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Monthly Archives: agosto 2008

A scuola, attenti agli allievi troppo bravi!

 

“Attenti a quelli troppo bravi”, dico spesso agli insegnanti, soprattutto delle superiori. Di solito mi guardano tra lo stupito e il perplesso; sono già così preoccupati a tenere a bada gli indisciplinati, ad arginare i bulli, a motivare i fannulloni. “Ci manca pure che dobbiamo preoccuparci di quelli bravi”, paiono dirmi con quelle loro pupille pedagogicamente destabilizzate. Se non fosse che si fidano di me, penserebbero a un mio lapsus. Del resto anche le famiglie e la mentalità corrente pensano che essere bravo a scuola equivalga a essere sano di mente.

Ma, appena li fai ragionare e fai loro guardare i fatti, ti danno ragione.

Per esempio, le allieve anoressiche sono regolarmente le prime della classe, difficilmente prendono voti bassi alla maturità, non di rado ottengono il risultato massimo. Eppure l’anoressia (sia quella restrittiva che quella bulimica) è patologia gravissima di area psicotica.

Così pure – altro esempio – gli allievi con disturbo ossessivo-compulsivo sono di frequente molto bravi e ottengono risultati più che apprezzabili: fanno tutti i compiti in ogni loro particolare; studiano tutte le lezioni, senza tralasciare neppure la più piccola delle note in fondo al testo; guai se perdono un appunto, una frase, una lezione. Eppure i disturbi di personalità sono patologie massicciamente pervasive, che riguardano in modo grave la strutturazione dell’intera personalità dell’individuo.

Alcune patologie psichiche trovano proprio nell’impegno e nella riuscita scolastici il terreno, lo strumento e l’alibi ideali: permettono a quell’allievo di evitare l’impatto con la vita e con il mondo, il confronto con gli altri, con il proprio corpo, con la sessualità. In questi casi la riuscita scolastica diviene una terribile strategia di evitamento della vita e dell’accesso alla dimensione adulta.

Allora la scuola, senza volerlo, si fa complice di queste patologie, ne diviene a propria volta fattore patogeno o quantomeno fattore di amplificazione e di legittimazione della patologia. Aiuta – ripeto, senza volerlo – le famiglie a non vedere e a non affrontare il problema; delegittima – sottolineo, senza volerlo – l’eventuale intervento psicoterapeutico in corso; è come se i genitori, vedendo il figlio andare bene a scuola, fossero legittimati a pensare: “ma che vuole questo terapeuta? Come fa a dire che nostro figlio sta così male, ha così bisogno di aiuto?”.

Dietro la patologia psichica di un adolescente c’è puntualmente una famiglia che, a propria volta, ha bisogno di nascondere dietro la facciata della riuscita scolastica del figlio i propri vuoti profondi e le proprie dinamiche disfunzionali. Spesso la coppia genitoriale ha bisogno di restare tale, perché non sa tornare coppia coniugale, coppia di un uomo e di una donna che si amano e che perciò desiderano davvero e in profondità (non solo a parole) la fine della loro funzione genitoriale. Troppo sovente dietro un bravissimo allievo ci sono un padre o una madre che hanno, loro, bisogno del bel voto del figlio e che sotto sotto lo esigono: si proiettano nel figlio bravo per colmare le loro frustrazioni, i loro bisogni. Usano il figlio, lo espropriano di sé. E la scuola – ribadisco, senza volerlo – si fa terreno e strumento di queste dinamiche così dolorose e – non poche volte – tragiche.

Quando sento di suicidi di allievi e vedo che quasi sempre la causa viene attribuita a eventi scolastici (per esempio una bocciatura, una nota, la prevaricazione del bullo della classe), penso con tristezza a come una attribuzione di questo tipo prima di tutto non colga l’obiettivo vero, in secondo luogo colpevolizzi ingiustamente la scuola, in terzo luogo contribuisca a fornire ulteriori alibi alla famiglia, impedendole di mettersi in discussione, di crescere, di lasciare che il figlio viva la sua vita.

Cari insegnanti e care famiglie, se il vostro allievo e figlio ogni tanto non studia perché vuole ascoltare con gli amici un bellissimo pezzo musicale; oppure se in un bellissimo giorno di settembre impicca scuola perché è innamorato e preferisce andare a parlare con lei o di lei, non preoccupatevi più di tanto; anzi ringraziate il cielo, perché il vostro insegnamento e la vostra genitorialità sono stati in grado di lasciare germogliare nel suo animo l’entusiasmo e l’amore. Se scoprite la cosa, prima abbracciatelo, poi dategli sorriso e fiducia, poi … sarà lui da solo a rimediare e a sapere rimediare.

Sotto cocaina una madre si butta dalla finestra con il figlio

 

“Pensavo di essere una buona madre. Dalla vita, ho avuto tutto. Tutto”. Riportate dal “Corriere della sera”, sono le parole di Giorgia, la madre che all’inizio di questa settimana si è buttata dalla finestra con il suo piccolino di quattro mesi, dopo un coca-party con il compagno.

Che non abbia davvero avuto tutto, è lei stessa – senza accorgersi – a confermarlo: “È la notte che ti frega. Ci ricaschi. La trovi sempre, te la offrono. Tu, la compri. La prendi e subito ti senti libera. Libera di parlare, di decidere, di scegliere tutto quello che vuoi”.

Dunque, Giorgia non ha, come lei crede, “avuto tutto”: niente e nessuno le ha dato o le ha permesso di avere la libertà, la libertà di parlare, di decidere, di scegliere. E – ancora di più – niente e nessuno le ha dato o le ha permesso di avere la forza e la voglia di essere libera, libera di parlare, di decidere, di scegliere. Se una persona va a cercare questa forza e va a vivere questa voglia nella cocaina, significa che non ha né una né l’altra, perché niente e nessuno gliele ha date, niente e nessuno le ha testimoniato che essere liberi si può; che parlare è bello ed è un diritto; che la libertà di decidere e scegliere non è solo sensazione, illusione, effetto prodotti da una sostanza, ma è cammino, conquista, ricerca che, giorno dopo giorno, fanno crescere te, gli altri, la storia, il mondo. Sì, qualcuno magari glielo ha detto, ma nessuno glielo ha testimoniato o ha lasciato che le venisse testimoniato.

Molte volte chi dice della libertà, nega e annulla chi la vive e la testimonia. Basta poco: basta mettere lo sceneggiato su Martin Luther King o su Giovanni Falcone accanto a un qualsiasi programma di fiction e il gioco è fatto: tutto è omogeneizzato a fiction, tutto è irreale e distante, irraggiungibile, non vero. Non occorre che ci sia la volontà esplicita di un regime, perché questo avvenga. Non occorre che il responsabile del palinsesto sia fascista, comunista, conservatore, progressista o bipartisan. Chiunque metta carbone in caldaia, produce vapore, sia che usi la mano destra, sia che usi quella sinistra, sia che le usi entrambe.

E le famiglie? È lì che si ricevono gli imprinting e i modelli; è lì che germogliano i desideri e le voglie, il sogno e l’ostinazione del sogno, le utopie e i loro respiri. Nessuna scuola e nessuna istituzione possono darti l’imprinting della libertà, della parola, della scelta, della decisione, se nella tua famiglia almeno un poco non l’hai respirato o intuito o intravisto o disperatamente desiderato. Nelle nostre famiglie quanta libertà di parola, di scelta, di decisione ci viene in-segnata, cioè segnata dentro l’anima? Quanta voglia di viverla, di cercarla, di conquistarla ci viene testimoniata da nostro padre, da nostra madre e – soprattutto e prima di tutto – dall’amore che lega tra loro nostro padre e nostra madre? Quanto è davvero libero il loro amarsi, quanto le loro scelte, quanto le loro decisioni, quanto la loro vita? Nelle nostre case che cosa prevale: il sapore della libertà o i ricatti affettivi e psicologici? Il potere aperto della gioia o quello sordo e subdolo della depressione e della lamentela? Il rispetto incondizionato della decisione o le imposizioni esproprianti? Il diritto all’esperienza e alla possibilità dell’errore o il dovere fine a sé stesso? Il piacere di essere sé stessi o la paranoia del “cosa dirà la gente?”?

Non so da che famiglia esce Giorgia. Se glielo potessi chiedere, lei forse mi direbbe che la sua famiglia era bellissima e che i suoi genitori si volevano un mondo di bene. Idealizzare serve a sopravvivere o a illudersi di sopravvivere, ma non aiuta a vivere.

Ogni azione suicidaria trattiene in sé un significato simbolico. Di solito,  chi si butta nel vuoto cerca inconsciamente un abbraccio, l’abbraccio di una madre che non ha mai avuto, dalla quale non è mai stato davvero contenuto, una madre che possa essere anche – come direbbero francesi, tedeschi e inglesi – la “grande madre” del nipotino.

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Mi trovate a Bergamo

al numero 1/c

di Via Baracca

Di fronte al cancello di entrata c'è la Farmacia Reggiani.

Di fronte al cancello di entrata c

la tristezza di un figlio

è un suo diritto inviolabile

 

Molti genitori sono così invadenti, da farsi carico della tristezza dei loro figli, come se questa fosse un problema proprio. La tristezza è forse il sentimento più privato di una persona; come tale va rispettato. Soprattutto nella adolescenza la tristezza è fisiologica: prepara l’approdo a mondi nuovi, esigendo l’abbandono del mondo vecchio, delle sue sicurezze, delle sue logiche. Perciò, in questa età, l’invasione di campo da parte del genitore (soprattutto delle madri, ma certo non mancano padri pedanti e invasivi) è ancora più deleteria: perché a invadere è proprio chi dovrebbe essere lasciato.

Molti genitori si dimenticano che hanno generato creature umane, che, come tali, trovano nella tristezza una delle dimensioni del loro esistere.  Un figlio triste è semplicemente un figlio umano, non è il fallimento del genitore.

Anche la gioia è un diritto inviolabile del figlio. Ma, se noi genitori invadiamo la loro tristezza, difficilmente vedremo i nostri figli nella gioia. E difficilmente io potrò parlarne in questa mia rubrica.

Di solito il branco

è tragico luogo di regressione

 

Molto più spesso il branco, lungi dall’essere solo il luogo e la causa di azioni violente (vedi qui sotto il post precedente), è luogo e causa di regressione, solitudine, ulteriore destrutturazione della personalità. Penso per esempio al gruppo di ragazzi, che si ritrova per fumare spinelli o per bere: si mettono lì uno accanto all’altro, spesso senza dire una parola e in una vicinanza solo fisica lasciano scorrere il tempo. Non è la situazione peggiore: quando le stesse azioni sono fatte in solitudine, il dramma è ancora più micidiale. Almeno, qui nel gruppo, l’adolescente comunque cerca un contenimento; anche se in modo larvale, vive alcune presenze; sia pure vagamente, dice di una appartenenza e, quindi, di una identità; nel buio inespressivo del silenzio, tenta in ogni caso la dimensione affettiva del gruppo.

Mi stringe il cuore pensare a questi branchi sperduti e solitari. So quanta sofferenza abita in quei cuori già così avvolti dalla disperazione del non senso, tanto attanagliati dalla paura della inadeguatezza e della incapacità di vivere. So che sono momenti di eutanasia della gioia, di anestesia del respiro e dell’anima, di stordimento cercato come una possibile fuga dall’angoscia totale. Però, mi dico, non sono ancora il nero assoluto; se si potesse rispondere a quel bisogno di vicinanza, di identità, di appartenenza, di affetto, forse ritornerebbe l’alba. La prima città umana non è forse stata un cerchio di persone che nella notte totale (ancora non si conosceva l’uso del fuoco) si mettevano l’una accanto all’altra. e insieme aspettavano l’alba, sperando di sfuggire agli animali predatori. Anche questi nostri adolescenti attendono confusamente l’alba e, sia pure nella illusione di uno spinello, tentano di sfuggire alla predazione di quella angoscia che li abita.

