinica del resto mi conferma quanto questo problema sia evento centrale delle dinamiche relazionali familiari. Sempre più frequente è l’emergenza delle dinamiche incestuose all’interno delle famiglie:

1)    il primo figlio maschio è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva della madre, non importa se nella modalità «positiva» della gratificazione materna (il figlio, subendole e/o assecondandole, attua le aspettative o le proiezioni materne, spesso del tutto lontane dal modello di vita e di personalità del padre, come se la madre più o meno inconsciamente dicesse al figlio: “non badare a tuo padre, sii solo come ti voglio io, sii meglio e più di lui, all’opposto di lui, non come lui, non debole come lui, non poveraccio e insignificante come lui, non bestia e porco come lui”, “tu sì che sei un uomo, non come lui che non lo è”, “solo tu sai rendermi felice, sai/puoi dare senso e gioia alla mia vita, sai/puoi occuparti di me e stare con me”) o nella modalità «negativa» della preoccupazione materna (il figlio – rifiutandoli, provocandoli , negandoli – smobilita e scuote dalle radici l’impianto di vita e i “valori” della madre, spingendola più o meno inconsciamente a preoccuparsi solo di lui, come se non esistesse null’altro e nessun altro, come se il marito e gli altri figli e figlie non contassero granché e valessero ai suoi occhi esclusivamente in funzione di quel figlio e dell’ansia che quel figlio le suscita);

2)    la prima figlia femmina è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva del padre: è quella alla quale pensa mentre torna a casa, è spesso l’unica per la quale torna o si affretta a tornare, è il primo sguardo e l’unico sorriso che cerca appena rientra; poco alla volta diventa – più o meno inconsciamente – la sua interlocutrice (“è la sola che mi capisce e mi sta vicina”, “con lei basta uno sguardo e ci si capisce senza parlare”, “meno male che c’è lei”, “se non ci fosse lei, la mia vita sarebbe un inferno”, “lei sì che è buona”, “è l’unica che sa rispondere a quel duce di mia moglie”, “meno male che c’è lei”).

Poco alla volta in molte famiglie si forma una doppia coppia, quella madre-figlio e quella padre-figlia. La doppia coppia rende di fatto inesistente la coppia marito-moglie: ciascuno dei due compensa questa assenza facendo l’una coppia con il primo figlio, l’altro con la prima figlia in un folle incrocio di una doppia dinamica incestuosa. Che poi l’incesto non sia fisicamente “consumato”, spesso questo serve soltanto a coprire, a negare e paradossalmente ad aggravare l’esistenza dell’incesto psicologico.

L’altro figlio o l’altra figlia o gli altri figli diventano sempre più la inutile «quinta carta» della doppia coppia di una mano di poker (nel poker la combinazione della doppia coppia rende di fatto irrilevante il valore, il colore e la cifra della «quinta carta»). I figli «quinta carta» non sono realmente “visti”, “sentiti”, “capiti”, “riconosciuti”, “contenuti”, “seguiti”, “confermati”, “attesi”, “intesi” né dalla madre, né dal padre, anche se e anche quando questa affermazione è vigorosamente negata sia dalla madre che dal padre (in questa negazione i due, paradossalmente, vanno pienamente d’accordo e su di essa di solito fondano la mitizzazione della loro inesistente presenza e sinergia genitoriali). Al figlio o alla figlia “quinta carta” non resta – sempre più di frequente – che la possibilità della malattia o dell’essere più o meno problematici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se sto male, sono obbligati a vedermi e a prendersi cura di me”), dell’autolesionismo fisico o comportamentale (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se loro non mi «sentono» e io mi faccio male o mi faccio del male, almeno io mi «sento», dunque esisto”), della chiusura sociale o emotivo-affettiva (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se prosciugo la mia vita, i miei affetti, le mie emozioni, almeno sparisco, muoio più che se morissi, evito di soffrire ancora e di più”), della fissazione ossessiva sul lavoro o sulla studio (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se mi annullo/affermo nel lavoro o nello studio, annullo la mia incontenibile angoscia e al tempo stesso affermo la negazione della sua incontenibilità”), del suicidio o dell’incidente inconsciamente suicidario (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se da vivo nessuno si occupa di me, almeno da morto mi penseranno e sarò per sempre in loro e con loro”), della dipendenza dalle sostanze o dai comportamenti compulsivi (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non sono di nessuno, almeno sono di qualcosa; se nessuno si occupa di me, almeno la compulsione mi possiede, mi agisce, mi muove”), della rabbia o del controllo anoressico (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non conto e non posso nulla, almeno così mi illudo di controllare e di potere, almeno così sfogo la rabbia della mia insignificanza e della mia impotenza”), dell’incontinenza o del riempimento bulimici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se nessuno mi mette dentro qualcosa e nessuno accoglie qualcosa di me e dei miei vissuti, almeno mi riempio di sofferenza indigeribile e vomito questo mio Sé insopportabile”).

