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Monthly Archives: luglio 2011

 Domani, 21 luglio 2011, si sposano Chiara (mia figlia) e Davide.

All’essere umano non basta essere felice. Occorre che la felicità sia comunicata. Quando è detta e comunicata, la felicità diventa gioia.

Davide e Chiara, voi siete già felici in questo vostro amore caro e bello. Venendo qui a comunicare la vostra felicità, voi dite la gioia, voi siete la gioia.

Comunicando la vostra gioia a Dio, alla Trinità, voi rendete gioioso anche Dio, anche la Trinità. Grazie a voi, la gioia umana si incarna nel divino e rende bello Dio.

Comunicando la vostra gioia, alla Chiesa, voi date speranza e vita alla Chiesa; della Chiesa madre voi siete oggi i genitori; delle chiesa maestra voi siete oggi i maestri; della chiesa annunciante voi siete oggi l’annuncio; della chiesa sacramento voi siete oggi il sacramento; della chiesa martire voi siete oggi i testimoni; della chiesa redentrice voi siete oggi i redentori; della chiesa che parla voi siete oggi i confessori.

Comunicando la vostra gioia a noi che siamo qui presenti, voi ci chiamate alla responsabilità della felicità e della gioia, alla fiducia nell’amore, all’amore nella fiiducia; ci chiamate all’ottimismo che dà vita e alla vita che dà ottimismo; voi, che siete l’amore tra le due diversità uimane, ci chiamate all’ascolto tra le diversità, alla vita nasccente dalle diversità che si incontrano e si amano. Comunicando la vostra gioia a noi qui presenti davanti a Dio, ci fate simbolo e testimoni di Dio e responsabili della Sua Creazione; ci fate simbolo e testimoni di Gesù e responsabili della Sua incarnazione e risurrezione, di ogni umanità creata e di ogni destino di gioia; ci fate simbolo e testimoni dello Spirito e responsabili della Sua Pentecoste e delle Sua Consolazione. Comunicando la vostra gioia a noi qui presenti come Chiesa, ci fate simbolo e testimoni della Chiesa e responsabili della sua unità, della sua santità, della sua comunione di santità, della sua apostolicità, della sua natura di sacramento.

Comunicando la vostra gioia ai vostri genitori, voi ci dite che il nostro essere padre e madre ha senso nella vostra gioia, ha continuità nella vostra gioia, è sacerdozio di gioia e sacramento di gioia.

Comunicando la vostra gioia all’intera Creazione, voi la riempite di gioia, la benedite di gioia, le inorgoglite di continuità, la rendete sempre di più evento di incarnazione, evento di collaborazione tra Dio e l’umanità.

Ciao, Chiara e Davide, siete bellissimi e stupendi, perché uscite da Dio e perché, comunicandogli la vostra gioia riportate il Dio della gioia in mezzo a noi.

Grazie, Chiara e Davide, di questo vostro sacramento di gioia.

La notizia è di due giorni fa: Domenico, un bimbo di Mileto (Vibo Valentia) è stato picchiato dalle maestre:

Mileto- Quattro insegnanti dell’asilo di Mileto sono state arrestate dai Carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia con l’accusa di maltrattamenti aggravati ai danni di un disabile di cinque anni di nome Domenico. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il bambino è stato ripetutamente picchiato anche più volte al giorno e sottoposto ad altre forme di vessazione. Le indagini si sono basate su videoriprese in cui sono documentati i maltrattamenti subiti dal bambino;  erano state avviate ad aprile sulla base di informazioni confidenziali giunte ai Carabinieri. In forma anonima, è stato anche recapitato un dvd con le immagini di alcune donne che rimproveravano un bambino che piangeva ininterrottamente. I Carabinieri hanno scoperto successivamente che i maltrattamenti avvenivano all’interno dell’asilo ai danni di Domenico, dopo avere installato nell’istituto alcune telecamere. I maltrattamenti nei confronti del bambino si sono interrotti dopo l’avvio delle indagini da parte dei Carabinieri e dopo la prima convocazione delle maestre. “Il bambino, fino a quel momento vessato ogni giorno – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – a quel punto viene fatto oggetto di particolari premure e accortezze”.”

A proposito di questa notizia mi scrive il mio solito vecchio amico spastico. Mi prega di pubblicare qui questa sua lettera dedicata al piccolo Domenico:

Caro piccolo amico di Mileto,

le tue maestre ti hanno picchiato con schiaffi violenti. Non volergliene: ti stanno educando. I loro sono solo i primi schiaffi di una lunga interminata serie. In fondo lo fanno solo per abituarti, per identficarti nella tua funzione. Tu servi agli altri, sei utile, quasi necessario, perché sei diverso e, come dicono loro, dis-abile. Sai, “dis-abile” letteralmente significa che “non hai la possibilità di avere”: non potrai avere nulla, solo gli schiaffi di chi ha bisogno di te e della tua dis-abilità.