Potere di seduzione

 

Il potere di seduzione di una donna raggiunge la sua massima espressione quando, come direbbero le fiabe, “la bella figlia del re” è contesa da molti baldi cavalieri e conquistata dal più forte di loro, quello che supera tutte le prove e, unico, sconfigge e uccide il terribile drago. Non tragga in inganno l’uso del verbo in forma passiva (“essere contesa”, “essere conquistata”); in realtà a muovere la contesa e la conquista dei cavalieri è proprio l’azione del potere di seduzione di quella donna, tanto più potente quanto più forti, virili, determinati, coraggiosi e, a loro volta, potenti sono i cavalieri pro-vocati (cioè chiamati, interpellati) dal suo potere di seduzione. Solo una donna straordinariamente seduttiva può spingere il maschio a crescere a tale punto da riuscire a vincere tutte le prove, superando tutti i rischi che il superamento di queste prove comporta. La più difficile di esse è proprio la “uccisione del drago”, che – in ottica psicologica – significa il superamento della più profonda e radicale paura di un uomo, quella che si vince soltanto grazie alla capacità di mettersi totalmente in gioco, di rischiare tutto, di lasciare ogni sicurezza e ogni vecchia identità pur di potere conquistare la bella principessa. Non tutti gli uomini sanno mettersi in gioco totalmente, tutto lasciando e a tutto rinunciando per una donna. Né tutte le donne sanno correre il rischio totale della solitudine pur di aspettare l’uomo che, pur di conquistare la propria donna sappia, vinte tutte le prove, uccidere il drago. Se non è radicato nella logica del “tutto o niente” l’amore tra uomo e donna e, in esso, il potere seduttivo della donna sono ben poca cosa, realtà destinata a infrangersi di fronte alla prima vera difficoltà, evento incapace di dare vera e nuova identità ai due innamorati. Solo nella logica del “tutto o niente” trova la sua forte culla il Noi di coppia, che dà senso e identità nuovi e veri all’Io e al Tu.

Se si accontenta di sedurre uomini che per lei non si mettano in gioco totalmente e non siano disposti a lasciare tutto e, come direbbe la Bibbia, ad “abbandonare il padre e la madre”, cioè ad “abbandonare” ”(e “abbandonare” è ancora più forte di “lasciare”) le vecchie identità, i vecchi confini e i vecchi progetti di figlio, la donna non gusterà mai fino in fondo il proprio potere femminile, né toccherà mai gli estremi e più ampi confini della femminilità. Sarà una donnetta comunque insoddisfatta, dibattuta da un lato tra ansie e frenesie senza storia e dall’altro tra inerzie e solitudini senza nome. Né conoscerà il vero piacere, quello di lasciarsi andare affidandosi – unica tra le donne – all’abbraccio dell’uomo, che – unico tra gli uomini – ha saputo conquistarla.

Di certo non è Giulietta a dovere scendere dal balcone. Tocca a Romeo salirvi. Quando la donna per scarsa autostima o per timore che nessuno salga a lei, si mette lei a inseguire e a conquistare, si attiva una pericolosa inversione di ruoli, che per forza di cose porterà la donna a incontrare uomini fragili e infantili o “prime donne” che ben poca empatia avranno per lei e che, prima o poi, metteranno lei in competizione con altre donne. L’inversione di ruoli non ha limiti.

Ogni giorno nel Canale di Sicilia e nel Mediterraneo muoiono uomini, donne, bambini

 

Migliaia muoiono. Decine o centinaia ogni giorno. Di molti non si sa neppure la morte. Uomini, donne, bambini, madri incinte.

Eppure i “servizi” su questi fatti ormai non fanno più grande notizia. Nei giornali e nei telegiornali difficilmente trovano precedenza su altre notizie, come se quelle morti in fondo non importassero più di tanto o non facessero più audience. Sono morti annunciate, previste, prevedibili. A tratti pare che il direttore o il giornalista le metta in scaletta solo perché deve metterle, più annoiato che convinto. Se non rischiasse la critica, forse neppure le metterebbe.

Molti politici poi quelle morti le usano: prima, durante e dopo le elezioni. Pensano a reprimere, non a costruire. Se qualche politico pensa a costruire, lo trattano da cretino e lo fanno fuori.

Lettori ed elettori permettono tutto ciò, lo causano, lo lasciano accadere. Qualcuno addirittura pensa: meglio morti che qui a creare problemi.

Non c’è la pietà.

Nessuno pensa a quei corpi devastati, a quelle anime perdute, a quelle umanità che non parleranno più, che non guarderanno più, che non si innamoreranno più, che non si stupiranno più di fronte alla albe e ai tramonti, che non costruiranno più mondi e progetti, che non arricchiranno più la storia e la vita.

Quando si pensa a difendersi, prima o poi l’uomo non conta nulla. Quando la morte viene lasciata accadere, l’umanità finisce.

Non c’è la pietà.

Si pensa a nuove guerre e non si seppelliscono i morti di nessuna guerra.

A me quelle umanità mancano. Mi sento depredato di vita, espropriato di speranza, scippato di felicità, dilaniato di gioia negata. Ognuna di queste morti è anche la mia morte. Vi abbraccio, fratelli sconosciuti. Vi abbraccio dal di dentro, morendo in voi.

 Perché muoiono tanti giovani sulla strada

 

È stato liquidato troppo in fretta come “strage del sabato sera”. Il fenomeno è ben più grave. Non si tratta solo dello sfogo inconsulto dopo una settimana di “duro lavoro”. Molti di questi giovani non lavorano, tanto meno lavorano “duro”. Né si tratta di feste esagerate: quasi tutti loro non sanno che cosa sia festa, riso, gioia. Non lo sanno perché non hanno mai vissuto la festa. La festa sta alla fine di un cammino, di un’impresa, di una conquista. Loro il cammino non l’hanno neppure cominciato; le imprese e le conquiste sono un geroglifico da Ufo; nessuno gliele ha mai né prospettate né permesse né testimoniate. Loro abitano in casa con i genitori, spesso solo con la mamma. Le uniche conquiste e imprese di cui abbiano notizia sono solo quelle di un padre in disarmo, frustrato e impotente; hanno sempre il solito castrante incipit: “io alla tua età ero già … facevo già … andavo già … guadagnavo già”. “Già”, drammatico e squallido “già”: quanti figli incagliati, irretiti, castrati da quel” già” paterno! E pensare che il padre, più che dirlo al figlio lo dice a sé stesso, alla propria vita altrimenti senza echi, alle proprie orecchie che non ascoltano più, alla propria anima che non si è mai davvero innamorata, davvero sposata, davvero emozionata. Lo dice al figlio, perché non ha altre ombre o altri fantasmi cui rivolgersi. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio che non lavora o “lavoricchia soltanto”, che non ha ragazze o le ha “più scombinate di lui”, che non ha amici “veri come li avevo io”. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio sfigato. Non solo non lo sa, ma addirittura pensa che sia il figlio ad avere bisogno di lui: “se non ci fossi io a mantenerti, a raccomandarti, a spingerti, a tenerti in casa, a vestirti …”.

E la madre zitta. Tace. Non c’è: è fuori, “in parrocchia ad aiutare”, oppure a fare le scale del condominio “per arrotondare, la pensione è così poca”. E, se c’è, è come non ci fosse. Magari è depressa da anni. Da epoche è sotto Tavor o Lexotan: “è solo un calmante, non fa nulla”; “mi basta ascoltare Radio Maria e prendere qualche goccia, così non penso a niente e il tempo passa di più”. Quando parla, parla con la sorella o con la vicina: si sfogano del marito che urla o beve o non si lava, del figlio che non lavora e non ha la morosa; raccontano di “quella che se ne è andata di casa”: “non c’è più sentimento”, “sono tutte svergognate”, “però lui è bello e alto”, “chissà cosa fanno insieme”, “non c’è più religione”.

E la coppia? Chissà da quanto non fanno l’amore. Forse non l’hanno mai fatto. Forse qualche volta hanno creduto di farlo. Forse erano solo sfoghi, masturbazioni a due, silenzio dell’anima. Lui ormai lo fa solo qualche volta, con la puttana della tangenziale: “l’uomo è uomo”, “poi le negre costano meno, e lei non si accorge nemmeno”.

Che succederebbe se quel figlio se ne andasse? Che farebbero loro, se lui si innamorasse davvero, si sposasse, mettesse su casa davvero, lontano da loro? La madre a chi stirerebbe i vestiti “con tanto amore”, tra un Tavor e l’altro? A chi preparerebbe da mangiare, di chi si preoccuperebbe, per chi andrebbe in ansia, per chi soffrirebbe “così tanto”? E, senza quel figlio che di notte “chissà dove va”, come giustificherebbe le proprie insonnie, come occuperebbe le proprie interminabili notti di vedova bianca e di frigida inconsolabile?

Intanto lui, il padre, dorme. La negretta è più efficace del Tavor e più rapida del Lexotan. E poi, se il figlio torna tardi, meglio; domani potrà ancora di più criticarlo, ancora di più potrà dire alla moglie: “è colpa tua se è così”, “l’hai sempre difeso”, “non vedi che è come te?”, “se non ci fossi io in questa casa …”, “io alla sua età ero già …”.

Nessuno ha mai detto bravo a quel figlio. Nessuno l’ha mai abbracciato veramente, quando lui ne aveva bisogno e voglia. I rarissimi “bravo” erano sempre seguiti da violenti, rapaci, esproprianti “ma”, “però io”. Gli abbracci più che dare prendevano; erano l’alternativa al Lexotan che la madre, dandoglieli, si concedeva. Lo abbracciava per sentirsi brava lei come madre, per potere lei abbracciare qualcuno, quando ne sentiva lei il bisogno, quel bisogno mascherato d’amore materno.

Poi l’incidente. Di notte. Ad alta velocità. Con la birra in mano, la pasticca nel sangue, gli amici accanto.

Adesso lei, quando capita, prende Tavor e Lexotan insieme. Oltre a Radio Maria ora ascolta anche chi comunica con i morti e ne sente la voce. In parrocchia la ascoltano ancora di più; la sorella e la vicina la compatiscono meglio, come non mai: “se non mi mancasse lui, non starei poi così male”. Per andare al cimitero, due uscite al giorno ora le fa; va dal fiorista; per uscire, si toglie la solita tuta, si veste, si pettina, mette anche un filo di cipria.

Adesso “è lui che sta poco bene”, “è un depresso”. “gli ho dato il mio Tavor, ma non gli fa niente”, “dopo l’incidente è più noioso, non si stacca mai, non esce più di casa”, “non ne posso più”.

Quella notte lui, il figlio, abitava una strada. Le strade sono grigie di giorno, nere di notte, proprio come la vita di un figlio sfigato. Le uniche cose bianche sono le righe: segni, cifre, regole che come tanti “già” segnano sentieri mai davvero tracciati, percorsi senza mete, fatiche senza sudori né orizzonti, disperazioni sorde e senza confini.

La macchina gliela aveva prestata il padre dopo le solite insistenze e mediazioni della madre. Veloce come la “bottarella con una di quelle”, con il tagliando e il meccanico “già” sistemati, con la benzina “già” fatta, era lì sotto il piede dell’acceleratore. Vai, vai almeno tu che lo puoi. Fuggi, macchina, portami con te. Quando si fugge, non importa la meta, importa solo la velocità. Solo se si è veloci, non si pensa. Solo se si è veloci, ci si illude che nessuno ci tenga, che nessuno ci usi, che nessuno dica di pensare a noi senza mai, mai, mai averci amato.

 

 

 

 

 

Coppia e soldi

 

Quando la coppia non è figlia di un vero rapporto d’amore, spesso il denaro viene usato come strumento di controllo. Quello dei due, che teme di perdere l’altro, usa il proprio potere finanziario come gabbia per imprigionare a sé il partner, per non lasciarlo fuggire. Di solito il controllore è lui e la controllata è lei (ma non mancano le eccezioni).

Molto di frequente questa è la tipologia del controllore: un maschio che in utero e sul fasciatoio ha ricevuto dalla madre poca accoglienza e/o attenzione, cosa questa che molto spesso viene negata o attenuata sia dal figlio che dalla madre. Quasi sempre questo maschio ha prima di sé un fratello (molto difficile che si tratti di una sorella), che – non importa se gratificandola o preoccupandola – ha focalizzato massicciamente su di sé l’attenzione della madre, la quale quindi vive con disagio, insofferenza o contrarietà l’arrivo del secondo maschio.