Quasi sempre il ventaglio di dolore possibilità appena descritto si cristallizza in patologie più o meno sedimentate, sempre comunque complesse, dalle mille sovrapposte e con-fuse sfaccettature: a differenza di quanto di solito avviene per il primo figlio maschio o per la prima figlia femmina, per il figlio o la figlia «quinta carta» un suicidio o una morte precoce non sono mai soltanto un suicidio o una morte precoce; l’anoressia o la bulimia non sono mai soltanto una anoressia o una bulimia; la dipendenza o il comportamento compulsivo non sono mai soltanto una dipendenza o un comportamento compulsivo; l’autolesionismo o il comportamento autodistruttivo non sono mai soltanto autolesionismo o comportamento autodistruttivo; l’ossessione della affermazione di sé o il bisogno di negare e di negarsi non sono mai pura e semplice ossessione o puro e semplice bisogno.

Di fronte alla sofferenza del figlio o della figlia «quinta carta» il clinico non deve- più che in ogni altro caso – lasciarsi andare alla tentazione di una diagnosi affrettata, che univocamente inquadri il «caso» in una ben definita ed esclusiva categoria nosografia, non può cioè limitarsi a etichettare il problema come puro e semplice disturbo x o puro e semplice disturbo y. Meno che meno può e deve condurre la terapia secondo paradigmi o protocolli fissi e rigorosamente determinati o predeterminati. La diagnosi deve, più ancora che in altri casi, essere prima di tutto relazionale, deve sapere e potere cogliere le mille e mille sfumature del gioco relazionale in atto. In questo caso ancora di più che in tutti gli altri, lo stesso sintomo può e deve essere letto e interpretato in modo ben diverso da come lo sarebbe in altra situazione; deve essere collegato agli altri sintomi in modo ben più articolato, sapiente e flessibile. Parimenti quella, che di solito sarebbe e dovrebbe essere, per esempio, la corretta strategia terapeutica di fronte alla anoressia di una primogenita femmina, risulta del tutto adeguata per una femmina «quinta carta». L’incidenza del gioco relazionale familiare sulla mancata o carente strutturazione del Sé è molto più complessa per quanto riguarda la patologia di un figlio o di una figlia «quinta carta». Il clinico deve tenerne conto sia nella presa in carico, sia nella diagnosi, sia nella conduzione della strategia terapeutica. È forse questo l’aspetto clinicamente più difficile e, al tempo stesso, più articolato e impegnativo della terapia delle famiglie caratterizzate da dinamiche incestuose.

 

Circa la cosiddetta “terapia integrata”

Ogni tanto mi giungono richieste di “terapia integrata”, cioè di una terapia che associ tra loro l’azione dello psicofarmaco e quella della psicoterapia. Rinvio a quanto in proposito ho già scritto in altro post. Il disturbo mentale è evento troppo doloroso e handicappante perché lo si possa o debba affrontare con incertezze epistemologiche e cliniche, tenendo il piede in due scarpe tanto inconciliabili tra loro. Esso è dovuto o a cause organiche, come sostiene l’ottica organicistica, o a cause ambientali e/o relazionali, come sostiene l’ottica psicogena. Nel primo caso alla psicoterapia e allo psicoterapeuta non viene di fatto riconosciuta nessuna azione veramente terapeutica; li si relega al massimo a funzione di non bene precisati “sostegno” o “appoggio”, quasi il prezzo da pagare a una visione dualistica di psiche e soma ormai del tutto obsoleta, alla quale soltanto l’ignoranza epistemologica di molti clinici consente di sopravvivere. Nel secondo caso allo psicofarmaco non viene di fatto riconosciuta nessuna azione veramente terapeutica; lo si relega al massimo a funzione di magico placebo, quasi il prezzo da pagare – anche qui – a incertezze epistemologiche, a una specie di “non si sa mai”, che rivela solamente la confusione o, se si preferisce, l’incertezza o l’indecisione del terapeuta in ordine ai fondamenti epistemologici e clinici del suo lavoro. Invece è proprio la chiarezza estrema di questi fondamenti la prima decisiva condizione dell’azione terapeutica e del suo buon esito. Se il terapeuta non sa su che terreno si sta muovendo e quali sono per lui le cause del disturbo su cui sta intervenendo, è forse il caso che ripensi al senso della propria scelta professionale. La terapia del disturbo mentale – ripeto – richiede rigore, coerenza, determinazione: chi non ha ancora raggiunto una adeguata determinazione circa le cause del disturbo mentale e – quindi – la scelta della strategia terapeutica da seguire, non potrà non essere incerto nell’intervento, cosa questa che la presa in carico di un disturbo mentale non consente, né può consentire. Partire da una visione non chiara del problema e delle ragioni terapeutiche è atto – a mio avviso – di gravissima irresponsabilità. La presenza del sintomo, per esempio, viene colta e affrontata in modo del tutto inconcialibile da chi pensa che la genesi del disturbo mentale sia organica rispetto a chi pensa che sia ambientale o – come io penso – relazionale. L’azione dello psicofarmaco intende intervenire sul sintomo, cercando di eliminarlo come l’ostacolo da abbattere o il nemico da sconfiggere. Per chi ritiene invece che il sintomo sia voce preziosa da ascoltare, l’azione dello psicofarmaco annulla ogni vera possibilità di ascolto di quanto la psiche del paziente cerca di dire.