Sai ogni piccolo grande fascismo e nazismo ha bisogno di te. Sempre: perché i muri del fascismo e del nazismo non cadono mai. Tu servi: se non ci fossi tu, su chi potrebbero proiettare le loro paure, il loro profondo e urlante terrore di essere anche loro deboli, anche loro dis-abili. Non sei tu a dovere diventare “come loro”. Sono loro che hanno terrore e coscienza di essere come tu appari a loro: impotente, debole, dis-abile appunto.

Tu non sapevi di essere dis-abile: te lo dicono loro ogni giorno, ogni volta che, incontrandoti o, come dovrebbero, accogliendoti, devono fare i conti con le loro paure, con il loro grande terrore di essere “come te”.

Schiaffo significa “annientamento”, “soluzione finale”; significa che per loro tu non dovresti esserci lì davanti a loro, davanti alla coscienza che temono di avere e, ancora di più, di essere, davanti alla consapevolezza profonda e per loro insopportabile di essere “come te”. Se poi tu sorridi, sei felice, ami crescere, ami vivere, ami amare, allora diventi ancora di più insopportabile, assurdo. Come fai proprio tu a sorridere, ad amare, a vivere, a crescere, quando loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di farcela, se loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di volere innamorarti della scrittura, della lettura, della cultura, se loro non sanno nulla di ciò che insegnano? Sai, è proprio per questo che le insegnano? Se le conoscessero e le amassero, come potrebbero insegnarle? Dovrebbero scrivere di sé stessi, leggere di sé stessi, essere consapevolmente la cultura delle loro paure, del loro terrore. Ogni fascismo e ogni nazismo – piccolo o grande poco importa: il fascismo è sempre fascismo, il nazismo è sempre nazismo – hanno bisogno di prendere a schiaffi quelli come te, di annientarli, di metterli nella discarica degli schiaffi.

Lo schiaffo è ontologia: spazza via l’essere che tu sei, lo assimila al non essere che loro sono. In fondo quei loro schiaffi sono atti di giustizia: assimilano.

Sai quale è la tua colpa più grave? Forse non te ne sei ancora accorto, ma la tua colpa più grande è quando sorridi, quando vai volentieri alla loro scuola, quando apri volentieri i loro libri, quando vuoi anche tu scrivere, dire, annunciare. Vedrai quanto è pesante, ogni giorno più pesante questo “anche tu”. Te lo diranno continuamente, dimenticando che nel dirtelo ti emarginano, ti mettono dietro, ti etichettano, ti obbligano a risalire continuamente le correnti. “Anche tu”. In realtà non vogliono “anche te”. E come potrebbero, se non amano neanche sé stessi? Ogni volta che sono costretti a dire “anche tu”nelle loro piccole cantine d’anime risuona subito quel “neanche io” e quel “neanche noi” che fa loro terrore, che li identifica e li coalizza come soltanto il terorre più profondo sa fare.

Ne prenderai tanti di schiaffi. Questi sono solo i primi. Ricordo il mio primo schiaffo. Non venne dato con la mano, ma con la voce, quando la maestra del mio primo giorno di scuola disse a mia madre: “Ginetta, qui tuo figlio non può restare: qui ci sono quelli che continuano”.

Abituati, caro piccolo amico di Mileto: gli schiaffi peggiori non sono quelli dati con la mano. Il bruciore di una sberla può trovare il piccolo sollievo della superficie fresca di un banco di scuola, su cui tu puoi appoggiare la guancia. Per gli altri schiaffi non ci sono superfici tanto dolci e materne. Dovrai diventare tu superficie dolce e materna: per te stesso e, ancora di più, per loro.

Sai, nessuno schiaffo è mai il primo, nessuno schiaffo è mai un inizio. Chi dà uno schiaffo, significa che ne ha già dato almeno un altro a sé stesso, alla propria piccola cantina d’anima. Di solito chi dà schiaffi, ha in sé storie di violenza subita e mai affrontata. Magari le tue maestre, dietro i loro schiaffi hanno storie di abusi, di fallimenti, di impotenze. Prendendo il loro schiaffo, diventi per un attimo la superficie fresca che lenisce per un attmo gli schiaffi della loro anima. Solo se tu sei il disabile daschiaffeggiare, loro si possono illudere di essere abili e potenti. 

Caro amico, cerca di non essere troppo felice, di non avere mai lo sguardo arguto e intelligente, di non parlare mai di vita, di dignità, di bellezza. Tu non ne hai il diritto. Ogni volta che lo farai schiaffeggerai la loro meschinità, il loro diritto fascista e nazista di non guardarsi dentro, di non amarsi, di non crescere, di non essere mai belli, di non potere mai avere sé stessi. Come osi tu andare a scuola? “Scuola” deriva da scholé, una parola greca che significa tre cose per loro terribili e insopportabili: “libertà”, “ozio”, “avere sé stessi a tale punto da essere sé stessi”. Deriva infatti dalla stessa radice che in greco significa “avere”, quell’avere radicale, che sfocia nell’essere liberamente e gioiosamente sé stessi.

Come puoi “anche tu” essere te stesso fino in fondo, essere libero, stare in quell’ozio sapiente che è l’identità e la libertà? Non ti pare di avere esagerato? Non è che in fondo hanno fatto bene a prenderti a schiaffi?