Questo maschio controllore, una volta che sia riuscito – non importa come – a fare coppia, avrà una tremenda paura non tanto di perdere, quanto di non possedere davvero la compagna. È come se, più o meno inconsciamente, ragionasse così: “come posso possedere una donna io che non ho mai neppure avuto l’attenzione e l’amore di mia madre?”, “come posso sentirmi amato, se non ho mai ricevuto amore?”, “come può una donna amare veramente uno come me, brutto e bestia come sono tutti i figli non amati?”. Chi ha letto o visto la fiaba Bella e la bestia, di sicuro trova riscontri tra questo tipo di maschio e il protagonista di quella fiaba: solo quando riuscirà a rischiare la perdita del controllo sulla donna e a  rischiare di liberarla da un amore-prigione, Bestia potrà essere amato davvero. Ma è un rischio che difficilmente questo tipo di maschio sa, può e vuole correre; solitamente preferisce avere non l’amore della donna, bensì il possesso. La ragione per cui il rischio della perdita è per lui impercorribile sta, oltre che nella propria radicale bassa autostima, in una visione del tutto svalutante delle donne (la donna come individuo per lui è un ufo indecifrabile), che “possono amare solo per denaro” e che “sotto sotto sono tutte o puttane o mantenute” (frasi che prima o poi puntualmente dice) e che quindi possono essere possedute solo mettendole in gabbie dorate e/o costringendole alla dipendenza finanziaria, misurando loro i soldi, esigendo il resoconto di ogni sia pure minima spesa, sindacando su ogni uscita di denaro. Spesso – tra l’altro – a fronte di una vita da asceta o da fachiro imposta alla moglie e ai “suoi” figli, il suo regime di vita è altamente lussuoso, di facciata e di prestigio, ricco di quei costosi status symbol con i quali cerca di compensare la propria profonda disistima (anche la donna sarà tendenzialmente vista come status symbol: appariscente, contesa, di buona famiglia). Ultima notazione: per lui l’eros vero sta, più che nel rapporto sessuale vero e proprio (non di rado bisessuale), nell’esercizio del potere finanziario e/o nella umiliazione della donna posseduta o – se si preferisce – nel possesso della donna umiliata. Non a caso sposano spesso donne che escano da separazioni, divorzi o comunque da situazioni che, per una certa morale, siano o possano essere criticabili e ascrivibili a scarsa dignità: prima o poi anche lui finirà con il dare ragione a questa stessa morale e affosserà la poveretta in un mondo di cacca.

 

quando sono delicati

i panni sporchi si lavano in tintoria

 

Molto spesso chi non vuole la terapia familiare si appella al proverbio “i panni sporchi si lavano in casa”. Al che puntualmente rispondo con questo mio aforisma. Di solito le resistenze maggiori sono quelle dei padri, che non sanno accettare di mettersi in discussione e in crisi (positiva) come più facilmente sanno fare le madri, che hanno due grandi training naturali a loro vantaggio: il ciclo mestruale, che ogni 28 giorni le obbliga a fare i conti con loro stesse; la maternità che è  uno straordinario evento di trasformazione attiva e passiva. Contrapponendo al proverbio l’aforisma, comincio a strutturare la situazione e il problema:

1)      tolgo rilevanza all’aggettivo “sporchi”, che presuppone un giudizio morale negativo e indica qualcosa di cui doversi vergognare (come se avere problemi fosse una vergogna!);

2)      sostituisco “sporchi” con “delicati”, cioè preziosi e fragili insieme; suggerisco in tale modo un atteggiamento più attento, raffinato e rispettoso della complessità in gioco;

3)      nell’immagine della “tintoria” lascio intuire la necessità del ricorso a un luogo e a un servizio esterni alla casa, che non tolgono nulla alla integrità della casa, ma che offrono possibilità che la casa non ha.

Di solito l’aforisma ha la meglio sul proverbio.

se i figli fossero amati e voluti totalmente

le gravidanze non avrebbero né vomiti né nausee

 

Nel linguaggio del corpo la nausea e il vomito sono segni di rigetto, come se il corpo dicesse: non voglio tenere dentro di me ciò che io non sono, né riesco a rendere mio, assimilandolo a me. A modo suo, attraverso la nausea e il vomito il corpo afferma dunque l’alterità del concepito, il suo essere sé stesso, un Sé  inassimilabile  e non prevaricabile dal Sé della madre. Al tempo stesso la nausea e il vomito, sfatando un mito ricorrente, dicono che nessun figlio è voluto al 100%, neppure quelli che a livello conscio sono vissuti come “desiderati tantissimo”. Che la madre non desideri totalmente un figlio, a modo suo è positivo: permetterà dapprima la dinamica di orientamento del figlio verso il padre e poi quella dello svincolo e della autoaffermazione sociale.  Certo, il non essere del tutto desiderato deve pur sempre rimanere entro certi limiti; altrimenti l’autostima del bambino sarà in-segnata (cioè segnata dentro) da vissuti di rifiuto tali da condizionare più o meno profondamente l’adeguatezza della autostima.

Mi ha sempre stupito notare come molte madri di figli poi psicotici o schizofrenici riportassero il dato di gravidanze prive del tutto di nausee e di vomiti. Con questo non posso né voglio assolutamente affermare che una gravidanza senza la minima nausea sia segno di futura psicosi. Voglio solo notare come in molte (sempre più numerose) madri la gravidanza sia non tanto l’incontro con la alterità di un bambino che chiede di essere accolto, contenuto e amato, quanto l’accadere di un bisogno di autoaffermazione della madre. Quando la gravidanza è solo questo, significa che la coppia non costituisce quella relazione di riferimento primario che, più di ogni altra, dovrebbe identificare il Sé sia della madre che del padre. Ogni figlio, prima di essere figlio della mamma o del papà, dovrebbe essere figlio del “tra” che unisce la coppia come coppia d’amore prima che di genitorialità.  Prima che evento della madre e nella madre, la gravidanza – nausee e vomiti compresi – dovrebbe essere evento della coppia e nella coppia, che, incontrando l’alterità del figlio, vive l’incontro con sé stessa e con la propria stessa alterità di Noi rispetto a un .Io e a un Tu.

la mancata elaborazione di un danno

ripete il danno e lo amplifica

 

Mi capitano di frequente pazienti (soprattutto donne, ma non mancano di certo gli uomini) che da bambini o da ragazzi hanno subito molestia o abuso sessuale.

Se, come quasi sempre accade, l’abuso non è stato affrontato ed elaborato, la personalità della persona abusata avrà una vita affettiva, sessuale, coniugale, genitoriale e sociale fortemente problematica, segnata da molta sofferenza sia subita che causata. Difatti chi ha subito un danno senza affrontarlo né elaborarlo, non solo soffre lui in misura crescente, ma – sempre in misura crescente – produce lui stesso danno. Non a caso nella storia di molti abusanti ci sono abusi subiti; non a caso molte madri e molti padri di bambini o bambine abusati hanno alle spalle episodi di abusi non affrontati né elaborati, che li rendono madri e padri incapaci di adeguata attenzione e di corretto contenimento, per cui il loro figlio o la loro figlia diverranno la facile preda di un abusante.

Il senso di sé e del proprio corpo viene fortemente danneggiato dall’abuso, diventa una ferita aperta, che, se non viene curata, si allarga sempre più, incrinando in modo crescente l’autostima, l’identità individuale e di genere, la percezione del proprio corpo. Si può giungere alla frattura radicale, che all’estremo può anche portare la psiche a dissociarsi e a cercare di ritrovarsi soltanto attraverso dinamiche proiettive (la pedofilia e la pederastia nascono spesso da una dinamica di questo tipo, segnata da abusi sessuali e psicologici prolungati nel tempo).

Per questo è necessario affrontare il più in fretta possibile l’abuso. Per questo va denunciato l’abuso: deve risultare subito chiaro al bambino o alla bambina che loro non hanno alcuna colpa o responsabilità e che sono soltanto vittime di un danno. Difatti, il loro enorme bisogno di attenzione e di affetto, se da un lato li rende vulnerabili alle accattivanti strategie di approccio dell’abusante, dall’altro li fa poi sentire complici e colpevoli.

Purtroppo i primi veri complici dell’abusante sono troppo spesso i genitori. Se il bambino o la bambina non si confidano con la mamma e con il papà significa che il rapporto di genitorialità è gravemente carente; significa che il genitore non è vissuto come interlocutore affidabile, comprensivo, interessato; significa che il rapporto genitore-figlio è già pregiudicato. E questo rende il genitore il primo vero complice dell’abusante.

Ricordo la tragica reazione di un padre e di una madre di fronte alla scoperta che la loro figlioletta era stata abusata dal nonno paterno. Al mio invito a denunciare al più presto l’accaduto, il padre disse: “un figlio non può denunciare il proprio padre”; la madre soggiunge: “in fondo, poi, che cosa è successo di così grave? Allora chissà quante denunce si dovrebbero fare!”

 

* * * * *

la tristezza di un figlio

è un suo diritto inviolabile

 

Molti genitori sono così invadenti, da farsi carico della tristezza dei loro figli, come se questa fosse un problema proprio. La tristezza è forse il sentimento più privato di una persona; come tale va rispettato. Soprattutto nella adolescenza la tristezza è fisiologica: prepara l’approdo a mondi nuovi, esigendo l’abbandono del mondo vecchio, delle sue sicurezze, delle sue logiche. Perciò, in questa età, l’invasione di campo da parte del genitore (soprattutto delle madri, ma certo non mancano padri pedanti e invasivi) è ancora più deleteria: perché a invadere è proprio chi dovrebbe essere lasciato.

Molti genitori si dimenticano che hanno generato creature umane, che, come tali, trovano nella tristezza una delle dimensioni del loro esistere.  Un figlio triste è semplicemente un figlio umano, non è il fallimento del genitore.

Anche la gioia è un diritto inviolabile del figlio. Ma, se noi genitori invadiamo la loro tristezza, difficilmente vedremo i nostri figli nella gioia. E difficilmente io potrò parlarne in questa mia rubrica.

Intervista a GIGI CORTESI

di Daniela Lussana

 

Chi è Gigi Cortesi?

Sono uno psicoterapeuta sistemico-relazionale esperto in “Psicologia Clinica” e in

“Mediazione Familiare e Culturale”. Ho uno studio privato e lavoro soprattutto su sistemi

familiari che presentano sofferenze psicotiche (anoressie, bulimie, dipendenze gravi,

schizofrenie).

 

Arte e psicologia in che rapporti sono?

L’arte e la follia sono alberi simili. Diverso è solo lo stormire delle fronde.

 

Perché è tanto importante lo studio dell’arte dal punto di vista psicologico?

Forse nulla più dell’arte e dell’amore vivono di anima e di follia. E “psicologia” significa

“parola dell’anima e sull’anima”.

 

Come avvengono a livello pratico gli studi della psicologia dell’arte?

Per me “livello pratico” significa lavoro clinico. Lì mi capita di incontrare e analizzare due

“arti” straordinarie: quella della persona in-amorata (nel senso francese di tomber

amoureux) e quella della persona folle. Sia l’una che l’altra usano codici di una creatività

incredibile e mirabile, che esige da parte mia un esercizio di ascolto e lettura di pari livello

creativo. Ogni volta, che ci riesco, mi si riempie l’animo di stupore. L’essere umano è

infinita, profondissima, caleidoscopica complessità. Non è complicato; è complesso,

divinamente complesso. Cogliere questa complessità è davvero stupefacente.

 

Ogni essere umano è un potenziale artista?

Sì, perché ogni uomo è anima e follia. A stupirmi non è la presenza di artisti, ma il loro

numero limitato. Se ogni uomo è unico e irripetibile, ogni uomo ha in sé la possibilità unica

e irripetibile dell’arte, di un’arte del tutto unica e irripetibile. Che solo pochi attuino tale

possibilità, questa è la vera tragica follia.

 

Che finalità ha l’arte nella psiche dell’essere umano?

Dare tempo al tempo, spazio allo spazio, mondo al mondo, vita alla vita, anima all’anima,

umanità all’umanità.