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

Quando una donna è sexy

Una donna è sexy quando è equilibrato e bene scandito il rapporto tra la sua bellezza esteriore e la sua nudità interiore. Allora il maschio è subito scosso dalla ammirazione stupita, risucchiato dal vortice implosivo del potere interiore della femmina, quasi fosse impossibile non immergersi in quel mare ricco di promessa e di trasformazione.

Una donna senza annuncio di interiorità può essere bella o bellissima, ma non sarà mai sexy. Perchè sia sexy, la bellezza deve essere intrigante messaggera di mistero, di comune avventura, di intimità complice, di parola sussurrata, di intesa continua. Senza di ciò, la bellezza ferma, limita, blocca, risulta eccessiva e intransitiva. La bellezza di per sé è l’istante o l’eternità, la sensualità è la vicenda, il sentiero, la passione.

La donna bella può suscitare ammirazione; basta all’occhio. Quella sexy suscita lo stupore, chiede l’incontro, provoca l’anima, interroga la fantasia, eccita il progetto, esige l’amore, vuole il respiro del bacio olfattivo.

Nella donna sexy anche l’abito più comune e castigato è rivelatore, è la continuazione della sua nudità magnetica, è lei.  Anche quando è nuda, la donna sexy è vestita del proprio mistero, perchè la sua vera, profonda, totale nudità è quella interiore, quella che soltanto l’amore di una vita sa carezzare, baciare, abbracciare.

La donna sexy suscita l’intenzione della relazione. Anche quando è distantè, tu sei già con lei e in lei. Essere in lei non significa possederla, ma esserne trasformato, rinascere, ritrovare il senso del gioco sapiente, ridere di gioia.

Nella donna sexy ti piace ritrovarti bambino, senza mai essere infantile. Ti piace essere uomo, senza mai perdere dolcezza, attesa, intesa.

La donna bella è sempre lì presente, è un qua, è un dato scontato; dopo un po’ ci fai l’occhio e alla fine non la vedi manco più. La donna sexy è sempre stupendamente fuggitiva, è sempre un là da conquistare, un domani da attendere, un’accoglienza da desiderare, una generazione da vivere.

 

Depenalizzare l’omosessualità? Il ritorno della lupa

Che la Curia Romana ogni tanto combini qualcosa che non dovrebbe, non è una novità. Già Dante, cristiano D.O.C. (chissà perché di molti cristiani tosti la burocrazia delle santificazioni non si occupa quanto dovrebbe), diceva di essa come di una lupa famelica “che di tutte brame sembiava carca nella sua magrezza, e molte genti fé già viver grame” (Inferno, 1, 48-51). È proprio questa lupa che spinge Dante alla più pesante disperazione: “questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza” (Inferno, 1, 52-54). Nella Curia Romana – sovente e purtroppo – ha funzionato molto bene la burocrazia delle scomuniche, dei roghi e delle crociate. Sul coraggio della denuncia e della testimonianza cristiana troppo spesso ha prevalso la paranoia delle chiusure e delle discriminazioni anche omicide.