A Messa, qualche anno fa, all’Offertorio venivano portati spesso all’altare spighe di grano e grappoli d’uva. Invece – pensai – la consacrazione prevedeva non le spighe di grano, ma il pane; non i grappoli d’uva, ma il vino. C’era qualcosa che forse alle suggestioni georgico-ecologiche sfuggiva.

Tra la spiga di grano e il pane o tra il grappolo d’uva e il vino ci sta il lavoro umano, quel “tra” prodigioso che lega/divide tra loro gli uomini: a) l’azione del contadino, quella del mugnaio e del vignaiolo, quella del fornaio e dell’oste; b) l’organizzazione culturale, sociale, sindacale, politica del lavoro; c) la fatica degli uomini, la costituzione e le contraddizioni dell’organizzazione del lavoro; d) la giustizia o l’ingiustizia nella distribuzione sociale e politica del pane e del vino; e) la vita e la morte, la tranquillità e l’angoscia, il benessere o il malessere, la gioia o la tristezza legati al pane e al vino e alla loro presenza o assenza; f) la convivialità o la solitudine, la gioia vivificante della festa (il vino) e della ferialità (il pane) o la disperazione mortificante che caratterizzano il pane mangiato e il vino bevuto; g) i luoghi in cui il pane viene mangiato e il vino bevuto: la casa, l’osteria, la mensa, l’albergo, la trincea, la piazza, il rifugio ecc.; h) i modi e le dimensioni in cui il pane viene mangiato e il vino viene bevuto: lo sbocconcellare scanzonato, l’avidità disperata od ossessiva, l’angoscia della restrizione anoressica, il disgusto e il vomito del masochismo bulimico, l’allegria spensierata del brindisi, l’ubriacatura sbadata, l’ebbrezza divertita o irresponsabile, la dipendenza alcoolista.

Ebbene, scegliendo non la spiga e il grappolo, ma il pane e il vino, Gesù ci ha detto che continuava la propria incarnazione eucaristica non nei frutti della natura, ma nell’evento umano del lavoro, di cui il pane e il vino sono la prima presenza, il prodotto più emblematico e quotidiano, l’e-vento e la parola più conviviali e familiari. Nei frutti della natura Gesù c’è già come Verbo Creatore; nel pane e nel vino chiede di entrarci, di incarnarsi ogni volta che la comunità cristiana prende, consacra, mangia e beve facendo memoria di Gesù. Gesù vuole entrare e incarnarsi in tutti gli a), b), c), d), e), f), g), h) del pane e del vino umani.

Chiedendo di potersi di nuovo incarnare ogni volta che la comunità cristiana, facendo memoria di Lui, prende, consacra, mangia il pane e beve il vino, Gesù viene di nuovo accolto e concepito dal “fiat” dell’Annunciazione, viene di nuovo atteso dalla gravidanza esultante e meditante di Maria e in quella dubbiosa/credente di Giuseppe, viene di nuovo partorito dal Natale di Betlemme, viene di nuovo minacciato da Erode, viene di nuovo protetto dalla fuga in Egitto (allora, per sfuggire alla morte, non occorrevano i barconi o i gommoni, bastavano gli asini), viene di nuovo lasciato in pace per 30 anni, viene di nuovo ascoltato da individui e folle, viene di nuovo messo a morte nel modo più orrendo, viene di nuovo annunciato come Risorto. Ecco perché il pane e il vino di ogni Messa sono angelo annunciante, Maria theotokos, padre dubbioso e pregante, parto notturno, fuga clandestina, silenzioso lavoro trentennale, parola, persona e folla, passione, morte, risurrezione.

Ogni messa è tutto questo nel pane e nel vino. Ogni eucarestia è tutto questo nel pane e nel vino. Anche nel silenzio del Sabato Santo il pane e il vino della eucarestia rendono presente e vivente Gesù: anche mentre discende agli Inferi e libera le storie passate e abissali, Gesù è qui come pane e vino della eucarestia.

Le spighe di grano appartenevano a Demetra e Cerere, i grappoli d’uva appartenevano a Pan e Dioniso. Gesù vuole essere pane e vino, chiede di potere continuare a incarnarsi nel pane e nel vino, cioè in quei due “tra” prodigiosi che ogni giorno sono il cuore della relazione inter-umana.

Padre, dacci oggi il nostro pane e il nostro vino quotidiani. Padre, dacci la forza di renderli luogo ed evento di incarnazione e resurrezione. Padre, rendici capaci di accogliere la quotidiana, annunciazione e nascita di Gesù.

Poi, Padre, se un giorno ti va, convinci la gerarchia e il papa ad amare così tanto l’eucarestia da condividerla a pieno con i laici anchhe nella consacrazione. Perché, Padre, un papà e una mamma non possono insieme consacrare il pane e il vino confermando anche in questo il proprio essere chiesa, sacramento, luogo ed evento di annuncio, incarnazione, resurrezione e salvezza? Tu che sei il Padre, fa’ che non si abbia paura dei papà e delle mamme, della loro casa, della loro tavola, del loro pane e del loro vino, della loro messa e della loro eucarestia quotidiane.