 

La follia è forza creatrice o è un vincolo che distrugge e appiattisce l’energia

umana?

Semmai, oggi, a essere distrutta è l’umanità del folle, quando viene negata dallo

psicofarmaco o non ascoltata e aiutata da terapie, famiglie, società assurde.

 

Quali sono i limiti che può porre una malattia mentale in un artista? Ed a che stato

la malattia è un limite?

A potere aiutare l’arte sono non il disturbo mentale, ma semmai la elaborazione e la

strutturazione della sua presenza e dei suoi dati. L’elaborazione e la strutturazione di ogni

esperienza della unicità e della diversità, sono l’emergenza di codici nuovi e, perciò,

aprono alla possibilità dell’arte.

Chi è diverso – e il folle lo è – deve per forza di cose conoscere almeno due codici, il

proprio e quello del “normale”. Se gli è data la possibilità di elaborare, strutturare e

coniugare tra loro questi due codici, allora l’arte è probabile.

 

Quando le opere di un’artista sono frutto delle sue carenze psichiche?

Quando in gioco ci sono non le “carenze psichiche”, ma la loro elaborazione e

strutturazione. Vedi la risposta precedente.

Cosa significa “sublimazione creativa” e come essa si manifesta?

Sublimazione è strategia difensiva, che cerca di aggirare magicamente gli ostacoli posti al

fluire del Sé. Di per sé è impotenza, urlo disperato, mistica bestemmia, folle castrazione.

Solo se elaborata e strutturata può aprire alla creatività.

 

Molti artisti di oggi e del passato sono soggetti malati mentalmente. C’è chi sostiene

che Van Gogh, se non fosse stato psicotico, non avrebbe prodotto l’arte che

conosciamo, altri sostengono che la sua arte sarebbe stata comunque quella anche

con una piena lucidità. Molti artisti sono vittime delle loro malattie e le loro

produzioni artistiche rappresentano questi mali. Frida Kalo, Munch, Kandindkij,

Ligabue, Pollock… solo per fare alcuni nomi tra i più noti.

Come ho già detto, il disturbo mentale può, se elaborato, aprire all’arte. Ma anche la

“normalità”, se elaborata, può aprire all’arte. Certo, in questo caso il cammino è più lungo,

l’esito artistico meno probabile. Il “normale” non ha alcuna urgenza né nello scoprirsi

unico, né nel forzare il codice della propria unicità. Tendenzialmente il “normale” è piatto,

troppo omologato. Come può spingere i codici all’assoluto?

 

Cosa è la creatività? Da cosa nasce? Ve ne sono differenti forme?

Creare è proprio di Dio. E Dio, a modo suo, è il primo vero grande folle, dato che nessuno

è meno “normale” di Lui e che nessun codice è più altro e unico del Suo. Il Suo codice è

così creativo che dà ed è l’essere. Quanto più un essere umano scava nella propria

diversità unica, quanto più la vive, la ascolta, la apre alla diversità degli altri, tanto più in lui

si apre la possibilità non di dare ed essere l’essere, ma di dare vita alla vita e mondo al

mondo. Dio crea il mondo, l’uomo può esserlo: nel tra della relazione d’amore e nel

travaglio artistico. Essere il mondo e i mondi: questa è la creatività.

 

Chaitin Gregory in un’intervista di Obrist sostenne per rispondere ad una domanda

in merito all’ispirazione di un artista: “secondo me è il subconscio che continua a

lavorarci sopra come un matto, perfino quando non ce ne accorgiamo – se si è

davvero posseduti da quello che si tenta di fare – perfino quando crediamo di non

lavorarci”. Cosa ci dice in merito?

La nozione di possessione può aprire all’alibi romantico dell’artista come “tempesta e

assalto” rifuggenti dalle regole. L’arte non è anarchia, ma piena possibilità espressiva del

codice, sua capacità di tradurre e di tradursi, fino a essere il mondo.

Quanto l’arte vista come libertà creativa ed emozionale può influenzare la crescita di

un giovane?

Quando quel giovane elabora la propria ferita, la propria unicità, il proprio codice, il proprio

amore, con cuore puro, cioè con assoluta sfida, con ostinata fedeltà, con piacere totale,

con fatica inestinguibile.

Restando in campo giovanile, a che età l’arte si trasforma e passa da gioco ludico a

creazione d’opera vera e propria?

A decidere non è l’età, ma il mestiere, il lungo, appassionato, infaticabile, irriducibile,

ostinatissimo mestiere.

 

ogni potere è mantenuto e legittimato

da chi lo subisce

 

Sovente si rivolgono a me mogli e a volte anche mariti gravemente condizionati dal comportamento violento e/o umiliante del coniuge (percosse, tradimenti, furie improvvise, controlli asfissianti, soldi misurati con il bilancino, dipendenze da sostanze, perversioni di vario tipo, tracolli economici, abuso dei figli ecc.). Da povere vittime continuano a lamentarsi, magari dietro apparenti e iniziali ritrosie raccontano per filo e per segno ogni angheria subita. Puntualmente tralasciano di accennare alle possibili ragioni del coniuge cattivo (o “violento” o “traditore” o “pazzo” o “sadico” o “drogato” o “spendaccione” o “maiale” ecc.), di fatto comunicando che è così e basta, senza addurre né cercare una vera ragione del perché è così. Altrettanto puntualmente alla domanda del perché restano con lui (o con lei), rispondono che gli (o le) vogliono bene e che credono nel matrimonio o nella loro “storia” (spesso presentano anche motivazioni religiose e/o morali), ma dicono queste cose quasi impassibili, senza affettività vera, di fatto smentendo ogni affermazione di autentico legame e di vero coinvolgimento amoroso, religioso o morale. Al che, sempre puntualmente, chiedo con chi, oltre a me, si sono lamentate/i o sfogate/i di quanto subiscono; sempre puntualmente, rispondono in queste modo: “per fortuna c’è chi mi capisce, c’è chi mi ascolta quando mi sfogo, sempre, ogni volta”. La persona cui si riferiscono è la seguente:

·       le mogli indicano di solito o la madre o la figlia o la sorella o la cognata o l’amica (è rarissimo che escano dalla rosa, tutta femminile, di queste 5 possibili interlocutrici dei loro guai);

·       i mariti indicano di solito la segretaria, la cognata, la sorella o l’amante; oppure l’amico del cuore;

Sono indicazioni interessanti, che meritano riflessione:

1.   le persone indicate delle mogli sono sempre donne che, anch’esse, hanno – guarda caso – una visione negativa del maschio, per cui l’audience è garantita e la lamentazione può sfociare e fluire in tutta l’ampiezza desiderata; talora viene selezionato come interlocutore anche un confessore, che, però (condizione fondamentale!), aderisca anch’egli alla punteggiatura che la moglie dà del comportamento negativo del marito e del proprio essere vittima (mai – nonostante ce ne siano parecchi – selezionano sacerdoti che le richiamino a un comportamento più attivo, assertivo, responsabile e, soprattutto più disposto a confrontarsi – senza subirle – con la logica e con le ragioni del mondo maschile, uscendo dall’auto-compatimento e dal vittimismo). Di fatto queste mogli non escono mai dal femminile (peraltro un femminile solo remissivo, da vittima predestinata): facendo le vittime e restando vittime, evitano ogni confronto positivo sia con il maschile sia con il proprio femminile. Ottengono poi il loro vero inconscio obiettivo: ricevere attenzione e compassione da una donna. E così restano bambine o donnette per sempre. Perciò, più o meno inconsciamente, da un lato selezionano come compagno un uomo che, prima o poi, le renderà vittime; dall’altro favoriscono (o, sempre in modo più o meno inconscio, istigano) l’accesso del marito a comportamenti criticabili e spesso violenti. Per esempio, non danno una corretta attenzione al marito; non chiedono il suo parere su eventi rilevanti della famiglia; lo mettono regolarmente in secondo piano; qualunque cosa faccia, vedono soltanto aspetti negativi; qualunque cosa dia o porti a casa, non sono mai soddisfatte; regolarmente lo accolgono a casa con atteggiamenti per nulla affettuosi e in tenute del tutto disarmanti (salvo poi lamentarsi che il marito non le guarda mai e arriva a casa tardi, magari dopo lunghe soste al bar o “chissà dove”).

2.   le persone indicate dai mariti sono donne in più o meno potenziale conflitto e/o in più o meno consapevole rivalità con la figura femminile della moglie. È come se quest’uomo cercasse attraverso la confidenza dei propri guai di mettere in conflitto tra loro due donne, in tale modo di fatto controllandole e “usandole” entrambe e non comunicando profondamente con nessuna delle due. Della seconda poi (quella con la quale di confida lamentandosi) ottiene un’attenzione sostanzialmente di tipo materno o erotico-terapeutico (“ti aiuto io”, “ti salvo io”, “solo io so capirti, aiutarti, amarti”). Lascia di fatto ogni iniziativa alla donna; di fatto si sottrae da un lato a un vero coinvolgimento sia con la moglie che con l’altra donna, dall’altro a un vero confronto sia con il femminile delle due donne che con il proprio maschile. Anche la figura dell’amico del cuore di fatto risulta ambigua: è una figura tipica del processo evolutivo non tanto del maschio quanto della femmina adolescente (di solito il maschio adolescente ha come suo interlocutore il gruppo, cioè un soggetto plurale); non a caso questo tipo di mariti – a quanto mi dice l’esperienza clinica – sono maschi che non hanno elaborato e superato l’Edipo.

Che dire? L’essere vittima spesso è situazione di stallo evolutivo, che permette di evitare ogni vero impegno di crescita e di confronto profondo sia con l’altro sesso che con il proprio (in particolare con alcuni nodi omosessuali non affrontati e non elaborati). A chi è vittima fa gioco esserlo e rimanerlo, di fatto legittimando e mantenendo il potere di colui del quale ci si lamenta tanto. Fa gioco soprattutto potersi fare compatire e consolare. Fa gioco non vivere l’amore.

 

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

I maschi, l’erezione e l’orgasmo

 

Di solito le donne ignorano che il maschio può giungere all’erezione e all’orgasmo non soltanto – come sarebbe bello e auspicabile – perché ama abbandonarsi e tuffarsi in quel bellissimo dolcissimo mare che è il femminile, in particolare quello della sua donna. L’uomo può anche arrivare all’erezione e all’orgasmo per rabbia nei confronti del femminile; e purtroppo, a quanto mi dice l’esperienza clinica, questa sta diventando la situazione prevalente. Che ci sia un indubbio legame tra rabbia ed erezione maschile, lo suggerisce lo stesso linguaggio: i termini incazzarsi, incazzato, incazzatura che altro indicano se non il convergere di rabbia ed erezione del pisello? 

La donna fa fatica a cogliere e ammettere tale legame, proprio perché, nel suo caso, l’orgasmo è possibile soltanto quando non è arrabbiata, quando può lasciarsi andare tranquilla all’accoglienza del maschio e al viversi dell’amore.

Che nel maschio le cose vadano ben diversamente, è dimostrato, per esempio, dalla presenza massiccia della eiaculazione precoce, che sottende un inconscio significato di aggressione della donna, quasi a volerla colpire, umiliare, sporcare. Troppo sbrigativamente si liquida questo fenomeno attribuendolo ad “ansia da prestazione” e dimenticando di analizzare le ragioni per cui un maschio vada in ansia mentre fa l’amore. Che paura sta alla base di quell’ansia? Che visione della donna ha quell’uomo che va in ansia mentre ama? Se, a livello profondo e per lo più inconscio, lo sperma viene vissuto dall’ejaculatore precoce non come l’identità più profonda del Sé da donare alla donna per potere, ascoltandola e conoscendola, ritrovarsi in lei e nel suo potere di vivificante trasformazione, ma come mezzo d’aggressione, come qualcosa che sporca, allora quell’uomo da un lato ha una percezione inconsciamente sadica e violenta di sé e dell’amore, dall’altro ha della donna una percezione negativa, di qualcuno da colpire, punire, sporcare, umiliare. Non è un caso che la donna che subisce l’ejaculazione precoce si senta sporcata (se ciò non succede, i casi sono due: o non si tratta di eiaculazione precoce, o la donna è talmente destruttruata da avere “bisogno” di essere sporcata).