Del resto pure gli apparati religiosi, come tutti i sistemi, possono essere soggette a giochi psicotici[1]. Anche la Chiesa corre questo terribile rischio, quando cessa di essere il Vangelo, cioè il “forte annuncio”[2] della Risurrezione che vince la morte e dà senso all’amore cristiano, per farsi riduttivamente e spesso in modo disfunzionale stato, istituzione, apparato, magari falsificando pure i documenti, come avvenne per la Donazione di Costatino, in base a cui per più di un millennio si cercò di legittimare lo Stato Pontificio e l’istituirsi del potere temporale della Chiesa. Gesù stesso con furore denunciò la deriva della religione ebraica, caduta in mano all’ipocrita e mortifero apparato dei Farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (…) Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare alla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” (Matteo, 23, 27-28 e 33-35; confronta anche Atti, 23, 3 e Luca, 16, 15; Matteo, 3, 7 e 12,34 e Luca, 11, 49-51 e Tessalonicesi 1, 2, 14-16). I sacerdoti di allora non trovarono di meglio che calunniare o svalutare Gesù (Matteo, 9, 11 e Marco, 2, 16 e Luca, 5, 30), scandalizzandosi alle sue parole (Matteo, 15, 12), cercando di trarlo in inganno (Matteo, 19, 3 e Marco, 10, 2) o dicendo che egli era mandato dal “principe dei demoni” (Matteo, 9, 34 e 12, 24 e Marco, 3, 22 e Luca, 11, 15); non a caso, uniti al disimpegno politicamente corretto di Pilato, furono proprio loro a mandare a morte Gesù.

A questo ho pensato, quando, da innamorato di Gesù e del suo Vangelo, ho letto che la “Santa Sede” è contraria alla proposta fatta all’ONU dalla Francia a nome della Unione Europea di dichiarare non penalmente perseguibile la omosessualità.

La omosessualità non è né una malattia, né una colpa, né un reato. Che non sia una malattia lo dice la scienza. Che non sia una colpa, lo dice l’evidenza. Che non sia un reato, lo dice la civiltà.

Che ci siano ancora oggi stati nei quali gli omosessuali sono incarcerati o condannati a morte, è una vergogna spaventosa e ignobile, che ricorda e riattiva le pagine più nere e micidiali della storia. Tutto ciò che impedisce o ritarda il pieno riconoscimento di ogni umanità, omosessuale o eterosessuale che sia, è complicità e omicidio.

Paradossale – ed è un eufemismo – mi pare poi la motivazione della contrarietà alla proposta francese. L’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, ha detto che una tale proposta rischia di creare “nuove e implacabili discriminazioni”, dato che “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come «matrimonio» verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressione” (Avvenire, p. 13 del 2 dic. 2008). Come dire che evitare che si critichi un governo che ammette l’unione tra omosessuali, è molto più importante che cercare di evitare che degli esseri umani né malati né colpevoli né delinquenti siano messi in galera o ammazzati. La follia non ha limiti.

 


[1] È l’espressione con la quale la psicologia sistemica indica la patogena disfunzione delle relazioni di un sistema.

[2] Questo è il significato della parola vangelo.

In ogni donna ci sono almeno quattro donne

In ogni donna vivono almeno quattro splendide creature che a ogni ciclo mestruale si ripresentano, ogni volta in forma e modalità diversa, ma sempre nella fedeltà alla irrepetibile unicità del Sé. Quasi nessun uomo sa, rispetta e riconosce la straordinaria complessità di questo molteplice affiorare. Neppure le donne del resto sanno profondamente di ciò, né esigono – come e quanto dovrebbero – che ne sia rispettata, accolta e amata la scansione.

All’inizio del ciclo, in particolare nella prima settimana, riemergono l’adolescente, il suo fascino di provocazione fanciulla, il desiderio di essere corteggiata nel gioco, inseguita nel corteggiamento, amata nello scambio di una parola attenta, ingenua, bene articolata. Allora ama la freschezza della autonomia, la spontaneità della libertà, il piacere dell’indipendenza. E ciò che è fresco, spontaneo, piacevole può essere non preso, ma solo sorpreso dalla freschezza, spontaneità, piacevolezza dell’altro da sé. Il racconto, l’immagine, la fantasia, la fiaba, il piccolo insospettato dono, la gioia di camminare insieme dicendosi reciprocamente: sono queste le dimensioni d’adolescente proprie di questa ritornante stuzzicante ragazzina. Dall’amante ama essere scelta tra le altre, quasi a dispetto e invidia delle altre. Di lui desidera la vicinanza, l’attenzione, la furba tenera sorpresa, il ripetuto gentile avvicinarsi, la sapiente intelligente sfumatura d’approccio, l’ardito timido rivolgersi, il prezioso pronto riconoscerla e scoprirla nell’animo e nel sogno.