 

quando si litiga,

non si torna dalla mamma

 

Quasi sempre, quando una coppia litiga, almeno uno dei due torna dalla propria mamma. Ebbene, non mi è mai capitato di sentire che ci fosse una mamma capace di dire al figlio o alla figlia: “questa non è più casa tua, torna a casa tua e affronta il problema con la persona con cui hai litigato. È a questa persona che devi rivolgerti, non a me”.

Quante separazioni e quanti divorzi potrebbero essere evitati! Quanta sofferenza in meno! Quante persone adulte in più! Quanto possono essere devastanti la sollecitudine e la comprensione materne! Come sarebbe bello che le madri cessassero di fare le madri e una volta per tutte partorissero i loro figli!

 

* * * * *

 

Il  tradimento è sempre un evento

della coppia e nella coppia

 

Anche se a tradire è uno solo dei due, il tradimento è sempre e comunque evento non solo nella coppia, ma soprattutto della coppia: è sempre il terminal di una dinamica relazionale della coppia.

Non a caso molti tradimenti sembrano fatti apposta per essere prima o poi scoperti. Telefonini squillanti lasciati “inavvertitamente” sul tavolo di casa, orecchini splendenti “dimenticati” sul sedile dell’auto, inequivocabili conti d’albergo “casualmente” lasciati nella tasca della giacca: altro non sono che segnali, che, più o meno inconsciamente, avvisano il partner di un tradimento, che in realtà sotto sotto è, per molti aspetti, soprattutto una provocazione o un sadico e inconscio richiamo dell’attenzione. Chi tradisce, sotto sotto “vuole” che l’altro scopra, si arrabbi, protesti, urli, si dichiari ferito. In certe coppie l’indifferenza disattenta del partner pesa e offende più della sua rabbia offesa.

In altri casi, specialmente quando a tradire è lui, il tradimento è la risposta più o meno inconscia a un abbandono o a una più o meno pesante messa da parte. Se una donna si butta a pesce nella maternità e nell’accudimento del figlio, può capitare che il partner si senta trascurato o perfino abbandonato, soprattutto se si tratta di una personalità fragile, con carenze affettive non affrontate e non risolte, con esperienze di rifiuti o abbandoni o disaffezioni alle spalle, con dinamiche edipiche non elaborate e non superate. Non a caso molti tradimenti avvengono proprio in coincidenza delle fasi più coinvolte della maternità: la gravidanza, lo svezzamento, l’accesso del figlio (soprattutto il primogenito maschio) alla scuola materna o alle elementari o alle medie o, ancora di più, alle superiori. In articolare l’inizio della pubertà del primogenito maschio o l’inizio del suo svincolo giovanile o la sua prima “seria” esperienza amorosa convogliano a tale punto l’attenzione materna, da fare sentire trascurato o abbandonato il padre. Ecco allora il suo tradimento. Per certi aspetti è la risposta a un tradimento subito: il padre si sente affettivamente ed emotivamente tradito dalla madre proprio con il figlio. Lo so che una lettura così è difficile da accettare e digerire per una cultura come la nostra tanto centrata sulla idealizzazione della maternità e sulla negazione delle dinamiche incestuose soprattutto tra madre e figlio. Ma so anche quanto questa idealizzazione copra e nasconda proprio gravi situazioni di incesto psicologico, che non producono nulla di buono. In questo caso paradossalmente il tradimento del padre con un’altra donna può essere l’evento possibile non peggiore: peggio sarebbe che il padre – come purtroppo accade non raramente – accedesse a chiusure più o meno inconsciamente suicidarie (quanti incidenti sono frutto di queste dinamiche?), a forme di dipendenza (non solo da sostanze) più o meno accentuate e riconoscibili come tali (non ultima la dipendenza eccessiva dal lavoro), a malattie più o meno invalidanti (che obblighino lei a tornare a prendersi cura di lui), a dinamiche a loro volta più o meno inconsciamente incestuose nel confronti della figlia.

Rilevante è poi il tradimento di uno o entrambi i coniugi in corrispondenza della fine della funzione genitoriale (quando tutti i figli se ne vanno), quando la coppia padre-madre può o deve tornare a essere esclusivamente la coppia lui-lei, come era all’inizio. Non tutte le coppie sanno o hanno la capacità psicologica di attuare questo passaggio, di tornare cioè a essere coppia di due innamorati che stano bene insieme, senza nessuno intorno. Molte coppie rispondono a questa difficoltà trattenendo più o meno inconsciamente i figli, situazione questa molta pericolosa, perché può essere causa di disturbi psichici dei figli o, quantomeno, di una loro ardua affermazione nella dimensione adulta (quanti trentenni o anche quarantenni vivono ancora con i genitori o dipendendo da loro!). Anche in questi casi – il lettore assentirà – il tradimento non è l’evento peggiore.

A modo suo, in tutte queste situazioni di grosso disagio di coppia, il tradimento può essere un tentativo inconscio di colmare un vuoto, di ristabilire un equilibrio. Di sicuro non è la soluzione migliore al disagio di coppia, ma di sicuro non è la peggiore; se letto e interpretato correttamente, può essere un sintomo interessante e un segnale prezioso: se poi, all’interno d una corretta psicoterapia, la coppia sa rispondere al richiamo di questo sintomo e alla sua provocazione di prezioso segnale, l’evento tradimento può portare a esiti di maggiore solidità della coppia, di più intensa profonda comunicazione e, perché no?, di maggiore felicità.

Nel tradimento gioca poi, quasi sempre, l’interferenza più o mano diretta della/e famiglia/e d’origine, ma di questo dirò in altri post.

 

secondo commento al seguente aforisma

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

Mi si dice che questo mio aforisma sconcerta alcune persone, le lascia perplesse, perfino scandalizzate. Mi si dice che queste persone sono scrupolosamente religiose, “credenti e praticanti”. A me spiace tanto che questo persone, non condividendo quanto cerco di dire in queste pagine, non mi facciano partecipe delle loro critiche; potrei, proprio grazie a loro, cambiare idea, crescere, quantomeno potrei vivere la grazia di una bella amicizia. Mi si dice anche che queste persone mi considerano immorale in questa mia affermazione (del resto capita spesso agli psicologi di essere considerati tali). Eppure, più penso a questo aforisma, più mi pare viva della stessa struttura logica di altre affermazioni analoghe, che non mi paiono per nulla scandalose e immorali. Per esempio, se dico che “la libertà si fonda non sul peccato, ma sulla possibilità di peccare”, non dico – mi pare – null’altro che il succo della storia stessa e della vicenda umana, quale ci viene raccontata anche dalla stessa Bibbia (dove è addirittura Dio a “tentare” l’uomo). Analogamente, se dico che “la verità si fonda non sull’errore, ma sulla possibilità di errare”, non dico – mi pare – null’altro che il succo della storia del sapere, della scienza, della ricerca di ogni tipo di verità.

Si vede che a fare la differenza è il fatto che questo mio aforisma parla non astrattamente di libertà e di peccato oppure di verità ed errore, ma concretamente di coppia e di tradimento. Forse è questo a provocare e a dare fastidio. Per molti ciò che ha o può avere l’apparenza dell’astratto non provoca, non esiste neppure se non come vuota formula; quindi non dà alcun fastidio. Nulla allora provoca di più della concretezza, nulla dà fastidio di più della concretezza, soprattutto se a essere concreto è un aforisma che, dicendo di coppia e di possibilità di tradire, ti spinge a chiederti che coppia sei, che capacità hai di relazionarti con la sessualità tua e della persona che ami, se sei in grado – potendolo – di tradire. Se, per esempio, sei incapace di vera relazione con l’alterità e la diversità del tuo maschile rispetto al femminile o del tuo femminile rispetto al maschile, allora può darti fastidio sapere che la fedeltà non è uno stato acquisito e scontato, non è una cuccia difensiva in cui nascondere le proprie impotenze, bensì è un processo, è una continua conquista d’amore, una sempre più ricca possibilità di innamorarsi, di mettersi in gioco radicalmente. Non so come possiamo sentirci amati davvero, sapendo che la persona che dice di amarci, sta con noi non perché ci sceglie e conquista continuamente, ma solo perché non può né sa fare altro. Vivere ed essere la coppia in tale modo, mi parrebbe, più che immorale, tragicamente grigio e squallidamente impotente: come se la coppia mettesse sé stessa in un burka, come se la coppia fosse essa stessa un burka psicotico che isola dal mondo e dalla vita, senza più permettere l’amore e la crescita dei due innamorati, illudendosi che, senza mai viverlo, si possa difendere l’amore. Forse che, per queste persone, chi è sposato, coniugato o, in una parola, coppia, non deve né può più innamorarsi? Ma che coppia è una coppia che non abbia in sé la dimensione e la possibilità di scegliersi continuamente, di innamorarsi, continuamente conquistandosi?

L’esperienza clinica mi dice che molte coppie, troppe coppie vivono la fedeltà come alibi e copertura di una loro incapacità a relazionarsi con la diversità di genere, ad amare sempre di più prima di tutto la persona che dicono di amare. Ci sono per esempio uomini fedelissimi, che non sanno neppure rivolgere la parola a una donna e che forse neppure sarebbero sposati se non fosse stata lei a prendere l’iniziativa dell’incontro (“poverino, mi faceva pena lì tutto solo e gli ho chiesto se voleva stare con me”). Ci sono per esempio donne fedelissime che in tutti gli anni del loro matrimonio, invece di vivere la complicità di coppia, hanno fantasticato amori adolescenziali con persone cui non hanno mai rivolto la parola. Vogliono la fedeltà dei comportamenti e non hanno né fanno crescere quella del cuore e dell’anima. Forse, di fronte alla possibilità concreta di tradire, temono di venire travolti da chissà quali dolorose impotenze o da chissà quali turbinose trasgressioni. Ma allora che idea hanno della sessualità, di sé stessi, dell’amore, della fedeltà, della unicità della persona che amano? Come fanno a sapere che è lei la più bella, l’unica, l’impareggiabile, se per pirincipio o per alibi o per paura negano ogni possibile apertura non tanto al tradimento, quanto alla possibilità della semplice conoscenza delle persone dell’altro sesso? Chi pensa subito al peccato, forse in cuore suo ha già peccato. Ma guai a dirlo, guai ad ammetterlo.

 

un uomo troppo prevedibile

prima o poi verrà prevedibilmente tradito

 

“Interessante” viene di solito definito un uomo attraente, del quale la donna cominci a subire il fascino e magari a innamorarsi. Di quell’uomo lei vede o intuisce solo alcuni aspetti, altri le sfuggono. Tanto è incuriosita dai primi, tanto è provocata dall’inafferrabilità indefinibile e incontenibile dei secondi, dalla loro “stranezza”, Per questo lo straniero (o anche lo estraneo o, persino, lo strano) ha in sé qualcosa di intrigante per la donna e ne stimola la curiosità. Il suo narcisismo femminile si trova sfidato: come può sfuggirmi qualcosa di quest’uomo?, come è possibile che io non riesca a contenerne il mistero, a definirne l’identità, a trasformarne l’imprevedibilità e la stranezza? Spinta da questa provocazione, la donna cercherà di stare vicina a quell’uomo, vorrà vederlo in situazioni diverse, addirittura sotto i molteplici aspetti del quotidiano; tenterà di decifrarne la lingua, le abitudini, lo stile di vita. In una parola si attaccherà a lui, aspetto questo fondamentale nella dinamica dell’innamoramento femminile. Sarà un attaccamento positivo, nato dalla più libera delle dinamiche: quella della curiosità; sarà dunque un attaccamento ben diverso da quello legato, per esempio, a difficoltà o carenze di lui e alla conseguente compassione più o meno materna di lei (“poveretto, come farà senza di me?); sarà un attaccamento che stacca la donna dalle proprie certezze e dal proprio mondo abituali, avviandola all’incontro prodigioso e smobilitante con la novità e l’avventura e con tutte le mille esclusive intimità e complicità che ogni novità e avventura dovrebbe comportare per una coppia che le viva. Se un uomo non è in grado di fare nascere almeno un poco di tutto questo nella mente e nel cuore della sua donna, finirà con il condannare lei alla noia e sé stesso prima o poi, a un bel paio di corna. Se un uomo vuole l’amore della propria donna, non dovrà mai annoiarla né lasciare che si annoi: crescendo, rinnovandosi ogni giorno, diventando ed essendo sempre più interessante.

 

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

In terapia mi capitano spesso copie in cui soprattutto lui non è in grado di conquistare una donna, spesso nemmeno di rivolgerle la parola e di invitarla a bere un caffè per scambiare quattro chiacchiere. Di solito queste coppie si formano per lo più su iniziativa di lei, che, per esempio, più o meno inconsciamente “usa” il matrimonio per scappare dalla famiglia d’origine o per no essere da meno delle amiche.

Quando è Giulietta a scendere dal balcone e non Romeo a salirvi, di solito ci sono guai in vista per quella coppia. Innanzitutto la donna perde uno dei piaceri e delle conferme più strutturanti per il suo narcisismo di genere: il piacere di essere conquistata e di vedere quanto si impegni e cresca per lei il suo conquistatore. In secondo luogo difficilmente, quando ne avrà bisogno (in particolare durante le fasi della maternità o durante i giorni premestruali o in menopausa) questa donna riceverà le giuste attenzioni dal proprio compagno, abituato come è a riceverle solo lui e non allenato da quel prodigioso training d’attenzione che è il corteggiamento.

Di solito i maschi che si fanno conquistare o sono deboli o hanno problemi. Si tratta molte volte di depressi, che non avendo adeguatamente elaborato il problematico rapporto con la madre, si aspettano sempre che una tenera mamma si accorga di loro e li prenda in braccio. Non mancano poi i disturbati a livello narcisistico, che da vere prime donne si aspettano di essere loro i corteggiati: non a caso – spesso – sotto l’esibizione di comportamenti propri di un maschilismo esaspèrato e ossessivo mostrano una debole e fragile identità di genere e una tragica incapacità a relazionarsi davvero con la donna e con la ricchezza del suo mondo.

La mia terapia con queste coppie segue abitualmente due linee strategiche:

1)       rafforzare lei, così che prende pieno possesso del proprio potere femminile e in tale modo riequilibri la simmetria di coppia;

2)       fare crescere lui. Nel caso lui sia depresso e timoroso, aiutandolo ad affrontare il femminile vincendo la propria paura del rifiuto; nel caso sia un narcisista, avviandolo alla straordinaria complessità del femminile e ad un nuovo modo di rapportarsi con la donna.

Prima della terapia queste coppie difficilmente si tradiscono davvero, proprio per l’incapacità a relazionarsi davvero sia del maschio con il femminile, sia della femmina con il maschile. Il buon esito della terapia, paradossalmente, si ha proprio quando sia lui che lei sono in grado, se vogliono, di avviare una vera relazione con un’altra persona. Ma, proprio allora, se davvero c’era tra loro amore, scoprono quanto è bello non tradirsi.

C’era una volta un branco in una classe …

 

Ormai sono passati abbondantemente più di trenta anni, ma nel ricordo è come se fosse ora. A 25 anni entrai come docente di Italiano in una classe dell’Istituto Tecnico Industriale di Treviglio. L’aula era stata ricavata alla buona in un angolo del laboratorio di Meccanica e ben poco aveva di scolastico. Era una quinta classe, l’ultima delle sezioni, “la peggiore”, formata da allievi, tutti maschi, che il Preside mi disse “particolari”, per lo più con una o più ripetenze alle spalle (alcuni di loro avevano soltanto due o tre anni meno di me).: “non si preoccupi, professore, faccia quello che può, lo so che a fine anno all’esame di maturità saranno promossi in pochi”.

Quando entrai in classe solo tre o quattro parvero accorgersi di me; la quasi totalità continuò tranquillamente a parlare, tre o quattro a palleggiare un pallone bucato, altri a fumare. In particolare mi colpì subito un gruppo di tre allievi seduti l’uno accanto all’altro nelle loro sedie, schienale appoggiato al muro, in bilico, con le gambe e i piedi sul banco.

Dopo alcuni richiami e un buon quarto d’ora di tempo, finalmente potei cominciare a fare lezione. Guardandoli uno a uno negli occhi  riuscii a garantirmi un minimo di attenzione da parte di tutti, eccetto quei tre: continuavano a stare lì con le loro sedie dondolanti e le loro suole al vento, con lo sguardo lasciato ostinatamente nel vuoto e nella protesta.

È sempre stato mio costume insegnare muovendomi tra i banchi e interloquendo spesso con gli allievi che via via mi erano vicino. Anche in quel caso continuai a camminare per la classe. Più volte giunsi vicino al trio, ma simmetricamente non li degnai neppure io di uno sguardo e meno che meno di una interlocuzione. Però, a un certo punto, quando mancavano una decina di minuti alla campanella, giunto vicino a quello che dei tre era palesemente il leader, con mossa improvvisa e brusca gli buttai giù le gambe dal banco; immediatamente, gli andai a pochi centimetri dal naso e gli dissi: “se hai le palle, reagisci subito, altrimenti sta’ attento; se sei un capo, puoi esserlo anche di tutta la classe”; poi ripresi come se nulla fosse la lezione. Lui, preso alla sprovvista, non seppe reagire nei pochi attimi in cui avrebbe potuto farlo; non gli restò che tentare – cosa che fece – di essere davvero il capo del suo branco e della intera classe. Da quel giorno il branco stette attento e si integrò nella classe; dopo poche settimane, sotto la guida del suo capo, cominciò a tenere all’intera classe alcune lezioni che io affidai loro come a un unico soggetto. E furono davvero bravi.

Non avevo diviso il branco, nel suo capo – rispettandone la gerarchia interna – l’avevo affrontato e sfidato, in una logica che solo un maschio adolescente comprende, accetta e condivide. Ma, soprattutto, in questo modo, senza negarlo come realtà di aggregazione primaria (questo è il branco per l’adolescente), l’avevo trasformato in risorsa preziosa per sé e per tutta la classe. Gli altri gruppi entrarono in sana rivalità con i tre, e ne uscì un bel campionato di classe.

Dopo alcuni mesi, un giorno, il capo dei tre dopo avermi chiesto se poteva parlarmi in disparte di cose sue, mi domandò: “professore, la mia ragazza è in ritardo di 10 giorni, cosa devo fare?”.

Alla fine dell’anno solo due allievi non riuscirono a essere promossi, con grande dispiacere loro, mio e di tutti i compagni.

Divento triste se penso a come la prima mossa di molti insegnanti sta nel dividere il branco, smembrandolo chirurgicamente nei quattro angoli della classe. Senza neppure rendersene conto, non solo perdono per sempre una risorsa preziosa, ma fondano e legittimano la emarginazione del branco, trasformandolo sempre più in branco di ribelli e di arrabbiati; e soprattutto, nessuno chiederà mai loro che senso abbia potere diventare padre a 19 anni.

Criminalizzare il branco?

 

Sempre più di frequente il termine branco è usato in modo negativo: ci si riferisce a un gruppo di maschi (rarissimo il caso di branchi femminili) in età adolescenziale, che agiscono in modo anche gravemente delinquenziale. Di queste azioni la cronaca ci parla con trend crescente. Branco è un termine, che richiama i lupi, il loro agire predatorio; e con i lupi evoca le paure profonde dell’infanzia, il mondo spesso terrificante del mito e della fiaba. Anche questo lascia il tutto in un confuso alone, che non tocca le radici del problema.

A quanto dice la cronaca, le azioni delinquenziali del branco colpiscono in tre direzioni:

1.  contro la donna; in questo caso l’azione si connota di significati e comportamenti sessuali; l’esito abituale è lo stupro di gruppo, talora culminante con l’uccisione della vittima;

2.  contro il diverso; in questo caso l’azione è finalizzata alla derisione e alla umiliazione (anche sessuale) della vittima; l’esito abituale è il pestaggio, ma anche qui, non di rado si giunge allo stupro e alla uccisione della vittima; le diversità più colpite paiono essere quelle dell’handicappato, dell’omosessuale, del trans, dell’homeless, dell’appartenente a gruppi etnici più emarginati o più oggetto di negativa attenzione mediatica. In quanto diversa, la donna può riguardare, invece che il punto 1., questo punto 2.;

3.  contro branchi rivali; qui l’azione è finalizzata alla affermazione territoriale del branco, alla supremazia nei confronti di chi, proprio in quanto simile, può risultare pericoloso; l’esito abituale è il pestaggio reciproco; rispetto ai primi tra punti è meno raro che si arrivi all’uccisione della vittima e, che io sappia, non si arriva quasi mai allo stupro del rivale;

4.  contro la cosa pubblica, contro gli oggetti, i simboli, le persone dell’autorità sociale e istituzionale; l’azione è finalizzata alla distruzione e alla negazione di tutto ciò che, in quanto autorità, limita il potere e la legge del branco; l’azione può portare a eventi omicidi, ma di solito si esaurisce nella rissa, nel pestaggio, nella devastazione delle cose e degli oggetti; pure qui, che io sappia, non si arriva allo stupro della vittima.

Come si può intuire guardando i 4 punti, in gioco c’è tutto ciò che in vario modo provoca l’adolescente (in particolare l’adolescente maschio), lo obbliga ad affrontare l’altro, a confrontarsi da un lato con la sua inquietante alterità, d’altro lato con la sua non meno minacciosa identità, dall’altro ancora con la forza limitante della sua presenza e delle sue logiche.

Ogni adolescenza ha dovuto fare i conti con provocazioni di questo tipo. Oggi, però, si giunge alla adolescenza con un deficit di strutturazione di personalità, sconosciuto agli adolescenti di altre epoche, di altre società, di altre culture. Per questo il confronto con l’altro risulta estremamente angosciante: sul desiderio dell’incontro e del confronto prevale la paura. E, troppo spesso, il branco rappresenta per l’adolescente l’unico interlocutore possibile, l’unica realtà in cui si sente accolto e accettato per quello che egli vive e sa di sé, l’unico motore di realtà e di azione praticabile e accessibile.

Lo svincolo adolescenziale oggi accade senza che le precedenti fasi evolutive abbiano prodotto una adeguata strutturazione degli affetti, delle emozioni, delle intenzioni, delle relazioni. Né la famiglia nucleare, né quella allargata, né la comunità sociale che sta intorno alla famiglia riescono a dare e a formare le strutture fondamentali non solo dell’Io, ma addirittura del Sé. La famiglia nucleare è sempre più evanescente, spesso formata da genitori immaturi (a loro volta con problemi anche gravi), incapaci di vivere sia come coppia di sposi sia come coppia di genitori. La famiglia allargata spesso data dall’incrociarsi di più famiglie, indefinite nelle loro storie e nelle loro identità, incapaci di rapportarsi tra loro così da offrire all’adolescente un interlocutore identificabile e praticabile. È poi difficile potere individuare l’esistenza di una comunità sociale che sia lo sbocco e la continuazione dell’azione familiare: non ci sono ormai più spazi e tempi sociali, quali una volta erano la cascina, la casa a ringhiera, il cortile, il rione, il quartiere, il paese o – per altri versi – la stalla, la piazza, l’oratorio, il bar.

Un tempo l’accesso al branco o, per usare un’espressione, migliore e più corretta, al gruppo dei pari era fase evolutiva fisiologica e positiva; costituiva l’anello di passaggio dall’identità di fanciullo e di figlio a quella di giovane e adulto. Formato da personalità già adeguatamente evolute, il gruppo dei pari graduava e aiutava il completarsi della strutturazione della personalità, era cioè una preziosa risorsa affettiva (molte vere amicizie nascevano lì), emotiva (era il luogo delle confidenze più aperte, impossibili con i genitori), cognitiva (si imparavano cose prima sconosciute, abilità mai fino allora praticate), relazionale (si conoscevano e strutturavano modelli relazionali diversi da quelli appresi nella famiglia d’origine). Se per la femmina questa fase evolutiva era scandita dal succedersi delle varie “amiche del cuore”, per il maschio il gruppo era l’alveo corretto della evoluzione adolescenziale.