A cavallo tra la seconda e la terza settimana, in corrispondenza con il pieno esplodere della ovulazione, emergono la femmina potente, l’affermata consaputa sapienza della seduzione trasformante, il piacere solare di un corpo irresistibile e implosivo, l’unicità del proprio Sé femminile (come se le altre neppure esistessero o potessero esistere). Allora la donna ama il potere di sé, per questo le piace essere conquistata, presa, penetrata, abitata, così che lei possa trasformare e possedere d’amore. Lasciarsi pienamente andare a sé stessa, affidarsi fiduciosa al proprio potere di femmina e alla propria adulta sapienza di femmina: sono queste le dimensioni divine tipiche di questa fase. Dall’amante ama essere non più sorpresa, ma presa in tutto il fulgore della propria forza di femmina. Di lui desidera la forza generante e vivificante, la decisione adulta e libera, la bella e ricca sicurezza del gesto, la continuità potente e certa dell’intensità, la immediatezza autentica e vera dell’esclusivo esserci per lei e in lei.

Nella settimana che precede il flusso, emergono la smarrita incerta bambina, il timore dell’inadeguatezza, la paura di non essere bella e capace, l’angoscia di non essere più desiderata e desiderabile, la tristezza della frustrazione (come se tutte le altre fossero più belle e più donne di lei). È come se questa bambina dicesse: “se dovrò mestruare l’ovulo prezioso della mia piena femminilità, significa che sono brutta e incapace, che io sola mai diverrò donna potente e amata”.  Allora teme la propria debolezza e fragilità, per questo ama essere abbracciata, contenuta, coccolata, continuamente confermata, proprio come una bambina smarrita che nessuno ama e vuole. La depressione più o meno fisiologica, la tristezza, l’inadeguatezza di sé, la sfiducia nelle proprie capacità: sono queste le umanissime dimensioni proprie di questa fase. Dall’amante ama essere contenuta con forti rassicuranti dolcissime braccia. Di lui desidera non la penetrazione, ma la carezza, la delicata conferma, la parola vicina e attenta, lo sguardo buono, accogliente e confermante.

Durante i giorni del flusso, come ci insegnano le culture che noi ancora ci ostiniamo a chiamare “primitive”, emergono la femmina notturna del novilunio, la sapienza del ritrarsi in sé, il senso di una solitudine forte e ristrutturante. Allora la donna ama il proprio mistero di luna nascosta e di dea inaccessibile, per questo vuole essere lasciata a sé stessa, in una distanza rispettata e sacra, così che lei possa riattingere l’appartenenza alle profonde potenti radici che tra loro uniscono tutte le femmine della natura. Per questo in molte culture è vietato guardare la donna in questo periodo: sarebbe come guardare a occhio nudo l’accecante luce del sole o immergersi nudi negli abissi più profondi delle acque, là dove gli oceani traggono l’oriente delle loro travolgenti maree. Allora la donna ama essere lasciata in solitudine, pensata da lontano, con sacro stupore, ammirata in assenza e a distanza. Lo stupore rivolto a sé stessa, la silenziosa ragione di sé, il misterioso viversi, l’appartarsi in un al di qua sacrale: queste sono le ctoniche notturne dimensioni di questa fase tanto profonda quanto oggi del tutto ignorata. Dall’amante ama essere attesa nella distanza, ama essere temuta e amata come si teme e ama il sacro. Di lui desidera la muta devota lontananza, la sempre maggiore complessa delicata  sapienza del mistero.

Non sapere di tutto questo è la causa radicale di molti fallimenti di coppia. Un uomo, che non sappia rispettare la scansione di queste fasi, che non sappia stare a tempo con esse, amando in modo appropriato la complessità femminile della propria donna, creerà in lei un disagio profondo e crescente, che potrà portare anche alla rottura della coppia, senza che neppure egli si renda conto del perché. Una donna che, lei stessa, non sappia di questa propria complessità, si smarrirà sempre più nella depossessione di sé, perdendo oltre che il proprio amore anche sé stessa.

Se la donna saprà vivere e rispettare tutta la complessità e ricchezza delle dimensioni del proprio ciclo mestruale e se saprà farsi rispettare e amare in tutta le sfumature che le sono proprie, allora la menopausa giungerà in età molto avanzata e come dolce approdo a una nuova ricca stagione di vita.