Per tutto quanto ho detto, mi pare pericoloso limitarsi a criminalizzare il branco. Prima bisognerebbe permettere un adeguato accesso al gruppo dei pari.

Potere di seduzione

 

Il potere di seduzione di una donna raggiunge la sua massima espressione quando, come direbbero le fiabe, “la bella figlia del re” è contesa da molti baldi cavalieri e conquistata dal più forte di loro, quello che supera tutte le prove e, unico, sconfigge e uccide il terribile drago. Non tragga in inganno l’uso del verbo in forma passiva (“essere contesa”, “essere conquistata”); in realtà a muovere la contesa e la conquista dei cavalieri è proprio l’azione del potere di seduzione di quella donna, tanto più potente quanto più forti, virili, determinati, coraggiosi e, a loro volta, potenti sono i cavalieri pro-vocati (cioè chiamati, interpellati) dal suo potere di seduzione. Solo una donna straordinariamente seduttiva può spingere il maschio a crescere a tale punto da riuscire a vincere tutte le prove, superando tutti i rischi che il superamento di queste prove comporta. La più difficile di esse è proprio la “uccisione del drago”, che – in ottica psicologica – significa il superamento della più profonda e radicale paura di un uomo, quella che si vince soltanto grazie alla capacità di mettersi totalmente in gioco, di rischiare tutto, di lasciare ogni sicurezza e ogni vecchia identità pur di potere conquistare la bella principessa. Non tutti gli uomini sanno mettersi in gioco totalmente, tutto lasciando e a tutto rinunciando per una donna. Né tutte le donne sanno correre il rischio totale della solitudine pur di aspettare l’uomo che, pur di conquistare la propria donna sappia, vinte tutte le prove, uccidere il drago. Se non è radicato nella logica del “tutto o niente” l’amore tra uomo e donna e, in esso, il potere seduttivo della donna sono ben poca cosa, realtà destinata a infrangersi di fronte alla prima vera difficoltà, evento incapace di dare vera e nuova identità ai due innamorati. Solo nella logica del “tutto o niente” trova la sua forte culla il Noi di coppia, che dà senso e identità nuovi e veri all’Io e al Tu.

Se si accontenta di sedurre uomini che per lei non si mettano in gioco totalmente e non siano disposti a lasciare tutto e, come direbbe la Bibbia, ad “abbandonare il padre e la madre”, cioè ad “abbandonare” ”(e “abbandonare” è ancora più forte di “lasciare”) le vecchie identità, i vecchi confini e i vecchi progetti di figlio, la donna non gusterà mai fino in fondo il proprio potere femminile, né toccherà mai gli estremi e più ampi confini della femminilità. Sarà una donnetta comunque insoddisfatta, dibattuta da un lato tra ansie e frenesie senza storia e dall’altro tra inerzie e solitudini senza nome. Né conoscerà il vero piacere, quello di lasciarsi andare affidandosi – unica tra le donne – all’abbraccio dell’uomo, che – unico tra gli uomini – ha saputo conquistarla.

Di certo non è Giulietta a dovere scendere dal balcone. Tocca a Romeo salirvi. Quando la donna per scarsa autostima o per timore che nessuno salga a lei, si mette lei a inseguire e a conquistare, si attiva una pericolosa inversione di ruoli, che per forza di cose porterà la donna a incontrare uomini fragili e infantili o “prime donne” che ben poca empatia avranno per lei e che, prima o poi, metteranno lei in competizione con altre donne. L’inversione di ruoli non ha limiti.

Perché non si festeggia il menarca?

 

In tutte le società e culture che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive” si festeggia l’arrivo delle prime mestruazioni. Tutta la comunità si dichiara felice che una nuova donna sia presente e che, con il potere della sua femminilità, renda più ricchi tutti quanti; vede in ciò motivo di gioia e di speranza sociali. La ragazza poi si trova al centro della attenzione sociale e, soprattutto, si sente vista e considerata come adulta. Questo le dà un nuovo e gratificante senso di sé, del proprio corpo, della propria centralità sociale. Riceve con ciò una notevole conferma, che le permette di compensare alla grande la difficoltà da un lato dell’abbandono della fanciullezza e dall’altro dell’accesso alla dimensione adulta. Il difficile passaggio dal vecchio corpo e dalla vecchia vita di bambina a quelli nuovi di donna è così sorretto ed equilibrato dalla festa, dall’attenzione ricevuta, dalla riconosciuta nuova dimensione di femmina adulta.

La festa della comunità struttura ed equilibra anche il delicato rapporto tra famiglia d’origine e ragazza mestruata. In primo luogo dice alla famiglia d’origine che il suo compito è stato assolto e che quindi essa ha svolto quanto le competeva: questo dà conferma all’azione formativa ed educativa della famiglia d’origine, le dice che la missione è stata compiuta e che ci devono essere non sensi e dubbi di colpevole inadeguatezza, ma solo festa e gioia per il risultato raggiunto. In secondo luogo, affermando la dignità adulta della nuova donna, la comunità in certo senso comincia proprio con questa festa a compensare la fatica e il dolore che lo svincolo di una figlia comunque comporta, preannunciando con ciò la festa che a suo tempo accompagnerà il matrimonio della ragazza e la definitiva rinuncia a lei da parte della famiglia d’origine.

Da noi l’arrivo delle prime mestruazioni è evento quasi clandestino. A esserne informata è di solito la mamma, che spesso si limita a dare qualche rapido consiglio su come intervenire con i pannolini. Troppo di frequente da parte della mamma non c’è neppure un sorriso o un festoso abbraccio di complicità femminile. L’unico squallido risicato commento che purtroppo molte mamme si limitano a fare è “adesso devi stare attenta ai ragazzi e a non restare incinta”. Spesso questo commento o altri di segno analogo sono accompagnati da un tono di voce e da sguardi non certo festosi e gratificanti, tali da comunicare un messaggio più o meno di questo tipo: “poveretta te, anche tu adesso sei donna e devi fare i conti con il sesso e con il maschio!”.

Il padre di solito è informato solo di nascosto e non manifesta alcunché alla ragazza, come se il suo essere ora una donna non contasse nulla e non cambiasse nulla.

Nulla è cambiato, c’è solo un’incombenza igienica in più e una nuova paura del sesso e del maschio: questo di fatto è il messaggio che con l’arrivo del menarca viene dato a molte delle nostre ragazze. Il rapporto con il nuovo corpo di donna e con la sessualità è vissuto in una sorda clandestinità, spesso abitata da paure e sensi di colpa, che aumentano a dismisura, fino al parossismo, la difficoltà a lasciare la fanciullezza e l’impegno a vivere la dimensione adulta. Anche a scuola (per molte ragazze, ormai, la scuola è l’unico spazio sociale extrafamiliare praticabile) nessuno ti dice né ti riconosce nulla, né ti conferma di nulla; se quella mattina hai un’interrogazione, conta solo questa, non il fatto straordinario che tu sei diventata donna.

Quando le mie due figlie hanno avuto le prime mestruazioni, qui nella nostra casa si è fatto festa, abbiamo mangiato la torta e bevuto lo champagne, sono state donate loro bellissime rose rosse, Rosi ed io eravamo felici. Mi spiace che, a fronte di ciò, non ci sia stato un adeguato e simmetrico riscontro sociale: sarebbe stato decisivo, bello, importantissimo.

“Quando sarà il tempo

dove noi donne non avremo paure?”

 

Isabel in un suo commento mi chiede: “Quando sarà il tempo dove noi donne non avremo paure?”. Prima che una domanda, questa di Isabel è una diagnosi: dice di uno stato di malessere profondo, condiviso da tutte le donne (e sono tantissime) che, come lei, sono abitate dalle “paure”.

La prima paura è proprio quello spaesamento del tempo, che la sintassi della frase così bene esprime e lascia emergere, con-fondendo tra loro il quando temporale con il dove spaziale. Chi scrive è sicuramente di madre lingua non italiana, ma proprio questo fa emergere in tutta la sua forza il dramma sotteso alla domanda. Chi chiede è lontano dalla terra madre o, più radicalmente ancora, è lontano dalla madre, è lontano dai suoi luoghi e dai suoi spazi, dai suoi tempi e dalle sue epoche, dal suo abbraccio che forse non c’è mai stato. Per una donna la prima grande profondissima paura è la lontananza dalla madre: se per un uomo la lontananza dalla madre è – come dicevano gli antichi greci – nostalgia, cioè dolore di un ritorno difficile o improbabile o impossibile (se non erro, l’anima portoghese – dai primi navigatori oceanici fino alla poesia di Pessoa e a tutto la poetica del Fado – la chiama saudade), per la donna la lontananza dalla madre è perdita del legame profondo con la femminilità, quindi sradicamento dalla propria identità di femmina, di donna, di madre, di bambina, di amante totale, di compagna assoluta del suo uomo. La nostalgia del maschio può sperare o disperare il ritorno, proprio perché il ritorno è comunque pensato e pensabile. Lo spaesamento femminile è abisso e basta: è sfratto dell’anima e della identità.  Allora la donna non sa più i tempi del proprio vivere, respirare, amare, sperare, morire; non sa né può più abbandonarsi al fluire rigoglioso della propria femminilità: il suo ciclo mestruale sfiora sempre più l’irregolarità dei ritardi e degli anticipi, degli sbocchi torrentizi e delle siccità più impoverite, talora tocca i silenzi anoressici delle amenorree, quasi sempre è abitato dalla difficoltà spastica del dolore e dalla solitudine smarrita di un femminile soffocato e depresso. Il tempo fugge, cessa di essere la culla tranquilla del femminile e il regno della donna signora del tempo, si fa ansia, agorafobia, insonnia, paura di ogni spazio e di ogni attimo, panico mortale più angosciante della morte stessa. E corri, e fai, e sempre il tempo scappa, non raggiungi nulla, non accogli né offri sguardi, non conosci né sei i pensieri e le anime. E improvvisa un giorno sopraggiunge la menopausa: e ti ritrovi bambina senza mai essere stata donna, piccola senza mai essere stata grande, abbandonata senza mai essere stata accolta, figlia di nessuno senza mai essere stata madre di qualcuno.

Questo oggi penso sia il primo vero, grande, terribile dramma del femminile; questa la sua prima paura enorme e senza nome, una paura che non sa di chi è figlia e che può essere madre soltanto di altre paure. La altre paure, quelle sì, hanno un nome e sono un calvario ripetuto e noto nelle sue tappe: si chiamano disistima, depressione, senso di inadeguatezza, incapacità di relazione con il maschio, masochismo ossessivo, vittimismo cercato fino alla dipendenza, stupro subito, urlo soffocato. Si teme tutto e talora si vuole temere tutto. Si sposa un uomo violento e talora si vuole sposare un uomo violento. Si odia il proprio corpo e talora si vuole odiare il proprio corpo.

Non so quando ci sarà un tempo dove tu, donna, non avrai paure. So però che prima di ogni quando e di ogni dove, ci deve essere la dignità dello stupore dato e ricevuto. Proviamo a fare come all’inizio di ogni tempo e di ogni spazio, quando l’uomo e la donna non sapevano l’uno dell’altra, quando nessuno ancora aveva avuto una madre. Allora tutto sarà nuovo, niente sarà scontato e prevedibile. Proviamo soprattutto a pensare che, per amare, vale il “tutto o niente” (vedi in questa pagina il post “Potere di seduzione”). Allora l’uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà una carne sola con la sua donna. Senza il “tutto o niente” nessun uomo lascerà la madre e dimenticherà le nostalgie; nessuna donna lascerà le paure e cercherà davvero il sorriso.

Il maschio eschimese, quando chiede alla sua donna di sposarlo, usa dire una frase bellissima: “vuoi ridere con me tutta la vita?”. Non so come siano le donne eschimesi, ma di certo so che solo chi cerca il riso può facilmente trovarlo, magari abitato da quella continuità che lo trasforma in gioia.

ogni potere è mantenuto e legittimato

da chi lo subisce

 

Sovente si rivolgono a me mogli e a volte anche mariti gravemente condizionati dal comportamento violento e/o umiliante del coniuge (percosse, tradimenti, furie improvvise, controlli asfissianti, soldi misurati con il bilancino, dipendenze da sostanze, perversioni di vario tipo, tracolli economici, abuso dei figli ecc.). Da povere vittime continuano a lamentarsi, magari dietro apparenti e iniziali ritrosie raccontano per filo e per segno ogni angheria subita. Puntualmente tralasciano di accennare alle possibili ragioni del coniuge cattivo (o “violento” o “traditore” o “pazzo” o “sadico” o “drogato” o “spendaccione” o “maiale” ecc.), di fatto comunicando che è così e basta, senza addurre né cercare una vera ragione del perché è così. Altrettanto puntualmente alla domanda del perché restano con lui (o con lei), rispondono che gli (o le) vogliono bene e che credono nel matrimonio o nella loro “storia” (spesso presentano anche motivazioni religiose e/o morali), ma dicono queste cose quasi impassibili, senza affettività vera, di fatto smentendo ogni affermazione di autentico legame e di vero coinvolgimento amoroso, religioso o morale. Al che, sempre puntualmente, chiedo con chi, oltre a me, si sono lamentate/i o sfogate/i di quanto subiscono; sempre puntualmente, rispondono in queste modo: “per fortuna c’è chi mi capisce, c’è chi mi ascolta quando mi sfogo, sempre, ogni volta”. La persona cui si riferiscono è la seguente:

·       le mogli indicano di solito o la madre o la figlia o la sorella o la cognata o l’amica (è rarissimo che escano dalla rosa, tutta femminile, di queste 5 possibili interlocutrici dei loro guai);

·       i mariti indicano di solito la segretaria, la cognata, la sorella o l’amante; oppure l’amico del cuore;

Sono indicazioni interessanti, che meritano riflessione:

1.   le persone indicate delle mogli sono sempre donne che, anch’esse, hanno – guarda caso – una visione negativa del maschio, per cui l’audience è garantita e la lamentazione può sfociare e fluire in tutta l’ampiezza desiderata; talora viene selezionato come interlocutore anche un confessore, che, però (condizione fondamentale!), aderisca anch’egli alla punteggiatura che la moglie dà del comportamento negativo del marito e del proprio essere vittima (mai – nonostante ce ne siano parecchi – selezionano sacerdoti che le richiamino a un comportamento più attivo, assertivo, responsabile e, soprattutto più disposto a confrontarsi – senza subirle – con la logica e con le ragioni del mondo maschile, uscendo dall’auto-compatimento e dal vittimismo). Di fatto queste mogli non escono mai dal femminile (peraltro un femminile solo remissivo, da vittima predestinata): facendo le vittime e restando vittime, evitano ogni confronto positivo sia con il maschile sia con il proprio femminile. Ottengono poi il loro vero inconscio obiettivo: ricevere attenzione e compassione da una donna. E così restano bambine o donnette per sempre. Perciò, più o meno inconsciamente, da un lato selezionano come compagno un uomo che, prima o poi, le renderà vittime; dall’altro favoriscono (o, sempre in modo più o meno inconscio, istigano) l’accesso del marito a comportamenti criticabili e spesso violenti. Per esempio, non danno una corretta attenzione al marito; non chiedono il suo parere su eventi rilevanti della famiglia; lo mettono regolarmente in secondo piano; qualunque cosa faccia, vedono soltanto aspetti negativi; qualunque cosa dia o porti a casa, non sono mai soddisfatte; regolarmente lo accolgono a casa con atteggiamenti per nulla affettuosi e in tenute del tutto disarmanti (salvo poi lamentarsi che il marito non le guarda mai e arriva a casa tardi, magari dopo lunghe soste al bar o “chissà dove”).

2.   le persone indicate dai mariti sono donne in più o meno potenziale conflitto e/o in più o meno consapevole rivalità con la figura femminile della moglie. È come se quest’uomo cercasse attraverso la confidenza dei propri guai di mettere in conflitto tra loro due donne, in tale modo di fatto controllandole e “usandole” entrambe e non comunicando profondamente con nessuna delle due. Della seconda poi (quella con la quale di confida lamentandosi) ottiene un’attenzione sostanzialmente di tipo materno o erotico-terapeutico (“ti aiuto io”, “ti salvo io”, “solo io so capirti, aiutarti, amarti”). Lascia di fatto ogni iniziativa alla donna; di fatto si sottrae da un lato a un vero coinvolgimento sia con la moglie che con l’altra donna, dall’altro a un vero confronto sia con il femminile delle due donne che con il proprio maschile. Anche la figura dell’amico del cuore di fatto risulta ambigua: è una figura tipica del processo evolutivo non tanto del maschio quanto della femmina adolescente (di solito il maschio adolescente ha come suo interlocutore il gruppo, cioè un soggetto plurale); non a caso questo tipo di mariti – a quanto mi dice l’esperienza clinica – sono maschi che non hanno elaborato e superato l’Edipo.

Che dire? L’essere vittima spesso è situazione di stallo evolutivo, che permette di evitare ogni vero impegno di crescita e di confronto profondo sia con l’altro sesso che con il proprio (in particolare con alcuni nodi omosessuali non affrontati e non elaborati). A chi è vittima fa gioco esserlo e rimanerlo, di fatto legittimando e mantenendo il potere di colui del quale ci si lamenta tanto. Fa gioco soprattutto potersi fare compatire e consolare. Fa gioco non vivere l’amore.

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

21 agosto

Strage familiare a Salsomaggiore

 

“Strage a Salsomaggiore: uccide moglie e figlia e poi si spara”. Quando leggo o sento di questi tragici fatti familiari mi stupisco di due cose:

1.   che ne succedano tutto sommato così pochi;

2.   che la stampa scritta o televisiva li presenti quasi sempre come frutto di “raptus improvvisi” o “imprevedibili”.

 

Quanto al punto 1., l’esperienza clinica mi dice che sono tantissimi i casi di questo tipo. Senza una psicoterapia adeguata o con una terapia solo farmacologia non possono che peggiorare e, prima o poi, esplodere. La psicoterapia sistemica o come si usa dire, “familiare” è – a mio avviso – l’unica che possa non soltanto guarire situazioni di questo tipo, ma individuarne con anticipo di anni le dinamiche e il potenziale esplosivo. Quindi non solo i fatti non sono imprevedibili; ma sono possibili con larghissimo margine, ripeto, di anni sia la prognosi relazionale, sia la prevenzione, sia la cura.

 

Un evento depressivo, come quello che è alla base di quanto è successo a Salsomaggiore, non può né deve – a mio avviso – essere curato come problema solo dell’individuo; se prima non si affronta il gioco familiare da cui la depressione esce e sulla quale si afferma e costruisce poi il proprio decorso, non si ottengono risultati veri. Al limite si attenuano temporaneamente i sintomi, senza sfiorarne le cause. Senza intervenire sul sistema familiare con una adeguata terapia, la cura psico-farmacologica oggi di solito praticata (basata cioè su antidepressivi cosiddetti “serotoninici”, in particolare quelli aventi come principio attivo la fluoxetina)  risulta non solo inutile, ma rischia di essere fattore scatenante: rendendo molto più alte le vette maniacali del flusso dell’umore e molto più basse quelle depressive, rischia di produrre gravissimi scompensi, che possono portare da un lato a esplosioni omicide e dall’altro a implosioni suicide. Difatti, senza un intervento terapeutico sul sistema familiare, ogni altro intervento e in particolare quello psico-farmacologico non può non essere percepito come minaccioso dal sistema e dalle sua dinamiche patogene, il che non può non esasperarle, trasformando il lamento in urlo omicida o in sordità suicida.

 

Quanto al punto 2., ritengo grave l’ignoranza con la quale i giornalisti affrontano fatti di questo genere. Rarissimo che la stampa parli di psicoterapia, in particolare di quella sistemica o familiare. Mi chiedo che idea paleolitica abbiano i giornalisti del disturbo mentale e delle figure a esso preposte dalla legge italiana. Da parte loro, i direttori e i caporedattori chi inviano per la cronaca e con quale criterio affidano il commento di questi fatti? Che poi – di regola – ci si limiti a ricorrere all’intervista di qualche dotto specialista di nome, troppo spesso nasconde, in chi intervista, il buio assoluto della conoscenza di ciò di cui si dà notizia. L’intervista non è quasi mai una vera interrogazione del problema e dei responsabili, ma di solito è un passivo pendere dalla labbra più o meno sapienti e famose dell’intervistato; pare proprio che  l’unica volontà sia quella di chiudere lì la cosa, senza darle quel seguito di indagine e di ricerca della verità, che dovrebbe invece essere l’anima e il motore del buon giornalismo. Né i lettori paiono chiedere di più, visto che i giornali continuano a vendere (o a non vendere) come prima.

 

Badanti e anziani: quanta violenza!

 

Nessuno, che io sappia, dice di una grave violenza in atto: moltissime tra le badanti che accudiscono i nostri anziani sono per lo più donne che lasciano in Bolivia o in Ucraina mariti e figli anche molto piccoli. Chiedo quanto sia giusto che i diritti dei matrimoni e delle maternità di queste donne vengano ignorati e che l’intero tessuto sociale dei loro paesi di provenienza subisca la devastazione di coppie che per anni non si potranno vedere, di madri espropriate della loro maternità, di figli che di fatto non conosceranno le loro madri o non le avranno vicine in età tanto fondamentali. È corretto che il diritto all’assistenza dei nostri vecchi prevalga a tale punto?

Come cristiano, mi fa male anche pensare che molte di queste badanti, soprattutto quelle sudamericane, arrivino qui più o meno direttamente aiutate dalla chiesa, che in tale modo si fa complice del disastro in atto.

Non sarebbe più giusto e corretto da un lato favorire lo sviluppo di quei paesi, in modo tale che mogli e madri restino e vivano nelle loro famiglie?

Molta della emigrazione italiana a cavallo tra ottocento e metà novecento riguardò prevalentemente i maschi: ancora oggi, a distanza di due, tre o più generazioni – lo vedo nel mio lavoro terapeutico –  ci sono ferite aperte, squilibri non recuperati, sofferenze ancora attive, tutte dovute alla assenza per mesi e mesi dei padri di una o più generazioni. Ebbene, mi chiedo, che cosa può portare allora l’assenza per anni della madri, che per molti aspetti, soprattutto quando i figli sono piccoli, hanno ancora più importanza dei padri?

Tra l’altro, dal punto di vista nostro e dei nostri vecchi, mi domando quanto sia corretta una assistenza di questo tipo. Il vecchio resta sì nella sua casa, ma di fatto vive isolato, spesso ha l’unica sua relazione sociale significativa proprio con la badante, che è di una cultura e di un mondo lontano da quello del vecchio, che ha il cuore e la mente lontani, che, ben di rado, ha interessi che possono coniugarsi con quelli dell’anziano, così da potere intrattenere con lui un dialogo davvero significativo. D’accordo alcune situazioni non sono tanto negative, ma la logica stessa delle cose ha in sé le conseguenze che ho indicato.

A sostegno della scelta della badante, viene indicato il fatto che le nostre case di riposo sono uno squallido terminal, soltanto un luogo dove si va a morire, quindi qualcosa da evitare in tutti i modi, pena terribili sensi di colpa che prenderebbero figli e parenti all’idea che il loro vecchio stia in queste “orribili” strutture. So di strutture bene pensate e bene attuate, dove la vita dell’anziano è stimolata, interessante, ricca di occasioni, sorretta da personale competente, preparato e ben motivato; ma, pure ammettendo che siano tutte strutture insufficienti, mi chiedo fino a che punto tale insufficienza non sia a sua volta la conseguenza di un mancato impegno sociale e istituzionale a che esse funzionino al meglio: se ciascuno pensa unicamente alla badante del proprio anziano, come si potrà strutturare una risposta sociale davvero significativa e adeguata alle esigenze del problema? Siamo poi così sicuri che le badanti siano davvero così brave e premurose come si vuole a tutti i costi volere credere? Noi, al loro posto, potremmo dare a un anziano sconosciuto quella attenzione, quella premura e quell’affetto che non possiamo dare a nostro marito e ai nostri figli? Potremmo, curandolo, dimenticare quanto è dilaniato il nostro animo, proprio a causa di questo lavoro che ci separa dal nostro mondo e dai nostri amori?

 

 

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